Come il cuoco dovrebbe usare il blogger
Akeem Sciannimanico era una giovine appassionato di cucina tradizionale. Il suo trend preferito era quello apulo-marocchino, di gran lunga più goloso di quelle devianze lucano-cingalesi che si trvovano nelle Osterie economiche alla periferia Nord. Akeem abitava a Fomentate con Parcheggio, un condominio di diecimila appartamenti costruito al posto di Vertemate con Minoprio. Il parcheggio da quarantamila posti auto era così vasto che la municipalità aveva deciso di far passare la TAV sotto il portico affinchè gli abitanti la potessero usare come navetta. Akeem amava due cose: scrivere e mangiare, e stava attaccato tutto il giorno al suo iLog plurimediale, su cui pubblicava tutto ciò che gli accadeva nei dintorni dell’apparato digerente. Attraverso il suo iDome scriveva, fotografava e filmava di tutto, anche la cena al Ristoro de Pippis dove aveva mangiato una delle peggiori Tajine di strascinati di grano nero con hummus e piccione. Il 16 marzo 2016 si leggeva:
“Non è che sia male, il Ristoro de Pippis: ma la Tajine è insipida, gli strascinati passati di cottura e il piccione pare più una gallina. Da non tornare mai più“
Poco dopo giunse un commento del titolare del ristorante
Scrive Romualdo De Pippis:
Ciao Akeem, sono il titolare del Ristoro. Sono molto dispiaciuto di leggere questo tuo commento, anche perché te ne sei uscito senza dirmi nulla. Visto che non lo hai fatto allora, puoi spiegarmi cosa ti ha infastidito tanto da non voler tornare mai più?”
Scrive Akeem Sciannimanico:
Buongiorno Romualdo. Non ho detto nulla perché il cameriere continuava a chiedermi “tuttobène” nonostante il piatto fosse tornato mezzo vuoto, e mi pareva che non interessasse granché se mi era piaciuto o no. Riguardo alla Tajine, che è uno dei miei piatti preferiti, ho trovato che il piccione fosse di mediocre qualità, con carne troppo flaccida e troppo delicata. La cottura degli strascinati era passata, e le salse di condimento erano un po’ messe lì per caso.
Scrive Romualdo De Pippis
Grazie Akeem. In effetti il cameriere al tavolo era novizio, vedrò di spiegargli che chiedere “come va” non è solo cortesia. Il piccione è il solito del solito fornitore da cui ci forniamo da dieci anni, ma verificherò se si trattava di una partita diciamo sfortunata. Per quanto riguarda le salse ho avuto pareri anche molto favorevoli, quindi la tua insoddisfazione mi sorprende: ma farò delle prove.
Nel frattempo se vuoi tornare ad assaggiare la Tajine in versione riveduta e corretta, mi farebbe molto piacere sentire il tuo parere. E magari provare a farti cambiare idea: noi lavoriamo qui perché è la nostra vita, e nulla conta di più della soddisfazione dei nostri ospiti.
Scrive Akeem Sciannimanico
Update: sono andato. E’ vero, il piccione era tutt’altro, sodo e gustoso. Magari quelle salse ancora non m’accontentano, ma sono curate e ben fatte. Il titolare è gentile, e il personale è attento. Vale la pena di farsi un’idea di persona.
Immagine: Gloricetta









>noi lavoriamo qui perché è la nostra vita, e nulla conta di più della soddisfazione dei nostri ospiti.
E’ fantagastronomia, eh???
Intrigante e molto ben scritto.
La leggerezza è una dote rara.
Eh si, i Romualdi de Pippis come una volta non ci sono piu’
Comunque hai ragione, e’ sorprendente vedere come la gente non veda la straordinaria possibilita’ di trasformare un fatto negativo in uno positivo di forza enormemente maggiore. Se sbagliando, su internet, si perdono 2 punti, ammettendo l’errore o quantomeno accettando serenamente la critica e offrire una riparazione in qualche modo, se ne acquistano 10.000!
Ne venissero di piu’, di critiche, tutte occasioni d’oro per promuoversi.
E’ interessante ma è “il mondo dal punto di vista del cliente-perfetto-e-che-ha-sempre-ragione”.
Sarebbe divertente leggere la stessa storia dal punto di vista del ristoratore.
