Il nuovo Esquilino, la gran fiera magnara

Dice, dice: oggi voliamo per il favoloso Oriente. No, no, c’è la nube, che sei matto: oggi se n’annamo al mercato Esquilino. E con un solo euro di metropolitana, siamo già nelle Asie. Il mondo si è proprio scapicollato per te, romano, ha fatto solo un giro, ed è qui, a casa tua: mica puoi solo giocà a nascondarella dietro carciofoli, zucchine, pommidori e melenzane (se pur essi non sfigurino quanto a patente d’esotismo: ma ci si scorda sempre di quanto siano extracomunitari i tuoi vecchi legionari). La repubblica erbaria, signoramia, non è più la stessa.
Il monte dei dasheen, delle amarissime ampalaya e dei daikon è oggi, sui banchi, quasi più alto, e la sua testuggine è vincente. E quei magnifichi mazzetti d’erbetta, altro non sono, dall’agrore, se avvicini di tanto il naso, che freschi coriandoli.
La manioca (cassava), lo yam (igname), il topinambur nordamericano (già nell’uso, si sà, del piemontese); i tanti tipi di patate dolci, ma anche i cavoli cinesi, gli okra (gombo), i platani (gigantesche scivolarelle giallo-verdi coi loro fiori, a parte, richiusi), le tenere foglie rosse del lal shak (amaranthus cruentus), uno spinacino rosso rosso, il peloso sayote africano (chayote, sechium edule), il fagiolo di Goa, le zucchinette thailandesi, le varianti infinite di peperoncini: da sfiammare l’anima co tutti li mortacci. E poi comunque e dovunque, zenzero, basmati, tamarindo, e farine, mais in pannocchie (di stagione) e fagioli e lenticchie, burgul, semola e soia.

Un caso che pare in sé tracimare la parola tradizione, portandola come per gioco avanti e indietro il sipario del tempo, sul proscenio delle merci, è l’onnipresenza del taro, o dasheen, la caucasia esculenta: le radici bombate di questa pianta dalle foglie a orecchia d’elefante che si è divertita a percorrere da sé, maestosa, senza uno straccio d’Annibale tutti i continenti, si riaffaccia nei mercati romani dopo secoli di disaffezione, dopo la caduta degli Imperi e la fine dei commerci con l’Asia e l’Africa da cui proveniva fin negli aristocratici ricettari di Apicio, usata come una primitiva patata, e come tale accompagnata in stufati a carne e pollame, oppure bollita e servita con salse speziate e garum. Proprio come adesso.
L’ex mercato di Piazza Vittorio, trasferito dal 2001 per bonificare l’omonima piazza nei locali dell’ex caserma Pepe, oggi parla soprattutto bengalese e cinese, quindi pakistano e filippino, e tutti i dialetti dell’Africa e del sud America. Tanto che il grande Gadda, a dover riscrivere oggi le sue mirabili pagine, vedrebbe centuplicato lo sforzo: ma il senso primo e misterioso del gigantesco gnommero resta, mondializzato, perché l’umanità si rimescola, restando appiccicata come una mosca al suo cibo, come un fiore al suo frutto. E non si può spicciare solo per pretesa di chiarezza: per chiarezza, per chiarirsi la vista, si guarda tra i banchi dove, ortaggi noti e non fanno i loro pacifici montarozzi, e non si “contaminano” o si “integrano”, ma moltiplicano le loro varianti di pelli barocche, le une accanto alle altre, al solo scopo di poter finire nei piatti, negli stomaci e nella mutabilità delle voci.

Nuovo mercato Esquilino, Via Principe Amedeo, aperto dal lunedì al sabato, dalle 7:30 alle 14:00
(Fotografie di Maurizio Mirrione)








Bel servizio!
Anni fa tra l’altro ho fatto un articolo sulla diffusione ormai grande che il pakcioi e i vari cavoli cinesi stanno avendo nei campi coltivati tra Milano e Lodi.
Grazie Tommaso: sapevo che ti sarebbe piaciuto.
Aggiungo che la foto con tutti quegli okra è bellissima.
I tanti mercati romani sono un vero e proprio crogiolo di culture multietniche.
Hai ben raccontato questo dell’ Esquilino, certo, per come è grande Roma ne hai di lavoro da fare
Buon lavoro allora e benvenuto su dissapore.
Piazza Ventiquattro Maggio a Milano è più o meno lo stesso a parita di prodotti, esempio mango o papaya li si trovano esageratamente più buoni rispetto a quelli del supermarket o di eventuali fornitori. Il bock choy e il pak choy vengono coltivati nel lodigiano come dice Tommaso ma anche nel Bolognese. Manioca o Yuca, mango verde platano okra vengono da lontano ma non per questo non sono ottimi.
Quello che mi ha colpito oggi di questo mercato non è tanto la varietà (il fatto di trovare, per esempio, gombos o papaya verde), ma la sua completezza; specie di ortaggi talmente rare (il goa bean, il yardlong bean, la momordica dioica, il frutto della moringa oleifera), da renderlo quasi più prezioso di un giardino botanico, un laboratorio per sperimentare la creatività nell’ambito di cucine che possono essere fedelmente riprodotte anche nelle loro tecniche (la cucina tailandese, quella indiana, quella cinese), ma che qui sarebbe interessante scoprire in nuove combinazioni (le prime che mi vengono in mente: il platano fritto col foie gras, la parte tenera dei fiori di banano in insalate, il contrasto amaro dell’ampalaya…).
Una considerazione a parte può essere il fatto (come sottolinea anche Tommaso Farina) che oggi diverse specie di questi ortaggi vengono coltivate nelle nostre regioni (Sicilia, Lombardia, ecc.), mutando non solo i mercati, ma anche il paesaggio delle colture tradizionali.
Bel post e belle foto.
Ci sono bancarelle che raccomandate per la verdura?
Nella parte centrale del mercato (quella sotto il grande lucernario) puoi trovare quello che cerchi; i banchi più forniti saltano subito all’occhio. Ti consiglio invece la zona perimetrale per le spezie, la frutta secca, legumi riso e farine.
Ehi, voglio che mi “spieghi” tutti i mercati Romani, eh?
Complimenti, bell’esordio!
P.S.:leggendo ho avuto la sensazione di girare in mezzo ai banchi insieme a te…
splendida mercapanoramica. complimenti a Claudio Somaschi!
Bellissimo articolo, ricco di spunti e informazioni oltre che scritto estremamente bene. E’ stato un piacere leggerlo.
mercati romani, chiuso un banco su quattro
Roma, 29 giu – Nei mercati romani il 25% delle attività ha abbassato le serrande. L’indagine, effettuata dall’assessorato comunale alle attività produttive, prende in considerazione il secondo semestre ‘09, ma ad oggi la situazione non è cambiata. La crisi della spesa di quartiere si può riassumere con questo dato: 126 i mercati presenti in città, su 5.343 banchi disponibili ne sono operanti 4.015, gli altri 1.328 hanno alzato bandiera bianca. Ma la situazione non è uniforme: ci sono quartieri che soffrono e altri dove il mercato rionale va ancora per la maggiore.
Dario Martini, continua su iltempo.com