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Giù la maschera: come riconoscere i critici anonimi ed evitare possibili stroncature

anonimo, uomo con maschera

L’infinita querelle sull’anonimato dei critici e sul loro pagare o non pagare il conto: cosa c’è di più fastidioso? La pratica di battezzare cicloni e anticicloni con nomi storici o mitologici. Risposta esatta. Le polemiche tafazziste di fine estate sono due al prezzo di una, entrambe trite e ritrite.

Era forse più interessante la querelle che ha dato il la al tutto: il pezzo di Camilla Baresani, pubblicato prima su “Sette” e poi qui su Dissapore, partiva dalle ormai celeberrime formiche del Noma per poi risolvere la divisione tra critico anonimo e palese in favore di quest’ultimo.

Il decano Stefano Bonilli contrappunta spostando l’accento sul pagare o non pagare il conto –ça va sans dire, lui spesso e volentieri, solo o, nell’età antica, con l’indimenticabile Veronelli, non l’ha pagato- e ribattendo con il consueto namedropping (aggiornamento: l’arte di nominare -meglio se a vanvera- quante più celebrità possibile, chiamando per nome persone cui abitualmente ci si riferisce solo con il cognome, evidenziando così di essere loro pari) che un grande chef applica lo stesso trattamento a tutti i clienti.

Per inciso, Joe Bastianich, proprietario di 25 tra i migliori ristoranti al mondo e giudice arcigno di Masterchef, nel suo ultimo libro “Restaurant Man” (Rizzoli), va a smentire Bonilli/Papero Giallo: emblematica è la narrazione dei metodi usati per ottenere il massimo dei voti dal New York Times, all’epoca in cui vi si era appena insediata Ruth Reichl, inflessibile critica gastronomica che arrivava a travestirsi per non essere riconosciuta. Circuendo i suoi amici, lo staff del ristorante Babbo di New York arrivò a conoscerne in anticipo ogni spostamento, in particolare quello verso il proprio locale: e oh, se il trattamento riservato fu differente! Rubricatelo nel file “a sua insaputa”.

Terzo atto: il temutissimo Valerio M. Visintin, arcinota penna del Corriere della Sera, sbarca sul sito Puntarella Rossa con un’autentica apologia dell’anonimato, e non potrebbe essere altrimenti visto che l’autore è probabilmente l’unico critico gastronomico di cui si conoscono gli scritti firmati ma non il volto. Facendolo, perde un’occasione di argomentare in modo forte le proprie ragioni, le ragioni di una minoranza da WWF.

Si uniforma invece allo stile Puntarella Rossa, estrapolando fuori contesto frasi della Baresani al fine di farle dire cose mai dette. Tutto già visto e vissuto in prima persona dal sottoscritto. Come se la linea editoriale fosse di attaccare senza se e senza ma, con toni i più aggressivi possibile, in qualsiasi modo non legalmente perseguibile. Una tendenza all’aggressività che ben si sposa con il dilagare del populismo e dell’antipolitica nella nostra povera patria.

Infine Alessandro Bocchetti su Scatti di Gusto prova a mettere assieme i pezzi  sottolineando la differenza tra guide (dove l’anonimato è la regola) e critica svincolata dalle stesse.

Ma insomma, chi ha ragione?

Tutto sommato, più che essere anonimi conta l’uniformità del giudizio: i volti noti della critica, i Gianni Mura e i Raspelli, non possono non essere riconosciuti, tuttavia verranno trattati “ugualmente bene” dai ristoratori e le loro graduatorie relative rimarranno prive di errori. Ma lascerò decidere a voi lettori quale sia il modello migliore fra le tipologie di critico à la page; ai più smaliziati il compito riconoscere chi si nasconde dietro ognuno di questi profili.

GUIDAROLO CLASSICO – Prenota sotto pseudonimo; non di rado sempre con lo stesso, un vezzo rivelatorio per i ristoratori più arguti, che si scambiano i nomi fasulli dei critici come fossero figurine rare. In ogni caso, il guidarolo non prende particolari precauzioni una volta arrivato al ristorante, il che è un po’ come fare i preliminari col preservativo e il resto senza. Solo o accompagnato, prende appunti e fa foto, ma fortunatamente il proliferare di foodblogger e fanatici vari lo mimetizza un po’ meglio dell’elefante in un campo di fragole che era fino a ieri. A fine pasto può palesarsi o no, ma il conto lo paga. Quel che succede dopo distingue il volontario dal critico vero e proprio, rimborsato dietro presentazione della ricevuta, con un ritardo variabile a seconda della testata e non necessariamente vini inclusi (chi fa il furbo ordinando Grand Cru di Borgogna come fossero gazzosa e pretendendone il rimborso dura pochissimo).

