di | gio 05 gen 2012 ore 16:58
22
letto e mangiato

Slow Food Editore e Dissapore regalano “Cronache Golose”

Non è un Paese per vecchi? Carissimo Cormac McCarthy (autore del romanzo omonimo) ti dò una notizia: il nostro, intendo l’Italia, è senza dubbio un Paese per vecchi. Da noi più che altrove, non appartenere all’età cronologica della conoscenza (dai sessanta in su? ditemelo voi) è un difetto di fabbrica in ogni ambito socio culturale, compreso quello enogastronomico. E’ un punto debole, un motivo per non essere ascoltati e considerati competenti. “Ma che ne vuoi sapere tu, sei una ragazzina!”, mi sento dire spesso, ed è strano considerato che galoppo allegramente verso i ??@#?? anni. Come sopperire quindi alla mancanza di un vissuto storico? Con il metodo più comune: leggere ( libri, saggi, riviste).

Dissapore e Slow Food Editore regalano tre copie di Cronache Golose.
Se credete che Fini sia stata solo una famosa fabbrica di tortellini o che il pittore veneziano Vittore Carpaccio non c’entri entri nulla con l’omonimo piatto di carne cruda è  il momento di leggere “Cronache golose” (brossura, 288 pag. Slowbook, 14:50 euro) di Marco Bolasco, direttore editoriale di Slow Food, e del giornalista de La Repubblica, Marco Trabucco. 50 storie, 50 cuochi e 50 ricette che hanno cambiato volto all’Italia della tavola descritte in modo svelto e coinvolgente.

Raccontate la prima volta in un grande ristorante, vogliamo rivivere le vostre emozioni, esaltateci con una confessione sincera. Regaliamo “Cronache golose” a 3 di voi che lasciano nei commenti di questo post i ricordi più immedesimabili. Avete tempo fino a domani a mezzogiorno. Non siate telegrafici.

Spedisci via email

22 commenti a Slow Food Editore e Dissapore regalano “Cronache Golose”

  1. avatar Hagrid

    Ci sono esperienze che è difficile, se non impossibile, descrivere compiutamente. Meglio lasciare allora la mente libera di ricordare ed esprimere le sensazioni senza neanche tentare di dar loro una veste logica e razionale.

    Ero sospeso su uno scenario da favola, potevo allungare la mano e quasi toccare i monumenti più affascinanti di Roma … mi colpisva il silenzio, irreale in un contesto cittadino, silenzio che avvolgeva tutto e tutto contagiava, così le parole agli altri tavoli erano appena sussurrate, e perfino un ragazzino riusciva a stare per ore seduto educatamente al suo posto. Attenzione e cura estrema di ogni dettaglio e di ogni gesto, ma senza finto servilismo, senza quell’eccesso di affettazione che può dar fastidio.

    Certo non ero solo, e condividere quella esperienza con la persona che ami non può che amplificare le emozioni di quello che sembrava un sogno, ma era invece una semplice stupenda realtà. Ricordo con stupore la scoperta di sapori nuovi, il riuscire perfino a distinguere i vari gusti che si susseguivano nella stessa pietanza, che si esaltavano l’un l’altro, o si mascheravano, o si fondevano in sapori più complessi. Partecipavo ad uno spettacolo, ad una cerimonia, capivo infine la differenza tra nutrirsi e mangiare, tra il cucinare ed il creare, tra l’onesto artigiano ed il genio. Uno spettacolo per pochi, in cui ero spettatore ma anche protagonista, come partecipare ad una prima della Scala, o dell’arena di Verona, in posizione privilegiata.