Una cosa che ho notato è che del cliente viene presa in considerazione ogni piccola insoddifazione, ma il lato emotivo del cuoco neanche un po’: cioè uno che ti dice e racconta a tutto il mondo che quello che fai è mediocre, ed è sbagliato per questo e quest’altro motivo, sai che entusiasmo!!
Però il massimo del divertimento sarebbe sentire il racconto equivalente dal punto di vista di un cuoco incazzuso!
Attenzione: il rapporto non è paritario: il cuoco offre un prodotto, ma il cliente PAGA, e attribuisce un valore e un rapporto prezzo/valore.
Certo che il cliente attribuisce un rapporto prezzo/valore. Anch’io se trovo che questo rapporto è svantaggioso non torno in un locale.
Ma qui si va un po’ oltre, perché il cliente in questione non pretende che:
1. il cameriere intuisca la sua insoddisfazione – chissà perché non può invece dichiararla alla domanda “tuttobene”, mi sembra molto più semplice; ad esempio a me capita abbastanza frequentemente di avanzare qualcosa nel piatto e nel 99% dei casi è perché non c’è più spazio nel mio stomaco. Il fatto che qualcuno insista a domandare o addirittura arrivi il cuoco a verificare se l’avanzo non è dovuto al fatto che non mi è piaciuto per me è un supplizio! Rivendico il mio diritto a non subire il terzo grado ma parlare solo se ne ho voglia o necessità!
2. il ristoratore accetti senza batter ciglio il fatto che il cliente sia andato in giro per il web a parlar male del locale, senza aver minimamente accennato a questo durante la cena.
3. Il cuoco – ok, indirettamente perché qui parla direttamente al gestore del locale, ma la figura potrebbe anche coincidere – si senta dire da un perfetto sconosciuto – che tra l’altro può anche essere uno che di cucina non capisce una fava – che quello che fa è mediocre e sbagliato per questo e quest’altro motivo e deve risposndere ringraziando e dicendo che sicuramente farà delle prove?! AH!
Ora non so voi ma io quando qualcuno mi dice che quello che faccio è sbagliato e mediocre ci rimango male e/o m’incazzo. Se è una situazione di lavoro, taccio perché “devo”. Poi valuto se quello che parla mi sembra degno di stima o un rompiballe e se è il caso scambio ancora qualche battuta ma non necessariamente.
Tutto questo secondo me non è solo una faccenda di buon imprenditore, calcoli matematici su come ci si deve comportare…c’è che sia il cliente che chi fornisce un servizio sono esseri umani!
ovviamente la frase era che il cliente in questione “pretende che” il “non” è sbagliato!
ci sono ristoratori e imprenditori; i ristoratori sono anche imprenditori, quest’ultimi invece evitano o si disinteressano di fornire un servizio che funzioni bene, la professionalità o semplicemente l’attenzione al cliente in sala, ecc. ecc.
tanto l’impresa va avanti, i soldi entrano lo stesso, il ristorante è sempre pieno…
insomma, conta più l’immagine che tutto il resto.
di questo c’è poco da vergognarsi, si può sempre scegliere.
…insomma, conta più l’immagine che tutto il resto.
Non direi proprio! Conta il fatturato!
Difatti il panino AmeriKano è andato via dall’Islanda, visto che costa troppo mantenere aperta una paninoteca Made in USA in quell’Isola.
Dimenticavo, il resto, caro cuoco claudio, è solo poesia.
Se la sai vendere bene, ok, se no amen.
E per finire: un vero cuoco dei Blog se ne strafrega, uno non ha tempo di seguirli, due sono dispersivi al limite delle capacità umane.
Ma una occhiata al blog dopo lavoro distende,mette umore sù e informa su come và il mondo,sempre se il cuoco ha un compiuter e se ha la voglia di usarlo.Comunque è un buon esempio il racconto sù di non prendersela da una critica,a di usarla per crescere e migliorare.
Pare che vendere panini flosci con la svizzera a gente che seppellisce lo squalo sotto la piaggia, e quando è putrefatto lo secca e lo mangia a cubetti con l’acquavite sia anche troppa grazia!
Esemplare.
Dovrebbero mettere questo testo come studio obbligatorio a livello HACCP.
