di | mar 08 nov 2011 ore 10:26
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L’oste in translation: per chi non ne può più di leggere certe cose nei menu. E di scriverle, anche

D’accordo, la parte con più terminazioni nervose è l’orgoglio. E se le vostre mamme, cari i miei piccoli ristoratori e pregiati clienti annessi, leggessero “Come Dire” di Stefano Bartezzaghi darebbero all’affabile linguista una ragione vera per piangere. Perché vi prende in giro. Affabilmente, chiaro. Ma “Come dire” — Mondadori, 209 pagine, 13 euro– è anche il libro più vertiginosamente fruttifero che potete comprare quest’anno, specie nei due capitoletti a voi riservati: “Articoli per la cucina”, e “L’oste in translation”. Lettura ideale per chi non ne può più di leggere certe cose nei menu e per chi non ne può più di scriverle.

1) IL MENU. Chi è convinto che il linguaggio è fatto solo per comunicare deve essere accompagnato al ristorante. Non per mangiare, ma per leggere il menu, anzi in primo luogo per guardarlo. Chi è l’artista concettuale, l’ingegnere della comunicazione, l’idraulico dell’acquolina che ha deciso l’impostazione grafica e linguistica dei menu del ristorante? Tuttavia, non sarebbe onesto negare che esistono pur sempre dei locali in cui il menu segue criteri classificatori ed espressivi di sobrio tradizionalismo: Antipasti; Primi piatti (o: Minestre, in Emilia Romagna, dove qualsiasi primo piatto, anche un eventuale lingotto di maccheroni, si chiama “minestra”, di conseguenza esiste la fantastica tipologia delle “minestra asciutta”); Secondi piatti, eccetera.

Se avete un ristorante e, pur non volendo voi sembrare pretenziosi, un menu così semplice vi pare poco entusiasmante, potete seguire un misterioso trend, nato sul finire dello scorso secolo e seguito da tutte le pizzerie più chic: l’uso dell’articolo determinativo.

Gli antipasti.
I primi piatti.
I secondi di carne.
I secondi di pesce.
I formaggi.
La frutta.
I dolci.

Solo un dettaglio, infatti, separa il titoletto “Antipasti” dal titoletto “Gli antipasti”: ma in quel dettaglio c’è un mondo, anzi un universo della precisione, dall’immagine sfocata all’alta definizione.
Antipasti: sa di pigrizia, guarda un po’ che c’è in frigo, ma sì, mettiamoci anche le schegge di parmigiano e crepi l’avarizia.
Gli antipasti: sono proprio quelli, gli antipasti che potete desiderare, un assortimento che sa riscoprire degnamente la nozione nobile di “antipasto”, chiedere qualcosa di più o diverso sarebbe esorbitare dal sensato, se non dall’umano.

2) L’AGGETTIVO NOSTRI. Non mettetelo proprio in tutte le voci, perché rischia di diventare stucchevole. Ma qui o là sta bene, dà un senso di rassicurante produzione casereccia: I nostri primi, I nostri dessert. Se un cliente vi chiede come mai dichiarate “vostri” i primi, ma non i secondi, rispondete che naturalmente anche i secondi sono assolutamente genuini, ma che in particolare per i primi piatti vi ispirate alle ricette che vi ha insegnato vostra nonna e che quindi li sentite particolarmente “vostri”. Ricordate che l’aggettivo nostro è una parola magica. E’ stato calcolato che è la parola che più ricorre nei discorsi politici di Silvio Berlusconi.