    Una serata indimenticabile … alla Pergola con Heinz Beck

  2. Era un novembre degli anni dell’università, entrando nel bellissimo ristorante torinese mi sono sentita a teatro, protagonista di un’opera deliziosa. L’atmosfera con le luci basse e calde, i sorrisi educati dei camerieri, le risate composte agli altri tavoli: ero una diva d’altri tempi, una signorina dei bei tempi educati che si vedono nei film a 2 colori. Lessi voracemente il menù e mi affidai al gusto dello chef, che di certo per lavorare li dovave averne parecchio. I guanti bianchi dei camerieri versavano con eleganza il vino nei lunghi e scintillanti calici, panini allo zafferano e alle noci facevano capolino dalle lunghe forme dei grissini stirati a mano. Non ricordo esattamente il menù, ma ricordo i perfetti accordi tra dolce e salato, i sorprendenti abbinamenti, mai volgari e azzardati, le porzioni perfette, fatte per essere assaporate chiudendo leggermente gli occhi. ecco, le porzioni/proporzioni mi hanno affascinata: ogni pietanza era pensata in dosi perfette, tali da deliziare e accendere il desiderio di un “ancora”. Ricordo un raviolo nero riscaldato da una salsa e ripieno di mare. Si, sembrava ci fosse il mare dentro, un mare che non ti aspetti proprio in un raviolo torinese. Ricordo il dolce che inebriava la mia bocca più del vino. Non dimenticherò mai l’emozione del gusto del primo grande ristorante. E non oso ritornare.

  3. Beh, la prima volta…Almeno vent’anni fa, poco più che ventenne desdieroso di una cena “importante” con la fidanzata. Pre-internet, pre-tripadvisor….Leggo, mi consigliano, non ricordo…Ma l’Ambasciata di Quistello fa proprio al caso nostro!
    Sera nebbiosa come richiesto dal copione, ci si perde pure nel viaggio di andata…Poi ricordo il piccolo timore nell’arrivare al parcheggio con la mia umile vecchia Croma 1600 a metano…lasciamola un po’ in disparte, va’.
    La sala mi colpisce ancora nel ricordo per il barocchissimo arredo, la cucina a vista (ma dai! la cucina a vista? ma dai!), enormi tappeti persiani e ori e argenteria dovunque.
    Ricordo uno squisito filetto, tagliato in tante fettine, tenerissimo e con fettine di tartufo bianco e patatine stick;
    ricordo una polentina portata per dolce insieme alla torta sbrisolona, servita direttamente dal paiolo di rame; ricordo lo stupore di trovare, nella carta dei vini, un francese (Romanée-Conti?) al prezzo di unmilioneeottocentomilalire, proprio scritto, non così ma in numeri, ma insomma scritto, e ricordo che pensai io non l’avrei scritta una cifra così, in mezzo a tante “normali”, avrei fatto capire che era il caso di chiedere informazioni addizionali.
    Ma quel che ricordo più di ogni altra cosa è lo stile, l’agire, il teatro oserei dire, dei camerieri. Bellissimi fin dal physique du role, alti un po’ curvi, faccia contegnosa quasi triste, non arrivavano ai tavoli ma volavano bassi a due dita dal suolo, lasciavano i piatti coperti dal coprivivande di peltro dopo aver fatto una mezza piroetta. Mi commuovevano quasi, non li dimenticherò mai.
    In mezzo a tutta una serata di emozioni, fra cibo e ambiente, (ricordo anche lo chef immenso – non in metafora – in uscita fra i tavoli), la massima stravaganza: il sommelier che arriva al tavolo, assaggia il vino scelto, lo trova soddifacente, e con gesto plateale rovescia il rimanente del calice sul sottostante tappeto persiano. Gasp! Gulp! Ma si fa così?!? Ma fa bene alla lana? Ovviamente, folgorati, non avemmo il coraggio di chiedere, e uscimmo felicissimi, e con il dubbio. E dopo vent’anni, il dubbio è rimasto…

  4. avatar Matteo

    L’asfalto desolato di Tian’an Men non dista molto: le pulsazioni sghembe di quel cuore di metropoli cialtrona arrivano, anche se un poco attenuate, fino alla strada, lasciata con dimenticanza nella penombra di una fila di alberi. Dietro quella strada si stende un angolo di città che, in quel paio di secoli di storia che ha visto dopo la colonizzazione, non è cambiato poi tanto, se non per qualche negozio d’alimentari o banca d’affari nati dove prima stavano sonnecchianti un bordello o una casa dell’oppio.

