Checchè tu ne dica, la Pepsi è più buona della Coca Cola. Firmato, le tue papille


C’è una vignetta dei Peanuts in cui Charlie Brown sta bevendo una cioccolata calda, seduto in cucina. “Che buona questa cioccolata” – pausa – “anche se sarebbe più buona con uno chalet innevato intorno”. Come si diceva anche su Intravino, il blog del Dissapore network dedicato al vino, è esperienza comune notare che il sapore di un cibo o di un vino è più o meno buono a seconda del contesto – spesso succede in vacanza. (In vacanza capita spesso anche con gli uomini, in realtà. In spiaggia sembrano chissà che e quando li rincontri in città sono sciapi, una delusione irrimediabile. Ma sto divagando). Quando diciamo che qualcosa “sembra” più buono, che cosa stiamo dicendo veramente? Dal 1975 in avanti, la Pepsi ha finanziato un’iniziativa, la “Pepsi Challenge”, che funziona così: si chiede a dei passanti, selezionati casualmente, di assaggiare in una degustazione alla cieca un bicchiere di Coca Cola e uno di Pepsi, e di indicare poi una preferenza.

Risultato: significativamente più persone dicono di preferire la Pepsi rispetto alla Coca Cola, una proporzione ribaltata rispetto a quella che ottiene quando gli assaggiatori sanno quale delle due bevande sia nel bicchiere. (Mi rendo conto che il test avalla appieno la tesi della Pepsi, e quindi del committente, ma esperimenti simili sono stati ripetuti da molte altre istituzioni, e i risultati vanno nello stesso senso).

Tesi: il marketing aggressivo e capillare della Coca Cola persuade a tal punto i consumatori della superiorità del prodotto da far loro trascurare il messaggio proveniente dagli organi di senso, che dicono: mi piace di più la Pepsi.

Ma si tratta davvero di una verità che trascuriamo, o è un’altra verità?

Pensiamo all’effetto placebo nei farmaci. Come è universalmente noto, esiste un effetto reale legato all’assunzione di un farmaco “finto” quando il paziente è convinto che il medicinale contenga un principio attivo: con gli antidolorifici, il paziente dichiara di sentire meno dolore. Ma è solo convinto di sentire meno dolore? No, non funziona così, l’effetto placebo non rimane ad un livello superficiale: effettivamente il dolore è diminuito. Questo avviene perchè il cervello rilascia endorfine alla sola idea di stare assumendo un antidolorifico.

Lo stesso accade con la Coca-Cola: il marketing non si limita a farci “sospendere il giudizio”, bensì lo influenza in profondità e lo modifica. Il livello emozionale si intreccia con il livello sensoriale e dà un’impronta differente alla sensazione di piacere.

Quindi, dove si trova il sapore? Non solo nelle papille gustative, ma anche nella corteccia prefrontale, insieme alle cose che abbiamo imparato ad amare e a cui siamo affezionati, brand inclusi. Un articolo pubblicato sul prestigioso Social Cognitive and Affective Neuroscience dice infatti che “i danni alla corteccia prefrontale cancellano le differenze riferibili al brand nelle preferenze rispetto alle bevande tipo cola” (questo era il titolo: mitico. Voglio abbonarmi a Social Cognitive and Affective Neuroscience!)

Insomma: la risposta alla domanda “che sapore ha? È buono?” è una funzione del contesto in cui una pietanza o una bevanda viene gustata, e cambia realmente quello che pensi ti piaccia.

[Fonti: Intravino, Social Cognitive and Affective Neuroscience, immagine: Uyungs]




32 commenti a “Checchè tu ne dica, la Pepsi è più buona della Coca Cola. Firmato, le tue papille”

  1. gianluca gianluca commenta:

    articolo interessante, tutto vero.
    però non scherziamo, la cocacola è nettamente superiore.
    :-)

  2. Kapakkio Kapakkio commenta:

    Io trovo la pesi un pò più dolce, forse è questo che la fa piacere di più.
    Bel post, che dici se sostituissimo coca-cola con “biologico” e pepsi con “convenzionale”? :-D

  3. fabrizio scarpato fabrizio scarpato commenta:

