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Piccola guida per districarsi nella giungla di inganni e ambiguità delle etichette alimentari

Voglio essere il presidente di Quelli che Sanno Cosa Mangiano. Infatti, dopo aver letto l’ultimo numero della rivista Focus, ho subito scritto il mio discorso di accettazione. Nel quale vi chiedo se al supermercato comprate l’olio extravergine di prima spremitura e se ne avete mai visto uno di seconda (disclaimer: non esiste). E se sapete da dove viene la bresaola della Valtellina (disclaimer: dal Brasile). Un discorso dove spiattello cosa significano le misteriose scritte presenti nelle cose che mangiamo. Specie marchi e diciture che sembrano messe lì a bella posta per confonderci le idee. Dateci un’occhiata e ditemi: sapevate tutto?

Non cosa contengono ma cosa NON contengono. In Italia, non si possono vantare meriti salutistici se non sono provati da studi scientifici. Capità così che alcune aziende suggeriscano dubbi effetti benefici scrivendo ciò che i loro prodotti NON contengono. Come se l’assenza di grassi idrogenati, per fare un esempio, significasse da sola che il prodotto fa bene alla salute.

ALIMENTARI. Dop, Igt, Stg.

Denominazione d’Origine Protetta. Coltivazione/allevamento e lavorazione di un prodotto devono avvenire nello spazio geografico in cui il prodotto ha avuto origine. Come dire che i maiali usati per fare il prosciutto di Parma devono essere nati, allevati, macellati e lavorati nella zona di produzione e secondo le regole di uno speciale disciplinare. L’Italia vanta 133 prodotti in questa categoria.

Indicazione d’Origine Protetta. Questo marchio inganna, perché alla faccia della parola “geografica”, certifica che la “produzione, trasformazione o elaborazione di un prodotto” è avvenuta in un’area determinata. Per esempio, sentiamo bresaola della Valtellina Igp e pensiamo alle mucche che pascolano sui prati alpini. Ma, come consentito dalla legge, la bresaola è fatta con bovini sudamericani incrociati con lo zebù. L’Italia ha 78 prodotti Igp.

Specialità Tradizionale Garantita. Questo marchio di territoriale ha ben poco. Viene applicato a prodotti che non dipendono dall’origine geografica ma dalla “composizione tradizionale”. In Italia il marchio Sgt può andare sulla mozzarella e da qualche mese sulla pizza napoletana. Che può anche essere fatta a Shangai.

VINO. Doc, Docg e Igt, da Uve Biologiche.

Denominazione d’Origine Garantita e Controllata. Prevede il disciplinare più rigoroso: zona di produzione, distanza tra le viti, massimale di produzione, analisi in laboratorio, assaggi “alla cieca” per la valutazione dell’odore, del sapore e del colore, vendita consentita solo in bottiglie etichettate da una fascetta del ministero con numero di serie. In Italia abbiamo 48 vini con la denominazione di massima categoria.

Denominazione di Origine Controllata. Gli stessi obblighi regolano anche i vini Doc, che però non hanno né l’obbligo di vendita in bottiglia né la tracciabilità della fascetta.

Indicazione Geografica Tipica. Fa sempre riferimento a una zona e a un disciplinare di controllo del vino che non ha tuttavia l’obbligo di essere valutato attraverso l’assaggio. Di solito, sono Igt i vini meno costosi e con produzione più ampia. In Italia, tutto il vino che non rientra in queste 3 classificazioni è definito vino da tavola.

Da uve biologiche. Anche il marchio “quasi bio” può ingannare. Si applica ai vini ottenuti da uve coltivate con metodo biologico. Ma il fatto di aver usato nel lavoro di cantina sostanze chimiche proibite impedisce la denominazione “vino biologico”.

OLIO. Extra Vergine di Oliva e di Oliva.

Extra Vergine di Oliva. A differenziare i due tipi d’olio è in sostanza il sistema di raccolta. L’Extra Vergine si ottiene dalla spremitura di olive prelevate dall’albero (anche attraverso lo scuotimento delle piante e la raccolta in reti).

Olio di Oliva. E’ ottenuto dalla spremitura di olive raccolte a terra. Che, a causa dell’ossidazione provocata dal tempo di permanenza sul terreno danno l’olio lampante (così chiamato perché un tempo destinato all’illuminazione), non adatto al consumo umano. Anche se, corretto chimicamente per abbassarne l’acidità fino all’1% al massimo, l’olio lampante può di nuovo essere venduto.