    Decidiamo di andare a piedi: camminare mette appetito e la conversazione nutre il desiderio. Da fuori, l’insegna ha la grazia della sobrietà che solo la grandiosità concede; dice: “Boulud”, ma il nome rivela poco a noi e meno ancora alla gente di scorza onesta e pasti improvvisati di questo mostro urbano chiamato Pechino. Sulla soglia, qualche parcheggiatore annoiato non fuma l’ultima delle sigarette che gli toccheranno in sorte quella sera. Passata la soglia, un salone di un’eleganza disarmante da vecchia casa coloniale. Anche i libri disposti sugli scaffali o i gradienti del marmo degli scalini paiono seguire un ordine magnifico e segreto.

    Dentro la sala, le luci tenui che si rincorrono sugli stucchi delle colonne mettono incredibilmente a proprio agio; la pelle dei divani e il legno scuro alle pareti trasudano un alone rassicurante che pare provenire da dentro la materia solida. Quel principio di un timore di formalità che cominciava a fiorire dentro viene presto soffocato: il menù ha una calligrafia leggera da bistrot, il maître un’aria sorniona ma accogliente; più tardi lo vedrò intrattenersi con una signora sui canapè della saletta vicina. Non s’impiega molto ad ordinare: sulla carta, le glorie della cucina francese fanno a gara per ingraziarsi l’appetito del commensale. Sopraffatto, ordino una steak tartare come entrée, una portata principale che nella memoria non ha nome ma solo sapore e un paio di dolci, leggeri fin nella forma e, come scoprirò in seguito, anche nella superiore sostanza.

    Qui i ricordi si annebbiano. E il “qui” coincide con l’attimo eterno in cui la steak tartare mi sfiora la lingua. Il resto è una sinestesia che faticherei a ricondurre a precise sfere sensoriali; per approssimazione, diremo che la mia lingua ha delle dita, la mia pelle avverte il dolce, i miei occhi sentono il suono e la luce ovattati. I ricordi riemergono quando dalle mani del maître – mani munifiche – piovono due muffin gonfi e dorati, avvolti con discrezione in un foglio di carta lucente. Sono accompagnati da un biglietto, fin troppo minuto, che invita alla colazione domenicale. Omaggio della casa. Tra i tanti, il sentimento della gratitudine comincia a lievitare in cuore come la pasta di un muffin fragrante.

    Decidiamo di tornare a piedi: camminare facilita la digestione. Ma nessuna conversazione. Si può solo camminare, in cerca di un bordello o di una casa dell’oppio che nell’eterna finzione del cibo siano scampati alla storia.

  5. Una sera di novembre qualunque.
    Io & lui.
    Ho un vestito nero semplice che però semplice non è per una ragazza abituata a felpe e converse.
    Metto cautamente un passo dopo l’altro sulle onde dei sampietrini di Trastevere.
    Chiacchieriamo a fatica, tra grandi sorrisi.
    Sto andando lì.
    Sto andando in quel ristorante che sbircio sempre passandoci davanti.
    Così incongruo in mezzo alla caciara romanesca eppure perfetto.
    Come un pizzico di sale sul cioccolato.
    Mi attardo davanti alla soglia, mi ritrovo a sbirciare.
    Stavolta ci entro, ci entro davvero.
    Non passo oltre, non sospiro pensando ”Entro quest’anno…”
    Entro.
    Guardo quelle lampade, quella luce.
    Aria e acqua, e fuoco.
    Il soprabito nell’armadio, mi siedo.
    Mi lascio cullare da questa sensazione.
    Dal cameriere che sorride.
    Dai piatti che si susseguono silenziosamente.
    Scoppiettano le uova di tobiko sulla mia lingua.
    Chiudo gli occhi sulla sfoglia delle mezzelune serica e corposa allo stesso tempo. Li riapro al pizzico dell’amatriciana sulla lingua.
    Le bollicine non sono nel bicchiere, ma dentro di me.
    Sorrido.
    Il dolce lo scelgo io.
    Il dolce più divertente che mi sia mai capitato di mangiare.
    Liscio, ruvido, croccante, vellutato, freddo e rassicurante insieme.
    Ne voglio ancora.
    Ne vorrò ancora.
    Per adesso l’avventura finisce qui.
    Mi volto indietro mentre il cameriere mi aiuta ad indossare il soprabito.
    Accarezzo con lo sguardo il mio tavolo.
    Esco nell’aria fredda di novembre e cerco di guardare solo avanti. Sorrido.
    Tornerò.

