Guide, c’era una volta la scheda ristorante
Yawn. Non sbadigliate, parleremo ancora di guide: di ristoranti, di critici, di critiche, di recensioni. E forse, anche di punteggi. Perchè se il Bolasco direttore della guida ristoranti del Gambero Rosso, qui tra di noi si chiede “mi piacerebbe sapere cosa succederebbe a me se scrivessi in una recensione una frase del tipo” e via citando l’amara considerazione del Bernardi, assai poco soddisfatto della sua visita alla Madonnina di Moreno Cedroni, io qualche domandina me la pongo. Mi rendo conto che sia cosa di poco conto per il resto della popolazione: ma per noi che di questo ci nutriamo alcuni fatti saltano agli occhi. Li ricapitoliamo, tanto per non perdere di vista la rotta.
Il mesto resoconto di Bernardi è uscito sulla Rete, più precisamente su un blog. Questo blog. Le recensioni di Bolasco escono – di solito – sulla carta. La qual cosa, se non vedo male, pare gettare il seme del dubbio: che da una parte si possa fare che dall’altra invece no.
Ecco dunque la prima batteria di domande: perchè parlare di ristoranti sulla carta è diverso dal parlare di ristoranti sulla Rete? Forse perchè i contenuti della rete sono, come si dice, di pubblico dominio? Oppure perchè in fondo la carta è sempre la carta?
Eppure anche la carta ci regala una serie di sfumature: una cosa è raccontare una certa esperienza in una rubrica settimanale con spazio a disposizione, foto e impaginazione curata, altro è districarsi nell’angusto ambito della scheda in una una guida, stretti tra l’esigenza di fornire in trenta righe – ma anche meno – informazioni pratiche, impressioni, valutazioni.
In definitiva, che contributo ha dato la blogdiversità, con i suoi contenuti eterogenei, arruffati, ingenui ma spesso vividi e sanguigni, alle schede dei ristoranti? E da quale parte di questi contenuti le guide di carta dovrebbero farsi contaminare?








Penso che le parole abbiano un peso. E noi italiani dovremmo saperlo bene. La nostra lingua infatti è il frutto di oltre 2000 anni di evoluzione, studio e storia. Per ogni concetto avremmo a disposizione la parola con la sfumatura adatta, purtroppo non ne facciamo quasi mai uso. Non si tratterebbe di barocchismo, il grande Fabrizio De Andrè per inserire una parola in un testo delle proprie canzoni a volte ci impiegava giorni di tormenti intellettuali.
Secondo me Bolasco intendeva dire che una frase così forte, così estrema, poco si adatterebbe ad una guida come quella che lui cura. Sicuramente esistono parole e frasi che possano esprimere il medesimo concetto senza usare le medesime parole.
Se questo è il senso, l’interpretazione, io sono d’accordo con lui. Si, c’è una differenza fra una Guida stampata ed un Blog. Si usano linguaggi differenti dettati anche dai tempi differenti. Il blog è immediatezza, rapidità, getto, slancio emotivo del momento. La carta stampata, a maggior ragione se annuale, è riflessione, cura del dettaglio, ponderatezza.
Inoltre la carta stampata è autorevole, nobile, fornisce al testo scritto maggiore dignità, valore e durata. Non so per quanto ancora sarà così, ma adesso è così.
Ciao
Hai scritto mentre scrivevo, Vigna. Ovviamente sono d’accordo con te. Anzi, lo hai spiegato meglio di me…
p.s.: sul finale e su nobiltà e autorevolezza non so
Interessantissima riflessione. Anche se la mia osservazione era molto focalizzata e circostanziata. Ed era fatta in chiave “positiva”.
Perché secondo me un’osservazione come quella fatta da Massimo si colloca male in una recensione. E non già per la libertà di espressione quanto perché al lettore (sempre secondo me) non interessa. Quindi la scrittura su carta (vecchio, vecchissimo tema) suggerisce “regole” che possono rivelarsi valide. E nel mio caso “l’angusto spazio” può diventare molto proficuo proprio perché impedisce di perdersi e focalizza l’attenzione sull’essenziale. Io, come suggerito da Massimo qualche giorno fa, la guida la farei su Twitter.
Detto questo la riflessione è aperta e interessante. Ma io un’idea su come la blogdiversità possa contaminare le carta ancora non me la sono fatta.
Mah, la blogdiversità ha dato di più al ristorante e semmai tolto qualcosa alle guide, giocoforza schematiche.