LATTE. Intero, Parzialmente scremato, Scremato, Fresco, Uht, Microfiltrato,

Latte Intero. La distinzione tra latte Intero, Parzialmente Scremato e Scremato dipende dalla percentuale di materia grassa presente. Nel latte Intero deve essere almeno del 3,5%.

Latte Parzialmente Scremato. Nel latte Parzialmente Scremato la percentuale di materia grassa dev’essere tra l’1,5 e l’1,8%.

Latte Scremato. Nel latte Scremato il grasso deve essere inferiore alla 0,5%.

Ciascuno di questi tipi di latte può essere Fresco, UHT o Microfiltrato.

Il latte Fresco è latte pastorizzato, cioè sottoposto a un solo trattamento termico (tra i 75 e gli 85°C per 10-15 secondi). E’ il solo latte ad avere una scadenza stabilita per legge, non oltre i 6 giorrni seguenti al trattamento che deve avvenire entro 24 ore dalla mungitura. E’ soprattutto l’unico che deve avere sulla confezione la provenienza (italiano, francese…). Va trasportato e conservato tra 0 e 4 °C.

Il latte UHT (Ultra High Temperature, Temperatura Ultra Alta) riscaldato a 135°C per 2 secondi, è il latte “a lunga conservazione”. Quanto lunga non lo stabilisce la legge ma il produttore, di norma intorno ai 3 mesi. Si conserva a temperatura ambiente. E’ il più consumato dagli italiani nonostante l’indicazione della provenienza non sia obbligatoria per legge.

Il latte Microfiltrato prima di essere pastorizzato viene separato dal grasso e dalla panna e filtrato con un setaccio dalle maglie 25 volte più sottili di un capello. Poi si ricombina con la panna che avrebbe ostruito i pori e viene venduto con una scadenza di tre mesi. Si trasporta e si conserva mantenendo la catena del freddo ed è vietato chiamarlo “fresco”.

Il latte Crudo è venduto nei distributori automatici spesso gestiti dagli stessi produttori. Viene solo raffreddato a 4°C e, a differenza degli altri non è omogeneizzato, cioè non viene rimescolato dopo la mungitura in modo da provocare la riduzione delle molecole di grasso. ecco perché forma quel tappo cremoso nel tappo della bottiglia. Nei distributori deve esserci un cartello che rende noto l’obbligo di bollitura del latte. Ma non dice come va bollito. Meglio non spegnere il gas quando il latte monta, ma mescolarlo per 2 minuti.

Il codice di tracciabilità è così incomprensibile che ci facciamo caso raramente, anche se a volte riserva delle sorprese. Per esempio, guardandolo attentamente possiamo scoprire che il cosiddetto latte “di marca” (Mila) e quello “del supermercato” (Esselunga) a volte sono simili. O meglio: uguali.



BIO. Biologico, da Coltivazione Biologica

Biologico. Un alimento è definito bio se è stato ottenuto da una coltivazione che include l’uso di prodotti chimici approvati dalla legge, se non è stato mescolato con alimenti non bio, e se è libero da Ogm. Sedici società autorizzate dal ministero delle Politiche Agricole e pagate dai produttori certificano le aziende che lo richiedono. I certificatori controllano il rispetto dei regolamenti e la situazione “ambientale” dell’azienda prima della messa in commercio dei prodotti. Facciamo un esempio, se si coltiva un campo di patate bio accanto a uno non bio, il certificatore può imporre limiti di distanza per i prodotti che col marchio biologico. O possono negare la certificazione. Dal 1° luglio 2010 si può usare un nuovo logo europeo che sostituisce il vecchio marchio.

Da Coltivazione biologica. Significa che non tutto il prodotto, ma soltanto le materie prime, sono state ottenute con criteri bio. E’ il caso del vino: anche se le uve sono state coltivate con metodo biologico certificato, in cantina possono essere state aggiunte sostanze non bio . Non esiste quindi il “vino biologico”.

FARINA. 00, 0, 1, 2, integrale

La classificazione delle farine attraverso questi numeri dipende dal livello di abburrattamento. Abbuttarrare significa setacciare. Se questo valore è basso la farina sarà 00, la più bianca e la più pura. Progressivamente si passa alla 0, alla 1, alla 2, e alla farina integrale.