  6. La prima volta che ho varcato la soglia di un grande ristorante avrò avuto 13 anni, e si trattava, per la precisione, del Ristorante Pizzeria da Scattu. C’ero però già stata quattro anni prima, ma per un matrimonio, e non mi ricordo cosa mangiai. Chiusa parentesi. Quando ci sono tornata a 13 anni il ristorante pizzeria aveva subito la sua prima ristrutturazione. Le pareti, che solo quattro anni prima erano di canne, ora erano in muratura. I figli del signor Scattu, moltiplicati. Il ristorante pizzeria Scattu è sempre stato a conduzione familiare, tranne che per il cameriere Gianni, che è lì ancora. Come pure l’insegna: un cinghiale impagliato.
    Io mi ricordo di questa prima volta a 13 anni, mi ci avevano portato i miei zii preferiti, quelli che avevano il potere di farmi sentire una merda o una regina con solo una parola. Ero felice di andare con loro perchè sapevo che bevevano bibite gasate, tipo la coca-cola. Ci siamo andati con l’Alfa 75, rossa! Ci siamo seduti nella zona dedicata alla pizzeria, e ho provato per la prima volta l’imbarazzo della scelta. La domanda di sempre, cosa voglio mangiare? Cosa sarà più buono? Che a quel tempo era accompagnata da un’altra domanda, cosa prenderanno i miei zii? Penseranno che la mia sia la scelta giusta? Presi una Napoli, che da Scattu ha le acciughe, i capperi, il pomodoro e la mozzarella. E’ ancora la mia pizza preferita.
    Un’altra cosa che non mi ha fatto dimenticare la prima pizza da Scattu, è stato lo scappellotto che ho ricevuto da mio zio fuori da ristorante per essermi portata via la coca-cola avanzata.

  7. C’è qualcosa che non va.
    No, non è il vino, quello è ottimo.
    Ha scelto un bianco, una falanghina. Mi piace, ma è meglio non bere troppo.
    Do le spalle alla sala e mi spiace, per fortuna l’ho guardata bene prima, quando sono arrivata. Di fronte ho solo lui, ma forse è meglio, così posso concentrarmi, anche se di tanto in tanto l’occhio cade sui nostri vicini. Non sono così vicini, non riesco a sentire i loro discorsi.
    Ciò è un bene eppure c’è qualcosa che non va.
    Il mio ospite mi sta dicendo che lui ha già provato il ristorante di Londra, con un cliente, e che ancora sogna il piatto unico di sashimi.
    Dovresti prenderlo anche tu, mi consiglia.
    Sono allergica al pesce. Mai mi è pesato essere allergica al pesce, come in quel momento. Anche quando, da bambina, tutti mangiavano pesce e io ero lì a osservarli mentre tiravo su i miei mestissimi spaghetti in bianco.
    Ma non è nemmeno questo quello che non va.
    Si decide di affidarsi allo chef, faccio presente al cameriere la mia allergia e lasciamo che a decidere per noi sia la cucina.
    Pollo, verdure, due tipologie di riso e una salsa leggermente piccante.
    Leggero, armonico, semplice. Accosta i sapori, non li copre nè li amalgama.
    Adesso so cosa non va.
    Lo so, per questo decido di finire la bottiglia.
    Sì, prima avevo pensato che sarebbe stato bene evitare, ma adesso so cosa non va e non è bello sprecare il vino.

  8. avatar Pigi

    Mi pare fossero sedici anni, o giù di lì. Il nostro trio familiare in trasferta da Genova, una coppia di amici, conversazioni importanti ma fondate sull’umorismo come nella migliore sala da the britannica, l’ingresso dell’Antica Osteria del Ponte nei pressi di Abbiategrasso.