GUIDAROLO GOMMATO – E’ anonimo nel senso più ampio del termine. Si presenta triste e solitario, avvolto da una nube di sfiga: lo vedi e dici che no, il suo non è il mestiere più bello del mondo. Si siede in silenzio e ordina rigorosamente due piatti alla carta, pasteggiando ad acqua o, se va bene, ordinando un modesto calice: i suoi superiori sono tanto autorevoli quanto micragnosi. Il suo è un incognito totale, ma anche il lavapiatti arrivato stamattina dalla galassia di Andromeda si è reso conto che riferisce alla Michelin, la più importante delle guide.

UOMO MISTERIOSO – Le sue turbe adolescenziali erano tutte rivolte alla Donna Invisibile, e nelle foto di classe era o quello di spalle o l’unico assente. E’ ossessionato dalla sua irriconoscibilità, non si mostra in pubblico né si fa fotografare. Si sente in missione per conto di Dio, come i Blues Brothers. Fa chiamare da altre persone e prenotare con nomi di fantasia, si produce in sforzi considerevoli pur di rendere la sua esperienza il più possibile simile a quella del cliente medio. Paga il conto, e in contanti, perché sulla carta di credito c’è scritto il suo nome. Poi la recensione arriva come un fulmine a ciel sereno. E’ convinto che la sua anonimità totale sia salva, e se ne bea. Ma ignora che la città dove si muove è piccola e gossipara, e qualcuno che conosce il suo volto c’è, eccome.

VECCHIA GLORIA – Ha avuto il fuoco nelle mani, il mondo ai suoi piedi, ma oggi è un signore inequivocabilmente sul viale del tramonto. Se fosse di destra si consolerebbe con ragazze disponibili e appena maggiorenni, ma è di sinistra e quindi decide di rinverginarsi abbracciando tutte le tendenze contemporanee che vanno per la maggiore: in pratica è contemporaneamente un hipster e suo nonno. La sua visita al ristorante viene annunciata da una fanfara di ottoni d’antan, arriva, solo o in compagnia (non necessariamente di suoi simili), assaggia tutti i piatti in carta e anche qualcuno preparato apposta per lui. Si intrattiene per ore in chiacchiere con lo chef facendo namedropping dell’intera San Pellegrino World’s 50 Best e salda il conto con un caloroso abbraccio.

COMPLOTTISTA –  Sa tutto di scie chimiche, e crede di avere le prove che Mario Monti sia in realtà un rettiliano. Il suo zelo controinformativo è eguagliato solo dalla violenza verbale che scarica su chi non la pensa come lui. Decide a tavolino quale ristorante stroncare, prenota in maniera rigorosamente anonima e cerca di simulare l’esperienza del cliente tipo con fin troppa dedizione. Ad esempio, se una portata non è a posto, invece di rimandarla indietro come farebbe qualsiasi avventore resta in silenzio, sogghignando tra sé e sé: per lui la vendetta è un piatto che si consuma freddo. Paga il conto, torna a casa e recensisce il ristorante con livore, attaccando con ancor più livore chi porge critiche alle sue affermazioni più o meno iconoclaste. Tutto quello che diranno i colleghi potrà essere usato contro di loro, e all’occorrenza potrà essere usato anche qualcosa che in effetti non hanno mai detto.

CRITICO EMBEDDED – Frequenta solo ristoranti di fascia alta o altissima, ed è il suo lavoro. La visita viene concordata con la proprietà nei minimi dettagli, si presenta in compagnia dei suoi collaboratori, che all’occorrenza sono tanti quanto una troupe televisiva. Assaggia tutto quello che c’è da assaggiare, e prepara una recensione che l’ufficio stampa del ristorante non sarebbe in grado di scrivere, senza parlare delle belle immagini. Alla prima visita può anche pagare il salatissimo conto, ma è un dettaglio, perché è il ristorante a diventare suo cliente. Tutti sanno che è fin troppo amico degli chef, ma non ci fanno caso vista la qualità estetica dei suoi reportage dalle meglio tavole d’Italia.

