Ve la meritate, l’aragosta a 366 euro!


Il ristorante La ScoglieraCena con sorpresa la vigilia di Ferragosto per una famiglia milanese in vacanza alla Maddalena, in Sardegna. Ne dà notizia martedì scorso, il giornalista Filippo Facci sul Giornale. Ma verificando luoghi e personaggi Dissapore scopre alcune imprecisioni. Il quotidiano parla del ristorante La Scogliera a Porto Santo Stefano. In effetti, un locale con quel nome esiste, però sull’isola della Maddalena a Porto Massimo, poco più a nord dell’isola di Santo Stefano.

Il ristorante La Scogliera si trova in località Porto Massimo

La conferma arriva dal commento di un nostro lettore che scova il sito del ristorante. Chiamiamo il proprietario. Andrea Orechioni afferma che è tutto regolare, “è venuta anche la Finanza”, precisa. Siccome nel menù il costo delle aragoste e del pesce fresco è indicato, anche se a peso (in ettogrammi), la famiglia milanese poteva calcolare il prezzo degli spaghetti all’aragosta: 360 euro.

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In realtà non è così. Come poteva essere calcolato quel prezzo se la famiglia non sapeva che per condire il piatto di spaghetti sarebbero stati usati 1 chilo e due etti di aragosta? Comunque, per dimostrare la sua onestà, Orechioni ci manda il menù via e-mail.

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Nell’intervista del giorno dopo al Corriere della Sera, Orechioni cambia leggermente versione. Si rende conto che 360 euro per un piatto di pasta sono una truffa, così dichiara che la famiglia milanese ha scelto “antipasti e cose extra dal menù”. Meglio mantenersi sul vago, insomma.

Ora, fateci caso, c’è un filo rosso che lega i 3 casi di malagastronomia dell’estate italiana. Sia i proprietari del ristorante Il Passetto, che quello de La Malmaison e adesso Andrea Orechioni, si sono stupiti per il clamore, dichiarando ai giornali che nei loro locali pagare certi conti è normale.

Come dire: 1) Ho un sacco di clienti felici di pagare conti salatissimi da sfoggiare con gli amici. Oppure: 2) La maggior parte dei clienti sta zitto e paga per non fare figuracce

Insomma, parafrasando Nanni Moretti: ve la meritate, l’aragosta a 366 euro!





40 commenti a “Ve la meritate, l’aragosta a 366 euro!”

  1. 1
    alfredo alfredo commenta:

    Questo è il risultato dell’ignoranza in cultura alimentare.
    Grazie anche a quelli come Moretti, che mangiano nutella direttamente dal vaso perchè sono sfigati.

  2. 2
    gumbo chicken gumbo chicken commenta:

    Io dico A. Perché in tutti e tre i casi stiamo parlando di locali da sboroni – in cui l’importante è la scena, non la sostanza. Quindi il frequentatore medio secondo me è contento di sfoggiare la sua opulenza ed esclusività.

    Tra l’altro così com’è scritto, a me verrebbe il dubbio che pesino l’aragosta insieme agli spaghetti!! Assolutamente da evitare! :-) ))

  3. 3
    Luca Amodeo Luca Amodeo commenta:

    Caro Leo,
    preferirei pensare alla seconda interpretazione, visto che “la maggior parte dei clienti” (aggiungerei italiani) considera un abominio alzarsi dal tavolo senza aver consumato e una vergogna chiedere il menu in semplice visione se non è appeso – come dovrebbe – all’esterno del locale.
    Tuttavia temo che oggi, in questo povero Paese di ricchi nascosti solo al fisco, prevalga la traduzione A.

  4. 4
    Riccardo I. Riccardo I. commenta:

    Beh, secondo me il ristoratore s’è dato la zappa sui piedi: secondo qualsiasi legge in materia, il menu deve essere redatto e posto a disposizione “in modo che il cliente venga messo in condizione di scegliere il prodotto, conoscendone il prezzo e valutandone la convenienza”.

