di | dom 24 gen 2010 ore 7:00
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liturgie

Pranzo della Domenica. Cappelletti, agnolotti e tortellini

Cappelletti di Reggio I nativi digitali non avranno la fortuna di vedere le spose del paese andare in trattoria, il sabato pomeriggio, a fare i cappelletti. Io le ho viste: partivano da casa con il grembialino bianco legato dietro, e sui grandi tavoli imbastivano una catena di montaggio che pareva una macchina da guerra. Impastare, tirare la sfoglia, tagliare i fazzolettini e riempire con il pesto, e fare quel gesto di chiudere i cappelletti. Lo so fare anche io, ho imparato da piccolo. Poi mi sono anche informato, e un serissimo studio della Royal Fox University di St.Peter upon Blexton ha confermato che solo le popolazione di origine gallo celtica della pianura padana hanno una conformazione del polso adatta a fare quel gesto lì. Provateci voi, normanni o sanniti, cimmeri o finnici: il polso s’incricca e il gesto s’incaglia, lasciando il cappelletto a mezz’aria come rapìta farfalla.

Di questi piccoli monumenti alla gioia del palato è piena l’Italia, ed ogni dieci chilometri la ricetta cambia. Dai mitologici “plin” piemontesi agli anolini, agnolotti parmigiani. Sono cappelletti a Reggio come a Piacenza, tortellini a Modena come Bologna. Ce ne vorrebbero – di enciclopedie – per raccontarli.

Da me si fanno con la carne bianca: vitello, pollo, formaggio, tanto. Ma le varianti sono millanta (che tutta notte canta) con e senza prosciutto, con e senza manzo, con e senza spezie. Addirittura ne ho visti di solo formaggio. Con e senza le verdure. Di solito in un bel brodo di manzo, ossa e gallina, per Natale di cappone.

Gli anni settanta ce li hanno regalati conditi con la panna, eppure siamo sopravvissuti. Qualche tribù remota li condisce con il ragù tradizionale, ma a me pare un sacrilegio.

Ne mangiai di irrinunciabili a Commestibili La Nera, a Montalto di Casina: ma ora è chiusa, e tutti attendiamo sue nuove. Ma tanto è infrequente incontrarne di indimenticabili quanto è probabile averne di discreti: basta correre le lunghe bislacche province emiliane dal Po al crinale appenninico e qualcosa troverai da qualche parte, perchè una nonna una zia o una giovine vedova in casa non la si nega a nessuno, e la liturgia del sabato a fare i cappelletti non è ancora scomparsa del tutto.

Poi certo, le paste ripiene sono anche e ben altre: ma questa è un’altra storia.

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14 commenti a Pranzo della Domenica. Cappelletti, agnolotti e tortellini

  1. “Gli anni settanta ce li hanno regalati conditi con la panna, eppure siamo sopravvissuti. Qualche tribù remota li condisce con il ragù tradizionale, ma a me pare un sacrilegio.”

    A parte quelli straordinari mangiati il 2 marzo 2007 a Labìco da Antonello Colonna

    http://img.photobucket.com/albums/v227/ddaniela/Colonna/DSCN1786.jpg

  2. ho un vecchio numero della cucina italiana dove sono elencate una quantità e una varietà impressionante, per tipo e per nome, di paste ripiene, che virano dal salato al dolce con quella bella mescolanza antica; che timore di vederle svanire nel nulla della dimenticanza; tanto per dire, ho due cognate emilian-romagnole degeneri. una delle due fa, eccezionalmente, ogni due decenni, i capaltazi.

  3. avatar Motoroil

    I tortellini alla panna, per quelli della mia generazione che li hanno mangiati a casa della nonna quando il brodo era una cosa che ci sembrava “da grandi”, sono un monumento al piacere del cibo.
    Si usa panna liquida (e non quella “da cucina”!!!), un po’ di burro nella padella, giù i tortellini cotti nel brodo, parmigiano, e tirarli fino a che la panna non si asciuga un po’.
    Memorabili.

  4. avatar ste

    panna? ragù? se sono buoni rigorosamente nulla! nemmeno un filo d’olio o di formaggio.

  5. solo con il brodo, di quello buono…tutto il resto è eresia :)

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