BLOGGER – Prenota con nome e cognome, sperando di essere googlato e di ricevere un’accoglienza di favore, e si presenta ribadendo la sua identità. Fotografa tutto e prende una Divina Commedia di appunti. Al momento del conto paga di tasca sua, sperando di ricevere qualche sconto. Il ristorante lo considera un ottimo cliente, la verità è che è ai margini della catena alimentare.

INFAME – Prenota sotto pseudonimo, lascia un numero falso e non si presenta.

[Crediti | Link: Dissapore, Papero Giallo, Puntarella Rossa, Scatti di Gusto. Immagine: Defeamer]

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49 commenti a Giù la maschera: come riconoscere i critici anonimi ed evitare possibili stroncature

  1. Bello. Manca un profilo.

    RECENSORE NORMALE.
    Prenota sempre a proprio nome e va da solo, con amici o familiari. Si comporta da persona normale, mangia tanto e beve di gusto. Se non guida, pure di più. Prende qualche appunto, generalmente su un cellulare anteguerra per non dare nell’occhio. Fa domande ma non più di tanto. Eventuali carinerie vengono prese con beneficio del dubbio: dipende da chi le fa, perché e con quale spirito. Smania di stringere la mano dello chef quanto di avere disturbi gastrici. Paga o fa pagare.
    Quando non paga proprio, rubrica la cena a scambio tra amici.
    Va al ristorante per mangiare e non per sfogare i suoi problemi psichici, semmai li allevia. E non ci tiene a farne venire agli altri. Ha piacere di lodare chi pensa lavori bene e di dare un calcio in culo alle teste di cacchio.
    A casa mangia generalmente merda per ricordarsi che il ristorante, a prescindere, è un posto speciale.

  2. Mancano solo i nomi… Ma probabilmente non servono ;)
    Ti sei dimenticato i narratori, quelli che sono trasversali nelle varie tipologie e raccontano ovunque possono… Prenotano a nome proprio o con pseudonimi diversi, spesso pagano, talvolta no a secondo di quello che fanno… Sono curiosi e un po’ pedanti… ;) cmq provano a raccontare il momento gastronomico…
    Ciao A

  3. per la precisione bonilli ha scritto: “la critica gastronomica non sono le guide, è la comprensione delle tendenze, della tecnica che c’è in un piatto, è parlare con i cuochi e non nascondersi dietro pseudonimi per andare in un ristorante, quello è un altro mestiere.
    poi, infatti, ci sono anche le guide, è vero, che, tra parentesi, ormai contano come il due di briscola, alla ricerca disperata di sponsor e lettori, ripetitive e sempre in ritardo rispetto al web
    “.
    ribattevo (chiedo scusa per l’autocitazione): mi garba la tesi che critica gastronomica e recensione attovagliata sieno due concetti non solo diversi bensì quasi opposti; e allora, non solo per il colto ma anche per l’inclita, potremmo esemplificare meglio? chi attribuire all’una e chi all’altra?
    bene, qualcuno si sente di fare esempi? come a scuola, due colonne: anziché buoni e cattivi
    critici: bonilli
    recensori: visintin
    proseguiamo?

  4. Io sono piuttosto hard.
    Se riesco, mi scatafondo al ristorante senza prenotare. Altrimenti, ad esempio nel caso che sia a tipo 200 km, prenoto con un simpatico pseudonimo (lo cambio sempre, secondo l’estro del momento, e alle volte preferisco appuntarmelo da qualche parte, per evitare di dimenticarmi quale tavolo chiedere) e vado. Prenoto per due anche se sono solo, di solito.
    Nel ristorante di solito entro vestito come un uomo d’affari molto leccato e vanitoso (ahahaha), mentre mediamente i critici si vestono in maniera, diciamo, “casual”: questo depista il ristoratore, che difficilmente mi individua come tale. Si insospettisce quando vede che a pranzo ordino 3-4 piatti, casomai. Le foto mi sono richieste dal giornale. Preferibilmente le faccio con la macchinetta compatta cercando di non farmi notare, ma se mi notano amen, è vero che i foodblogger ci consentono di mimetizzarci. Non prendo appunti, il menù lo fotografo col telefono. Nel malaugurato caso che sia a voce, cerco di registrare il ristoratore che parla sempre col telefono, alla chetichella.