    Ora, invece, il menu è assai poco limpido perchè a NESSUN cliente verrebbe mai in mente che un primo piatto di pasta -anche se prezzato ad etto- possa mai pesare 1,3 kg totali, sebbene al lordo degli scarti del pesce.
    E soprattutto a nessuno verrebbe in mente che a 28€ l’etto vengono fatti pagare ANCHE gli spaghetti che compongono il piatto.

  5. 5
    fabrizio scarpato fabrizio scarpato commenta:

    Sempre più perplesso: qui o si pesano gli spaghetti cotti e conditi (come lascerebbe pensare il menu che dovrebbe meglio specificare a cosa si riferisce l’etto ) o si considera l’aragosta tutta intera, carcassa e chele comprese, o entrambe le cose. In ogni caso una vaghezza assolutamente discrezionale. Perchè non considerano il peso delle cozze, vongole e gamberi o dei calamari? Anche loro poverini hanno un costo a peso e un cento, centocinquanta euro ci si possono fare. Ma a chi volete che interessino le cozze o i pallidi calamari… aragosta, solo aragosta… grande così.
    Insomma ci meritiamo l’aragosta: solo lei e suo cugino astice vengono pesati per un primo piatto, evidentemente perchè ci si può lucrare sopra e perchè al cliente piace così, vuole così, desidera così, per fighettume, per raccontare, per sfoggiare.
    Magari, aggiungo perchè è così che spesso succede, senza mangiarlo tutto quel piatto, “non sia mai che ci prendano per cafoni, eppoi quell’aragostona secondo me mica era poi così freschissima…”
    Ce la meritiamo l’aragosta: prima c’erano i locali per vedere e farsi vedere, oggi per esibire (ricevuta) e farsi notare e, a suon di gomitate, emergere e sopravvivere, secondo una visione del mondo tvcentrica.
    Tutti gli altri, le mezze seghe gurmè, i chimici e i molecolari lasciamoli nel loro brodo di agar: la cucina contemporanea, che implica tante cose sconosciute agli sboroni, in particolare l’umiltà, è come la Nutella, un rifugio, un autocompiacimento della sinistretta gastronomica.
    Invece gli sboroni fanno a chi ce l’ha più lungo, più grosso e pià pesante, no non quello… semplicemente il carapace della loro amata aragosta.

    • antonio antonio risponde:

      oh!!! consenso. L’avrei voluto dire io ma non ce l’avrei fatta a verbalizzarlo.

    • Chefclaude Chefclaude risponde:

      Quoto in pieno anch’io: in questo caso, chi è stato derubato non mi fa pena. Chiariamo bene che il furto è furto, chiunque sia il derubato: ma tutti quelli che conoscono il peso, fisico e/o intellettuale, del proprio lavoro, e sanno quello che hanno dovuto dare (anche semplicemente in tempo della propria vita) per procacciarsi gli “euri” che hanno in tasca, non vanno a spenderli in questi posti, oppure quando si trovano in queste trappole, non ci cadono. Non so perchè qualcuno si dovrebbe vergognare di alzarsi dal tavolo, e mi viene in mente una sola risposta: gli idioti. Quelli il cui culo pesa 360 euro, ma non ne vale neppure mezzo.

  6. 6
    DirettorTonelli DirettorTonelli commenta:

    Il concetto è proprio questo qui. Giustissimo. Chi si fa fregare o è citrullo (e dunque meglio che un citrullo perda i suoi soldi al ristorante piuttosto che li usi per fini più pericolosi) o se l’è andato a cercare frequentando locali improponibili.
    E mi pare il caso di tutti e tre i ristoranti in questione…

    • Riccardo I. Riccardo I. risponde:

      Chi si fa fregare è stato fregato. Cioè è stato vittima di un torto giuridico. Punto. Indipendentemente dai suoi neuroni, la legge italiana gli garantisce tutela. Almeno così mi avevano insegnato.

      Ma sempre più spesso mi sembra invece ricorrere nella communis opinio questa idea molto “a la page”: fregare il citrullo non è peccato. Il furbetto ha sempre più tifosi dell’onesto, oggigiorno. E lo sprovveduto, l’ingenuotto, il debole, il fesso devono invece occombere per la legge della giungla.

