di Stefano Caffarri | sab 16 gen 2010 ore 15:05
mangiare fuori
Il Povero Diavolo a Torriana
L’italiano non è la lingua più diffusa del mondo, ma di certo una delle più belle da scrivere, da leggere, da parlare. Da usare, ed anche da abusare. Consente una serie di acrobazie che – ad esempio – non sono proprie dell’inglese: diretto, schietto, glabro. Poi noi italiano siamo buffi: da un lato violentiamo la nostra bella lingua svisandone il significato e la logica, dall’altro ci arrampichiamo sulle costruzioni lessicali come serpentelli in preda alle convulsioni. Diciamo “Convergenze parallele” e “Diversamente vedenti”. E diciamo sempre Diego Armando Maradona, perchè ci riempie la bocca come un gheriglio di noci intero, vuoi mettere. Ci lasciamo sommergere dai tic verbali adottando espressioni come “tesoretto” poi dimentichiamo l’uso basico dell’imperfetto. Oppure, noi che scriviamo di wi-fu, ci sentiamo in obbligo di dire “Scorticata di Torriana” per parlare del paradiso piccolo di Fausto e Stefania, che hanno fatto della loro casa quel luogo di delizie che è oggi il Povero Diavolo, ristorante con locanda.
Va bene, Scorticata era il nome vecchio, e Torriana è quello nuovo. C’è pure la rupe da cui pare il collerico – e bruttarello – Gianciotto Malatesta abbia gettato Francesca da Polenta, preda dell’adulterio più sconcio: con il fratello del marito Paolo. Eh, non si fa, lo disse anche l’Alighieri.
All’ombra della Rupe oggi lavora Piergiorgio Parini, che al termine del mio personale pranzo dell’anno ‘nove s’avanza verso il tavolo, con un piccolo sorriso e si gode l’entusiasmo che traspare dai commenti. “Sto diventando matto con le materie” dice. Poi spiega senza risparmiarsi: la spesa tutti i giorni lì attorno: un fornitore per i peperoni, uno per i pomodori, la vecchietta per la farina di mais, quell’altro per la farina di frumento. La riscossa dei pesci dimenticati, “pescati qui davanti”: muggine, ricciole quando capita. Si dilunga, coinvolto.
Dice ancora “Certo che faccio cucina romagnola. Sono romagnolo, uso prodotti romagnoli, siamo in romagna, faccio cucina romagnola, faccio”. Senza alcuna retorica del chilometro zero, senza reboanti proclami ed editti sulla purezza. Plain, simple, direbbero gli inglesi.
La sua è infatti una cucina di formidabile nitore, attraversata da folgori spesso dipinte con i colori del genio. Niente sinfonie e marce trionfali, ma confezioni pensate senza essere troppo architettate, ancora fresche di gioiosa spontaneità. La linearità è quella della china, in cui la tridimensionalità si ottiene con un sapiente tratteggio, con il talento e non con le scorciatoie.
Hai diversi percorsi, oltre alla scelta à la carte: il più intrigante è Tipico Terrestre: un sentiero con ampio panorama. Tutti memorabili i dieci piatti e dispari che arriveranno sul tuo tavolo: alcuni indimenticabili. T’acchiappa la perfezione mai prevedibile del muggine crudo con pesca, distillato di pomidoro e capperi canditi, un gioiello bardato di brillantini. L’arrosto di ricciola, un rompicapo ricomposto sull’ardesia in giochi d’incastro ineluttabili. Sorprende ancora la tagliatella con peperoni pancetta e polvere di caffè, un equilibrismo riservato a pochi. Un piccione in tre modi da mettere nella bacheca dei migliori mai assaggiati. Un predolce che vale un dessert è il gelato alle erbe con semifreddo al cioccolato bianco ed erbe fresche aromatiche, i realtà un dolce-dolce in controtendenza, ma trasferito sul piano cosmico dagli erbaggi e dalle insolite sfumature.
C’è molto altro al “Diavolo”: fosse solo la pasticceria servita in chiusura, pochi pezzi di classe adamantina. O i vini in carta e fuori carta, consigliati con voce ferma e cortese dal proprietario. O l’uso del perlagonio pelargonio, indubbiamente insolito: petali di geranio.
A pochi chilometri da tutto.
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Il Povero Diavolo
Via Roma 30 – Torriana RN
0541675060
www.ristorantepoverodiavolo.com
Tipico Terrestre, degustazione di dieci (10) portate per 75 euri.
Altre proposte più contenute a disposizione, alla carta lì attorno
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26 commenti a Il Povero Diavolo a Torriana
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Uno dei miei luoghi del cuore dove tornerò presto
)
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Posto splendido visitato pochi giorni fa. Purtroppo il “Tipico terrestre” non c’era, come non c’era nessun piatto di pesce, solo prodotti di terra.
E il degustazione grande a sorpresa (6 o 7 portate, non ricordo, a 80 euro), era solo una selezione di piatti presi dalla carta, quindi era molto “misurato”, forse troppo. Tra l’altro io pensavo che sarebbero stati piatti più creativi, diversi da quelli, tutto sommato tradizionali, presi da mia moglie alla carta.
Tutto ottimo, ma meno sorprendente di quanto mi aspettassi.
Ci tornerò, perché temo di non aver potuto apprezzare in pieno la cucina. L’alternativa è, ovviamente, che io non abbia abbastanza sensibilità da comprenderla, cosa da mettere sempre nel novero delle possibilità
per la precisione, io ci andai che si poteva ancora cenare all’aperto, per cui le mie info sono indubbiamente più datate.
