di | sab 06 feb 2010 ore 7:00
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radiomouth, sabato con il foodjockey

E se facessi il cuoco a domicilio?

Il cuoco a domicilioUna volta capitava agli agenti di cambio che si redimevano all’improvviso. Mollavano i recinti delle grida a Piazza Affari. Compravano un fazzoletto di terra a Montalcino per un bilione di dollari. Indossavano pantaloni di velluto a coste Visconte di Modrone per vendere le loro bottiglie al costo di una protesi dentaria. Ricetta della felicità in omaggio. Oggi sono gli architetti delusi ad abbandonare il tecnigrafo per dedicarsi alla raffinata arte della cucina, mettendo la creatività al servizio dei più golosi – e della propria pace interiore – visto che ormai per l’interior design è rimasta solo  l’Ikea.

E per dare forma al loro sogno di libertà trovano una scorciatoia, che scavalla di colpo la pratica al banco di pulizia del pesce e al lavaggio delle verdure, la gavetta delle partite e la catena di montaggio della linea: ecco a voi il cuoco a domicilio.

Colto, raffinato, dotato di un gusto estetico sfaccettato e poliedrico, sa declinare la carbonara di pesce in tre lingue e si muove con passo felpato tra una rivisitazione di pasta e fagioli o un gelato di rape rosse, con la levità di un Blaise Pascal e con la profondità di J.J. Rousseau.

Intanto le signore della sinistra extraparlamentare concordano con i cuochi erranti menù personalizzati soffiando dentro il loro iPhone, mentre si crucciano di dubbi strette nel golfino di cachemire al tinnire dei braccialetti Pomellato.

Eppure il cuoco a domicilio è una particolare categoria dei professionisti della cucina: è un mestiere, e richiede fatica e “sudore delle cosce” per citare l’aerea metafora del Maestro Vissani.

Ne ho parlato con Sandra Salerno, che dalla passione per la cucina e la scrittura ha tratto, passando per il suo blog Un tocco di zenzero, l’idea per una nuova attività. Al telefono la sua voce scoppiettante è un fiume in piena: “tanti chiedono un preventivo perché credono che sia un modo per risparmiare rispetto al ristorante”. Certo penso io, vado dal sarto per spendere meno che con l’abito di confezione. “Le richieste sono le più varie: da chi ti chiede anche sedie e tovaglie, a chi vuole una cena per due a lume di candela”. Il cuoco volante si sposta con la propria attrezzatura, e deve organizzare negli spazi spesso angusti di una cucina che non conosce un cantiere professionale; fare la spesa per il menù ritagliato su misura; magari i vini in abbinamento. Ogni richiesta richiede lavoro: un progetto, un pensiero, un’idea. Magari per sentirti dire “eh, ma allora spendo meno se vado al ristorante”.

Per dire, il lusso per un soldo di cacio?

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20 commenti a E se facessi il cuoco a domicilio?

  1. Hai colto nel segno caro Stefano.. :)
    P.s. bellissima l’immagine di Vissani e il suo ‘sudore di coscia’ non oso immaginare !

  2. Ottima idea! Questa è stata una delle parole d’ordine durante le tre giornate di gennaio, di poche settimane fa, del Convegno Internazionale di Gastronomia “Madrid Fusion”. Il mestiere del “cuco errante” è anche poetico: se io fossi giovane come te proverei a diventarlo.