3) I PUNTI DI SOSPENSIONE. Elemento importantissimo. Si possono usare in testa, in centro, in coda. Per esempio:
Andiamo a incominciare…
Non solo pizza…

I… nostri dolci
Gli stuzzichini che… sfiziano

… L’ultimo buchino
… E per digerire…

I tre punti di sospensione servono per alludere: dire che qualcosa c’è, ma non dire cosa. Sono essi stessi stuzzicanti, fanno con il senso delle loro frasi quello che le spogliarelliste fanno ai sensi dei loro spettatori. In inglese si dice: tease and deny, stuzzica e nega. Stiamo dicendo che la nostra anima (nel caso, la nostra cucina) è capace di produrre qualcosa di molto piacevole che però la nostra lingua non è in grado di descrivere. La papilla ha ragioni che il dizionario non conosce.

4) I RISTORANTI STELLATI. Salendo di livello gastronomico, salgono anche le velleità letterarie del menu e si arriva a quegli espedienti linguistici che cercano di intimidire il lettore e lo sprofondano nello sgomento facendolo sentire indegno fruitore di opere che lo sovrastano. Esempi: pietanze “declinate”, “scomposte”, “destrutturate”, “virtuali”, e preparazioni in forma di “soffi”, “nuvole”, “arie”, “ventagli”, “tramonti”, “idee”, “ombre”, “suggestioni”, “declinazioni”, “variazioni”. Il budino diventa una “formella di biancolatte con pioggia di cacao forte, stille di caramello e ribes nero”. L’elencazione degli ingredienti si fa esaustiva sino alla mania: “la scaloppa di vitella su letto di scarola di campo con ristretto di marsala, scaglie di cedro e sale di Cervia”. La ricerca di stupore si fa barocca: “confidenze dell’orto raccolte in coccio”.
Personalmente detesto il lezio che accompagna tutta l’operazione. Non sopporto soprattutto che, per iscritto o addirittura oralmente, mi venga rivolto a tavola un qualsiasi derivato anche verbale del termine “coccole”. Se vado al ristorante non è per risolvere le mie carenze d’affetto ma quelle d’affettato.

Niente male, eh, come rassegna di ogni parte cruciale per ridurre il numero di errori del menu. Qualcosa in contrario?

[Crediti | Link: Amazon, immagine: Maurizio Camagna]

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109 commenti a L’oste in translation: per chi non ne può più di leggere certe cose nei menu. E di scriverle, anche

  1. avatar esp

    Da non trascurare la declinazione economica della strutturazione semantica del menù:

    - Antipasti € 8

    - Gli antipasti € 11

    Ovviamente è lo stesso piatto

  2. “…l’ultimo buchino” non si può leggere!

  3. avatar serena

    “l’ultimo buchino” no, per piacere!!!! su un menu non l’ho mai letto e mi fa venire in mente più il video di belen che un plateau di formaggi!!!

  4. avatar Jaws

    Pesonalmente non sopporto l’uso del singolare nella descrizione dei piatti ” lo spaghetto,,,” ” il Pacchero…”

    Ma il top l’ho apprezzato in un ristorante in Sardegna dove avevano tradotto per gli stranieri ” Ricci di mare ” con ” Sea Curls ” neanche fosse un tipo di acconciatura…

    • avatar esp

      Il singolare in origine è il modo di passare la comanda dalla sala alla cucina: in questo senso ha una sua logica. Scriverlo nei menù, invece, non ha ragione di essere.

    • avatar Thomas

      Bel capitolo anche quello delle tracce di traduttori automatici nei menu, oltre ai “sea curls” posso testimoniare di aver visto “feathers to the rule” (pasta alla norma) e, fuori da una pizzeria, “places to bottom” (posti a sedere).

    • avatar GIANLU63

      il singolare, a volte dà proprio l’idea di quello che ti arriverà nel piatto,
      perchè si sa, meno roba c’è, più figo è!

  5. il menu più bello che abbia mai letto recitava “stinco dello chef in salsa” di qualche cosa. ho immaginato il polpaccio peloso del cuoco tutto intriso di fondo bruno e verdurine… brividi.

    a proposito, dei diminutivi non diciamo niente? e dei possessivi? una caponatINA di melanzane con costolINE di agnellINO… E LE SUE interiora. chiaramente un piatto di agnello con le melanzane scritto così ti costa il doppio. sgrunt

  6. Sicuramente Enrico Crippa di Piazza Duomo ad Alba vincerebbe il premio per la maggiore quantità di puntini di sospensione.