      Per fortuna questo principio non è stato ancora codificato, e così per 100 turlupinati in silenzio, ce n’è magari uno che si ribella e si appella alla legge. Che in casi come questo -ripeto- di agganci ne offre eccome, perchè le normative sulla somministrazione pubblica mi sembrano disattese nella sostanza, non garantendo quel menu la trasparenza necessaria relativamente al prezzo.
      Fossi in quel cliente, farei causa per ottenere la determinazione del giusto prezzo e poi vediamo cosa ne pensa il giudice. Alla faccia dei re della foresta.

      • Fabio Spada Fabio Spada risponde:

        Fregare il citrullo è, come dici tu, peccato ma a me non me ne frega un cavolo.
        Visto che non sono dalla parte di quelli che aspettano il citrullo (continuo a usare questo termine solo per comodità) non sono particolrmente interessato neanche alla sua sorte. Non solo mi tocca constatare che spesso c’è più fila nei locali per citrulli ma arrivare a pensare che mi possa preoccupare per loro è eccessivo.
        Si trovano bene? trovano l’esperienza complessivamente positiva? bene ci vadano. Trovano scocciante essere trattati da citrulli? non ci tornino più e magari frequentino qualche altro posto.
        Io rimarrò inutilmente (lo so) in attesa di questa transumanza.

        Ps. Solo per curiosità, stabilita l’ambiguità del prezzo segnato sul menu, quanto deduci che costi un piatto di spaghetti all’astice?
        Ps.2 Tu l’avresti mai ordinato?

        • Riccardo I. Riccardo I. risponde:

          Fabio, chi ha mai pensato che tu ti debba preoccupare dei citrulli?
          Ad ognuno il proprio ruolo: Il citrullo faccia il citrullo; la legge tuteli tutti (compresi i citrulli); il ristoratore rispetti le leggi a tutela di tutti (compresi ristoratori stessi e citrulli).
          Se la normativa obbliga alla trasparenza assoluta sui prezzi e il ristoratore la aggira, allora non è del citrullo che dovrà preoccuparsi, ma del giudice cui qualcuno -giustamente- si sarà rivolto.

          PS 1: Non so quale sia il giusto prezzo di un piatto di spaghetti con aragosta; so che può tranquillamente e legalmente costare anche 366€, basta che sia specificato in chiaro sul menu. Prezzare ad etto un primo non è solo un fatto desueto, ma in questo caso ingannevole: perchè nessun cliente normale, leggendo, moltiplicherebbe mai per 13 il prezzo riportato. Soprattutto se nella lista dei secondi il prezzo dell’aragosta “pura” è lo stesso di quella con gli spaghetti.
          Io ragionerei così: se un secondo di pesce pesa normalmente circa 6-7 etti, un primo al massimo ne pesa 3.
          O ti è più naturale ipotizzare un marmadrone da 1,3 kg in cui ti facciano pagare pure gli spaghetti crudi a 280€ al kg?

          PS 2: non solo non avrei mai ordinato quel piatto, ma la prossima volta esigo che tu mi pesi preventivamente la amatriciana e soltanto dopo la ficchi dentro alle mezzelune.
          8-)

  7. 7
    eggi eggi commenta:

    questo ristoratore ha un posto esclusivo, va a prendere e riporta i clienti in gommone direttamente dalle loro ‘barchette’, un posto esclusivo. spiegatemi perché non può vendere un pasto a 850 euro? non si può ridurre il tutto alle sole materie prime, è utopia gastronomica. questi locali definiti da ‘sboroni’ esistono per 100ragioni e sono convinto che una persona che non può permetterseli non ci deve andare. un’argagosta che pesa un kg di da lascia 400 gr circa di polpa e mi sembra ovvio che debba far pagare tutta l’aragosta. io trovo un’accanimento assurdo verso i prezzi alti al ristorante. in proporzione è l’acqua l’ingrediente che viene ipervalutato al ristorante. se un cliente deve necessariamente rapportare il prezzo vivo dell’ingrediente, ma che mangiasse a casa sua dopo aver fatto la spesa al mercato. se la Scogliera vende a quel prezzo significa che la gente è disposta a pagarlo. discutibile, fuori mercato, esoso…mettiamola come vogliamo, ma resto convinto che se qualcuno trasforma, realizza e costruisce qualcosa debba far pagare il suo prezzo e non quello che il cliente si aspetta di pagare. tutto il resto sono chiacchere.

