Come tutto è cominciato, romanzo di formazione del gourmet

Qualche giorno fa ero a pranzo al ristorante insieme a un’amica e alla sua bambina di 10 mesi. Ho ordinato come dessert una deliziosa zuppa inglese (saliva finisce sulla mia tastiera mentre digito questa frase) e, all’arrivo del piatto, la piccina – che aveva appena pranzato con il suo mesto pappone – ha cominciato a protendersi in direzione del dolce e a dimenarsi in una danza di cupidigia. Autorizzata dalla mamma, le ho porto una punta di cucchiaio di crema (NIENTE PANDISPAGNA INZUPPATO NEL LIQUORE DIAMINE LO SO NON CHIAMATE I SERVIZI SOCIALI): lei ha spalancato le fauci, ha assaporato, ha sbarrato gli occhi, e mi ha guardato con completa meraviglia e delizia.

È stato buffo e rivelatore assistere a questa epifania: mondi zuccherini le si sono aperti, là, oltre le pappe con carota e patata.

Mi ha fatto pensare anche alle strade che ci portano a fare il passo successivo, quello che separa il goloso qualunque dal gourmet, già in tenera età. Per la mia esperienza, l’influenza ambientale è cruciale – anche se non mancano le conversioni tardive.

“Ambiente”, è ovvio, vuole dire tante cose. In alcuni casi significa semplicemente “benessere materiale”: l’abitudine al cibo raffinato si prende in fretta, e poi difficilmente si perde. Romina Power nelle interviste dice spesso che le sue prime parole sono state: “More Caviar” – “Ancora caviale”. Io invece una volta ho assistito a questa scena: signora della Milano bene a pranzo al ristorante con i 4 nipoti, tutti sotto i 10 anni: “Io prendo un risotto, per i bambini quattro piatti di pasta burro e parmigiano” dice al cameriere. Un minuto dopo, si affaccia in cucina: “Però che tristezza la pasta in bianco- ci mette una grattata di tartufo?”

E la strada verso il gastrofanatismo è subito spianata.

Poi c’è un’altra possibilità: i bambini gourmet perché figli di genitori gourmet. Non so come è andata per voi ma questa sarei io. Il mio primo tristellato è stato l’Espérance di Marc Meneau, a Vézelay in Borgogna, quando avevo 8 anni: mi ricordo ancora cosa ho mangiato. Patatine fritte. È vero, è accaduto: le ho chieste e il cameriere ha detto pianamente, senza muovere un muscolo della faccia: des pommes frites pour mademoiselle. Mi hanno portato delle chips sottilissime, disposte nel piatto secondo i rigidi canoni dell’ikebana. Okay, quindi nel senso strettamente gastronomico non è stata un’esperienza memorabile, ma è per farvi capire: i miei genitori, entrambi insegnanti statali, hanno sempre avuto l’alta gastronomia come unico vizio, e questo tratto della personalità è passato anche a me, insieme alle eterne domande che ne derivano:

questo mese andare alla Francescana o pagare l’affitto?

[Fonti: Foto Platforma, Whatevz.net, Esperance, immagine: Butta la pasta]

Sara Porro

2 luglio 2010

commenti (23)

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    1. Meraviglioso. Grazie del link!

  1. Mio padre,il cui unico vizio è fare viaggi gastronomici, ricorda sempre con orgoglio quando nel lontano 1988, a soli 17 mesi mangiavo una zuppa da Gualtiero Marchesi inclinando perfettamente il piatto per raccogliere i rimasugli. Quello fu l’inizio della fine, che mi portò a chiedere un pranzo da Vissani come regalo per i 18 anni.

  2. Il pezzo è carino. 🙂

    Ma tu cosa intendi per “gourmet”?
    Ristoranti e cibo raffinato?
    O curiosità interesse e particolarmente intenso apprezzamento di cibi e sapori?

  3. Non so, certamente non sarà voluto, immagino sia un semplice punto di vista, persino innocentemente scherzoso, ma mi par di cogliere un certo “nonsoche” di elitario nel vivace racconto, una equazione tra ristorante à la page e “gurmettismo” che, se dal lato socio-culturale mi convince quasi per niente, dall’altro mi fa irrimediabilmente capire che ormai anche la parolina gurmé è a gamba tesa entrata tra quelle che mi provocano immediate reazioni cutanee a carattere pruriginoso.
    E’ un vanto esser gurmé? Danno la medaglia a chi dimostra di aver mangiato tagliolini al tartufo entro il primo anno di vita? E’ proprio necessario ispirarsi a Billy the Kid nel fare la tacca sul calcio della colt per ogni ristorante vippone visitato anche e sebbene in fasce?
    No, mi verrebbe da dire dal basso della mia proletaria, non stellata (ohibò) e banalmente fervida curiosità, maturata nei rari lunghi (?) viaggi di studio gastronomico familiare al massimo tra Spezia e Portovenere e nelle frequenti fumanti domeniche casalinghe tra ravioli e tortellini.
    C’è differenza? Ha una qualche importanza marcare differenze? Qualcuno ha da esser più “esperto”, più “qualcosa” rispetto a qualcun altro? Tutto sommato mi sembra un filino stupido anche mettersi in gara 😉