Condivido il parere di Scuteri, io tutte queste fulminazioni per il Povero Diavolo le condivdo solo im piccola parte, che sia bravo neesun dubbio, ma da qui a farlo passare per un fenomeno inarrivabile mi sembra eccessivo, comunque bravo.
Del Povero Diavolo dirò presto, quando ci sarò tornato. Per ora mi rallegro di tutto cuore perchè, dopo anni, ho trovato qualcuno – Caffarri – che come me insiste a scrivere “reboante”.
PS: già che ci siamo, scriviamo anche “à” la carte.
Enzo, tutto torna. Te e Caffarri vi occupate di gastronomia seria e quindi seguite i dettami dell’Accademia della Crusca (anche se l’origine del nome è altra)
qualcuno si occupa di gastronomia televisiva e segue quelli dell’Accademia della Maria De Filippi…
vede, Maestro, io di *fransè* so solo “vulevù cuscè avec muà” perchè ascoltavo Lady Marmalade, e non mi va di fare finta di saperlo. Quindi mi appresto “à” la correction
merci bien.
il fatto di condividere con lei “reboante” mi lusinga assai. se La scopro a scrivere anche “volontieri” metterò la Sua foto sul comodino.
Ah, l’arte culinaria. L’arte del leggere e dello scrivere
ad esempio – scrivere “perché” con accento acuto e non grave – “perchè”.
Errare humanum est, anche in cucina
Sonia
Siamo in tre.
Ormai il corretto REboante non si usa più, perfino i correttori di bozze lo correggono con ROboante, orrenda storpiatura entrata nell’uso.
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Di gran lunga la miglior cucina in Romagna, oserei dire il secondo in classifica se aggiungiamo l’Emilia.
..
Grande umiltà e altrettanto instancabile ricerca della miglior materia.
Unico appunto alla bella recensione, si tratta del pelargonio e non del perlagonio
Grazie. Oggi gli editor sono in vacanza, e io sono l’Autore di gran lunga con il più alto coefficiente di refusi del pianeta.
Sul primo posto in Romagna non avrei dubbi neanche io (anche se ho molta fiducia nell’evoluzione di Stefano Ciotti).
Sul secondo in Emilia Romagna ho qualche dubbio in più. Oltre all’inarrivabile di Modena si fanno belle esperienze al Rigoletto, al Sole, da Marconi, da Faccani. E superclassici come il San Domenico, Teverini e Frasca hanno ancora molto da dire
e sull’inarrivabile modenese niente da dire..:-)
Ciotti? sì, ma siamo sempre al compitino ben eseguito..e il guizzo?
amo la cucina di Aurora Mazzucchelli, di delicata ma incisiva personalità, ho fatto un paio di esperienze poco oltre la sufficienza da un Faccani rivierizzato, al Sole a Trebbo (in cucina adesso chi c’è?) si vagola nella nebbia. Il Rigoletto, mea culpa, mi manca..
I superclassici? Teverini è una grande montagna russa; San Domenico e Frasca: mi ricordano i grandi artisti da piano bar, anni e anni a rifare gli stessi identici brani, per forza che il risultato è buono. Ma l’emozione dov’è? E dove sta scritto che la grande tradizione non può cambiare? E quindi cos’hanno di nuovo da dire?
tutto questo, va da sé, imho..:-)
E’ sempre, tutto, IMHO
Io, francamente, in tutti i citati, ho trovato gran talento e/o grande esperienza.
Ma il genio (a parte l’Inarrivabile) in nessuno. Neanche, purtroppo, a Torriana. Anzi, se parliamo di guizzi ed emozioni, ne ho trovati di più altrove. Non ultimo (anche se non è propriamente Romagna, ma siamo lì) a Pennabilli
sempre nell’ambito dell’opinione più humble che mai
, ho trovato a Pennabilli materie eccellenti ma anche una leggera pasticciosità ingredientale (o si tratta di assemblaggio?) che non mi ha convinto fino in fondo.
nulla da dire su talento ed esperienza degli altri citati, ma allora alla lista top emiliano romagnola aggiungerei di diritto anche La Palta e L’antica osteria del teatro nel piacentino, no?
E’ un peccato essere stato lì lo scorso 4 gennaio : sarebbe stato il mio pranzo del 2009 ! Complimenti a Parini ed allo staff , sono bravi e modesti.
Ooops, anche io ero lì il 4 gennaio. A cena
Caspita, abbiamo fatto scopa ! Io invece ho trovato quello che mi aspettavo , una bella mano , una grande materia prima ed un’atmosfera generale molto gradevole . Del tortellino nel brodo affumicato di cappone ne avrei mangiato un secchio pieno . Saluti.
In fondo abbiamo trovato le stesse cose
Chi ha vomitato su quel piatto? Togli la foto!
@Antonio
Pennabilli è oramai a tutti gli effetti in Romagna (RN)
Per quanto riguarda il ristorante condivido
le tue impressioni/opinioni
ottime persone, grande forza di volontà, a volte
trovo in giro apprezzamenti imbarazzanti,
la miglior cosa,IMHO, è lasciarli lavorare e crescere
senza farli volare troppo alti
PASSIONE, PASSIONE, PASSIONE ,OGNI PIATTO INCARNA ORIGINALITA DEDIZIONE E PERSONALITA… SEMPLICITà COMPLESSA EPLOSIONE DI GUSTI COSI SEMPLICI MA RAFFINATI ALLO STESSO TEMPO…..DOLCE FINALE UNA PESCA…..MERAVIGLIOSA…. GENIALITà,GUSTO E CORDIALITà IL TUTTO CONDITO DA UNA LOCATION A MIO PARERE DA FAVOLA….
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