Sono ancora una volta d’accordo con Chefclaude, sul discorso ristoratori e imprenditori… troppi ne ho visti, e troppi ne vedrò ancora. Nome omen, se ti chiami ristoratore, qualcosa significherà.. il problema è che noi in Italia abbiamo tanti “prenditori”, non imprenditori come approccio, e non solo nell’enogastronomia.
ce ne fossero di Romualdi!
ancora una parodia fra cucina/informazione/blgogsfera/comunicare/media. forse il cibo ha assunto un aspetto feticistico in una corrente di alimento(food) molto new age….
ciao ciao
Sarò banale ma gli chef sono prima di tutto uomini e come tali di varia natura: i meschini, gli incazzati perenni, gli invidiosi e i boriosi ma fortunatamente anche (e a mio parere la maggioranza) i modesti, gli appassionati, insomma gran belle persone.
Due giorni fa ero a pranzo al Vairo del Volturno e allo chef, stellato e quest’anno a 82/100 Gambero Rosso, non sono riuscito a scucire un commento che non fosse non dico polemico ma neanche di disappunto o di meraviglia sull’attribuzione dei punteggi del Gambero 2010 in Campania. Alle mie pur garbatissime provocazioni quasi si imbarazzava e un colorito di timidezza gli coloriva il viso. In lui per esempio, scorgo ancora tratti di De Pippis …
Ieri sera presentazione del libro di Niccolò Ammaniti a “Che tempo che fa”: “Che la festa cominci” è stato descritto come una commedia grottesca e amara che ha per protagonisti una serie di icone del vivere contemporaneo, dai calciatori alle veline, dagli scrittori di successo ai politici, ai giornalisti tv. Tra tutti spicca, almeno ai miei occhi, come lo ha definito Fazio, la figura dello “chef d’alto bordo”: ora che la figura di uno chef entri a far parte del “bestiario” contemporaneo è già rimarchevole, che poi una onesta e per certi versi straordinaria professione possa oggi vantare anche una categoria “d’alto bordo” simile a quella delle meretrici, mi ha colpito e fatto riflettere su come l’esposizione mediatica e di immagine del cuoco sia ormai a livelli di guardia. Forse è bene tornare a cucinare, a bruciarpadelle dietro ai fornelli, forse ne va del futuro di tutta la categoria.
Non solo, ma una delle prerogative dei personaggi del libro, chef compreso, è quella di essere permalosi, di offendersi quasi a priori, quasi che il sentirsi offesi sia una prerogativa a prescindere, indipendente da valutazioni o contesti, prima ci si offende, poi, se caso ed eventualmente si discute.
Dopo il “lei non sa chi sono io” figlio del boom economico, siamo arrivati al risentimento, che non è indignazione, ché quest’ultima prevede necessariamnete una riflessione e una argomentazione, no si va dritti al sentirsi offesi perchè gli altri, e solo loro, non sanno come si vive, non conoscono le nuove regole, spicce, veloci senza tante menate da intellettuali e scrivani.
Forse tutto cominciò con quel “Si contenga! Cribbio”, oppure “Si vergogni!” ultime scorciatoie, da giudizio sommario, specchio di rapporti e relazioni tra umani ormai cortocircuitati e allo sbando.
Ecco che la colpa è del Silvio:-))) Forte!
Ma va là Scarpato, la colpa è semplicemente di pochi “cuochi” che in tv fanno passare un lavoro artigianale, duro e faticoso come tanti altri, come se fosse un gioco da circo, un gioco di prestigio alla Silvan.
C’è il cuoco inglese che urla nel reality.
Quello italiano che parla “itagliano correggiuto”.
Quello superveloce, che non si capisce, ma molto bellino.
Quello timido e casinista.
L’ex comico che diventa cuoco.
Quelli che non sono cuochi ma lo faccio io il pranzetto che tanto è facile!
E poi quelli in america che gestiscono un ristorante per gioco.
Semplicemente la tv sta usando la cucina e il cibo per fare spettacolo.
Poi la moda passerà, e magari cambierà.
I ristoranti, quelli tosti rimarranno, con i loro cuochi che non vanno in tv.
D’accordo, ma le tue osservazioni, pur considerando che i cuochi che “mirano” ai media non sono così pochi a vari livelli, si riferiscono alla prima parte del mio commento.
La seconda parte rifletteva sulla tendenza a sentirsi offesi, quasi preventivamente, che sta caratterizzando i rapporti sociali oggi nel nostro paese: anzichè accettare un confronto, anzichè ribattere e argomentare ci si offende stizziti. Chiuso il discorso, tanto è lo stesso, tanto ho ragione io, son gli altri che non capiscono o sono prevenuti.
