di | ven 02 dic 2011 ore 8:01
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Gente del Fud 4° episodio: Pasta che scalda, consola, gratifica


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Non so come arrivare alla fine di questo post senza provare malinconia mista a fame incontrollabile. Lo spunto nasce dall’episodio N°4 della web-serie Gente del Fud — un piccolo cult (eddai!) per i prodotti tipici italiani — realizzata insieme al sito omonimo. L’argomento è opulento: i primi piatti della tradizione.

Nel video, la foodblogger Chiara Maci di Sorelle in Pentola, volto noto del programma Cuochi e Fiamme su La7, si confronta con Gaia Pedrolli di La Gaia Celiaca, regina del famoso detto: di necessità, virtù.

Chiara racconta di come i celebri Tortellini di Valeggio, fatti con sfoglia sottilissima tirata a mano e ripieni di carne, siano stati il leitmotiv della sua vita. Gaia invece, in esplorazione costante delle pietanze prive di glutine (è celiaca, appunto), si è appassionata alla densa Polenta Gialla, fatta con la farina di Storo (Tn).

Guardando le due foodblogger evocare ricordi legati alla pasta, ho ripensato ai piatti fondamentali della mia infanzia. Ce ne sono almeno tre:

CAPPELLETTI. Ricordo l’odore degli arrosti. Si spostava dalla cucina raggiungendo ogni angolo della casa 24 ore prima dell’adunanza familiare che ne ufficializzava la “fabbricazione”. Ognuno aveva un ruolo: mio padre, l’autore del ripieno, si occupava della sfoglia, mia madre del brodo e di ritagliare i cerchi con un bicchiere rovesciato e io, che ci crediate o no, era l’addetta alla chiusura. Non farò parola delle controversie familiari su quale parente li facesse meglio.

MILLE INFRANTI o PIZZICHETTI IN BRODO DI CARNE. In Puglia si preparano come buon auspicio per il pranzo di Capodanno, e così, per anni, abbiamo fatto noi. Tanti piccoli pezzi letteralmente pizzicati via dall’impasto, fatto con semolino, uova, pecorino e prezzemolo. Rito semplice, risultato eccezionale.

VINCISGRASSI. Simili alle lasagne ma non ditelo ai marchigiani. La differenza è nel condimento: ragù, besciamella, rigaglie di pollo e se si può, tartufo. Non c’è traccia di pranzi autunnali con i parenti senza vincisgrassi protagonisti.

Raccontate con dovizia di particolari quale pasta della tradizione ha viziato la vostra infanzia, a quale primo piatto, più degli altri, dovete la trasformazione nei gastrofanatici di oggi. Fate rivivere emozioni, infanzia, terre natie, io prendo appunti.

[Crediti | Video: riprese e montaggio: Lorenza Fumelli e Federico Mercuri]

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38 commenti a Gente del Fud 4° episodio: Pasta che scalda, consola, gratifica

  1. avatar esp

    Sui primi piatti i miei ricordi di bambino sono…stavo per dire due, ma in realtà sono di più: dunque, vediamo.

    Le troffie al pesto, piatto del venerdì, giorno di magro.
    La mamma tagliava gli gnocchi di patate e io, con le mie ditine, li trasformavo in troffie arricciandoli con l’ aiuto dei rebbi della forchetta.

    Ovviamente i ravioli,piatto delle grandi occasioni, in cui eravamo impegnati tutti. Papà girava la manovella della macchina impastatrice, mamma riempiva la sfoglia e tagliava i ravioli con la rotella, mio fratello ed io li sistemavamo sulla carta paglia allargata sul tavolo in sala da pranzo e…li contavamo. Quando si arrivava a 500, la produzione si fermava.
    Ogni…poco, noi due ne mettevamo qualcuno sulla piastra rovente della stufa e li mangiavamo con gran gusto.

    Il minestrone che, in settimana, non mancava mai. Un minestrone ricco, denso, dalla lunga cottura a fuoco basso.

    Il risotto del lunedì, in cui si utilizzava il sugo avanzato dalla domenica.

    E…udite udite, ricordo la polenta, che da noi era il piatto ineludibile di quando…nevicava: quindi, praticamente, una volta all’ anno.
    Condita di solito col sugo di funghi secchi che, allora, non mancavano mai nella dispensa.