E’ come dici tu, contenuti arruffati ed anche sanguigni, ma “aggiornabili”, che permettono di avere una foto piuttosto attuale del posto che si va a visitare.
Non entro, e volutamente in questi giorni non ci sono entrato, nell’ambito del “si giudica solo la cucina” e via discorrendo, e, bada bene, te lo dice uno che è cresciuto a pane e guide e che ha sempre pensato che la soddisfazione non si possa misurare solo nella “padella”.
La sensazione di stare bene, credo, tende sempre a smussare quel “filino di cottura di troppo”.
Le guide? perchè compilate da esperti, intendendo palati allenati, non devono cambiare in nulla, per me vanno bene così come sono, basta saperle leggere…
Si conviene che una recensione “oggettiva”, frutto di un giudizio scientificamente dimostrabile, non esista.
Ogni recensione è per forza di cose soggettiva, sia il soggetto un esperto-addetto ai lavoratori o un occasionale fruitore.
La rete si differenzia dal cartaceo, tra le altre cose, per la possibilità di dare spazio, a chiunque voglia farlo, di parlare di un ristorante o di qualsiasi altra cosa al mondo.
Una guida ha il vantaggio e il pregio dell’inter-soggettività, ed è questa la prima garanzia che offre.
Es. concreto: il recensore Bernardi va nel locale “x” e ne scrive sul suo blog (post delizioso, specialmente per come evidenzia la centralità del senso di accoglienza nella ristorazione!) e, al contempo, avverte il suo ipotetico direttore Bolasco che, secondo lui, il tal locale non è più come un tempo. Innesca un meccanismo, un passaparola (spesso positivo, talvolta negativo), dà l’incipit a una serie di confronti per cui sarà magari il direttore stesso a verificare rivolgendosi a terzi-informati sui fatti.
Ed io, che a fine anno comprerò la guida “y”, avrò una scheda che terrà conto di tutto questo, nel bene e nel male: fiducioso nella buona fede dell’equipe, potrò leggere che il locale “x” è ancora al centro del mondo o, magari, che il centro del mondo si è spostato di pochi Km. Ad ogni modo, certo, non leggerò che il ristoratore “z” non avrà salutato il mio blogger, semmai avrò piacere di leggere e sapere che, per una qualche imperscrutabile serie di motivi, nel ristorante “w” il senso d’accoglienza sta affondando clamorosamente, tra sommelier perennemente alticci, cuochi che “smoccolano” urbi et orbi, camerieri che non cagano la clientela e fumano in servizio.. e tutti con un muso lungo così perché in scadenza di contratto e col ristorante sempre vuoto.
Personalmente, sulla reale influenza della blogsfera sul cartaceo.. non so. Certo si abbattono i costi, ma si riesce a garantire lo stesso servizio? La fruibilità è maggiore (ho tutte le guide e di tutti i settori, con annesse tutte le mappe del mondo, a portata di palmare!) o minore (ho la guida che mi serve, semmai con qualche altra info raccolta prima di partire, e me la sfoglio con calma quando voglio)?
Il cartaceo ha il suo fascino, il digitale i suoi vantaggi incredibili. Per ora portarsi dietro una guida per tutto l’anno non mi dispiace, anzi.. Poi, vedremo gli sviluppi.
Guide su twitter? No, grazie. Se bastassero 140 caratteri…
Ma, a pensarci bene, le schede della Michelin quanti caratteri hanno? In fondo, volenti o nolenti, per cambiarti la vita bastano uno, due o, proprio ad esagerare, tre caratteri, a patto che siano stelle!
Se poi servano anche a capire di che pasta sia fatto un locale, beh, credo che questo sia un discorso un pò più complicato.
Conoscete Gola Gioconda? E’ un periodico di enogastronomia stampato a Firenze, che mi arriva regolarmente per posta (credo grazie alla mia vecchia conoscenza con Leonardo Romanelli, il direttore: anche se ormai ci vediamo e ci sentiamo una volta l’anno, se va bene, ci si ricorda di quando degustavamo insieme per il Gambero).
Bene, da qualche settimana questa rivista è passata da un formato piccolo a uno più ampio. Nell’editoriale del primo numero si legge tra l’altro: “un periodico che si sfoglia può avere ancora un significato e un ruolo se […] rappresenti un rallentamento, un riprendere fiato nella corsa multitasking a sapere tutto, a intervenire su tutto (la blogmania); magari per ripensarci su, per considerare un evento, un piatto, un cibo, un vino da un’angolazione diversa […] con una ponderazione uguale a quella necessaria per far nascere una rivista; con quello scrupolo (nel bilanciare l’ordine delle notizie, nel programmarne l’uscita, nel selezionare le informazioni) che richiede la pratica di uno stile, bello o brutto che sia, indispensabile per fare un giornale da sfogliare; sul quale, tra l’altro, gli errori non si cancellano con un clic […] e restano a imperitura memoria della nostra imperfezione.”
