
Leonardo Romanelli: @Fabio Credo che si evinca dal
giorgia cannarella: Io ho una vera ossessione per
vincenz: Visto che ti stimo,visto che s
Fabio Cagnetti: Mi spiace molto leggere di que

Proprio quando un’altra sbadigliosa richiesta di consigli per critici in erba (“ciao, sono estremamente appassionato di ristoranti, frequento il master in giornalismo gastronomico tal dei tali, volevo chiedervi come si scrive la recensione di un ristorante, qual è il metodo”), intasava la nostra casella di posta, bang! — la folgorazione. Perché non imbastire un post della serie “il blog è un socialcoso”, lasciando decidere a chi legge cosa scrivere di un ristorante e cosa no? Il “te lo dico io time” di Dissapore è organizzato in 6 punti, al vostro buon cuore aggiungerne altri.
1) Rece negative. Sì o no.
2) Scrivere responsabilmente. Sì o no.
3) Anonimato. Sì o no?
4) Eccesso malato e pornografico di dettagli. Sì o no?
5) Il voto. Sì o no?
6) Autorevolezza. Sì o no.
IL RAPPORTO CON GLI CHEF TIPO RED E TOBY NEMICIAMICI
Rece negative. Sì o no?
(1 A) Metodo Allan Bay, (meritatamente) noto per una fortunata serie di libri di cucina for dummies, che scrive solo recensioni positive, cioè, semplicemente, segnala solo locali che gli sono piaciuti.
(1 B) Oppure metodo Valerio Visintin, reporter dai ristoranti per il Corriere della Sera, che scrive spesso recensioni negative, a volte feroci, e invariabilmente spassose.
Scrivere responsabilmente. Sì o no?
(2 A) Rispettiamo le persone che lavorano dando il massimo, dal ristorante dipende il loro sostentamento. Se sbagliano non usiamoli come bersaglio, offriamo una seconda possibilità.
(2 B) Però scusate, io non vi capisco, se mi trovo male in un posto che costa come una manovra economica perché non ho il diritto di scriverlo? Anche un film è business, dalla sua sorte dipende il futuro del regista, eppure le stroncature sono all’ordine del giorno.
Anonimato. Sì o no?
(3A) Essere sconosciuti o rendersi irriconoscibili per giudicare un ristorante senza il cerimoniale di attenzioni riservato ai critici, questo conta. Ritorna in scena Valerio “Primula Rossa” Visintin, l’uomo che ha fatto presentare la sua guida da 5 signori con baffoni finti pur di non svelare la sua identità.
(3B) Fregarsene di queste pratiche tribali, incluso il vezzo di usare nomi farlocchi al momento della prenotazione. Questa è l’era dell’Internez, con il tasso di feisbucchismo alle stelle e le foto segnaletiche dei critici nelle tasche del personale, perché persone sane di mente dovrebbero autoinfliggersi una vita di sotterfugi e ridicoli travestimenti?
Eccesso malato e pornografico di dettagli. Sì o no?
(4A) Va bene l’era dell’Internez, ma non staremo esagerando? Prima di vivisezionare ogni istante della cena chiediamoci come si sentono i vivisezionati. E l’effetto sorpresa dei piatti? Praticamente azzerato. Ci sarebbe poi il fastidio dei commensali, precipitati da telefonini e fotocamere in una specie di set cinematografico. E insomma, qualcosa nelle recensioni dei foodblogger, i grandi colpevoli, deve cambiare.
(4B) Vi ricordate quando alla eonesima descrizione di un piatto, il nostro ormone impazzito chiedeva alle guide di carta almeno una foto, anche minuscola, per capirci qualcosa? Preistoria! Dalla bellezza dell’informazione boccone dopo boccone non si torna indietro. Per fortuna!
Il voto. Sì o no?
(5A) Ufficialmente non lo ama nessuno, ma santa pace, chiedetelo a chi deve vendere le guide dei ristoranti: tira più un voto che ennemila parole.
(5B) Piantiamola, i ristoranti non si votano, si raccontano. Storie, descrizioni, atmosfere, impressioni, non qualche stupido numero che impedisce al lettore di fare il suo mestiere: leggere. (Lui invece si fa bastare il voto).
Autorevolezza. Si o no?
(6A) Scrive solo chi conosce Larousse Gastronomique cottura per cottura. “Pretendi di parlare di me”, chiede fleshato il ristoratore appena stroncato dal foodblogger, “allora dimmi cos’è un poulet de Bresse? Lasciate la critica ai critici e studiate, piccoli parvenù”.