    • A casa nostra il minestrone era il piatto di fine settimana (ven o sab); la nonna tutta la settimana faceva ogni giorno una minestra diversa (piselli, ceci, lenticchie, fagioli, verza), e da ogni pentolone di minestra toglieva una tazza che poi a fine settimana utilizzava come base per il minestrone; Faceva dei grossissimi pentoloni di minestrone che poi il nonno portava a tutti i figlio; Tutti noi aspettavamo quel minestrone, rigorosamente con gli spaghetti spezzati ed al profumo di basilico….
      PS: Fantastico il ricordo che hai descritto dell’esecuzione dei ravioli!!!!!!!

      • avatar Me Medesimo

        A me è piaciuto soprattutto il ricordo delle troFFie.
        Anzi, credo di cominciare a capire qualcosa. Secondo me quel giorno, deoveva essere dicembre come adesso, è andata così: la mamma lo ha chiamato e gli ha detto: “vieni qua figliuolo che mamma ti spiega come fare le troFFie e poi scriviamo la letterina a Babbo Natale. Lo sai che le troFFie sono il piatto preferito di Babbo Natele?”
        Esp, non te la prendere, sto scherzando eh! Non ce l’ho fatta a resistere ;-)

  2. avatar schatten

    Mi ricordo soprattutto i maccheroni alla genovese, un piatto che allora (sciocchina)! non mi piaceva affatto, gli gnocchi alla romana che adoravo, a Pasqua le lasagne col ragu’ che cuoceva dal giorno prima e le polpettine di carne fritte che venivano regolarmente saccheggiate man mano che finivano sulla carta ad asciugare, poi a Natale i ravioli nella cui preparazione era coinvolta tutta la famiglia, conditi col sugo dell’arrosto utilizzato per il ripieno, insieme a spinaci e parmigiano. Tutte cose preparate in massima parte dalle mani d’oro di mia nonna, alla quale devo tutto.

  3. avatar esp

    i maccheroni alla genovese

    Cun o tocco de carne?

  4. Da piccolina, ma anche adesso, amavo la pasta. Nata da mamma pugliese e papà siciliano, i miei ricordi sono legati alle terre di origine dei miei genitori.. diciamo che sono cresciuta a colpi di orecchiette, riso cozze e patate, anelletti siciliani e paste a forno varie! bella infanzia, eh?! :D
    Bravissime Chiara e Gaia, sono felice di conoscere meglio tante blogger che prima riuscivo soltanto a leggere. Brava Lorenza per questa bellissima idea.

  5. Visto che non ho un blog, ispirato dal tema di Lorenza, faccio un commento in stile post da blogger :-)
    Mio nonno aveva un pastificio a Gragnano, l’Emidio Di Nola, uno dei piu’ importanti, era il principale concorrente di Garofalo (…) da bambino girare nella fabbrica era il mio gioco preferito nel calore e soprattutto nell’odore dei maccheroni. Poi nel il pastificio ha chiuso perche’ mio nonno mori’ e non c’era nessuno che volesse o potesse portarlo avanti, pensa te che paradosso! Infatti il mio sogno da bambino era lavorare in un pastificio e quando per la prima volta, appena assunto, sono sceso in fabbrica in Garofalo devo dire che quel calore e quell’odore mi hanno emozionato.
    Fatto il De Amicis de noartri, vi dico che il mio primo piatto culto e’ stata la pasta al ragu’ che si cucinava a casa dei miei amichetti di strada, con cui giocavo a pallone. Visto che nella mia benestante famiglia gia’ c’era la cultura di evitare che i bambini diventassero sovrappeso, sedersi a mangiare quei 150 grammi di pasta al sugo e pure con il pane, inimmaginabili a casa mia, era per me una goduria insuperabile.
    p.s. ma ci stiamo rendendo conto quanto sono bravi i food blogger italiani???