  3. Infatti. Vista la cialtronaggine media che ci si può ragionevolmente aspettare dai possibili clienti, temo che sia un lavoro veramente arduo, ad essere buoni.
    Immagino cucine microscopiche con pentole di latta, frigoriferi da coltura batterica che nemmeno Bressanini dove se va bene ci sono 8 gradi (“che se l’abbasso poi le cose son fredde”), fuochi che anche al massimo non scaldano il pentolino del latte, genitori di PEU che, nel momento in cui stai scolando la pasta che altrimenti scuoce (dopo aver “cotto” se va bene a 80 gradi), bloccano ogni tuo movimento per almeno un quarto d’ora perché “il pupo deve mangiare prima la sua minestrina con il formaggino mio (ma con il dado “bio”)”, gatti (sempre migliori dei loro proprietari, comunque) che ti sfilano dal naso la ricciola appena sfilettata (e giustamente, stufi di quella merda del kitkat che gli propinano), olii che sembrano recuperati dalla ricicleria comunale (ma non dal bidone blu di quelli alimentari, eh), piani di lavoro dove una volta che ci hai appoggiato il sale non ci sta più il pepe, “padrone” di casa terrorizzate all’idea che tu possa rovinare il piano di cottura “smeg, naturalmente, che sono i migliori!” che pare nuovo dopo vent’anni dall’installazione.
    Senza contare il rischio ritorsioni legali per rottura (accidentale ma, date le condizioni di lavoro, inevitabile) dell’ultimo piatto del servizio buono del matrimonio, “villeroy & boch”, con i palloncini colorati sopra (bleah!).
    Insomma, scenari apocalittici, da sfruttamento del lavoro in pieno stile miniera dell’ottocento.
    Potrei andare avanti all’infinito.
    Lascerei a Vissani la gioiosa esperienza, che si faccia pagare (tanto) e che distrugga le case a questi che non distinguono il burro dalla margarina, e risparmiamoci la pena di diventare schiavi per una sera per “venti euro mi sembran tanti, al ristorane costa meno”. Che tanto per loro il ristorante è la pizzeria all’angolo (“che gli spaghetti con le vongole come li fan lì non li fa nessuno, che a me piaccion gli lisci e sottili”).

    • avatar Sonia

      La cialtronaggine media anzi, sopra, sta proprio in chi senza arte né parte si incorona c-u-o-c-o e poi non lo è. In seguito, preparazioni senza cognizione di causa, HACCP non ti conosco, diploma di scuola alberghiera più stage formativi zero, nozioni merceologiche che roba sono? Per ogni professione è richiesto almeno un titolo e l’abilitazione professionale. Uno sputo di formalità ci vuole! In Italia sembra sia tutto o quasi concesso. Invece il cuoco deve essere diplomato, un geometra abilitato, un infermiere con la laurea breve etc etc. Altrimenti il bidello potrebbe insegnare, il meccanico progettare vetture e un lavapiatti cucinare. Ad ognuno il suo mestiere sennò è meglio Totò…. :P
      Sonia

      • Hai ragione, però io davo per scontato che il cuoco fosse un cuoco vero. Mi riferivo al dramma di chi appunto vero (chef) si ritrovasse a fare da cuciniere factotum al servizio di una famiglia di disadattati, evento più che probabile nel clima di questi tempi.

        • scusa Maurizio, ma quelli che cuochi, e non ‘chef’(che poi in definitiva vuole solo dire capo) lo diventano con esperienza sul campo e capacità, senza diplomi, meriterebbero in ogni caso una ‘famiglia di disadattati’ come la chiami tu? solo per il fatto che non hanno potuto studiare da cuochi?
          Abbiamo avuto il ‘piacere’ di assaggiare la cucina di un due stelle del sud (ospite a Torino lo scorso anno) e vi assicuro che un non cuoco, quella sera, con le padelle avrebbe saputo fare di meglio. Mi auguro che non fosse la sua serata. Se no, poveri noi.
          Buona digestione. Vado a farmi un buon caffè

          • Forse non hai capito quel che volevo dire o mi hai frainteso, perché non capisco la tua risposta. Pazienza. Se non mi sono spiegato, ripeto che mi riferivo a:
            1) Cialtroni sono i clienti, non i cuochi o “chef” (dai, che ci siamo capiti)
            2) È un mestiere che presenta delle incognite pesanti
            3) Nessuno si merita nessuno, era una lista di possibili inconvenienti
            4) Non lo farei senza opportune coperture assicurative
            5) Il tuo racconto conferma quel che penso: meglio cucinare nel proprio ristorane, o a casa propria. O con amici, ma quello è un altro discorso.