(6B) Ma lo avete sentito Gaber? Libertà è partecipazione. Lo avete letto Rifkin? Questa è l’era dell’accesso. Documentatevi voi, chef permalosi, e fanc**o il poulet. Con licenza parlando, eh.
[Crediti | Link: Dissapore, Mangiare a Milano, Wikipedia, immagine: Flickr/Yougdoo]
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1B:se faccio un lavoro che deve dare informazioni, non posso mettere la testa sotto la sabbia.
2B:Le critiche devono essere sempre essere ascoltate
3A:meglio cercare l’invisibilità, se poi ti riconoscono almeno tu non hai fatto una figura da …(trovate voi la parola, mi sfugge)
4A: e basta!Ridateci l’immaginazione
5A: ha come vantaggio l’immediatezza
6A:se lo faccio come lavoro è d’OBBLIGO, ma è buona cosa anche nei discorsi da bar avere cognizione di ciò di cui si sta discettando. Per non fare la figura…ecco , si, stavolta la parola ce l’ho, dei cretini
1a
sempreche’ sia un lavoro
giusto!
)
Grazie, credo che mi tornerà molto utile!
Metodo Allan Bay che scrive solo recensioni positive, cioè, semplicemente, segnala solo locali che gli sono piaciuti. Per stroncarli uso forum, commenti e blog altrui
rece negative tutta la vita, le poesie mica le scrivono solo quelli contenti e felici, anzi
una seconda possibilita’ si dona a tutti, ma se alla prima mi hai rotto i maroni lo scrivo
anonimato si. punto. non venitemi a dire che la sala lavora allo stesso modo con un anonimo avventore e con gordon ramsay versione “adesso mangio io”
niente foto e video, a meno che si sia esperti in materia. le foto da amatore uccidono qualsiasi piatto
voto: no per l’internez, si per la carta
autorevolezza: giammai
1B-2B-3B (perchè se un ristorante ha dei difetti saltano fuori anche se a tavola si siede Obama)- 4B – 5A – 6C (ovvero senza volere il nec plus ultra mi piacerebbero dei guidaroli più esperti del cibo ma soprattutto delle materie prime. Mi è capitato di conoscerne alcuni a tavola o per lavoro, senza sapere che scrivessero di ristoranti, e aver pensato ‘ma in che mani siamo!’)
Secondo me la conoscenza della materia è fondamentale. La cosa che devono necessariamente imparare i “critici” è mettersi nei panni del cliente medio del locale che si sta recensendo, vi assicuro che nessuno lo fa!
quoto la parte finale
Premetto che non sono un giornalista. Ma se ho una guida, sono nel tal posto, vorrei sapere se la cucina è perlomeno decente: non ho voglia di arrivarci per induzione (oh, il nome non risulta QUINDI non è buono).
Ragazzi, se il ristorante non va bene per tutta una serie di motivi credo sia giusto scriverlo. O dobbiamo fare tutti i volemose bbene perchè “oh in fondo è uno che lavora, c’ha il ristarante”.
Perchè al dilà della guida o non gioda se un mio amico mi chiede “sì ok, ma sei andato a mangiare lì? com’è?”, io che gli racconto? Ah no, sai , non è nella guida e poi è un ristoratore, ma poi gli dò pure la seconda possibilità, cioè…Ma dai, per favore.
Questa è una linea percorribile se si ha un blog, ma molto difficile da mettere in pratica nel caso di stampa di una guida.
Una guida stampata ha necessariamente un limite di pagine per due ragioni: fruibilità da parte del lettore e costi di pubblicazione.
Non essendo possibile recensire miliardi di ristoranti, la maggior parte delle guide opta per l’inserimento delle recensioni positive. Si trovano delle critiche quando si tratta di locali che da tempo sono in guida e sono peggiorati.
A questi elementi bisogna poi aggiungere che gli editori vogliono evitare che i ristoratori facciano loro causa per i danni procurati dalle recensioni negative.
1A 1B 2A 2B ambedue sono utili ma se “recensisco” io preferisco il metodo Allan Bay: sono un buono !
3B alla grande ! riconoscere qualcuno (ma si parla di grandi critici, mica Mauro e Leo) può valere per i medi ristoranti; per le tavole al vertice non ci sono differenze nel piatto e sul trattamento in sala il professionista c’ha fatto l’abitudine e gli basta un’occhiata per sgamare attenzioni unilaterali.