    Da un menù dello scorso anno:

    Gambero di Sanremo… al naturale… mosto d’uva fragola… uva regina… foglie di perilla… perilla secca e pimpinella…

    … Fazzoletti di rape bianche… sgombro all’olio… soja… sesamo… foglie piccanti e amare…

    Dai mari del Nord… il merluzzo di nostra salatura… broccoli… crema d’acciughe di Monte Rosso… cime di rapa e mozzarella di Bufala… rigatoni di pasta

    Ciò poi non toglie nulla al libidinoso risultato gustativo ;-)

  7. avatar Riccardo I.

    Manca il capitolo dedicato ai Baudelaire del menu, quelli che scrivono robe tipo “Lungo il sentiero onirico ove la pasta del Capitano scopre l’uovo di Colombo, si appisola sul guanciale Eminflex e genera un sogno CARBONARO”. 8-)

  8. comunque i puntini di sospensione proprio no! accidenti è come dire: hey lo sai che qui devi proprio “sentire” che c’è qualcosa che io non ti dico esplicitamente ma che insomma… no? no? non lo senti quanto c’è di più?
    ecco a me tutta questa insistenza nell’evocare un’indeterminatezza mi irrita.
    la parola ha questo potere di suggerire quello che non può dire – e che le papille possono sentire e i sensi assaporare – ben al di sopra e ben prima dei puntini di sospensione. i puntini di sospensione appartengono alla pigrizia, a chi non si impegna a cercare di utilizzare la lingua italiana in tutta la sua potenza. ok capisco che il menù non è il luogo della lingua (intesa come linguaggio), ma non sarebbe bello lo diventasse? altro che puntini! insomma io li trovo poco sobri, poco eleganti, senza alcuna personalità. esagero?

  9. A me sorprende la totale incapacità dei titolari di pizzerie di scrivere correttamente la parola würstel, che diventa wurste, wrustell, wurstell, bruste, wustel, wuste, ecc.

    Anche la pizza con lo “speak” (un curioso salume parlante) mi sorprende sempre.

  10. I puntini di sospensione, purtroppo, vengono usati da chi non pratica molto la grammatica come “rullo di tamburi” o direttamente come separatori tra parole. E mai a gruppi di tre.

    Il risultato è che talvolta ci si trova di fronte a piatti tipo “penne al…… salto!”.

  11. avatar Viola

    odio i menu con piatti incomprensibili perchè troppo fantasiosi e devi chiedere cosa c’è nel piatto e altrettando odio quelli così prolissi che ti indicano la provenienza di ogni singolo uovo di Parisi o sale di cervia o gallina di chissà chi o chissà dove…..

    se volete mettere i fornitori, fate una bella paginetta alla fine con l’elenco e tutti i dettagli, così chi è interessato se lo legge!

  12. avatar Me Medesimo

    “Il nostro benvenuto”
    Ma come, non c’eravamo salutati appena entrati?!

    In Austria mi è capito più volte di leggere “Tira Mi Su”

  13. avatar Claudio

    Sulle traduzioni fantasiose in Russia pagina delle Birre….
    ….in fondo……

    Snacks for Bears (si sa mai qualcuno li porti con se)

  14. avatar jade

    quando sarà finito questo topic, parliamo anche delle forme lessicali che non vorremmo mai più leggere su Dissapore?
    se volete inizio io

  15. Il rassicurante suo non lo vogliamo considerare? Ravioli al brasato con il suo sugo.

  16. e che dire della confusione tra Polpo e Polipo ? Ma è mai possibile!!??
    Per non parlare delle storpiature delle parole francesi tipo Suté invece di Sauté…e peccato che tutte le altre non me le ricordo, dovrei appuntarmeli!
    elisa

