Io, me e Adriano

Un buon titolo per una mostra potrebbe essere: Ferran Adrià come Picasso o Charlie Parker?

Ferran Adria

OK, facciamo un bel respiro e parliamo del caso Adrià e della sua sfavillante mostra a Barcellona. Occhio (esegeti o bastonatori) non vi infastidite appena leggete il suo nome. Anzi, una premessa per i cavillatori assetati di sangue: io non ho mai mangiato da Adrià – El Bulli ha chiuso il 31 luglio 2011 e non ho avuto la fortuna, l’onore, il coraggio, fate voi – e non sono stato alla mostra. Ma ho tempo fino al prossimo febbraio per recuperare. Altrimenti ci sono 6 libri, 6 cd-rom (si usano ancora?), 1846 ricette, 8000 pagine, 300 fotografie per cavarsela in esterna. E presto una Bullipedia, l’enciclopedia gastronomica online.

Quello che mi preme è soffermarmi su qualcosa che mi ha colpito nell’interessante reportage fatto da Gianluigi Colin per La Lettura, l’inserto del Corriere della sera. Il suo racconto della mostra conduce alla seguente questione: quella di Adrià è arte o non è arte? Ecco, la domanda sorge marzullianamente spontanea ma è profondamente sbagliata. Vediamo perché.

L’articolo paragona Adrià a Picasso e Charlie Parker per le innovazioni portate nei lori campi. Il paragone è legittimo ma il dibbbattito che scatena è stantio e ozioso. Un po’ perché la valenza rivoluzionaria di qualsiasi movimento è sempre il risultato di un discussione autoreferenziale, ma soprattutto perché tale discussione andrebbe consumata con qualche decennio storico.

Ma il problema vero è che mentre si decide se Adrià sia o no questo genio indiscusso e si fanno i conti degli eretici non allineati, ci si perde il centro nevralgico della questione. Ovvero se la museificazione di un’idea di cucina come quella di Adrià non segni di fatto un momento di reazione piuttosto che di rivoluzione. Inutile allora sentenziare come fa il nostro che “La creatività non tollera prevedibilità“. Massime da pensiero forte, contraddette dalla sterzata relativista successiva (“Non c’è una cucina buona e una cattiva, c’è quella che ti piace di più“) che fanno effetto ma che nascondono una stasi innegabile.

 

Quello che si sta creando intorno alla figura di Adrià mi sembra sempre di più un sistema di valori e sempre meno un’idea di cucina innovativa. Al di là del personale fastidio per l’abuso plebiscitario su Adrià, quasi un Bullivirus, il mondo si divide tra pontificatori e chi ne ignora la sua esistenza. Il resto non c’è verso di prenderlo in considerazione.

Ora io lo capisco che l’avanguardia sia cool, almeno in certi ambienti, ma è anche estremamente seriosa e permalosa. A pelle Adrià è il Federer della cucina, per chi bazzica quello sport decaduto chiamato tennis. E’ incriticabile, inappuntabile e inattaccabile. Se non da posizioni triviali, quindi facilmente – e giustamente – etichettabili come deboli e populiste. Financo puerili. Ma se queste sono idiosincrasie personali verso un certo fanatismo snobista, la mummificazione è chiara e sotto gli occhi di tutti.

Un esempio emblematico? L’installazione interattiva, momento culmine della mostra, dove si ha occasione di rivivere virtualmente l’esperienza delle 40 portate della cena. Ma che godimento può essere il cibo immaginato?!

Per dirla come l’avrei detta 10 anni fa per rimorchiare a scienze della comunicazione: prima decomposto e molecolizzato nella pratica, poi museificato nella sua certificazione, infine riprodotto visivamente, il cibo di Adrià mi pare si de-costruisca fino a trasformarsi nel suo opposto: un non cibo.

Un argomento che potrebbe fare breccia proprio tra i suoi adoratori me ne rendo conto, ma quando l’esperienza culinaria si trasforma in esercizio puramente intellettuale, la cosa non mi piace. Perché il cibo non è pittura e la scissione tra esperienza pratica e surrogato estetico deve porre ancora delle questioni problematiche. Specie se per *tornare a mangiarci tocca aspettare il 2014.

*Ammesso e non concesso che in una fondazione, el Bulli riaprirà come Fondazione el Bulli, si possa mangiare.

[Crediti | Gencat, Scribd, immagine: VBrown/FineDiningLovers]

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13 commenti a Un buon titolo per una mostra potrebbe essere: Ferran Adrià come Picasso o Charlie Parker?

  1. “… conduce alla seguente questione: quella di Adrià è arte o non è arte?” la risposta è semplice: Adrià (piaccia o non piaccia) è stato l’unico chef (o cuoco?) inserito, come artista, nella famigerata DOCUMENTA KASSEL già nel 2007. In quell’anno chi si sedeva alla sua tavola praticamente “entrava” e “viveva” in un’opera d’arte. Questa è storia! Il resto è retorica letteraria …

  2. Insomma, bisogna fare una scelta.
    O si mettono in moto le celluline grigie oppure si lasciano lavorare le papille gustative in santa pace, e poi si aspetta un po’. Un bel po’. Che pare le prime siano più operose…in certi casi anche troppo, direi.