4B più particolari ci sono meglio è: non tutti i blogger sono come VG che impianta uno studio fotografico in sala
una compattina con buon obiettivo spesso fa un egregio lavoro senza dare nell’occhio.. poi ci sono i casi irrecuperabili ma quella è un’altra storia
5A voto tutta la vita. Ma devono essere almeno in ventesimi, rimpiango quei 19.2/20 della vecchia Guida Espresso. Purtroppo oggi anche il Corriere Fiorentino utilizza il voto in decimi che non rende per niente le sfumature (vero Elisia ?)
6A senza eccessi. Credo che chi scrive su carta e/o su blog gastronomici si sia conquistato un minimo di autorevolezza, no ? e non vorremo mica negare che un Cauzzi, avventore di centinaia di ristoranti all’anno in tutta Europa, abbia più credito di un Pinco Pallo che scrive una recensione una-tantum sul forum GR ? spesso l’esperienza (e i locali visitati) del recensore aiuta più della bella scrittura e dei raffinati calembour.. e intuculu a Rifkin !
scusa ma l’utilizzo del mio nome e’ assolutamente casuale, verooooo ????
No no, siamo proprio noi due !
1) Rece negative? Sì, va raccontata la realtà. Semplicemente. Sempre.
2) Scrivere responsabilmente? Sì e no. No se “scrivere responsabilmente” significa omettere tutto quello che non ci è piaciuto di un ristorante.
3) Anonimato? Non importa, il discrimine è pagante o non-pagante.
4) Eccesso malato e pornografico di dettagli? Se c’è un fotografo abile e arruolato sì. Se no meglio di no.
5) Il voto? Il voto mi gusta molto. Però non è realmente importante.
6) Autorevolezza? Rispondo con un paio di domande: chi decide chi è autorevole e chi no? Esperienza è sinonimo di autorevolezza?
Scusa, ma al punto 3) hai detto una sciocchezza.
So da fonte diretta (ristoratori) che Bay a volte a fine cena, dopo aver debitamente pagato, si presenta promettendo “un bell’articolo”.
Significa che se ritorna nello stesso ristorante verrà riconosciuto e conseguentemente benservito e probabilmente omaggiato del conto. E poiché presumo che ritorni prima o poi, considerati il suo lavoro e che spesso i posti recensiti son gli stessi, le sue successive recensioni non sono più affidabili.
L’anonimato è importante, importantissimo.
Certo poi tutti sappiamo che faccia hanno Vizzari, Perrone, Fiammetta Fadda o Alex Guzzi; ma questo forse indica solo che dovrebbero occuparsi di cucinsa e non di ristoranti o guide.
Se un qualsiasi critico si presenta come tale, paga il conto e scrive liberamente la sua recensione dove sta il problema? Se rifiuta fermamente di essere in ogni caso omaggiato dove sta il problema?
Poi, ovvio, che il metodo-Bay che tu racconti non può portare a recensioni più di tanto attendibili…
Il problema sta nel fatto che se ti presenti, quando torni (magari uno o due anni dopo, e spero che lo si faccia) ti riconoscono e ti trattano di conseguenza. E se nel frattempo magari hanno aperto un altro ristorante, o il cameriere ha cambiato locale, oppure la tua faccia è comunque nota, il problema del trattamento di favore si ripresenta, comunque la si voglia girare. Mi sembra talmente ovvio che la chiuderei qui.
Possiamo chiuderla qui rimanendo io della mia opinione e tu della tua?
E ci mancherebbe!
1) Rece negative.
Certo che sì, basta che non diventino un’abitudine. Sono molto più divertenti da leggere di quelle positive (ammettiamolo), ma questo non deve spingere il blogger a cercare sempre il marcio. (Non mi riferisco a Visentin, sia chiaro)
2) Scrivere responsabilmente.
Scrivere onestamente. Se sono incappato in una giornata storta del ristorante, va raccontata come è andata. Punto e basta. Se un ristorante ha 10 recensioni buone ed una cattiva, anche il lettore meno avveduto capisce che la recensione cattiva è frutto di una giornata storta (che può capitare a tutti).
3) Anonimato.
Non importa se sì o no. Ma la recensione dovrebbe dirlo, se ci siamo presentati “sono pinco pallino di …” oppure abbiamo capito che ci hanno riconosciuti “ah, lei è pinco pallino di …!”. Il lettore non è uno stupido, e farà maggiormente la “tara” su una recensione non da “cliente qualsiasi”.
4) Eccesso malato e pornografico di dettagli. Sì o no?
Per carità! Due o tre dettagli “rivelatori” sono utili. Ma poi basta lì!
5) Il voto. Sì o no?