    Ricordo l’eleganza dei piatti e del servizio, la presenza di Umberto Smaila due tavoli più in là ed il sentirmi adulto per la prima volta. Molto più adulto di adesso, dopo oltre dodici anni, ma divago.
    Ricordo le spiegazioni dei dessert di Maurizio Santin, uno diverso per ogni commensale, e ricordo come ognuno dei cinque preferisse quello degli altri.

    Ma ricordo poco altro, perché su di tutti prevale il ricordo del panino alla porchetta che mi sarei sbranato appena finito il pranzo.

  9. Avrò avuto circa 25 anni, circa due decadi fa, e dopo qualche tempo di lavori saltuari da buon disoccupato con una laurea in tasca (anzi, appesa al muro), mi assumono a Milano nel reparto Marketing di una grande multinazionale Americana (che ha a che vedere con il food).
    Al terzo giorno di lavoro mi affidano un Vice Presidente Americano in visita in Italia per portarlo in automobile a Verona, dove avrebbe incontrato il Direttore Generale di un nostro impianto produttivo per il nord est dell’Italia. In extremis, perché la persona inizialmente incaricata di essere chaperon del VIP si era ammalata e sembrava che tutti gli altri fossero occupati.
    Lo vado a prenderle al suo hotel 5 stelle con una Lancia Thema aziendale. Io, abituato alla mia Renault 4 TL, mi sentivo importantissimo. IL VIP mi arriva in abito grigio impeccabile ma… attenzione: stivali texani di LUCERTOLA e camicia di seta ROSA SALMONE che probabilmente costava più del mio stipendio! Mi sono sentito leggermente imbarazzato, ma non potevo certo far finta di non conoscerlo e lo carico in macchina.
    Arriviamo a Verona dopo due ore di conversazione francamente difficile in cui il VIP ha subito capito che dell’azienda non sapevo nulla e di calcio neanche. Siccome abbiamo una mezz’ora di tempo prima del nostro appuntamento, lo porto a fare un breve giro turistico. Arrivati in Piazza Bra mi dice “Wow, The Colosseo?” Gentilmente gli correggo il tiro di quei 1000 chilometri e gli spiego quel poco che mi ricordavo di architettura romana dai corsi delle medie di storia dell’arte. Lui approva soddisfatto. Dopo 500 metri ci fermiamo di fronte alla basilica di San Zeno e gli spiego che si tratta di architettura romanica e mi chiede “Like the Arena?”. Sempre gentilmente gli spiego che romano e romanico NON sono esattamente la stessa cosa mentre, tra me e me, mi dico che un giorno, con la mia sofisticata cultura classica, avrei sicuramente fatto una carriera fenomenale in azienda (cosa che non si è avverata).
    Insomma che si arriva al ristorante dove abbiamo incontrato gli altri 7 o 8 personaggi della comitiva. Il ristorante Maffei era a quei tempi indubbiamente il più esclusivo (e caro) di Verona. Era la prima volta che mi recavo a un ristorante di tale livello e sinceramente non ricordo cosa abbiamo mangiato e bevuto, solo una confortevole sensazione di lusso, arredi e pareti tendenti al rosso forse con del velluto, e, tra lo stupore e l’incredulità, i tre camerieri che stavano costantemente a distanza di 3 / 4 metri dal nostro tavolo, e che, senza essere intrusivi, badavano a ogni nostra esigenza. Dire che ero impressionato non e’ abbastanza: mi sentivo jet set, ma anche provinciale allo stesso tempo! E ricordo anche che il pranzo non finiva mai, con portate che continuavano ad arrivare e bottiglie che si aprivano e il Maitre d’ che ci veniva a spiegare tutto. E tutti che chiedevano a me le traduzioni in inglese per il VIP, il che mi fece almeno sentire un po’ utile.
    Un’altra cosa ricordo benissimo: la vistosa macchia di sugo della pasta su una certa camicia di seta rosa salmone…