CARNE. La carta d’identità

Per i bovini italiani l’etichetta non deve limitarsi a indicare la provenienza, va specificato dove è avvenuta ogni fase della lavorazione fino alla vendita.

Ma altri animali sono discriminati, polli e bovini devono avere la “carta d’identità”, i maiali invece no.

Chissà poi per quale motivo.

[Fonte: Focus, immagini: Focus e Google Image]

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45 commenti a Piccola guida per districarsi nella giungla di inganni e ambiguità delle etichette alimentari

  1. Un post che la gente dovrebbe mandarsi a memoria o portarsi appresso quando va a fare la spesa.

    Elenca minuziosamente in quali e quanti modi ci prendono per i fondelli e noi stiamo lì, peggio delle trote, ad abboccare a cose come IGT o SGT che non ci garantiscono nulla, se non la casta di provenienza.

    Serietà, ci vuole, ma anche consapevolezza da parte nostra. Lasciamogli scadere sul bancone le finte cose low cost ma che hanno un marchio di qualsiasi genere, siamo noi che compriamo, non loro che ci vendono.

  2. Ottimo post !

    La TRACCIABILITA’ attuale e’ assolutamente ridicola se non spesso inesistente

    Penso che il Consumatore abbia tutto il diritto di sapere da dove provengono le materie prime usate per i prodotti alimentari , come se sono presenti ingredienti ogm, bt o meno

    Poi sta a lui decidere cosa acquistare , ma le informazioni ci devono stare in etichetta …

    Quella da uve biologiche non la sapevo , il ‘quasi bio’ assomiglia molto a quella pletora di termini largamente abusati per dare un immagine ‘naturale’ etc etc

    • Bravo! Proprio la questione dell’immagine naturale è da tenere presente! Trovo che il massimo, da questo punto di vista, sia il Mulino Bianco e gran parte della pubblicità Barilla, che tutto può essere tranne che “bio” comunque lo si voglia intendere… basta solo guardare i loro ultimi spot sull’integrale, per non parlare dell’argomento sicurezza con i bambini che scorrazzano in cucina con i cappelli da chef di carta in testa all’altezza del fuoco dei fornelli…

  3. “E se sapete da dove viene la bresaola della Valtellina (disclaimer: dal Brasile)”.

    La Bresaola della Valtellina IGP viene dalla Valtellina, la carne con cui viene prodotta (al 99%) viene dal Brasile. Non è proprio la stessa cosa.

    P.S: nell’articolo, sotto, è stato specificato. Ma nelle prime righe la forzatura porta palesemente a credere che la bresaola venga prodotta in Brasile.

    Comunque il tema è interessante. Da anti-europeista convinto penso che la colpa di questa situazione confusa sia gran parte della CE che ha avvallato l’utilizzo di marchi assurdi (come l’IGP e l’STG).

    A livello locale, poi, anche le DOP vengono utilizzate spesso in modo assurdo. Il caso del formaggio Bitto è esemplificativo, per chi volesse approfondire questo è il link: http://thebigfood.wordpress.com/2009/11/26/la-guerra-del-bitto/

    • Oddio, se la bresaola valtellinese che parla brasiliano tuttosommato… sarebbe valtellinese…, non ci dobbiamo meravigliare delle passate di pomodoro verace che parlano cinese o dell’olioextravergine italo-turco (da parte di fava)

      • Cosa vuol dire che “parla brasiliano”?

        Io ho semplicemente detto che la carne è sì brasiliana ma viene lavorata in Valtellina. Non facciamo passare l’idea che sia un prodotto brasiliano perchè non lo è. Non facciamo passare l’idea che sia qualcosa di simile al pecorino rumeno o alla passata di pommidori cinesi perchè sarebbe una grave mistificazione.

        Del fatto che la situazione sia comunque assurda, da valtellinese, ne sono consapevole pur io. D’altronde pochi conoscono il mio territorio e pochi sanno che bestiame per produrre bresaola in Valtellina non ne esiste. Che facciamo, diciamo stop per sempre alla bresaola?

        P.S: perchè per parlare (male) di IGP si utilizza sempre l’esempio (negativo) della bresaola e non quello dello Speck altoatesino prodotto con carne “europea”?