Sì, ma bisognerebbe sapere quale è la metrica. La qualità o il rapporto qualità/prezzo? Altrimenti non serve a nulla.
6) Autorevolezza. Sì o no.
L’autorevolezza la decide il lettore. La stroncatura del signor nessuno non può certo valere quanto il giudizio del critico rinomato e seguito. La rete propone in modo trasparente recensioni autorevoli e non. Ma, chissà perché, certi blog sono seguiti ed accreditati mentre altri non se li fila nessuno…
Come sempre, dipende tutto dal contesto, e tutti i possibili approcci possono funzionare se fatti con coerenza e abilità.
Le uniche recensioni che disprezzo sono le marchette dissimulate, non quelle più o meno esplicite.
1A. Gli “sconsigli” divertono il lettore, ma di fatto gli sono inutili. Inoltre espongono a rischi, soprattutto nel caso di recensioni destinate alla pubblicazione, come sopra ben evidenzia E.
2A. Risposta collegata alla precedente. Se l’obiettivo è segnalare locali meritevoli di visita, quando mi trovo male basta tacerne.
3A. Sul punto concordo con Visintin, anche se a mio avviso è sufficiente prenotare con un nome fasullo.
4A. Cheppalle ‘ste foto! A saperla raccontare, con 1200/max 1500 battute di testo (spazi compresi) l’esperienza gastronomica è ben descritta. Il problema è che la rete, oltre a dare spazio anche a chi scrive male, ha un coté pornografico e il food & wine non ne va affatto esente.
5A. Voto tutta la vita! Per me – se ben applicato – il metodo di attribuzione dei punteggi usato dal “Gambero” rimane un paradigma.
6A) L’era dell’accesso permettere di accedere… anche a perfetti imbecilli. Da qui a pretendere che siano solo i cuochi a valutare i cuochi, comunque, ce ne passa.
[Al punto 6 léggasi, ovviamente, "permette" invece di "permettere".]
Posso aggiungere un punto, che è implicito nell’inizio dell’articolo? Visto che anche a me arrivano richieste di lettori simili a quelle di Bernardi (anche se in altro campo), diciamolo chiaramente: fare corsi costosi per scrivere di un argomento che non offre milioni di posti di lavoro è una mezza follia. Molto meglio aprirsi un blog e crescere col tempo, visto che sarà molto difficile diventare esperto pagato di materie come il cinema e il cibo…
Il rischio però è di scrivere un sacco di ingenuità e imparare poco impiegando tanto tempo… Se uno ha passione per qualcosa deve seguirla, anche se i posti di lavoro disponibili sono pochi!
Se uno deve spendere soldi (o farli spendere ai propri genitori) riflettere sulle possibilità di lavoro mi sembra doveroso. E chi dice che aprendo un blog e venendo a contatto con gli addetti ai lavori non si impari di più che con un corso?
Quindi nessuno dovrebbe iscriversi a lettere e filosofia perché le prospettive di lavoro sono scarse, nessuno dovrebbe tentare la carriera universitaria perché in Italia è blindata, nessuno dovrebbe fare ciò che desidera ma solo ciò che garantisce buone opportunità di lavoro… Forse è a causa di questo “principio” che si incontra tanta gente frustrata. E che in Italia nulla funziona come dovrebbe.
Io mi sono laureata in una materia che consentiva facile accesso al mondo del lavoro. Beh, non mi piaceva affatto e così ho cambiato strada, ricominciando da capo. E sono contenta.
Per quel che riguarda corsi e blog, ho fatto entrambe le cose e ti assicuro che i corsi/master, se sono ben organizzati, sono indispensabili (e sono quelli che ti mettono in contatto con gli addetti ai lavori!).
Per me investire in cultura non è mai uno spreco.
Vediamo:
Rece negative: 1B. Se sono stato male, lo dico, magari non ricamandoci truculentemente sopra
Scrivere responsabilmente: 2B. Il pago, quindi pretendo
Anonimato: 3A. Sempre se possibile, ma tanto, chi mi conosce…
Eccesso particolari:4A. racconto io, come mi pare, e tanto basti.
Voto: 5A: sempre, anche se subordinato alla descrizione
Autorevolezza: 6A. Cucino bene, non me la racconti.
1) Se l’attività di recensore è motivata (come dovrebbe) dallo “spirito di servizio”, non pubblicando recensioni negative si fa un servizio a metà.
Diciamo che mettendomi nei panni del lettore “ideale” preferisco una descrizione più sommaria.
2) Messa così è una trappola… penso che nessuno voglia scrivere “irresponsabilmente”, ma è giusto che chi sbaglia incassi le critiche, quindi voto per il no.