  6. gli spaghetti fritti in padella il giorno dopo , che vvvvee lo dico aa fffaaaa , scusate l’irruzione di un ex povero in questo consesso .E poi , da bravo italiano , i cappelletti di mamma , si,si, quelli che le nostre mamme ci facevano anche mettendo la ruffianissima panna , e pure il parmigiano ; insoomma quella cosa lì della contrada del paese di bellinzone

  7. Chi può dimenticare quel profumo di ragù che cominciava a sentirsi in giro per casa la domenica mattina presto; tutto cominciava con il rumore del barattolo di pomodoro che con un clop la nonna apriva e versava nel pentolone del sugo. Si sentiva il rumore del pomodoro che scendeva, a tratti ostacolato dall’aria e dalle foglie di basilico che galleggiavano nella bottiglia. Già quel profumo bastava a riempire le mie narici, ma quello era solo l’inizio; quel profumo di pomodoro fresco in un paio di ore di cottura si trasformava in un profumo di ragù…denso e cremoso, che lentamente “poppoliava” (sobolliva) sui fornelli; e “la morte di quel ragù” come diceva la nonna, erano i fusilli lunghi con la ricotta!!!Faceva in una grossa scodella di ceramica una crema di ricotta di pecora e sugo, in cui colava i fusilli appena cotti, li mantecava fuori dal fuoco con il parmigiano e poi li impiattava e portava in tavola, non prima di aver riempito ogni singolo piatto con un bel mestolo di ragù; ancora parmigiano e una fogliolina di basilico fresco e tutti a tavola ad aspettare che lei si sedesse per poter cominciare a mangiare;
    Non ho più assaggiato un ragù come quello, anzi posso dire che niente di quello che cucinava Lei ha lo stesso sapore…
    e come i fusilli con la ricotta era incredibile anche “la genovese” rigorosamente con gli ziti tagliati a mano, o “le trenette con pesto e patate” col pesto fatto da lei con la mezzaluna, o ancora “il minestrone con gli spaghetti spezzati e il pesto”…insomma…la mia infanzia è troppo piena di ricordi “gastronomici” per cui è meglio che mi fermi qui…anche perchè mi sta già venendo un nodo in gola nel ricordare…

    • avatar esp

      Già, non se ne parla ma, prima dell’ avvento del frullatore, e anche dopo, l’ utensile preferito per fare il pesto era proprio la mezzaluna.
      In ogni casa c’erano degli spessi taglieri in legno in cui l’ attrezzo aveva scavato così a fondo che gli ingredienti vi si “accomodavano” sentra strabordare.

  8. Essendo russa, non avevamo all’epoca il culto della pasta diffusosi adesso. I nostri primi piatti sono zuppe, tante, tantissime, di carne, pesce o verdura, con la pastina o il riso ecc. Il primo che mi piaceva di più, era il brodo di gallina con gli spaghetti lunghissimi ( mi divertivo tanto a succhiarli!), ma anche la zuppa di cavolo cappuccio e pollo. E pensate che da noi c’era pure la zuppa dolce: i vermicelli spezzettati cotti nel latte con lo zucchero!

  9. avatar esp

    SE tu fossi italiana, ed io avessi con te un pò di confidenza…avrei da fare un commentino un po’ piccantino.
    Non realizzandosi, però, queste due condizioni…mi astengo. :)

  10. Io nomino a parimerito, da buon romanaccio con radici alto-laziali, le fettuccine fatte in casa e i pici.
    Fettuccine. In pratica sinonimo di domenica mattina. Ancora oggi mi sveglio la mattina cercando di sentire il rumore del mattarello che lavora la sfoglia che, inevitabilmente mi svegliava.
    E poi i pici (che in alto Lazio diventano bichi, anzi nella Tuscia diventano “le biche”)). E quelli sono sinonimo di estate, di tardo agosto, con un semplice sughetto di tonno e alici.

    Eh le merendine di quand’ero piccolo..non torneranno piu’. I pomeriggi di maggio..non torneranno piu’ [cit.]

  11. avatar Nicola

    Si poi parlare di queste cose verso la mezza, è surreale. Le lasagne. Sarà banale ma non c’è stata domenica senza le lasagne. La domenica era il giorno in cui non si andava a scuola, il più felice della settimana. Per questo ricordo questo, come il primo più buono del mondo. Suggestione?

  12. avatar Piero

    faccio anche io un pò di marchette: quando c’è un certo vento e una certa umidità , per il pastificio c’è quell’odore di pasta appena uscita dalle trafile che mi mette proprio di buon umore.
    come si fa a scegliere un piatto: la pastina con la salsa quando ero piccolo, la pasta al forno con le polettine e le melanzane e la provola della mia tata nella mia adolescenza (che continua), lo spaghetto al pomodorino fresco di muglierm’adesso….