        • Boh.
          Buono a sapersi che la bresaola IGP si fa così.
          Ma non vedo la differenza sostanziale rispetto a un pomodoro marocchino o cinese lavorato sotto il Vesuvio.
          Ugualmente possimo avere la “boatta di pummarola” napoletana IGP ???
          L’EVO delle colline toscane è tale anche se le olive provengono dalla Grecia e l’olio viene prodotto secondo le migliori tradizioni locali ??
          Boh

          • l’EVO delle colline toscane NON esiste. Le denominazioni protette sono Toscano (o di Toscana)IGP, Chianti Classico DOP, Terre di Siena DOP, Lucca DOP, Colline Fiorentine DOP. Solo queste dnominazioni danno piena garanzia dell’origine. Al di fuori di queste tutto il resto è invenzione di addetti al marketing che giocano sul Tuscan sounding per trarre in inganno il consumatore. Va ripetuto fino allo sfinimento. Il consumatore che vuole un olio garantito prodotto nel senese DEVE ceracre solo l’olio con il marchio a DOP Terre di Siena e il bollino del Consorzio di Tutela (e così vale per le altre denominazioni).

          • @thebigfood.
            Non è detto che sia sempre così. Dipende dal disciplinare. Per esempio l’olio a IGP Toscana DEVE essere prodotto con olive provenienti da oliveti siti all’interno dei confini ammin istrativi della Regione Toscana.

  4. non c’e’ scelta per il consumatore, se non quello di non comprare, ma tante volte non e’ possibile farlo. Dopo che ho saputo che un determinato prodotto (l’unico magari sullo scaffale) proviene da argentina piuttosto che cile, cosa mi cambia? non lo prendo? esco e mi faccio altri 10km di traffico per trovare un altro prodotto che invece che argentina c’e’ scritto ungheria o cina? Io credo che il problema non sia sullo scrivere l’etichetta di tracciabilita’, qui il problema e’ che i venditori/importatori stanno rovinando il mercato, la gente difficilemnte puo’ scegliere davvero e poi fanno statistiche falsate basate su quanto un singolo prodotto viene “recepito” dal mercato, ma se non ci sono scelte e’ chiaro che continuero’ a prendere il prodotto che vogliono loro, e il sapere la tracciabilita’ a poco mi serve, non sono queste le tutele.

    • mah. dipende dai prodotti e da caso a caso.
      per alcune produzioni probabilmente la rintracciabilità è poco interessante, quasi fine a se stessa.
      per un pomodoro fresco, sapere se viene dall’olanda o dalla sicilia fa parecchio differenza, invece.
      ;-)

      • Infatti. Però sapere che la carne è argentina o irlandese piuttosto che polacca, rende il consumatore consapevole di cosa mangia e di quanto lo sta pagando (poco o troppo, in rapporto all’origine). Idem sul pomodoro olandese (coltivato in serra) ovvero siculo/campano (magari coltivato su discarica)

  5. la differenza fra EVO e olio di oliva non è quella indicata: l’EVO è olio estratto meccanicamente dalle olive, per ottenere l’altro si utilizzano invece i solventi e poi lo si corregge con dell’EVO.
    la modalità di raccolta delle olive è indifferente, anche se è vero che la raccolta da terra abbassa enormemente (rectius: annulla) la qualità dell’olio.

    • Brava Serena e grazie per la precisazione che rivela con quanta macroscopica approssimazione sia stato redatto questo post.. e per fortuna che le altre son state appena sfiorate o addirittura ignorate. Bernardi, mah…?! E si che hai una super-dotta-docente che ti vive vicino ed a cui potresti chieder ogni genere di lumi senza tema di fallo alcuno.

  6. Very very interesting !

    Sempre relativo ad etichette e dichiarazioni:
    ieri sera casualmente guardavo su Canale 5 il programma del milionario con Gerry Scotti e, a parte il fatto che i testi sembra siano scritti da Minzolini e Padre Pio, ho notato in una televendita che il pingue conduttore reclamizzava esageratamente una pasta all’uovo (il brand non me lo ricordo) in vendita nella G.D.O. dicendo che era fatta esclusivamente con uova fresche: sarà vero ? ;-)

  7. Be’, non è che la differenza tra olio extravergine d’oliva e olio d’oliva, non vergine d’oliva ma d’oliva, sia unicamente nella raccolta. Inoltre, se non erro, il latte fresco pastorizzato deve subire un trattamento termico entro le 48h, altra storia il latte di alta qualità…