3) Senza anonimato il giudizio è irrimediabilmente falsato.
4) Dipende tutto dal target, se ci si indirizza a malati e pornomani va bene anche l’eccesso di dettagli
5) Non vedo perché no, è divertente. Se motivato.
6) Questo è un mio vecchio pallino… non vale solo per la gastronomia: il giornalista deve essere un esperto di ciò di cui scrive? Indubbiamente un’infarinatura deve averla, ma non si può pretendere che il critico gastronomico abbia le cognizioni di Cracco, così come il telecronista di calcio non deve essere per forza Mourinho. In generale ritengo che il giornalista (redattore), per definizione, non possa sapere tutto della materia di cui tratta. Altrimenti non farebbe il giornalista.
Quoto tutto e in specie il punto 6.
I grandi critici, in ogni campo, non sono quasi mai “produttori” della stessa materia che affrontano.
Non saprebbero fare un film, ma capiscono il cinema. Idem con la letteratura o la pittura. Forse sono più onesti, o più preparati (la critica gastronomica lascia ampio spazio all’improvvisazione) e scelgono un campo solo invece che sgambettare ovunque.
7) Prezzo. Sì o no?
inizio:
-sulla carta stampata la rece negativa la considero un inutile spreco di spazio.
su un blog non ci sono problemi di spazio quindi vanno pubblicate tutte.
-scrivere in modo responsabile mi sembra il minimo che si possa richiedere. In particolare mi infastidisce molto chi non riesce a pesare il livello dei locali che giudica. O chi scrive giudizi negativi con visite del fine settimana a locali strapieni. Se so che una recensione negativa è stata fatta un sabato o un venerdì sera non la prendo in considerazione, almeno fino a una spesa di 50 euro a testa sopra tendo a essere meno compiacente.
-L’anonimato è importante ma non più di tanto. Una volta un bravo e noto critico mi ha detto, “quando vado in un locale considero che quello che fanno per me è il massimo che possono fare, poi taro il mio giudizio guardandomi intorno e con l’opinione di amici di cui mi fido” Per quanto mi riguarda non so che faccia abbia la fadda ne perrone ne guzzi, ma per un puro caso credo id sapere che faccia ha Visintin.
-Le foto e i video li detesto
-Il voto a me non serve preferisco leggere.
-Autorevolezza assolutamente si. Autorevolezza = esperienza+conoscenza. Esperienza passiva, come cliente non come cuoco o ristoratore. E conoscenza sta per un’infarinatura merceologica generale e qualche idea sui prezzi delle materie prime.
‘Sta cosa che il fine settimana un locale non è giudicabile mi manda ai matti!
Se un ristoratore non è in grado di reggere lo standard di servizio per il numero di coperti massimo che LIBERAMENTE ha scelto di adottare, stia chiuso!
Ma che giustificazione è “il locale è strapieno”? Dov’è la professionalità?
Ma che te l’ho chiesto io di mettere 30 tavoli invece di 10? E perchè i prezzi invece sono identici anche a fronte di uno scadimento ampiamente previsto?
Forte, ‘sta cosa: “Eh…ma se venite da me il venerdì o il sabato è OVVIO che mangiate male!”
L’unica cosa ovvia mi pare invece il fatto che certi gestori non sappiano o non vogliano tararsi correttamente e che di fornire il miglior servizio possibile al cliente non gliene frega un piffero! Tanto il cliente se è scemo ritorna lo stesso e, se non torna, di scemi è piena la città…
D’ACCORDO!
Ma voi sotto stress riuscite a mantenere le stesse prestazioni lavorative??
Se si complimenti ma io non ci credo neanche se vi vedo.
Ma anche a parità di efficienza della struttura nell’arco della settimana, se nei sette giorni sbaglio 30 piatti è certo che 20 sbagli sono il venerdì e il sabato. è una questione statistica.
Se a un colloquio d’assunzione mi vendo come supermanager gestore di multinazionali e poi, al primo intoppo, sgamano che invece ero un impiegato del catasto e ce sto a provà, mi licenziano e fanno pure bene.
Il cliente non licenzia. Ma neanche dà una promozione e un aumento di merito, stanne certo.8-)
sapete che vi dico? mi ha rotto le balle sto c**** di metodo analitico! Basta! é roba vecchia, anche il lettore ha voglia di essere accompagnato attraverso il racconto. L’esperienza gastronomica non si può limitare ad una schedina di punteggi. Siamo fatti di carne ossa …e passione. Auspico leggere guide scritte con sintesi e mestiere da uno scrittore, no da un impiegato dell`ufficio tributi!