  8. 8
    gianni gianni commenta:

    cosa mi dite del billionaire, dove una bottiglia di Cristal
    arriva a 2000 euro?

    Della serie la mamma dei cretini e’ sempre incinta.

  9. 9
    Colinmckenzie Colinmckenzie commenta:

    Intanto, complimenti a Dissapore per la ricerca sul campo e per non essersi limitati a riprendere un articolo più o meno preciso. Dai tempi di Cracco, vedo che i miei consigli vengono seguiti :-P
    Io credo che la questione in situazioni come queste non sia tanto chi ha più torto tra ristoratore e cliente (che è poi sempre l’argomento di discussione), ma quanto vicende simili facciano male ai ristoratori in generale.
    Posso dire che miei familiari una volta mangiarono un’aragosta senza saperne il prezzo e una volta arrivato il conto (comunque di gran lunga inferiore a questo caso) la videro come una fregatura. Tanto che, se parlo di certe mie esperienze (chessò, Vissani o Uliassi con relativi conti importanti), mi guardano come se fossi un idiota. Vai a far capire che c’è una bella differenza tra pagare tanto per un’aragosta e pagare tanto per un menu variegato e realizzato da chef bravissimi. Come sempre, ritengo che siano i ristoratori a dover chiedere pene severe contro colleghi che si comportano in maniera discutibile (e le varie versioni di questo ristoratore non mi fanno pensare bene). Cosa che ovviamente non succederà…

    • Chefclaude Chefclaude risponde:

      Credo che tu in realtà l’abbia detto con il tuo esempio personale, è il cliente che fa la fortuna di un ristorante: i prodotti sono tutti in commercio, esistono mode e pubblicità, ma è il cliente che ha la responsabilità della scelta. Un ristoratore non può impedire che un altro venda un cecio a mille euro.

      • Colinmckenzie Colinmckenzie risponde:

        Mi sembrava di essere stato abbastanza chiaro, ma forse no: il ristoratore può far pagare quello che vuole, basta che sia chiarissimo con il consumatore su quello che andrà a spendere. Era lo stesso problema che si è presentato con i diversi casi che hanno visto protagonista Cracco. Il problema non è se un tartufo o una bottiglia di vino costano 2.000 euro, il problema è esserne consapevoli.
        L’esempio personale portato indica come, per un ristoratore poco onesto, ne pagano le spese quelli onesti, etichettati come ladri perché anche loro hanno conti alti, senza preoccuparsi di quello che offrono. A me la questione non cambia la vita, visto che non vivo di ristorazione, ma avessi un ristorante il problema me lo porrei, eccome…

  10. 10
    gumbo chicken gumbo chicken commenta:

    Tanto per parlare anche di cose praatiche:
    secondo voi come si risolve la questione dei prezzi a peso?
    Se il pescato del giorno ha varie pezzature, capisco che non possa far pagare la stessa cifra a chi si ritrova il branzino da mezzo kg e quello da 2 kg. Soluzioni?

    p.s. il fatto che io mangi la Nutella a cucchiaiate dal vasetto non significa che mi mangio l’intero vasetto e non vedo relazioni con l’aragosta!

    • Riccardo I. Riccardo I. risponde:

      1) I primi li prezzi a porzione. E un’aragosta da 1,2kg la pulisci prima e la usi per 4 piatti, chè basta e avanza.
      2) I secondi li prezzi a peso sul menu, ma metti una bilancia a fianco alla vasca o al tavolo di esposizione. Fai scegliere il cliente e poi lo pesi davanti a lui.

      In fondo anche Cracco fa così col tartufo, mi sembra. 8-)

    • Chefclaude Chefclaude risponde:

      Sarà il mio punto di vista: a me puzza già la mostra del pesce. Comunque, per molti piatti può essere già porzionato, preparato, e soprattutto sfilettato. Perchè pesare e vendere lische e teste? Non vi convince di più il fatto che conservi le porzioni eviscerate, in frigorifero, spesso sottovuoto?
      Per l’aragosta, stesso discorso: e non è detto che questa cottura espressa ne migliori le carni (cosa che si ricava invece da un certo riposo nel ghiaccio dopo cottura).