    P.S.
    Questo post mi piace tantissimo, è uno dei più interessanti che abbia letto su Dissapore. Ad avere la giusta lucidità, il tempo e un neurone in più mi sarebbe piaciuto approfondire (in particolare questo: “il cibo non è pittura e la scissione tra esperienza pratica e surrogato estetico deve porre ancora delle questioni problematiche”).

    P.P.S.
    Detto ciò, avrei fatto carte false per mangiare da Adrià.

  3. La cucina di ferran adrià può piacere o meno… Ma è indiscutibile il fatto che Lui ha cambiato il modo di cucinare della maggior parte dei cuochi della terra. A questo punto lui è indiscutibilmente il numero 1.( o comunque un grandissimo)

  4. Anche a mio parere, uno dei post più intelligenti che abbia letto negli ultimi tempi. Non solo su Dissapore.
    Il ruolo del museo in Arte è ormai stato ridimensionato da tempo, eppure tante altre discipline “artistiche” o aspiranti tali (cucina, calcio) non vedono l’ora di farsi mummificare nelle vetrine di un museo.

  5. Già il fatto che ci si chieda se quella di Adrià sia arte o meno testimonia il fatto che il Ragazzo (Adrià) un po’ di strada l’ha fatta. Poi però il senso di una critica a posteriori senza aver mai provato la cucina in questione devo dire faccio proprio fatica a capirlo. Piuttosto ci sarebbe da cominciare a chiedersi come mai da parecchio tempo la cucina italiana non proponga più niente di nuovo e continui ad avvitarsi su se stessa e a rimestare all’infinito gli stessi ingredienti.

    • Angelo, non voleva essere una critica alla cucina di Adrià (ho premesso che non poteva esserlo non avendoci mangiato mai) ma alla sua museificazione. Lo trovo un fenomeno reazionario, non rivoluzionario. Tutto qui.

      • Io lo trovo ,quello della museificazione,
        la fine della Fase Creativa di Ferran.
        Ho già detto che lo stimo.
        Ma penso che si sia reso conto ,subito,
        della fine della vita creativa.
        E si è inventato un nuovo progetto che sa di Marketing più che di Creatività.
        È l’intelligente “sfruttamento” della Notorietà (Fama),che la fase creativa gli aveva procurato.
        Questo è questa Mostra.
        Io,che mi ero emozionato a leggere
        alcuni suoi libri, l’ho trovato un pò
        squallido,appunto un museo di cose
        non vive.
        La fondazione è un altro modo intelligente di sfruttare la Fama.
        Ma vedremo.
        Quando ,in questi giorni,sono vicino al mare e vedo le onde infrangersi sugli scogli, mi viene in mente Ferran e le
        sue Spume le sue Arie.
        Sono belle come la schiuma del mare,
        ma durano poco.

        • una fase creativa non può durare 20 anni o giù di lì e poi finire , può solo essere inter-rotta da una fase che tu chiami sfruttamento e che altri chiamano mercato.
          sono cerchi che si aprono e poi si richiudono …ha solo bisogno di ri-chiudere il “suo” cerchio …dategli tempo :-)

  6. l’avanguardia è la più grande presa in giro nella storia dell’arte
    che sia avanguardia musicale, pittorica, letterale o culinaria rimane una grande presa in giro, presa in giro iniziato con il modernismo e con tutto la pseudo-intellettualità profusa a piene mani e spacciata per oro colato.

    il modernismo aveva un problema, un’ossessione compulsiva, una fobia irrazionale e infantile: la paura del passato. La paura che i ponti con il passato potessero negare l’originalità. Allora ha tagliato i ponti con il passato creando a random e senza legami culturali o storici. Il risultato per loro era originalità ma in realtà era la morte assoluta dell’originalità, cioè l’uguaglianza del random.

    Perché ad essere originali sanno fare tutti: i romanzi parlano sempre degli stessi temi e ci sono sempre le solito lettere? semplicemente invertiamo le parole, aggiungiamo caratteri a caso, mischiano i concetti in modo che le frasi non abbiano senso. E’ originale in quanto mai fatto in quel modo e non sarà mai fatto in quel modo, ma non è originale in quanto un semplice esercizio asettico di chaos, per nulla legato alla storia e alla cultura di una persona. E così ogni altro libro con lettere a casaccio e frasi disconnesse, sembrerà uguali a tutti gli altri, ancora meno originali di quei romani di avventura additati come “troppo prevedibili”

    il modernismo crea originalità cancellando le impronte digitali, tagliando i ponti con la cultura, la storia e la biologia del creatore, non rendendosì conto che la cosa più originale che abbiamo è proprio la nostra storia; cioè come le esperienze vissute, in un determinato ordine e con determinate reazioni abbiano dato ad ognuno di noi una capacità di elaborare le informazioni ambientali in maniera unica e quindi originale.

    Anche per questo l’avanguardia è così intoccabile, arrogante, presuntuosa… sa di essere una presa in giro e di non potersi difendere con l’intelletto, la qualità o i risultati, solo con la violenza verbale e psicologica.

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