  8. bè..a scanso di smentite vorrei obiettare che l’olio evo non è contraddistinto dal tipo di raccolta, ma dall’acidità finale che deve essere inferiore all’1%,lasciando quindi spazio a tutte le aziende che non posseggono un olivo ma ciononostante producono ettolitri di olio evo su scala nazionale (disacidificato chimicamente, naturalmente). per quel che riguarda invece i salumi(bresaola o prosciutto di parma per intenderci) da una parte il disciplinare riconosce l’utilizzo di carni di provenienza estera come il brasile o l’olanda,dall’altro prevede la lavorazione in regione con metodologie “peculiari”.per il vino invece,basta ricadere territorialmente in un comune doc o docg per avere il bollino rilasciato dalla camenra di commercio territoriale che non effetua alcun controllo(è una camera di commercio mica una asl).sia per un prodotto che per un’altro credo sia fondamentale conoscere ed informarsi prima ancora di leggere un’etichetta;internet non è la fonte di tutte le verità ma, sapendo discriminare,può essere un inizio.

    • scusa ma per il parma non è vero ti allego estratto copia disciplinare(si veda art.3) . Nei prodotti DOP il ciclo è “chiuso”, se si vuole parlare di certe cose si deve aver un minimo di attenzione.
      ciao

      REGOLAMENTO DI ESECUZIONE DELLA LEGGE 13 FEBBRAIO 1990, N. 26, SULLA TUTELA DELLA DENOMINAZIONE DI ORIGINE DEL “PROSCIUTTO DI PARMA”

      Decreto 15 febbraio 1993, n. 253 – GURI n. 173 del 26/7/1993

      Art. 1

      Nel presente regolamento:

      a) per “legge”, si intende la legge 13 febbraio 1990, n. 26;

      b) per “organismo abilitato” si intende il consorzio volontario di produttori ubicati nella zona delimitata ai sensi dell’art. 2, comma 1, della legge, di cui i Ministeri dell’industria, del commercio e dell’artigianato, dell’agricoltura e delle foreste e della sanità, possono avvalersi per lo svolgimento della vigilanza e dei controlli per l’applicazione delle disposizioni contenute nella legge e nel presente regolamento;

      c) per “produzione tutelata” si intende il prosciutto di Parma recante il contrassegno di cui all’art. 1 della legge; per “circuito della produzione tutelata” si intende tutto il sistema produttivo regolato dalla legge e dal presente regolamento:

      d) per “prescrizioni produttive” si intendono le disposizioni emanate dall’organismo abilitato ai sensi dell’art. 4, comma 1 della legge; per “direttive”‘ si intendono tutte le disposizioni applicative emanate dall’organismo abilitato e notificate ai Ministeri (di cui alla lettera b),

      e) per “produttore di prosciutto di Parma”, ai fini dell’art. 23 comma 1, lettera g), della legge, si intende il produttore che abbia destinato alla produzione di origine tutelata una quantità di cosce suine fresche espressa in chilogrammi pari almeno al 75% (settantacinque per cento), su base annua, della produzione complessiva di prosciutto crudo effettuata presso i propri stabilimenti ubicati nella zona di cui all’art. 2, comma 1, della legge:

      f) per “refrigerazione” si intende che le cosce suine devono essere conservate nelle fasi di deposito e trasporto ad una temperatura interna tra –1°C e + 4°C:

      g) per “prosciuttificio” si intende lo stabilimento di produzione riconosciuto nelle forme previste dall’art. 12.

      Art. 2
      Prescrizioni produttive

      1 . L’organismo abilitato, entro trenta giorni dalla data di pubblicazione del presente decreto, propone al Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato lo schema delle prescrizioni produttive.

      2. Lo schema propositivo delle prescrizioni produttive viene predisposto sentita la commissione di cui all’art. 31, comma 7, e previa consultazione delle organizzazioni professionali agricole più rappresentative sul piano nazionale.

      Art. 3
      Origine delle cosce suine

      I. Le cosce suine fresche devono essere ottenute da suini che abbiano i requisiti previsti dalle prescrizioni produttive e siano nati, allevati e macellati in una delle seguenti regioni: Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia, Piemonte, Molise, Umbria, Toscana, Marche, Abruzzo e Lazio.