    • alfredo alfredo risponde:

      Sono due facce della stessa medaglia: l’aragosta nel ristorante top-sborrone-vippone e il vasetto slurpato in solitudine: cioè l’egocentrismo di ritorno.
      Per il resto torno a ripetere son tutte chiacchere.
      E poi ognuno è libero di far quel che vuole con i soldi.

    • gumbo chicken gumbo chicken risponde:

      I primi a peso in realtà io non li avevo mai visti!
      Mi riferivo ai secondi. A volte al mare capito in ristoranti – per nulla vip – in cui arriva il vassoio con il pesce e che di solito è accolto da grande entusiasmo dal capo della tavola che può osservare e indicare l’eletto: “voglio questo!”
      Questo genere di cliente non posso credere che non guarderebbe storto il pesce o il crostaceo porzionato perché lui vuole il cibo vero, da divorare selvaggiamente, mica i filettini da fighetti! :-) ))

      Il vasetto di Nutella si mangia a cucchiaiate insieme agli altri, mica da soli; proprio come il vassoio del Gran Fritto Misto o La Grigliatona che – a quanto ne so è sempre apprezzatissima nelle tavolate estive! ;-)

  11. 11
    eggi eggi commenta:

    mi accodo alle considerazioni sulla nutella.. anche se il gusto, inevitabilmente, si è molto modificato negli anni.
    se un cliente deve comprare e vedere il peso del pesce sulla bilancia non deve andare al ristorante, ma al mercato.
    sul discorso filetti vs intero credo che l’ambiente e la situazione siano prerogative importanti per la scelta. al mare, sulla spiaggia e soprattutto quando il pesce e FRESCO un filetto – il pesce mai sottovuoto ti prego Chefclaude – sarebbe come mangiare un riccio fuori dal suo guscio o un gnocca senza… pardon
    i problemi seri sono due. il primo è che molti ristoratori capiscono immediatamente di avere al tavolo uno sprovveduto e decidono di fotterlo. il secondo è che pochi clienti sanno accorgersi in tempo che stanno per essere fottuti.
    questo non significa che mangiare in un ristorante significa comprare gli alimenti che scegliamo in carta ma una serie di servizi correlati e che in pochi sanno considerare.
    un errore molto diffuso e far pagare la location al cliente. In tempi non sospetti il luogo era solo un valore aggiunto all’offerta. oggi per esigenze ‘congiunturali o della minchia – come preferite- ’ sembra che insieme alla portata compriamo un pezzo di panorama o di monumenti

    • Chefclaude Chefclaude risponde:

      Il pesce fresco, al mare o sulla spiaggia…immagino che sia lo stesso ristoratore, o cuochi e camerieri con la lenza a pescarlo: e forse è per questo che in certi posti costa tanto.
      Ma la maggior parte lo scarica – ahimé- da qualche rivenditore all’ingrosso che ha fatto- se va bene- un centinaio di chilometri per arrivar là, e mettendo in carta dei fissi, come astici o aragoste (o altri anche più comuni, certo), si è poi costretti, per garantirli, a rifornirsi di astici canadesi di aragoste africane, e di riverderli al cliente sardo o calabrese come locali. Per di più questo pesce che fa su e giù dalle mostre ai frigoriferi… guarda, Eggi, ne ho viste di tutti i colori sul cattivo mantenimento del pesce. Ti dirò per semplificare che l’unico modo per mangiare bene il pesce si basa prima di tutto sulla conoscenza e sulla fiducia nella serietà del ristoratore (prima ancora che il boccone arrivi al palato). Se poi si vuole la certezza che quello che viene mostrato arrivi al piatto, non mi ricordo di esempi italiani, ma a Barcellona ci sono diversi locali che lavorano tutto alla piastra, dietro un bancone, praticamente davanti al cliente lì seduto (e sono dei posti eccezionali). Forse in qualche località estiva c’è ancora chi arriva con la paranza davanti al ristorante: fortunati quelli che conoscono e fequentano posti del genere.