    • avatar esp

      Eggià, e pure i grandi chef (Cracco, Barbieri, e l’ altro) hanno continuato a dire “polipo” anzichè “polpo”. Forse, gli venisse un polipo al naso capirebbero la differenza:)

  17. in ogni caso, caro autore del post, se ti permetti di alludere un’altra volta utilizzando la foto del menu’ di quel ristorante li’ ti sparo in fronte :)

  18. Lo so probabilmente non “c’accezza” ma c’è un bar vicino a Brescia che si chiama “GNOCCA FRITTA”.
    Io e il mio collega quando passiamo di lì per andare a qualche cena da quelle parti ridiamo sempre e ci rporponiamo di fotografare l’isnegna e fermarci a curiosare…;-)))

  19. avatar Silvia

    a me viene un “sintomo” quando leggo del pomodorino e la SUA acqua o comunque di qulasiasi cibo, magari cibino, che venga servito insieme a qualcosa che appartiene a lui ed a nessun altro.

  20. e della “vellutata”, ne vogliamo parlare?
    ho odiato questa parola fin dal primo ascolto

  21. avatar sandro48

    aggiungo di avere letto su un menu: ciccina bona e non so assolutamente quello che era e neanche lo chiesi.

    Prediligo il classico:
    - Antipasti
    - Primi piatti
    - Carne
    - Pesce
    - Contorni
    - Formaggi (opzionale, ahimè, non li tiene quasi nessuno)
    - Dessert/frutta

    e senza “il” e “nostro” e “di Luciano (nome dello chef)” e soprattutto senza descrizione del piatto, neanche in pizzeria. Assolutamente da evitare la descrizione organolettica dei vini, quali “.. odori di ribes maturo e sottobosco ..” (il più buffo che mi è capitato è “.. aroma di campo d’erba rugiadoso all’alba ..”, non ricordo dove, purtroppo).

  22. avatar sandro48

    vorrei solo aggiungere che non trovo fuori luogo inserire la gradazione dei vini nella loro lista, oltre all’annata, ça va sans dire, anche se ormai partono tutti da 13° quando va bene …

  23. avatar claudio

    Odio chi scrive i menù pensando di essere un poeta, tipo ‘Il prato all’alba bagnato di rugiada’: insalata verde. A Bologna in un posto del genere, la prima e ultima volta che ci sono andato, mi sono fatto parafrasare il menu piatto per piatto 10 volte fino a quando fino a quando non sono stato sicuro di che c***o stavo ordinando. Neanche mi ricordo se ho mangiato bene perchè già mi ero innervosito, la prossima volta scrivici che cosa mi stai dando da mangiare e non le tue frustrazioni letterarie.

  24. avatar sandro48

    1) due vere perle: per vol-au-vent ho trovato VOLUVAR e, incredibile ma vero, BOULEVARD !

    2) sapete cosè una darna? l’ho visto dul menu del mio ristorante preferito ed ho chiesto: da un bel pesce intero, otterremo due filetti che tecnicamente si chiamano baffe. Adesso se prendiamo una baffa e la tagliamo a fette, otteniamo la darna, che taluni chiamano scaloppa.

  25. avatar Andrea

    E vogliamo dimenticare i “trionfi di” ?

  26. avatar esp

    Ok, visto che si parla di Menù, vi tedierò riproducendo la carta del Pranzo di Gala avvenuto a bordo della Raffaello il 6 Maggio 1973.