    Temo, da quel che capisco, che ricondurre tutto alla corteccia prefrontale, a sistemi sinaptici superficiali, ad una memoria sensoriale e di breve termine, deponga inevitabilmente sulla impulsività, sulla assoluta e voluta dimenticabilità del messaggio pubblicitario e, di conseguenza, della riconoscibilità del marchio. Appigli deboli e inconsistenti.
    Diversamente, parlando di affezione e amore, potrebbero esser coinvolti sistemi più profondi, gangli, ippocampo e amigdala, in cui vengono archiviati i ricordi, le emozioni: in altre parole mi piacerebbe e mi convincerebbe di più una ricerca in cui i marchi venissero confrontati rispetto ad emozioni, tipo un film, una vacanza, una paura, un amore, il primo bacio.
    Cose che non si dimenticano, vera memoria, non quella usa e getta della corteccia prefrontale :-)

    • Sara Porro risponde:

      Ciao Fabrizio, grazie mille del commento molto informato. Ho fatto qualche ricerchina per scrivere questo pezzo e ho sperato di non scrivere castronerie, ma ovviamente qualunque informazione che aiuti a far luce sul fenomeno in modo più documentato è molto benvenuta :)

    • Sei sicuro che l’emozione di un film o di una vacanza siano profondi e non si dimentichino facilmente e non siano invece semplici neuroassociazioni che si possono installare o collassare a piacere?

      • fabrizio scarpato fabrizio scarpato risponde:

        Sicuro? Io non son sicuro di niente, saltabecco surfando tra informazioni e nozioni: tantomeno credo che qualcuno, in queste pagine, possa sentire la mancanza di un trattato di neurofisiologia applicata (o no?), convinto come sono che lampi, pagliuzze, contropiede e interrogativi intrighino e solletichino molto più di tomi virtuali fatti di punti esclamativi.
        Sara accennava a meccanismi emozionali e affettivi: mi piace pensare che tali percorsi, tali bagagli attengano alla memoria a lungo termine di ciascuno di noi, non ad un corto circuito impulsivo. Lo stesso motivo per cui se mi chiedessero se mi piace di più un Camillino Eldorado o un Magnum Algida ( Sara forse può capire visto il post che ha pubblicato nei giorni scorsi) non esiterei a scegliere il primo, leccandolo tutto intorno prima di addentarne il biscotto, così tanto per dimostrare che le mie scelte non sono, come dire, passivamente subite.
        Tutto questo perché il Camillino mi ricorda qualcosa, che è mia e, forse, solo mia. Il mio piccolo zainetto da trekking gastronomico.
        Purtroppo, ma necessariamnete, la pubblicità e i marchi, lo studio citato lo domostrerebbe, giocano su meccanismi più veloci, ripetibili, diffusi, più accurati nel “bias” intorno al bersaglio ( altra citazione espertistica, urge trattato di statistica distorsiva sperimentale): ma tali meccanismi non ricorrono alla memoria vera, ma a quella corticale, brevemente sensoriale, utile al massimo a memorizzare un numero di telefono, e forse nemmen quello.
        Tutto si può associare, tutto si può ricordare, tutto si può dimenticare: il bello sta nel vivere e nello scegliere ognuno le proprie strade, i propri agganci. Un dato, forse per poco, ancora incontrollabile, alla faccia di tutti i bias sperimentali applicati.

        • Sembri più contorto degli altri….

          “Il bello sta nel vivere e nello scegliere ognuno le proprie strade, i propri agganci. Un dato, forse per poco, ancora incontrollabile, alla faccia di tutti i bias sperimentali applicati.”

          Se “il vivere”, la scelta delle scelte durante l’esistenza, è l’effetto, quali dovrebbero essere le cause “chimiche”?

          Il punto è sempre lo stesso: la percezione soggettiva di una realtà determina il modo con cui ci relazioniamo ad essa ed è su questo principio che il marketing diventa efficace.

          • fabrizio scarpato fabrizio scarpato risponde:

            Mmmm… idea romantica, con una realtà sussidiaria al nostro pensiero, una realtà che dipende dal perenne ronzio della nostra corteccia cerebrale, della nostra mente, dei nostri ricordi. Sarebbe bello, come detto, ma illusorio.
            Temo che il marketing se ne freghi: la pubblicità fa esistere gli oggetti, determina una realtà che fa bellamente a meno del nostro pensiero, della nostra soggettività. Gli oggetti ci hanno scavalcato, sono essi stessi la realtà che ci circonda: oggettivismo realistico che il nostro pensiero sempre più raramente riesce a scardinare, a condizionare, a controllare.
            Infatti il mio Camillino non lo fanno più ;-)
            Troppo contorto? Certamente sì, sarà l’età e la confusione oggettivamente soggettiva. Per il resto sono una biscia.