        • Il mio problema è il non poter parlare ma scrivere.. Ci perdiamo il momento, le espressione e via discorrendo. In chat skype sarebbe di sicuro meglio :D

          1) cialtroni possono essere entrambi e su questo siamo d’accordo :)
          2)Incognite assolute. Un lavoro difficile da gestire e che capiscono in pochi, anzi pochissimi
          3)Ok
          4)Risolvibile con un amico assicuratore
          5)Hai capito al 100%.
          Direi che siamo sulla stessa lunghezza d’onda!
          Buona domenica!

          • Capitissimi e stessa lunghezza, anche perché non mi ero accorto che sei “Sandra” e pensavo fossi “Sonia” che proseguiva il discorso: da ciò nascevano le mie totali perplessità! Visto che siete due diverse persone, faccio ammenda e ricambio l’augurio!

    • Mah, comunque non sarei così tranchante (si scrive così?), anche se devo ammettere che il quadretto che descrivi è molto divertente. C’è tanta gente che apprezza la buona cucina ed è anche disposta a pagare, ma che è davvero negata – ma negata forte – ai fornelli. E magari, potendo, un cuoco in casa se lo terrebbero fisso.
      Per scongiurare i vari “venti euro mi sembran tanti, al ristorane costa meno” e ”che gli spaghetti con le vongole come li fan lì non li fa nessuno, che a me piaccion gli lisci e sottili” basterebbe un piccolo colloquio iniziale per inquadrare il cliente. E magari rifiutare il lavoro.

      • Temo che il colloquio non basti, servirebbe una vistia a domicilio, credo (e farebbe ulteriormente crescere i costi). Comunque, certo, il mio è anche un gusto irrefrenabile per la battuta e il paradosso, per cui può anche essere che non vada sempre così! Però son rischi da considerare. Il discorso dei danni eventuali possibili (piatti, bicchieri, fuochi, etc…) non è da sottovalutare. Io non lo farei senza adeguata copertura assicurativa, e anche quello è un costo mica da poco, sempre che poi esista una copertura!

    • In tanti anni “on the road” anzi “in the Home” dei miei clienti io sono sempre stato bene, anzi benissimo. Sapete perchè? Non ti chiama chi non ama la buona cucina ed è entusiasta di provare questa “novità” del personal Chef a casa sua di fronte ai suoi amici!

  4. Allora a essere realisti io se facessi il cuoco a domicilio farei un’assicurazione contro eventuali rischi di intossicazioni alimentari dei clienti. Non è detto che uno abbia il virus gastrointestinale e non addossi invece a te cuoco la responsabilità del malessere, come mi capita a volte di sentir dire di ristoranti incolpevoli. Sono rogne. Risolvibili, ma con perdita di tempo, soldi e buonumore.

  5. avatar NaNe

    purtoppo manca ancora la mentalità qui da noi…solo chi vive nelle grandi città può avere fortuna

  6. Non sono “quello della pizzeria all’angolo”: io e mia moglie spendiamo nei ristoranti una frazione non insignificante del reddito familiare.
    Tuttavia, come una bella fetta di terrestri, viviamo in una casa piccola la cui cucina, per quanto dignitosa, certo non permetterebbe a un professionista di lavorare come si deve. Per questo motivo credo che non saremo mai clienti di un cuoco a domicilio.
    Esprimo dunque una curiosità: che consistenza ha la domanda di questi servizi? Ci si può realisticamente campare?

  7. avatar alfredo

    A domicilio io al massimo ordino le pizze.
    Per mangiare bene esistono i ristoranti.
    E poi, domanda, chi lava e sistema la cucina e la sala? Sempre lo staff errante? No, troppo sbattimento in ogni caso.
    Ovviamente se sei un riccone allora hai già il tuo cuoco e tutta la servitù in casa.

  8. avatar pagine gialle

    ecco a voi il cuoco a domicilio

    [img]http://digilander.libero.it/le.faccine/faccinea/telefona/00013035.gif[/img]
    qui ce ne sono una settantina, con recapiti: di prezzi manco a parlarne,
    si va per preventivi, prospettando tuttavia un range di 35-90 euro a testa

  9. avatar alessandra

    Vorrei sapere se un cuoco deve aver frequentato un corso per l’abilitazione, se si che corso dev’essere?
    Quello per la somministrazione di alimenti e bevande?

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