Sottoscrivo in pieno. Il che, ovviamente, non significa in modo automatico passare nel campo dei vecchietti che criticano per partito preso il presente: non sono per l’elogio nostalgico del tempo che fu, leggere i blog mi diverte (quasi sempre…) e farne uno anche. Ma sono strumenti comunicativi diversi. E come era sciocco e arrogante qualche anno fa da parte dei giornalisti della carta stampata snobbare i blog rubricandoli come fenomeno marginale, così oggi è arrogante e miope considerare la carta stampata uno mezzo sorpassato.
Spesso si disprezza (ancora) non conoscendo il mezzo informatico né la potenzialità. Qualcuno non è in grado nemmeno di formattare uno scritto, un semplice documento di word, figuriamoci se esiste padronanza di un blog dove serve creare un collegamento, inserire un’immagine con layout corretto, modificare il CSS (cascading style sheets), la perizia su filtri, hack, e tutto ciò che è tipografia web o architettura. Chi fa comunicazione, informazione e giornalismo – allo stato attuale – deve essere un potenziale esperto informatico o quasi. Corsi e libri ce ne sono a valanghe. Davvero stop ai personaggi che inviano agenzie e comunicati stampa non usando il ccn ma bensì il cc, che non sanno allegare immagini di default (o non le comprimono) creando E-mail difficili da gestire e aprire. Sono gli stessi che dicono che il blog non serve e poi o se lo fanno costruire da terzi. Ma un blog deve essere curato e perfezionato tutti i giorni o quasi con le proprie manine! Io sono nato nella seconda metà dei ‘60 perciò alle superiori il computer non c’era. Quello che ho imparato è stato grazie alla mia capacità e costanza. La carta? I paragoni non reggono anche perché la rete propone una metodologia completamente diversa con mezzi nuovi di lavoro e a costi irrisori. Con un ambiente operativo collaudato e programmi efficaci si riesce a gestire un giornale on line dove un tempo (non troppo remoto) servivano diverse risorse umane. Sì confermo quanto detto sopra: c’è ancora una cruenta resistenza a questo tipo di comunicazione perché costa poco, diverte, impiega poche persone ed è in forte concorrenza con la stampa convenzionale. Anzi, spesso non lo è,più – perché il web di gran lunga ha fatto il grande passo e niente e nessuno lo fermerà. Le guide: tutto da inventare, ma il web serba bella realtà, abbatte i costi e crea guide dinamiche aggiornabili persino dagli utenti. Strano, ma vero!
> perchè parlare di ristoranti sulla carta è diverso dal parlare di ristoranti sulla Rete?
Perché la Rete è afona.
Silenziosa e ubbidiente, è di utilizzo interamente arbitrario: qualcuno di voi ha putacaso cliccato, in questi giorni, il banner del panino d’autore Negroni? Pur lampeggiante com’è a capopagina, io, nemmeno per sbaglio; giusto adesso linkando, l’ho cliccato, ma prima no.
La Rete è afona, ripeto:
attuale ma irrituale, nessuno di noi è “costretto” in alcun modo ad ascoltarne le profferte. Poco incisiva in termini di pubblicità, quindi, poc’ e niente appetibile in termini di investimento poiché spot e offerte commerciali, sono troppo agilmente ignorabili.
Poco male, direte voi:
ma sintantoché la Rete rimarrà arbitraria, silenziosa e ubbidiente, non riuscirà a far girare dei quattrini. Non quelli grossi, intendo dire. E fintantoché non attirerà quattrini grossi, parlare di una qualsiasi attività commerciale in Rete sarà diverso dal parlarne su cartaceo o in televisione.
A differenza di carta e video,
oltretutto, la Rete difetta di supporto materiale: i contenuti da soli non bastano, occorre un programma di grido per poter veicolare gli indotti. E pertanto: essendoci attualmente e potenzialmente poco o niente da guadagnare, dalla Rete, ci si può concedere il lusso di comunicare in maniera eterogenea o arruffata, vivida o ingenua, e persino sanguigna.
take it easy, anyway!
Argh, non mi ero accorto del banner, ho dovuto disabilitare adblockplus per vederlo
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