  4. thebigfood thebigfood commenta:

    Tema molto interessante. Per approfondire invito a leggere i lavori del mio professore di Psicologia dei consumi all’università: Giovanni Siri. “Psicologia del consumatore, consumi e costruzione del significato” è stato per me a dir poco illuminante…

  5. Andrea Gori commenta:

    guardate che leggendo Ninja MArketing si capisce il perchè del tutto. La superiorità della Coca in termini di vendite e diffusione e in fondo preferenza, sta nella sua bevibilità superiore, meno dolce, un pò più gassata, stanca molto meno, alla pari di tanti vinini e vini del sorriso che adesso impazzano.
    Tanto è che quando la coca cola lanciò la new coke tentò di farla più simile alla Pepsi e fu un insuccesso che ancora insegnano alle facoltà di economia e commercio nei corsi di marketing.
    Poi ovviamente c’è anche l’influenza della pubblicità ma vi sfido a bere più di due pepsi di fila…

  6. edi edi commenta:

    Dirimere la questione mi pare arduo. Scarpato e thebigfoot hanno chiavi interpretative stimolanti, bravi, ma a me resta in sottofondo un senso di fastidio per tutti i segnali di conferma circa quanto l’abilità dei pubblicitari possa sfruttare e gabbare il nostro sprovveduto libero arbitrio.

  7. gianluca gianluca commenta:

    i pubblicitari sono psicologi, sanno dove colpire.
    se vi interessa vi consiglio un libro veramente interessante di clotaire rapalle: “Il codice nascosto. Perché viviamo, compriamo, amiamo. E perché lo facciamo in questo modo.”

    lui spiega molto bene come agisce la pubblicità e tutti i meccanismi psicologici/inconsci che ci stanno dietro.
    perchè negli acquisti vince sempre la parte emotiva rispetto a quella razionale. è questo il “segreto”.

  8. Che poi uno non è che vuole fare per forza polemica ma davanti a certe situazioni, come dice qualcuno, la domanda nasce spontanea…

    Cara Sara (virgola e due punti)

    Tempo fa scrissi una mia, PERSONALE, interpretazione dell’essere vegetariano. In qualche modo ho cercato di condividere delle informazioni che potessero almeno far iniziare un ragionamento tra persone adulte.

    Il mio commento, anche se un pò forte, lo si trova a questo link:
    http://www.dissapore.com/mangiare-fuori/ristoranti-la-guida-di-dissapore-alle-tendenze-dellestate/#comment-42367

    In buona sostanza si diceva che un “patosensibile” vive con disagio il rapporto con la morte e PERTANTO non riesce a mangiare cadaveri. L’analisi prende come indice di riferimento il modello del “big five” ed individua, nell’instabilità emotiva, l’elemento che provoca una percezione della realtà “troppo” in accordo con le ragioni del cuore (per dirla alla veloce)

    Sarà una cazzata, forse no, di fatto, dal tuo “alto dei cieli” hai risposto, cito letteralmente:

    “La PATOSENSIBILITA’ e LE CAROTE DI NONNA ANNA? Ma per davvero?”

    Il link mi è testimone:
    http://www.dissapore.com/mangiare-fuori/ristoranti-la-guida-di-dissapore-alle-tendenze-dellestate/#comment-42467

    La mia teoria, in buona sostanza, per Sara Porro, è una puttanata. Amen.

    Lo prendo per buono, mi fido di te, ormai sei una celebrità, sei autorevole, come posso permettermi di dire il contrario?

    Scusa se ti faccio perdere tempo ma sai, noi cerebrolesi abbiamo tempi di risposta molto lunghi….

    Facendo riferimento all’autorevole articolo che hai pubblicato (è credibile vero? altrimenti ho scritto un’altra cazzata, chiedo scusa in anticipo) si legge:

    “With a series of Coke and Pepsi taste tests we show that patients with damage specifically involving ventromedial prefrontal cortex (VMPC), an area important for emotion, did not demonstrate the normal preference bias when exposed to brand information.”

    Il mio inglese non è proprio il massimo (e te pareva) ma mi sembra di aver capito che alcuni pazienti con un qualche tipo di problema nella non meglio identificata corteccia prefrontale ventromediale, a quanto pare un area delle emozioni, non dimostrano, in un contesto di degustazione tra pepsi e coca, una preferenza coerente quando gli viene mostrato il brand.

    …..