    • il namedropping è l’antica arte di nominare -meglio se a vanvera- quante più celebrità (o persone comunque importanti) possibile, possibilmente chiamando per nome persone cui abitualmente ci si riferisce solo con il cognome, evidenziando così di essere loro pari. Il fine è quello di:

      1) darsi delle arie
      2) ribadire un’appartenenza

  5. Non ho nulla contro i “critici” riconosciuti (e riconoscibili); l’anonimato e la popolarità sono due modi differenti di approcciare la stessa tematica. Trovo solo illogico che i sostenitori della popolarità (come Bonilli) perseverino nel sostenere che il trattamento riservato all’Anton Ego della situazione sia identico a quello del Pinco Pallino qualunque. Solo un distributore automatico tratta ogni cliente allo stesso modo.
    Questo non significa che il giudizio di Bonilli o Raspelli non abbia credibilità, anzi; semplicemente io preferisco il giudizio di chi, come Visintin, affronta un’esperienza mettendosi al pari mio e di altre centinaia di clienti privi di nomea.
    Partendo dall’assunto che ogni esperienza in un locale è unica, probabilmente quella di Visintin è quella che si avvicina di più a quella dell’uomo qualunque, che alla fine è interessato soprattutto a sapere se “lì” si mangia bene o no, piuttosto che a conoscere le ultime tendenze e mode della Molvania o l’ultima variante del Gotto Esplosivo Pangalattico.

    • Ecco, invece quello che io non capisco proprio è tutto questo incaponirsi su queste presunte differenze, che se pure ci fossero, forse nella maggiore celerità del servizio o nell’attenzione della composizione dei piatti o in qualche amuse-bouche in più o nelle attenzioni e nei sorrisi del maitre e del sommelier, il locale resta sempre quello, il menu pure, e così gli ingredienti, le tecniche e l’abilità del cuoco: non è che un cuoco per Bonilli si trasforma in Gualtiero Marchesi e per tutti gli altri invece sforna piatti da mensa aziendale del sotto-cuoco inguaiatore della povera figliola del conte Mascetti (cit. Amici Miei II), no?

      • ma è ovvio che il ristorante sia sempre quello ma a quei livelli sono le sfumature che fanno la differenza e che ti fanno prendere 15 invece che 18 oppure la stella o le due stelle. nessuno pensa alla mensa aziendale, eddai!
        ma magari quelle sfumature riservate al critico famoso non sono riservate al cliente standard, mi sembra che il dubbio sia più che legittimo.

        • Appunto, sono solo sfumature: al di là del fatto che i punteggi complessivi delle guide sono condizionati da altri fattori (il locale, l’arredamento, la carta dei vini, ecc.) che per esempio a me interessano molto meno rispetto al cibo, e del fatto che le classifiche differiscono comunque da guida a guida, mi interessa assai poco che il cuoco renda il 110% quando cucina per Bonilli e il 90% quando ci sono io: quello che voglio è che il 90% sia comunque una cucina del livello del giudizio assegnato o superiore.

      • che se pure ci fossero, forse nella maggiore celerità del servizio o nell’attenzione della composizione dei piatti o in qualche amuse-bouche in più o nelle attenzioni e nei sorrisi del maitre e del sommelier

        Non so che lavoro tu faccia nella vita ma ultimamente c’è una tendenza lampante: molte catene di franchising mandano i loro ispettori nei negozi in incognito, proprio per valutare il comportamento dei dipendenti in totale “normalità”

        E’ ovvio che un dipendente, trovandosi di fronte ad un ispettore, e sapendo che quella persona che ha di fronte è tale, farà tutto il possibile per fare bella figura; mentre trovandosi di fronte ad un cliente potrebbe anche fregarsene delle buone maniere.

        A me sembra così lapalissiano che trovarsi di fronte ad un elemento di giudizio di certo peso abbia una certa influenza che non mi capacito che non possa venire percepito.

        • Le differenze di trattamento, come le giornate felici e quelle storte ci possono stare, sempre che non si oltrepassi il limite della maleducazione o della totale inettitudine, ma se un camereriere a me fa un sorriso in meno che a Bonilli non me ne puo’ fregar di meno.