Con Alessandro Lamacchia, su Repubblica Torino e sulla Guida dei Cento di Torino ci comportiamo così:
Recensioni Negative:
Scriverle è divertente: si trova sempre una battuta sarcastica che vale il pezzo. Però noi su Repubblica lo facciamo raramente, normalmente solo quando ci sentiamo presi per il culo o quando si tratta di ristoranti “di moda” sui quali è inevitabile scrivere.
Sulla guida, che non è l’elenco di tutti i ristoranti del mondo, segnaliamo solo quelli che ci piacciono.
Scrivere responsabilmente. Sì o no?
Perché no? Non è possibile scrivere responsabilmente anche se si critica?
Ricordo – e lo cito perché ero in disaccordo – una recensione di Raspelli sulla stampa in cui se la prendeva con un ristorante senza pretese né ambizioni (non segnalato su alcuna guida, non a la page, di medio bassa caratura). Lo liquidava con un votaccio (3 o 5 o 9/20, non ricordo)e con la descrizione particolareggiata (e divertente, devo dire) dei “peggiori piatti della sua vita”.
Ho pensato, ma non lo poteva lasciare in pace?
Anonimato. Sì o no?
Noi cerchiamo di restare anonimi. Non è la cucina che cambia ma il servizio. Se sanno chi sei ti trattano meglio, di offrono un bicchiere, ti fanno assaggiare i nuovi piatti della cucina.
Insomma se non sei contento, esci meno incazzato. Se sei contento, esci entusiasta.
Per noi restare anonimi è facile, ché nessuno sa chi siamo!
Poi però qualcuno incomincia a conoscerti. Noi facciamo la tara e paghiamo (sempre!) il conto che è il prezzo del pasto e della libertà di criticare.
Eccesso malato e pornografico di dettagli.
Che palle l’elenco dei piatti e ancora di più le foto! A me piacciono le foto (di bravi fotografi) per la curiosità di apprezzare l’estetica di un piatto importante. Ma i piatti importanti che meritano le foto quanti sono?
Le belle recensioni (e non dico le nostre, per carità) passano attraverso le belle parole, la descrizione delle sensazioni e delle emozioni. Magari in cinque righe.
Il voto. Sì o no?
Sì, è una bella sintesi. Ma poveri cuochi, anche a sessant’anni, sempre a scuola. Tre! e fila dietro la lavagna!
Autorevolezza. Si o no?
Sì: è banale dire che più ne sai meglio è?
Però non mi risulta che ci sia un Ordine Professionale dei Critici Gastronomici con esame di Stato e così, per fortuna, l’autorevolezza, quale che sia l’approccio alla cucina, si conquista con quello che scrivi.
Per altro siete mai stati a cena un chimico che vi spiega le reazioni, con un critico d’arte che discetta sugli accostamenti cromatici, con una architetto che vi parla delle luci, con un critico che non vi lascia mangiare in pace e di nascosto vi ruba nel piatto?
Considerando che le guide dei 100 sono quelle che ho utizzato di più in assoluto (per motivi geografici senz’altro ma anche per il modo in cui sono organizzate le schede e le informazioni) mi dichiaro comunque d’accordo con questo commento!
secondo me l’anonimato è condizione imprescindibile perchè in qualsiasi ristorante, se sei un cliente abituale oppure conosciuto, anche solo come amico o amico di….., il trattamento cambia completamente
secondo me anche la cucina può variare un po’ perchè se sei un critico, magari non ti rifilano una cosa riscaldata e sicuramente si sbattono al meglio e ti danno il meglio!
non è questione di pagare o non pagare (in effetti i giornalisti vengono rimborsati), però cambia radicalmente il servizio
anche solo andando a cena da un amico, oppure in un posto che si frequenta come cliente abituale, si viene trattati in modo diverso, non si può negare!
a volte capita di sentire gente che si qualifica come “mandata da….”
la recensione per essere obiettiva deve essere uguale al pranzo che si potrebbe fare andando a cena da perfetto sconosciuto!
se i critici vanno in tv e poi li conoscono tutti, fatti loro!
Marco Santarelli che qialche anno fa provava i ristoranti per il Tutto città di Repubblica si presentava con nome e cognome all’atto della prenotazione e questo, diceva, non ha mai cambiato di una virgola il giudizio su un ristorante. Se una cucina è carente – o il servizio – non è la presenza di un critico gastronomico (vero, cioè che sa valutare facendo confronti, un professionista) a cambiare la situazione. Mi diceva che alla fine del pasto dava consigli su miglioramenti da apportare e alla seconda visita i difetti erano per lo più gli stessi.