  13. La pasta sono io…Non é che sia matta e mi senta il Re Sole ma essendo italiana all’estero io non posso far altro che cucinare pasta e fare proselitismo sul concetto di “al dente”, che non é crudo e neppure stracotto, le due versioni piú gettonate da queste parti.
    Per pasta intende i maccheroni, le penne, la spasta di grano duro insomma. E’quella che si aspettano da me con mille sughi diversi.
    Se non faccio la pasta c´é una leggera delusione…
    Per me la pasta é un’emozione, l’infanzia, il cibo del conforto. Sono i tortellini della mia nonna materna e i vincisgrassi di quella paterna….
    Ma adesso sono celiaca come la Gaia…..uah uah…

  14. Mah … io sulla pasta non sono molto ferrato … però ricordo con piacere l’odere del ragù la domenica mattina. Ci pensavano i nonni a svegliarsi all’alba; che Dio li abbia in gloria.

  15. Oh Fumelli ci hai dato un tema=?
    Signora Maestra ho lasciato a casa il quaderno! ;) dopo lo recupero eh? comunque con la pasta fatta in casa io ci sono cresciuta. a matterellate! ho scoperto gli spaghetti solo dopo sposata, pensa te. poi te la scrivo con dovizia di particolari!

  16. avatar martina

    Al contrario di tutti gli altri bambini, almeno di tanti altri, a me confortava e stuzzicava il profumo del brodo di gallina, della quale a me toccavano zampe ali e durello(il ventriglio), e quel grappolino di tuorli di uova “non nate”. Poi mi ingolosiva sempre l’afrore di arrosto di coniglio o di maiale che rosolava sulla cucina economica a cerchi già dalle otto del mattino, e a mezzogiorno era pronto. Poi impazzivo per la polenta: bianca soda e sapida, dopo che veniva ribaltata sull’enorme tagliere tondo , io e i miei cugini staccavamo le “croste” bruciacchiate sul fondo e le rosicchiavamo come patatine pai.

  17. avatar esp

    Le zampe…che buone…prima di cuocerle però giocavamo a farle aprire e chiudere tirando il tendine

  18. bellissime ragazze ^_^
    io ricordo un bel piatto tipico dele mie zone…”sagne e faciori” :D
    solo per veri intenditori!

  19. grandi ragazze!! Gaia…a te un abbraccio celiaco!

  20. il mio piatto preferito in realtà sono i big-mac, ma mica lo potevo dire a voce alta ;-)

  21. “…per il palermitano la pasta non è un cibo qualsiasi, e stabilisce un’importante linea di confine tra chi vive per mangiare o chi mangia per vivere. Ovvero tra i palermitani e il resto del mondo…”
    da “Cose Nostre – Homo Panormitanus”, di Daniele Billitteri

    Il primo primo piatto dell’infanzia per una palermitana come me è il timballo di anelletti, altrimenti detto “pasta col forno”, quello che rispetta tutti i canoni della tradizione, più o meno variamente arricchito a seconda dei gusti e delle disponibilità economiche della “famigghia”. Le origini del timballo palermitano risalgono alla dominazione araba del IX secolo per poi diffondersi, in forme diverse, nel resto dell’isola. Nel seicento, a continuare la tradizione furono i Monsù, gli chef francesi ospiti delle aristocratiche case siciliane di gattopardiana memoria, che avevano il compito di preparare, tra le altre pietanze, dei sontuosi e scenografici timballi. Nell’era moderna, il take away assume un’importanza fondamentale: il timballo diventa cibo pret à manger, accompagna le famiglie in gita al mare ed è pronto da consumare sul posto come fosse un cheeseburgher. Gli ingredienti base, oltre al ricercatissimo formato di pasta denominato “anelletti”, sono il ragù fatto con metà carne di vitello e metà di maiale e, di volta in volta, piselli, caciocavallo, cubetti di prosciutto o salame, uova sode, melanzane, primosale ecc. Io ho una mia personalissima versione light porzionata che, naturalmente, non vi svelerò neanche sotto tortura…

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