        • Ah, e per restare nel solco comportamenti di dipendenti in presenza/assenza di ispettori faccio un esempio personale: ogni tanto mi tocca mangiare nella mensa aziendale, e una volta c’erano ad un tavolo un gruppo di ispettori, queste le differenze che ho riscontrato:
          gentilezza dei dipendenti: ottima in entrambi i casi (le addette al servizio sono sempre prodighe di sorrisi e disponibilissime)
          qualità del cibo: pessima in entrambi i casi (sui contorni, per esempio, ancora devo capire perché insistano a servire d’estate broccoli ovviamente insipidi e d’inverno peperoni ovviamente acquosi, però la trippa quando c’è la fanno buona).

          • Ti faccio un esempio in termini di influenza. Ovviamente esempio di poco conto ma significativo.

            Dalle mie parti c’è un pizzeria mediocre, sono stato una o due volte e niente di che. Poi un giorno un amico mi dice di andarci insieme; scettico accetto, ci andiamo.

            Appena entriamo il gestore riconosce il mio amico, si salutano calorosamente, e si mette lui a fare la pizza mentre nelle occasioni precedenti, per i clienti “normali” come ero io quando andavo senza il mio amico, la faceva un pizzaiolo dipendente. Risultato, pizza ottima, eccelsa. Due esperienza opposte.

            Ecco cosa intendo. Ora non è che da Cracco cucina Cracco se c’è Bonilli e se non c’è Bonilli cucina il barbone dell’angolo.
            Ma di certo se hai un critico di fama nazionale in sala, vorrai mica negare che farai tutto il possibile per fargli passare un’esperienza che vada oltre la perfezione, visto che il suo giudizio “conta”, mentre se invece hai a che fare con un cliente normale, ti limiterai a fare il tuo lavoro di ordinaria amministrazione?

            Oltretutto se parliamo di locali di un certo livello, le attenzioni e le sfumature diventano importantissime visti i costi esorbitanti che si sganciano.

            Quindi se io aspetto 20 minuti mentre il “critico” aspetta 3 minuti, se permetti, per me fa la differenza.

            • Ma allora bisogna mettersi daccordo se si parla di “sfumature” o di inettitudine come nel caso del pizzaiolo che ha affidato il suo locale in mani inesperte: a certi livelli poi la qualità deve essere comunque altissima anche quando è al minimo sindacale, anche quando lo chef non c’è e lascia la cucina nella mani del sous-chef, altrimenti si perdono clienti, critiche positive ricevute o meno: e comunque il livello di trattamento di favore ad un critico non può in ogni caso superare le capacità del cuoco o l’efficienza del servizio o la qualità degli ingredienti.

              • Abbiamo un esempio nel post sul Rosti. Scrive Fabrizio Pagliardi (ristoratore!) declinando di recensire il locale: “conosco il proprietario da anni e non sarei obbiettivo, e anche se fossi io obbiettivo non sarei trattato come un cliente qualsiasi”.
                D’altra parte, qualcuno qui pensa che, nonostante il rodaggio del Rosti, se si fossero presentati Raspelli, Vizzari o la Fadda (cito a caso) sarebbe stato loro servito l’antipasto dopo il secondo, o avrebbero atteso le bevande per 20 minuti dopo aver aspettato il cibo per 40, o se ne sarebbero andati a stomaco vuoto dopo due ore di vana attesa?

    • “quella di Visintin è quella che si avvicina di più a quella dell’uomo qualunque”
      sai che non sono tanto d’accordo con te? Visintin va in un ristorante per recensirlo, io ci vado per divertirmi e rilassarmi.

        • ma anch’io, naturalmente. quello che voglio dire e’ che quando leggo certe critiche di Visintin e di altri l’impressione, a volte, e’ quella di chi cerca il pelo nell’uovo. mi trasmette, insomma, una certa tensione, come di chi sia pronto a scattare sulla sedia per ogni minima imperfezione, o, appunto, che crede che il suo lavoro sia trovare i difetti piuttosto che esaltare i pregi.

          che forse va pure bene per chi lo fa di mestiere, ma di certo non e’ lo spirito con cui *io* vado al ristorante, se no non mi passerebbe piu’.

          • Sì certo su quello sono d’accordo, d’altronde Visintin lo fa per lavoro; il punto è che mi rispecchio di più in lui che agli occhi del ristoratore è uno qualunque.