      PS sulla Besaola IGP per me ha ragione TheBigFood, inutile giarci intorno se vogliamo la bresaola disponibile per tutti dobbimo serenamnete prendere atto che in valtellina NON CI SONO I CAPI SUFFICIENTI. Idem per il lardo di Colonnata, NON CI SONO MAIALI A COLONNATA, si usano le carni delle razze previste dal disciplinare di produzione reperite in val padana. Idem per il Prosciutto Toscano DOP, le cui carni sono di maiali nati e allavtio in italia nelle regioni previste ma non solo in toscana, perchè altrimneti si farebbero 10 prosciutti…

  9. Sono piuttosto fortunata, non dovrò stamparmi il post e tenermelo nel portafoglio perchè scienze gastronomiche fornisce (e ci mancherebbe altro!) una cultura intera (e molti esami considerando tutti i dovuti approfondimenti) su questo argomento:-)
    Giorno dopo giorno penso sempre di più che sia veramente una facoltà seria e utile perchè cosa c’è di più serio di imparare a conoscere quello che mangiamo?
    ps: kikko ha proprio ragione è l’acidità il parametro principale per catalogare un olio EVO..
    Complimenti per il post dovrebbe essere appeso in tutte le cucine degli italiani (comprese in quelle in miniature di Vespa)

  10. Un’altra cosa: nelle etichette, gli ingredienti sono indicati in ordine decrescente; quello indicato per primo è presente nella percentuale maggiore. Se comprate una crema al cioccolato, ad esempio, e il cioccolato è indicato come quarto o quinto componente, di cioccolato non ce ne sarà un granchè. Se fra gli ingredienti usati ce ne sono di pregiati, il produttore lo segnala. Nel pacco di tagliatelle potete trovare scritto semplicemente “uova”, e questo significa di solito polvere d’uovo, o bidoni di uova qualunque mescolate e pastorizzate. Ma se il produttore scrive “uova fresche bioligiche cat.0″, probabilmente si tratta di un prodotto di qualità.

  11. …a giudicare dalle precisazioni che sono dovute intervenire per carità di patria su diversi e non secondari dettagli (memorabile la storia delle “olive a terra”-”olive per aria”), ho la sensazione che sia opportuno un periodo di riflessione per molti. Ne va del futuro di questo blog che pure qualcosa di buono stava esprimendo.

    In occasione di un un periodo memorabile per la nostra nazione, colgo l’occasione per esprimere i miei migliori auguri per un pronto riscatto sotto il punto di vista emotivo, ma soprattutto dal punto di vista culturale.

    Un augurio che nel suo piccolo potrà contribuire alla RINASCITA, che noi ottimisti diamo praticamente per certa… (sigh)

    • Condivido. Ma sarebbe sufficiente che quando si trattano materie specifiche ci si rivolgesse a tecnici che pure non mancano in codesta stessa redazione. Ricordo ancora con nostalgia la precisione con cui Cristina Barbagli trattava certe materie sul Gambero Rosso e nella trasmissione “Mi manda Lubrano”.

    • che strano, un commento altezzoso da parte di bacillus, non si era mai visto :-)
      ma invece che fare ogni volta la pantomina-paternale e vantarti delle tue infinite conoscenze, non faresti prima a scrivere chiaramente cosa è sbagliato e perchè?
      la validità di un blog sta soprattutto nei commenti, quindi sarebbe più opportuno partecipare e integrare la discussione, se si hanno le nozioni per farlo e se si è interessati veramente a un miglioramento del blog, invece di bullarsi e polemizzare per nulla.

  12. Massimo, perdona la domanda, ma sono curioso di natura. Il latte UHT come fa a essere riscaldato a 135° per 2 secondi? Nel senso, mi immagino delle vasche più o meno piccole riscaldate, ma -- cavolo -- 2 secondi sono pochissimi per “tenere” 135 gradi costanti (più o meno) e la vasca avrà i suoi minimi e massimi termici, ovviamente.
    Oppure passa da una “condotta” portata a 135°?
    Ne sai qualcosa, per caso?
    Mera curiosità.
    Grazie.