    Caviale Russo nuova pesca Malossol
    (Blinis, burro fuso, Wodka Wiborova, crema acida, dressing Americano)

    Alzata di Prosciutto crudo di Parma con melone

    Ristretto di bue in tazza aromatizzato

    Crema di asparagi

    Taglierini freschi rosati alla moda di “Bali Bali”

    Filetti di sogliola dorati alla moda dei sette mari
    (Patatine “Fantasia del Marinaio)

    Scaloppine di vitello alla moda del Duca Gonzaga
    (Piselli con Amaretti, mandorle tostate – Pomodori alla Cincinnato)

    Vol au vent alla moda cinese “Sam Si” Sogno d’ Oriente
    (Ciuffettini fritti – Cestino d’ arancia con riso Pilaw)

    Suprema di cappone “Mastino della Scala”
    (Patatine Giulio Cesare)

    Insalata assortita – Cuore di lattuga Mimosa – Pomodoro

    “Cappuccio di Fata alla fiamma”

    Pasticceria Italiana

    Sorbetto di limone Semifreddo alla Raffaello

    Cestino di frutta fresca

    Champagne Pommery & Greno – Brut

    M o k a

    Come si vede, anche allora la fantasia non mancava

    • avatar jade

      da querela, semplicemente.

    • avatar Michele

      By Walt Disney?

    • avatar Me Medesimo

      Ecco, leggere in un menù “alla moda di…” alla Taldeitali” e ci metto anche “in bellavista” è proprio un cosa che mi irrita oltremodo.
      Più in generale, sono “pianamente d’accordo a metà” con quello che ha scritto Viola. Non sopporto nomi dei piatti di pura fantasia, che devi sempre chiedere come sono fatti e spesso non lo sanno nemmeno i camerieri. Allo stesso modo,non sopporto i nomi troppo intellettualoidi alla Imma di Masterchef, oppure, per citare chef meno famosi, alla Bottura o alla Leeman.
      Invece, preferisco di gran lunga i nomi prolissi, semplicemente perché li trovo autoesplicativi, a meno che non siano troppo leziosi o autocelebrativi. Se poi ci sono riferimenti ai fornitori, dico una cosa: se si utilizzano prodotti di qualità, perché omettere l’informazione? Probabilmente sarebbe meglio, come dice Viola, farlo all’inizio o alla fine della Carta, con tutti i dettagli del caso ad uso e consumo di chi, come me, è interessato a certe cose.
      Mass… ehm… Daniele

      P.S esp, tra le tante curiosità che mi hai suscitato, ti prego, dimmi come sono fatti i Taglierini freschi rosati alla moda di “Bali Bali”!

      • avatar esp

        Scusa ma…stiamo parlando di quasi quarant’ anni fa…e chi se lo ricorda?
        Ricordo l’ alzata di prosciutto e il cappuccio di fata. Quest’ ultimo perchè nel salone si spegnevano le luci ed entravano i cuochi reggendo i vassoi col dolce infiammato. Dopo la (lunga) parata entrava lo chef, a prendersi gli applausi.
        Comunque all’ epoca faceva chic dare nomi di fantasia a piatti elaboratri

  27. avatar Francesco Annibali

    quello che mi fa imbufalire sono i diminutivi, lo sformatino, le lasagnette, la tartelletta.

    della serie tranquillo mangia che non ti ingrassi.

    di solito in cucina c’è una cuoca giovane e magra che non sala

  28. avatar sandro48

    e che ne dite della moda imperante da un po’ di avere una lista separata per i dolci e la frutta ? con annessi vini dolci suggeriti!

  29. avatar sabi

    aggiungerei “nel suo”/”nella sua”; e di chi o di che cosa? comunque garantisce + 3 € a portata al TUO conto!

  30. Detesto i puntini di sospensione.
    Anche perché è difficilissimo che il compilatore del menu si ricordi da quanti e quali spazi devono essere preceduti e seguiti.
    Quanto alla leziosità concordo. Anche se a volte, quando non sfiora la presa per i fondelli biomascherata, può essere utile a “raccontare” un piatto, con una suggestione.
    I casi disperati sono le baroccate clamorose tipo “carezze”, “riflessioni”, “sogni”, “temi” etc. etc.
    Si rischia di sentirsi dallo psicanalista più che al ristorante.

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