  10. avatar Me Medesimo

    Venti anni fa, quando tutti i mie amici sognavano il coast to coast negli Stati Uniti, io sognavo il cost to cost tra le ricevute a sei cifre dei ristoranti stellati.
    Le mie scarse risorse da studente cronico (ma non acuto) non mi permettevano, però, di avvicinarmi a quelle tavole e quindi mi limitavo a fantasticare tra le pagine delle guide che regalavano a mio padre.
    Nel 1998 sono riuscito finalmente a laurearmi, tra lo stupore di tutti quelli che mi conoscevano e soprattutto di me medesimo, e per festeggiare ho prenotato un tavolo per me e la mia compagna alle Colline Ciociare.
    La sera della cena ero emozionato ed impacciato come uno sbarbatello che si appresta per la prima volta a fare l’amore. Non mi sentivo all’altezza e pensavo: mo che faccio, parcheggio lì vicino con il rischio che qualcuno possa vedere la mia Clio scassata o mi fermo un km prima e arriviamo a piedi? Quando arriva il sommelier fingo ed ostento sicurezza oppure mi costituisco, tanto quando mi fa assaggiare il vino divento paonazzo per l’imbarazzo?
    Poi entriamo e la moglie di Salvatore Tassa ci mette subito a nostro agio. Ricordo i suoi racconti sulla passione del marito per la cucina, la follia di certe scelte e i sacrifici fatti per il loro locale e per averlo proprio come lo voleva il marito; la lunga chiacchierata alla fine della cena sull’importanza delle materie prime e sul pregiudizio di molti nei confronti dell’alta cucina.
    Di quello che abbiamo mangiato, invece, ricordo poco. Ricordo, però, che come la prima volta che si fa l’amore è stato bellissimo, ho provato emozioni forti e allo stesso tempo un pizzico di delusione, ma soprattutto non vedevo l’ora di ricominciare…

  11. vent’anni ( ah! quanto tempo !!)
    Cocktail di scampi
    Aspic da aragosta
    Champagne
    ( così eravamo allora )
    Che altro ?

  12. avatar anto

    Ero a Lione,anni fa . Solito congresso, due giorni molto faticosi passati a seguire argomenti ostici in una lingua non propria e da addomesticare.Finalmente la mattina della partenza senza impegni, a disposizione per un giretto per la città.
    -Roby, dai andiamo a vedere il Ristorante di Bocuse, sono curiosa-
    Il mio consorte( che non sa dirmi di no),guidò fino a destinazione , cosicchè mi si parò davanti quel bizzarro edificio colorato che nel mio immaginario rappresentava ” Il Tempio”. Scesi in fretta e mi lanciai davanti all’ingresso per assaporare con la mente i piatti elencati nel menu esposto.Mi brillavano gli occhi, saltellavo un po’, Roby non ci mise molto a capire che la domanda sarebbe giunta da lì a pochissimo.
    -La facciamo questa pazzia?-
    Intravedere una piega divertita sul suo viso ed entrare a precipizio nel ristorante fu tutt’uno. C’era un ragazzo di colore con una meravigliosa giacchetta a righe rosse e crème che si aggirava nel locale e con sussiego mi rivolsi a lui per chiedere se vi era disponibilità per prenotare un tavolo per pranzo (erano le undici e trenta). Quanto deve avere riso, il tipo. Uscii dal locale saltellando, con un sorriso così largo da farmi male le guance. L’ora che ci separava dall’evento fu eterna. Ma poi.
    Indimenticabile. E’ la parola giusta. Tutto fu assolutamente perfetto. La sala sfarzosa ma confortevole, i camerieri professionali e gentilissimi,attenti e discreti il sommelier delizioso e mai supponente, amichevole ma non compagnone , i fiori meravigliosi e non invadenti, la musica deliziosa e discreta. Il cibo emozionante per la sua semplicità e la fragranza delle materie prime, il vino che, benchè scelto tra le proposte meno care,fu di estrema piacevolezza, insomma tutto contri buì a fare di quel pranzo il Pranzo. Ma la cosa più indimenticabile fu quando Lui, le Pape, strisciando appena appena i piedi si avvicinò al nostro tavolo e si mise a conversare con noi come fossimo stati clienti abituali del suo locale, con una spontaneità e signorilità e umiltà che solo i grandi possiedono. In quel momento mi sentii davvero felice e riconoscente ma soprattutto consapevole di aver avuto la fortuna di conoscere un grande uomo

  13. avatar Silvia

    la prima volta seria ed autonoma, una vita fa al Duchessa Isabella a Ferrara, con un’amica: ciò che ricordo ancora è la sorpresa ed il divertimento all’arrivo dei piatti, tutti debitamente coperti da campane argentate e scoperchiati in simultanea dai camerieri, con la nuvola di vapore e profumo che si levava.
    e le composizioni …
    e lo chef che venne verso mezzanotte al nostro tavolo, dicendo che non aveva mai visto due ragazze divertirsi tanto con i suoi piatti.