  12. 12
    Bacco Bacco commenta:

    certo che metterli tutti insieme in un colpo non è mica male…
    Filippo Facci
    La Famiglia Milanese
    Il “ristorantino” in Sardegna…
    beh insomma, mancava solo Noemi….;-)

    • fabrizio scarpato fabrizio scarpato risponde:

      E’ in giro anche lei da quelle parti e la tua preoccupazione o eccitazione non è poi tanto infondata.
      Così tutti insieme potrebbero praticare il gioco alla moda, che a quanto riferisce Repubblica, impazza sulla Costa Sboralda: il gavettone di champagne.
      Esistono cretini che acquistano una, due, dieci bottiglie di champagne (un Franciacorta non è amesso) e dopo averle agitate tipo piloti sul podio, fanno il giro dei tavoli o degli ombrelloni innaffiando la gente.
      Non è dato sapere se scelgono con cura anche la maison.
      Non mi si venga a dire che uno dei suoi soldi può fare quel che vuole, perchè la libertà non è uno status symbol.

      • il gioco alla moda che impazza in Costa Sboralda…

        :lol:
        Sì ma lo facevano già dieci anni fa,
        nei privé mejo cool delle disco più trendy; gavettoni, dice adesso? Mah… dalle mie parti lo chiamavano *fare Schumacher*, e di solito era un modo sborone per concludere ‘na nottata di spendi & spandi (non avete idea di quanto costi, ai giovani-bene degli anni ‘00, fingersi ricchi anziché babbo-benestanti)

        • alfredo alfredo risponde:

          …Si è vero “fare Schumacher” Mi ricordo…:-))
          Però facendo così si da un sacco di lavoro a tutti, anche a quelli delle pulizie del giorno dopo, alle farmacie per il mal di testa sempre del giorno dopo, alle carrozzerie per le macchine bocciate e via discorrendo…
          Gran bella vita!!!!

      • Leonardo Ciomei Leonardo Ciomei risponde:

        Secondo me ci divertivamo più noi attempati: se non altro lo champagne lo facevamo fuori in altra maniera ! di solito nel gargarozzo…

      • scova le differenze scova le differenze risponde:

        Secondo me ci divertivamo più noi attempati

        :-)
        Sì ma champagne a parte, se bevuto o schiumato:
        ai vostri tempi come altrimenti si esplicavano, le psico-pulsioni che spingono i giovani a fare gli sboroni? Scialacquare in pubblico non è certo un protagonismo nato negli anni ’90, quanto segue è uno spaccato altamente realistico degli atteggiamenti targati ’00; posto che in Rete si ottengono risposte mentali e a quattr’occhi reazioni emotive, a piè di commento porrò comunque un paio di quesiti. Buona lettura…

        8-)
        sottofondo: il rondò capriccioso

        Gaia e io urtiamo coi nostri corpi, corpi estranei che non ci interessa esplorare. Fendiamo la gente come fosse nebbia leggera, ci teniamo per mano passando vicino a visi che non ci interessa conoscere. Attraversiamo il locale fino ad arrivare sotto la consolle. “Dov’è il tavolo?” le urlo in un orecchio. “Non lo so, ma lì c’è Martino” mi urla a sua volta, indicandomi il tavolo imperiale di fianco alla consolle. Martino mi porge la mano, io l’afferro e lui mi tira su dal gradino, poi fa lo stesso con Gaia. “Abbiamo preso questo” dice indicando il tavolo che sta alle sue spalle; “è di vostro gradimento?” aggiunge con un bel sorriso. “Sì, può andare” rispondo con tono snob. Sto scherzando, siamo al tavolo migliore! Gian Maria, detto Giamma, si precipita su di noi, abbraccia Giulia e poi mi solleva per la vita. “Che bello, sei venuta anche tu!” grida, ed è solo mezzanotte e mezza di una notte di primavera.