    1. Fabrizio, c’è un po’ di snobismo nel racconto è vero, come c’è anche in chi in altri post si fa un vanto di non essere mai stato in un ristorante “stellato” (ho messo le virgolette apposta, famo a capisse!!! non ce l’ho con te)
      Tutti gli estremismi sono molto snob.
      La tua opinione pacata mi piace. Il coraggio di chi dice il suo pensiero senza badare alle mode.
      🙂

  4. E’ vero, anch’io ho notato una certa aria, forse involontaria, di snobismo nel post. La mia strada verso il mangiar bene è fatta di ricordi legati alla nonna che ogni domenica faceva i fusilli col ferro da calza, dal rituale dell’uccisione del maiale, della ricerca dell’olio buono in qualche paese del Cilento. I ristoranti sono un’esperienza relativamente recente nella mia vita e credo che siano un momento importante ma non fondamentale nell’educazione del mio gusto personale che si è formato sicuramente di più in una casa dove la preparazione del cibo è stata sempre un aspetto importante e mai trascurato della vita familiare.
    Se poi questo significhi o meno essere gourmet è un problema che non mi appassiona.

    1. Gumbo, Fabrizio, Daniela e Kapakkio:
      grazie mille dei commenti, prima di tutto.
      Mi rendo conto che quando ci si trova a “difendere” un post vuol dire che fatica a camminare sulle sue gambe, ma farò solo una precisazione. Per me il gourmet è quello che ha “la fissa” per il cibo: colui che investe più risorse – tempo, impegno, e, ovviamente denaro – della media per appagare il palato.
      Non si tratta solo, nè perlopiù, di ristoranti “stellati” – che peraltro frequento molto poco, perchè in comune con i miei genitori ho, insieme all’amore per il cibo, anche le croniche ristrettezze economiche – bensì di una ricerca continua delle cose buone, e in generale, di una vita in cui “cosa si mangia?” è un pensiero ricorrente. Non è un vanto, nè una vergogna, così come non è una religione. C’è tutto un mondo là fuori, non commestibile 🙂

    2. Il punto era “come si comincia”; probabilmente lo è anche “dove si arriva” e più ancora “come si cammina”. Perché per me si può essere perfetti gourmet anche senza caviale o tartufo, o anche senza essere serviti al ristorante.
      Anzi, aggiungo che, per iniziare, caviale e tartufo sono del tutto inutili; meglio trovarsi storditi dai frutti della campagna, del mare, dai labirinti dei mercati, dalla frutta matura che penzola sui rami, nel più classico deragliamento di tutti i sensi.
      Anche se trovo l’articolo molto, molto carino, anch’io non sopporto l’immagine passiva del gourmet che si siede e aspetta solo di giudicare qualcosa fatto da altri. E non è per una questione di semplice snobismo; credo che anche la figura dell’autentico gourmet, priva di gradi e classifiche, debba essere animata nel profondo da un ricercare e un manipolare.
      Tutte le passioni, per non essere mere archiviazioni, devono essere creative.

    3. Grazie del bel commento, pieno di spunti!
      A proposito delle passioni “creative”: io credo in realtà che le passioni possano spesso anche essere “contemplative”, ovvero essere animate dalla distanza che percepiamo dall’oggetto della nostra devozione.

  5. Il più bel post di Dissapore degli ultimi 2 anni..

    1. Grazie! Accetti Paypal? 😉

  6. Nella carta d’identità di Dissapore, alla voce data di nascita c’è scritto: 16.03.09. Per la precisione.

  7. Errata corrige,cara. Ricordi male le frites: erano giustamente escluse dalla cucina, e furono rimpiazzate da una corona di pommes roties mirabile anche solo nella perfetta geometria della presentazione. Ma non destarono tanto interesse in te quanto il burro fresco che trovasti nella sua cocottina. Perfetto anch’esso, e educare il GUSTO alle materie prime di eccellenza è una tappa fondamentale per destare le papille allo schietto (semplice, in primis) piacere del cibo. So di che parlo: la tua “nonnona” un giorno per gioco il burro me lo fece raccogliendo la panna del latte del contadino e usando come zangola di fortuna una bottiglia dal collo svasato. Colore, profumo e sapore di quel minuscolo panetto sono rimasti per me la pietra di paragone di ogni altro prodotto, dal burro di malga in giù.

    1. Tanto per contestualizzare il commento, quella sopra è la mia mamma. E ovviamente grazie mamma del commento. :O

    2. che piacere. leggervi.

      io credo che frequentare luoghi ove il ‘cosa si mangia’, stia accanto al ‘di che si parla’, e il ‘di che si parla’ non possa pensarsi se non come fatto anche di gesti

      ecco io credo che sia un fatto di abitudine – abito -, di frequenza, di odori. e credo che non possa che passare per quel tutto che deve stare insieme, per quella cultura che riconosce il corpo e le mani.

      (la terra, la terra, la terra, la terra e ancora la terra – Veronelli).

      ciao. e prima o poi vengo (sorrido).
      anna

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