Faccio un esempio: se un ristorante ha una brigata in cucina troppo limitata per il numero dei tavoli, non è perchè arriva il critico che di colpo telefonano e assumono altri aiuti. O se ha una lista dei vini inadeguata o con ricarichi alti. O se compra dei prodotti da fornitori scardellati. O, o,o…
Non sono proprio d’accordo con te; non ne faccio neanche un discorso solo di critico gastronomico, ma semplicemente di “cliente conosciuto”
ovvio che in un minuto non si possa stravolgere la cucina o la conduzione di un ristorante e farlo cambiare di livello, però, secondo me, la cena da cliente conosciuto (sia esso un amico, parente, cliente fisso o critico) è quasi sempre diversa da quella dello sconosciuto!
Non tanto nei ristoranti di livello alto, che sono in genere standardizzati su un livello altissimo di tutto, ma nei locali medi, secondo me, il trattamento può cambiare radicalmente!!!!!
un volta in un ristorante medio a bologna ho mangiato una lasagna scaldata così schifosa che sicuramente non l’avrebbero mai data a un cliente conosciuto o a un critico, ci potrei giurare!
dai, non dire che se in un posto torni spesso non ti dedicano qualche attenzione in più? NON CI CREDO!
a me succede sempre quando torno in un ristorante spesso e mi conoscono!
a maggior ragione se sei un critico che, con le sue comunicazioni, potrà influenzare il tuo fatturato perchè, alla fine, di questo si tratta!
il critico cosa dovrebbe fare, alla fine? raccontare di un posto e di come si mangia, beve e si viene trattati lì, arrivando il giorno x, come perfetto sconosciuto!
quindi non vedo che male ci sia a farlo nell’anonimato: dopo la cena, a propria discrezione, si può parlare con il ristoratore e dare consigli o altro
l’esempio che fai tu, dei consigli non seguiti, vuol solo dire che il ristoratore, lo dico in senso buono, era tono, oppure non interessato o non capace di migliorarsi! non dimostra niente di più….
che la visita di un critico sia ininfluente sull’esito della cena, NON ci credo!
volevo dire “tonto”….
Viola, hai ragione ma, come avevo scritto qualche post più su, SOLO per i medi ristoranti. Il ragionamento di Edvige non fa una grinza
Poi sul fatto che i giornalisti paghino (congiuntivo, yes) perchè sono rimborsati si potrebbe aprire un dibattito
tempo fa sul Papero Giallo ci fu un battibecco sui critici che si facevano fare la ricevuta pur non pagando alcunchè..
infatti, anch’io concordo sui medi ristoranti, su quelli di livello altissimo non c’è quest’alea….
Yessss,secondo me “Liberta’ e’ partecipazione” parlando alla Guccini maniera,ognuno di noi sa distinguere se un ristorante fa schifo o no,e poi Benedetta Parodi dimostra che il mondo dei palati e’ fatto dalla maggior parte di gente normale,di persone che non per forza devono passare al microscopio ogni portata per poter giudicare in positivo o in negativo un ristorante,o essere dei gourmet per capire se uno spaghetto e’ scotto o meno!
Su questo tema ci si potrebbe scrivere un’enciclopedia!
d’altro canto nessuno obbliga la gente con palato normale a leggere recensioni, o comprare guide o navigare blog…..
tutti lo facciamo perchè ci piace tantissimo mangiare e leggere e discutere di questo argomento, su cui tutti ci sentiamo preparati e in grado di dare la nostra opinione, un po’ come il calcio no?
Gaber, accidenti! Giorgio Gaber.
Ti ripeto la domanda Riccardo:
Sotto stress lavorativo mantieni le stesse prestazioni sul lavoro???
Questo è quanto penso io:
1°- RECENSIONI SOLO positive al limite indicare che in base ai propri gusti personali non ci si è trovati bene, evitando così inutili discussioni e, in casi estremi, beghe legali. E poi, perchè offrire comunque della pubblicità (seppur negativa) a chi accetta malvolentieri le critiche? Perchè le critiche, anche se costruttive, non piacciono mai.
2°SCRIVERE RESPONSABILMENTE direi che è il minimo che si possa e debba fare.Le recensioni vanno /andrebbero firmate con il proprio nome e cognome. Attuando il metodo di cui al punto uno è già implicito il rispetto per l’altrui lavoro. Una preparazione, un menu, un’esperienza al ristorante tal dei tali non mi è piaciuta in base ai miei criteri di valutazione e non devo motivare un bel tubo di nulla. Ogni volta che ho cercato di spiegare che qualcosa non andava bene, mi è sempre stato detto che “forse sono i suoi gusti…..Non a tutti piace” ecc.ecc. Così lo dico prima io ed è finita la menata.