        “Siete arrivati presto?” domando a Giamma. “Per evitare il casino prima del parcheggio, con tutti gli sfigati che provano a entrare!” risponde lui. […] Alcuni alzano lo sguardo su di noi. Ci conoscono tutti, ma noi non conosciamo nessuno. Non facciamo niente per conoscere qualcuno: stretti nei nostri abiti firmati stiamo abbracciati solo tra di noi, ci fidiamo solo delle nostre mani per accarezzarci. La folla si apre e arriva Chiara. Sale lentamente il gradino e ci si posiziona accanto, salutandoci, e poi urla “È troppo pieno stasera!”. “Sì, ma almeno la gente non è male” le risponde Gaia. Chiara sorride, lancia la baguette di Fendi in un angolo e si mette a ballare. “Vale, siamo qui!” grida alzando una mano in aria: tra la gente è spuntato il viso di Valerio, e la sua mano alzata per salutarci. Corre ad abbracciarci: “Stasera sei bellissima, tesoro!”. “Anche tu non sei male, bellezza”. “Mi sono messo i primi stracci che ho trovato nell’armadio” scherza Valerio, in texano bianco ricoperto di swarowsky calato sulla testa e maglia etnica di Gautier.

        “È arrivato il cameriere, cosa vogliamo ordinare per il primo giro?” domanda Martino rivolgendosi a tutti. “Vedova?” urla Giamma. “Si per la Veuve, però io vorrei anche una Beck’s”. Musica. Ancora musica. Solo musica: Martino stappa lo champagne, Giamma passa i flute a tutti e tutti siamo bellissimi, sotto le strobo metalliche che tagliano il buio. Alziamo i calici e brindiamo. Brindiamo e mandiamo giù. Giù tutto il contenuto del bicchiere e poi si riparte, riempiendo di nuovo e brindando di nuovo. Giù di nuovo, ed è solo l’una di notte. Alcuni alzano lo sguardo verso di noi. “Ciao, sono al tavolo con voi” attacca un tizio, e io mi guardo attorno con aria seccata. “Franz, sono un amico di Giamma” mi dà la mano per presentarsi. “Ah, un amico di Giamma” sorrido. Allora è ok, penso, smetto di guardarmi attorno e gli do la mano togliendomi dalla faccia l’espressione seccata. Perché noi siamo noi, e gli altri sono la gente. Alcuni avvoltoi invadenti provano a salire al tavolo per avere una briciola di gloria e popolarità, Giamma li fa scendere. Non hanno pagato per stare qui, anche il paradiso ha un prezzo.

        Ancora champagne? Sì, ancora champagne. Un giro di havana7 e cola? Sì, un giro di havana7 e cola. Ancora una Beck’s, Giulia? Sì, ancora una Beck’s per me. E sono solo le due di notte. Un paio di vampiri sociali ci insidiano, ma li conosciamo e non li possiamo sbattere giù dal tavolo. Ci salutano leccando il culo, non pagano mai mai mai e bevono, non pagano mai mai mai però vogliono farsi cambiare le drink card, non pagano mai mai mai però vorrebbero succhiarci l’identità. Continuate pure, noi siamo irraggiungibili. Non c’è problema. Noi non abbiamo problemi. Continua pure a guardare e ad invidiare: guardaci, massa, e non vedrai nessun problema. Noi non possiamo avere problemi: abbiamo tutto quello che desideriamo, tutto quello che vorresti avere tu. Non ci vedrai mai sbagliare, o soffrire, perché noi non ti faremo vedere niente.

        Noi non soffriamo, perché ci divertiamo. (da Bambola di cera)

        :!:
        orbene, rieccoci a noi:

        1. i giovani-bene degli anni ’60-’70 erano davvero differenti, oppure è questione di…? (testo)
        2. divoratori di libri, avete uno stralcio equivalente che faccia capire in cosa erano differenti?

  13. 13

    [...] enoteca, costa il doppio. Ci siamo chiesti, perché? 6 – Ve la meritate, l’aragosta a 366 euro! 7 – Finite le vacanze si pensa già alle prossime? Considerate l’enoturismo (se [...]

  14. 14
    bruno ferrando bruno ferrando commenta:

    Un conto che equivale a quanto dichiarano in un anno alcuni suoi colleghi !!
    Non male

  15. 15

    [...] dimostrare la sua onestà, il titolare della Scogliera Andrea Orecchioni, aveva mandato a Dissapore il menù del ristorante. Senza peraltro convincere [...]

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