            Sarà capitato a tutti nella vita di aver ricevuto un trattamento di favore da qualcuno per svariati motivi.. perché il pizzaiolo è amico tuo, il pasticcere è tuo cognato, l’idraulico è il cugino, il medico è amico d’infanzia eccetera.

            L’esperienza va aldilà della norma; invece nel caso di Visintin lui non è nessuno ed è per quello che la sua esperienza è sempre genuina.

        • ti faccio un esempio: tempo fa Visintin scrisse, recensendo una qualche burgheria di Milano, che… gli hamburger erano troppo alti da mangiare e quindi si e’ sporcato le mani. Adesso io dico: lui lo avra’ pure scritto con ironia, ma, secondo te!

          confronta la sua esperienza con quella che possiamo fare io e te se andiamo con quattro amici in una burgheria, fosse anche la piu’ gourmet di Milano. ci sediamo, ordiniamo un hamburgher bello grande, patatine e salse varie, e che facciamo? invece di ridere e scherzare, studiamo l’hamburgher col righello?

          • Sarà deformazione ma io un’esperienza simile l’ho vissuta in Cile dove mi hanno servito un panino enorme che oltre a costringerti a sporcarti le mani, rendeva praticamente impossibile morsicarlo.
            Ecco, ho riso sì, ma forse io non ci tornerei più e lo farei presente a tutti i miei amici se me lo chiedessero.

  6. Altissimo ceto è talmente onesto che va solo da quelli che lo pagano e quanti ce ne sono…..Ma lui non fa le critiche…te credo te pagano. E’ stato bravo si è inventato un lavoro e mangia a sbaffo nei posti più belli d’Europa e si fa anche pagare….

  7. Io sono anonimo , da sempre, e pago da sempre ,perchè , come accade a tutti i clienti anonimi , il mio compito non è mangiare, ma pagare , accettando l’umiliazione di essere maltrattato : Macccome .. non ha prenotato !! o anche la condiscendenza del maestro che ti lascia aspettare, lì, nell’ingresso, purchè non disturbi…. Alla faccia del sussiego con il quale si parla di un mestiere nato dopo la rivoluzione francese, e inventato da servi dei nobili cacciati a calci nel sedere dalle loro cucine , io continuo a preferire ,una , e non vi dico quale , guida scritta nel più rigoroso anonimato, in assenza di quella del mio naso , e della mia rigorosa avversione per la prenotazione telefonica…

  8. L’articolo della Baresani ,secondo me,
    (che nasce come critica al conformismo
    gastronomico(v.formiche del Noma)
    non sceglie nessun modello.

    Anzi nella polemica innescata da Visintin su Punterella Rossa (e fomentata da quest’ultima attribuendo alla Baresani frasi che non erano contenute nell’articolo),la Baresani sembra essere invece più favorevole all’anonimato.
    (dice che lei lo adotta e ribadisce i limiti di un critico amicone dei ristoratori).
    Detto questo ,anche per me, l’anonimato è un requisito essenziale
    per svolgere questo lavoro.
    Ma non basta .
    E si sono visti, in questa vicenda, anche i limiti umani di un Visintin che si sente onnipotente solo perchè si mette una maschera quando va in giro per ristoranti.
    Chiudo segnalando che ,pensando al fatto che i critici gastronomici italiani
    di un certo peso forse non arrivino a venti,non c’è categoria più rissosa e
    e individualista.
    (salvando,sempre,le eccezioni).
    Il ridimensionamento del critico,con l’avvento del Web, è sotto gli occhi di tutti.Ma un suo ruolo è ancora importante se saprà svolgerlo come servizio e con umiltà.(e c’è qualcuno che lo fa).
    Non abbiamo più bisogno di prime donne.

  9. Nel consueto stile scorretto, aggressivo, populista e antipolitico ( perché non fascista?) di puntarella rossa, di seguito estrapoliamo un brano di cagnetti, che ringraziamo per la simpatia con cui ci segue. Povera patria. “Visintin si uniforma invece allo stile Puntarella Rossa, estrapolando fuori contesto frasi della Baresani al fine di farle dire cose mai dette. Tutto già visto e vissuto in prima persona dal sottoscritto. Come se la linea editoriale fosse di attaccare senza se e senza ma, con toni i più aggressivi possibile, in qualsiasi modo non legalmente perseguibile. Una tendenza all’aggressività che ben si sposa con il dilagare del populismo e dell’antipolitica nella nostra povera patria”

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