3°-ANONIMATO- doveroso almeno per la prima volta.Poi, a fine pranzo/cena, ognuno si regoli come meglio crede.
4°-FOTOGRAFIE – solo se di alta qualità e con il piatto fotografato nella sua interezza(piatto + contenuto). Le macrodettaglio, le foto di sghimbescio, non rendono bene l’idea.
4°BIS-Anche le descrizioni ampollose & barocche dei piatti finiscono per confondere le idee. Alla fine, la recensione, è solo un’informazione e non un romanzo scritto per se stessi. Qualche nota di color-folklore(tipo verde astanteria hahaha) è più che sufficiente. La recensione deve essere fruibile e breve, di facile consultazione, a partire dai dettagli di scheda. Giorno di chiusura-Conto vini esclusi-numero delle persone che hanno dato origine al conto finale ecc.ecc. Non comprendo(cosa che avviene in alcuni blog e siti)come si possa pubblicare una recensione che non sia rispondente a quello che si è mangiato. Se si era in tre, si elencano tutti i piatti provati, oppure, quello che il recensore ha provato e la recensione risulterà senz’altro più chiara se farà capo, appunto, al recensore. L’importante è capire che il conto finale rispecchia esattamente quanto consumato. I pastrocchi vini inclusi, un commensale che salta due portate, l’altro che fa due bis ecc.ecc. non rendono un buon servizio. Quest’aspetto è spesso sottovalutato e si tende più a fare il racconto della sensazione che, trattandosi di gusto personale, è quasi sempre fallace o peggio, fuorviante.
5°- VOTI – Li trovo assurdi. Già è difficile descrivere con parole il proprio gusto per trasmettere ad altri l’esperienza fatta: farlo coincidere con un numero è ancora più problematico. Un mio 1 può valere un tuo 4…IMHO
6° – Chiunque può scrivere, a patto che sia onesto e veritiero. Ho beccato certe inchiavardate dando retta agli autorevoli…che Dio ce ne liberi!!! Anche loro hanno gusti personali e quindi opinabili. Bisogna anche rendersi conto che un minimo di conoscenza in materia bisognerebbe averlo.Finchè si tratta della pizzeria (e non son mica neanche tanto sicuro di questo) ok, prendiamola allegramente. Con un ristorante che propone cucina di ricerca-tredizionale-di qualità o come si preferisce definirla, è meglio essere a conoscenza delle problematiche di questo tipo di attività.(costi delle materie prime-tecniche di preparazione ecc.ecc.)
Scusate se son stato un po’ lunghettO.
LAMAX61°
Cit. “Finchè si tratta della pizzeria (e non son mica neanche tanto sicuro di questo) ok, prendiamola allegramente.”
Aspetta che arriva Mark Long e senti le mazzate che ti dà..
sai quanto mi frega?ahah..Son gusti personali. Intanto mi siedo ed aspetto il Marco Lungo e mi faccio una bella Marinara zeppa d’aglio così le mie eventuali risposte saranno più “convincenti” ahah
LAMAX61°
1 – B. Io sceglierei il criterio dell’onestà: se sono capitata nel tuo ristorante e mi è venuta la malaugurata voglia di valutare ciò che ho mangiato, non posso non regalarti una recensione negativa se te la meriti.
2 – B. Per lo stesso motivo di sopra: se non sono stata bene perché nasconderlo? Magari però si può evitare di fare i veri bastardi, quello sì sarebbe da irresponsabili.
3 – B. L’anonimato forse sarebbe funzionale, ma oggi poco attuabile: sai che fatica gestire i profili FB, Twitter, blog vari sia per me che per il mio alter ego?
4 – A/B. Per i blog una o due foto ce le vedrei bene, sempre che si disponga dell’ultimo iPhone. Per il cartaceo no, ci vorrebbero fotografi professionisti e non credo mi andrebbe di viaggiare con una troup da Vougue.
5 – B. Il pericolo del voto è che induce i pigri a non leggere la descrizione…no, devi leggere tutto quello che ho scritto, ci ho faticato sai?
6 – B. Assolutamente niente autorevolezza. Unico requisito passione per il cibo, sia per mangiarlo che per cucinarlo. E poi se avessi scelto A come potrei mai scrivere la recensione di un ristorante?