  14. avatar francesco piantoni

    ho vinto qulche cosa?

  15. avatar Francesco

    Cena al Combal.Zero di Rivoli (Torino), io (cuoco), mia sorella (amante del buon cibo) e mio padre (buona forchetta e conoscitore della cucina classica, ma molto diffidente nei confronti della cucina d’avanguardia).
    Io e mia sorella optiamo per il menu Combal.Zero, 11 provocanti portate in puro stile Scabin, mio padre il menu degustazione, più “tradizionale”.

    La cena è un susseguirsi di stupori, sorrisi, scambi di assaggi, dalla sorprendente Animella M&M (gelatina di margarita e sorbetto alla mela verde), alla squisita Pasta sushi Combal(merivilia di pasta e pesce crudo), al giocoso Empire State Pepper (6 espressioni del peperone Quadro di Carmagnola, da ricordare il marshmallow impanato con polvere di peperone, strabiliante!).
    Infine, il sublime vitello al camino, filetto di fassona piemontese impanato alla torinese e servito su erbe aromatiche fumanti, la cui bontà e golosità vale da sola il prezzo del menu.

    La cosa più sensazionale è stato vedere la soddisfazione sul volto di mio padre, classe ’58 e diffidenza dovuta ad un’ottima cucina materna, nel gustare il soufflè di maccheroni, servito in una cornice, e nel giocare con noi con il Cyber Elio Campari, facendo vocine idiote ma felici dovute forse più alla serata indimenticabile che ai palloncini di elio respirati.

  16. avatar lisa

    Come incipit è pessimo: non ricordo il nome del ristorante. Ma la città sì, Livorno, e le emozioni anche: la mia prima volta col cacciucco. Adoro il pesce e le acquepazze, le luciane e le zuppe rosse e i sughetti corposi. Ma cosa è stato in me quando ho masticato le quattro c del vero cacciucco non basterebbe una Recherche per descriverlo.
    L’empireo, i campi elisi, la quadratura del cerchio, la felicità di essere lì e allora.
    Troppo? Forse, ma anni di buoni ristoranti e migliori mangiate non hanno potuto nulla contro quella zuppiera bollente che mi servirono in un tavolo rosa salmone fermo agli anni ’70.
    E ancora oggi, a ripensare a quel trittico perfetto di odori-colori-sapori, vado in confusione e piango un’età dell’oro e uno stomaco di ferro che più non ho.
    Ma soprattutto piango quel piatto pieno di c e di strepitosi pesci

  17. avatar Pigi

    Spariti i commenti?

  18. Davvero belle le descrizioni, complimenti a tutti ma, come dicono sempre i giudici di Masterchef, abbiamo dovuto scegliere solo tre di voi, e non è stata una scelta facile.

    Meritano il volume Cronache Golose di Marco Bolasco e Marco Trabucco…

    ..rullo di tamburi…

    Matteo

    Tiberina 17

    Titty

    Come sempre, dovete mandare a dillo@dissapore.com il vostro nome e cognome, indirizzo e numero di telefono.
    Regaliamo anche la prossima settimana, quindi, stay tuned!

  19. avatar HatecoreConnection

    Complimenti per il coraggio, alcuni erano patetici fino all’inverosimile.

  20. avatar Matteo

    Grazie davvero!

    Mi auguro il mio non fosse uno di quelli “patetici fino all’inverosimile”. :D

Lascia un commento

1. Ospite
Commenta subito
2. Iscritto a Facebook o Twitter
Commenta con il tuo profilo social
3. Iscritto a dissapore
Registrati/Login