    • Per quanto mi risulta il processo prevede il passaggio del latte “versato” su una lamina metallica riscaldata per qualche secondo che determina il raggiungimento all’istante delle giuste temperature per il tempo previsto senza degradare il latte

      • …’speta, diciamo bene. Si usano i cosiddetti “scambiatori di calore a piastre”. Fai conto di vedere dei “pacchi” di piastre (di solito sono rettangolari) in acciaio inox dello spessore di (diciamo) 1 mm. Le piastre sono distanziate tra di loro di (diciamo) 1-2 mm da un qualcosa (una guarnizione) che scorre sul bordo. Si formano quindi delle camere tra una piastra e l’altra. Ora, per ogni “camera” si fa scorrere acqua calda e latte alternativamente in controcorrente: una camera latte, una acqua (ovviamente ci sono opportuni collettori).
        La trasmissione del calore al latte è molto efficace: c’è uno shock termico che “ammazza” tutti i microrganismi e quindi all’uscita del dispositivo il prodotto è praticamente sterile (UHT -- Ultra High Temperature, per distinguerla dalla pastorizzazione che avviene a T° più basse). Subito dopo l’uscita il latte viene immediatamente raffreddato (altrimenti si cuoce).
        Morale. L’azione è efficace dal punto di vista microbiologico, ma in effetti numerose molecole vengono coinvolte nel processo, per cui ci sono evidenti ed inevitabili ripercussioni sulle proprietà organolettiche e nutrizionali.
        Niente di “vergognoso”, comunque. ;-)

    • Ci sono più modi da cosa ricordo per attuare questo trattamento.

      Sotto è ben spiegato come avviene, posso aggiungere che il processo è una relazione tra tempo e calore quindi i valori possono cambiare sensibilmente.

      :-)

      Se la tengano pure st’acquetta da quattro soldi :-)
      Amesso che il Ciclo sia preciso e curato (dalla Stalla alla nostra tazza) non c’è nessun bisogno di distruggere tutte le caratteristiche peculiari del Latte… ma poco centra con l’UHT che invece mira alla longevità del prodotto.

      … con la storia di questi distributori del Latte sono usciti diversi problemi alimentati dai vari produttori del mercato ovviamente in crisi.

  13. Il bello dell’Internez, in 24 ore siam passati dal post che bisogna stampare, mettere nel portafoglio e controllare quando si fa la spesa, al post redatto con macroscopica approssimazione.

    E nella foga di dire “io ce l’ho più lungo, io ce l’ho più lungo” pochi han notato la citazione della rivista Focus, cui appartengono i contenuti, a mio modo di vedere interessanti.

    Bacillus, quando vuoi sei perfino prezioso, dài, smetti di fare il troll.

  14. Penso che il discorso non sia molto da basare sulla rintracciabilità dei prodotti ma più sulla valorizzazione del prodotto e prima ancora del Territorio d’Origine.

    Non vedo molto cosa interessi al consumatore piuttosto che al produttore avere delle etichette per la rintracciabilità… ANZI… sicuramente il produttore punterà ad avere un certo tipo d’etichetta… la stessa etichetta che garantisce la piena espressione del Territorio d’Origine al consumatore quando finisce sulla Tavola.

    Cosa che noi Italiani dobbiamo imparare a fare o per lo meno a valorizzare… non che mandiamo sugli scaffali della grossa distribuzione trilioni di prodotti che poi nessuno nel mondo apprezza e capisce.

    IMHO non sappiamo noi cosa mangiamo che abbiamo la presunzione d’essere i migliori figurati i “poveretti” in giro per il Mondo se sanno la differenza tra i diversi tipi di formaggi Piemontesi… per esempio!

  15. All’inizio volevamo solamente trovare una casa per godere serenamente gli anni della nostra vecchiaia. E la casa l’abbiamo trovata in campagna nelle splendide terre di “Marchia” nel comune di Lapedona. E abbiamo trovato la terra e su questa terra abbiamo trovati gli ulivi: Un amore a prima vista.

    Il nostro olio non è DOP, ne IGP, ne BIO, ne accidenti a loro. Abbiamo cominciato con gli amici, poi con gli amici-clienti, a seguire i clienti-amici. Il podere è aperto a tutti, il frantoio (non di proprietà) pure; spieghiamo cosa è la larva di mosca e perchè sotto il 6% di attacco dell’insetto lasciamo stare, spieghiamo cosa è il caolino e perchè ci “piastrelliamo” la pianta. Seguiamo un disciplinare fatto in casa secondo il quale l’80% dell’EVO di “marca” finirebbe ad alimentare il Diesel. Siamo contenti così per noi e per pochi nostri Clienti-Amici. Tutti gli altri:

    Felice di avervi trovato e via così! Un felice 2011 a tutti.

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