Viviamo in questa società figlia della tv e degli strepiti, la pubblica opinione non esiste più e cercare di riflettere, anche livello basso basso come sto facendo io ora, è intesa come perdita di tempo: non vale più non essere d’accordo, non serve più dire le proprie ragioni, si fa prima e meglio ad incazzarsi offesi come i bimbi che mettono il broncio. E tutto finisce lì, come anche la possibilità di capire, di correggersi. Così ognuno se ne sta solo nella sua sicumera.
Bé la risposta dipende anche da come si pone chi lancia per primo la critica. C’è chi inizia un dialogo perché vuole scambiare un po’ di opinioni e c’è chi inizia un discorso perché vuole imporre agli altri la sua visione del mondo. C’è una bella differenza.
Gumbo, mi sembra che stiamo discutendo non di ipotesi ma che si faccia capo all’episodio “vero” del ristorante milanese cui Caffarri rimanda per contrappasso in questo post: in quell’episodio il cliente-critico-gastronomo-scrittore-personagentile aveva espresso civilmente un parere, seppure non direttamente, ed era stato coperto di contumelie, pur non volendo imporre alcunché e ricevendo in cambio una porta in faccia, secondo un malcostume del quale io, alla lontana, ho cercato di ragionare prendendo spunto da una considerazione di Ammaniti. Quindi non ci sono ipotesi o distinguo, nel caso specifico, ma solo un comportamento purtroppo diffuso e, a mio avviso, sbagliato (mi ci metto anch’io, se vuoi; non giudico nessuno, osservo).
Che quel post sia lo spunto per questo è indubbio, ma in generale è una discussione che va avanti…da sempre. Anche su Dissapore è ricorrente. Anche gli altri interventi non mi sembrano centrati solo su quella storia.
Sul caso specifico per me, se un locale è supertrendy supervippe supersuccesso tendenzialmente lo evito a monte! Se decido di andarci non mi aspetto l’esperienza gastronomica della vita, né che lo staff si iteressi a me quanto a Jovanotti. Cerco di divertirmi per la situazione che è.
In ogni caso, resta per me un grande mistero perché se uno mi chiede “tuttobene?” e per me non lo è, e ho una gran voglia di farglielo sapere…perché non rispondere?
Quello che dice Scarpato è sacrosanto: e accade in ogni contesto. Sta morendo il senso di responsabilità, e quello dell’autocritica: tutti si sentono divinità, gelosi dei propri difetti, pronti a giustificarsi, comunque sia. L’individualismo gonfiato all’ennesima potenza, l’uomo qualunque, il cuoco qualunque dopato.
Un attimo, però. C’è anche un sacco di gente che è disposta a dare (o pagare) sempre meno e pretende sempre di più. E ognuno -magari anche gentile per carità-è convinto che le sue esigenze siano le più importanti dell’universo, che tutti debbano intuire cosa desiderano e metterli al primo posto, qualunque cosa accada intorno. C’è sempre qualcuno che si lamenta, sempre qualcuno che è convinto di sapere meglio di te cosa si deve fare (ma mica lo fa, parla solo), sempre qualcuno che sa cosa è più giusto. E qualcuno ha ragione…ma dopo un po’ è davvero faticoso, è impossibile star dietro a tutto. Però per alcuni la colpa è sempre da una parte sola!
Per carità, dall’altra parte è uguale: il detto “il cliente ha sempre ragione” mi è sempre sembrato idiota, ma oggi come non mai.
Proprio non c’è dialogo tra nessuno, si parla solo per frasi fatte “tutto bene” “grazie” “prego”, nascondono tutte lo stesso disprezzo, magari è un vaffa: però ti ricordo che parliamo di un locale dove la bella ggente va per farsi vedere, essere vista, misurata col metro del come sei vestito, con chi vai….
La prima volta che ho sentito questa parola da un cameriere, “bella gente”, ho pensato immediatamente che avrei fatto meglio a lavorare in un vero circo equestre, in uno zoo reale, con la puzza di cacca e tutto il resto, piuttosto che rimanere lì anche per un solo minuto in più…
Cose che capitano!
Senza la “bella gente” tantissimi ristoranti possono chiudere.