    Mi pare (mi pare eh?) che ciò che hai scritto rafforza il concetto:

    “Come è universalmente noto, esiste un effetto reale legato all’assunzione di un farmaco “finto” quando il paziente è convinto che il medicinale contenga un principio attivo: con gli antidolorifici, il paziente dichiara di sentire meno dolore. Ma è solo convinto di sentire meno dolore? No, non funziona così, l’effetto placebo non rimane ad un livello superficiale: effettivamente il dolore è diminuito. Questo avviene perchè il cervello rilascia endorfine alla sola idea di stare assumendo un antidolorifico.”

    Universalmente noto….uhm…tanta robbbba…

    “Quindi, dove si trova il sapore? Non solo nelle papille gustative, ma anche nella corteccia prefrontale, insieme alle cose che abbiamo imparato ad amare e a cui siamo affezionati, brand inclusi.”

    uhm…

    “Insomma: la risposta alla domanda “che sapore ha? È buono?” è una funzione del contesto in cui una pietanza o una bevanda viene gustata, e cambia realmente quello che pensi ti piaccia.”

    ….
    ….
    ….
    mumble mumble..

    Senza che te la prendi, volevo farti una domanda….

    Ma come cazzo è che la carota di mia nonna è na stronzata e la tua pepsi è così figa?

    Sto cervello, ste percezioni delle cose giuste e sbagliate…come funziona esattamente? valgono sono per le Coche cole o…..??

    Cioè, in poche parole, la coerenza è na malattia o na cosa buona?

    Scusa se non scrivo figo come te, ma piu di tanto non riesco.

    Grazie nè

  9. Walter Frontalini commenta:

    Sare Porro@ questa cosa che scrivi lo provata personalmente.
    Da un po di tempo faccio anche il torrefattore, la miscela (di un esperto Bolognese) che produco e’ davvero molto buona.
    E lo dimostra il test alla cieca, che se invece lo facessi con esposti i loghi dei produttori, guarda caso la preferenza passa alla solita firma di 4 lettere.
    E poi non si capisce mai cosa intende il cliente con e’ buono non e buono.
    Ecco perche ora, quando assaggiano il caffe non gli chiediamo quale e’ piu buono, ma di compilare la scheda (tipo quelle della degustazioni) ed i risultati cambiano molto.

  10. Antonio Tomacelli Antonio Tomacelli commenta:

    Domanda da uomo della strada: ma se voglio stabilire il grado di influenza del marketing (o dell’ambiente) non è più corretto far assaggiare la stessa bibita (scegliete voi quale) versata però da due bottiglie diverse (e con le rispettive etichette) per vedere di nascosto l’effetto che fa?

  11. giggi giggi commenta:

    Meglio la CoKe, oltretutto è veramente AMERIKANA.
    Comunque il CHINOTTO non è per niente male.

  12. ca**o, 24 ore senza risposta ca**o, 24 ore senza risposta commenta:

    Eh no, ca**o una risposta la pretendo dai due editor, altrimenti uso anch’io il metodo Locascio e mi mangio gli asterischi :-)

    Rewind: domanda da uomo della strada: ma se voglio stabilire il grado di influenza del marketing (o dell’ambiente) non è più corretto far assaggiare la stessa bibita (scegliete voi quale) versata però da due bottiglie diverse (e con le rispettive etichette) per vedere di nascosto l’effetto che fa?

  13. Antonio Tomacelli Antonio Tomacelli commenta:

    “mettere Coca Cola in entrambe le bottiglie ma sostenere che in una si trova Coca Cola e nell’altra Pepsi” questo sarebbe il giusto protocollo se si vuole misurare la forza del marketing. Quanto poi all’esperimento sui pomodori, sarei curioso di conoscere in base a quali parametri si giudica un pomodoro buono da uno meno buono.

    Visto che Kapakkio ha tirato in ballo le degu vinose metto qui il link ad una scheda tipo, per capire quanti valori vanno valutati.

    http://i218.photobucket.com/albums/cc223/Sabata_photo/scheda_ver04.gif

  14. [...] mangiamo in modo strano (48)Le verdure bio sono più buone? Vedere al capitolo "Pie illusioni" (32)Checchè tu ne dica, la Pepsi è più buona della Coca Cola. Firmato, le tue papille (30)Il rinascimento dei ristoranti di Firenze? Appeso a un filo (28)Perché la mozzarella blu è [...]

  15. Masso Masso commenta:

    L’articolo è molto interessante..ma funziona solo nel contesto americano..luogo dove appunto sono stati condotti i test di marketing.
    In Italia..Coca Cola e Pepsi hanno gusti molto diversi dalle corrispettive americane


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