Ve la meritate, l’aragosta a 366 euro!
Cena con sorpresa la vigilia di Ferragosto per una famiglia milanese in vacanza alla Maddalena, in Sardegna. Ne dà notizia martedì scorso, il giornalista Filippo Facci sul Giornale. Ma verificando luoghi e personaggi Dissapore scopre alcune imprecisioni. Il quotidiano parla del ristorante La Scogliera a Porto Santo Stefano. In effetti, un locale con quel nome esiste, però sull’isola della Maddalena a Porto Massimo, poco più a nord dell’isola di Santo Stefano.

La conferma arriva dal commento di un nostro lettore che scova il sito del ristorante. Chiamiamo il proprietario. Andrea Orechioni afferma che è tutto regolare, “è venuta anche la Finanza”, precisa. Siccome nel menù il costo delle aragoste e del pesce fresco è indicato, anche se a peso (in ettogrammi), la famiglia milanese poteva calcolare il prezzo degli spaghetti all’aragosta: 360 euro.

In realtà non è così. Come poteva essere calcolato quel prezzo se la famiglia non sapeva che per condire il piatto di spaghetti sarebbero stati usati 1 chilo e due etti di aragosta? Comunque, per dimostrare la sua onestà, Orechioni ci manda il menù via e-mail.

Nell’intervista del giorno dopo al Corriere della Sera, Orechioni cambia leggermente versione. Si rende conto che 360 euro per un piatto di pasta sono una truffa, così dichiara che la famiglia milanese ha scelto “antipasti e cose extra dal menù”. Meglio mantenersi sul vago, insomma.
Ora, fateci caso, c’è un filo rosso che lega i 3 casi di malagastronomia dell’estate italiana. Sia i proprietari del ristorante Il Passetto, che quello de La Malmaison e adesso Andrea Orechioni, si sono stupiti per il clamore, dichiarando ai giornali che nei loro locali pagare certi conti è normale.
Come dire: 1) Ho un sacco di clienti felici di pagare conti salatissimi da sfoggiare con gli amici. Oppure: 2) La maggior parte dei clienti sta zitto e paga per non fare figuracce
Insomma, parafrasando Nanni Moretti: ve la meritate, l’aragosta a 366 euro!










Questo è il risultato dell’ignoranza in cultura alimentare.
Grazie anche a quelli come Moretti, che mangiano nutella direttamente dal vaso perchè sono sfigati.
Ci sono quelli che la sciolgono a bagno-baria e la bevono.
Io dico A. Perché in tutti e tre i casi stiamo parlando di locali da sboroni – in cui l’importante è la scena, non la sostanza. Quindi il frequentatore medio secondo me è contento di sfoggiare la sua opulenza ed esclusività.
Tra l’altro così com’è scritto, a me verrebbe il dubbio che pesino l’aragosta insieme agli spaghetti!! Assolutamente da evitare!
))
p.s. Che c’entra la Nutella? A me piace mangiarla a cucchiaiate direttamente dal vasetto!
Mangiare la nutella dal vasetto=mangiare per primi=solo per me= tutte cose che vanno a braccetto con lo stile sborrone dell’aragosta. Tutti liberi di farlo, sempre meglio che farsi del male, e poi come dice EGGI al numero 7 tutto il resto sono chiacchere,
Mentre al commento 8 dico: i clienti sono degli adolescenti in vacanza, vince l’egocentrismo.
Come in tutti i soggetti, anche per manifestare qualcosa si va in piazza non in montagna, perchè se nessuno ti vede non hai fatto la vacanza.
“… a me verrebbe il dubbio che pesino l’aragosta insieme agli spaghetti!!”.
Come ha fatto notare Arpagone qui:
http://www.dissapore.com/cucina/quanto-costa-laragosta-a-ferragosto-850-euro/#comment-11213 ,
ho idea che il tuo dubbio sia più che fondato.
Caro Leo,
preferirei pensare alla seconda interpretazione, visto che “la maggior parte dei clienti” (aggiungerei italiani) considera un abominio alzarsi dal tavolo senza aver consumato e una vergogna chiedere il menu in semplice visione se non è appeso – come dovrebbe – all’esterno del locale.
Tuttavia temo che oggi, in questo povero Paese di ricchi nascosti solo al fisco, prevalga la traduzione A.
Beh, secondo me il ristoratore s’è dato la zappa sui piedi: secondo qualsiasi legge in materia, il menu deve essere redatto e posto a disposizione “in modo che il cliente venga messo in condizione di scegliere il prodotto, conoscendone il prezzo e valutandone la convenienza”.
Ora, invece, il menu è assai poco limpido perchè a NESSUN cliente verrebbe mai in mente che un primo piatto di pasta -anche se prezzato ad etto- possa mai pesare 1,3 kg totali, sebbene al lordo degli scarti del pesce.
E soprattutto a nessuno verrebbe in mente che a 28€ l’etto vengono fatti pagare ANCHE gli spaghetti che compongono il piatto.
Sempre più perplesso: qui o si pesano gli spaghetti cotti e conditi (come lascerebbe pensare il menu che dovrebbe meglio specificare a cosa si riferisce l’etto ) o si considera l’aragosta tutta intera, carcassa e chele comprese, o entrambe le cose. In ogni caso una vaghezza assolutamente discrezionale. Perchè non considerano il peso delle cozze, vongole e gamberi o dei calamari? Anche loro poverini hanno un costo a peso e un cento, centocinquanta euro ci si possono fare. Ma a chi volete che interessino le cozze o i pallidi calamari… aragosta, solo aragosta… grande così.
Insomma ci meritiamo l’aragosta: solo lei e suo cugino astice vengono pesati per un primo piatto, evidentemente perchè ci si può lucrare sopra e perchè al cliente piace così, vuole così, desidera così, per fighettume, per raccontare, per sfoggiare.
Magari, aggiungo perchè è così che spesso succede, senza mangiarlo tutto quel piatto, “non sia mai che ci prendano per cafoni, eppoi quell’aragostona secondo me mica era poi così freschissima…”
Ce la meritiamo l’aragosta: prima c’erano i locali per vedere e farsi vedere, oggi per esibire (ricevuta) e farsi notare e, a suon di gomitate, emergere e sopravvivere, secondo una visione del mondo tvcentrica.
Tutti gli altri, le mezze seghe gurmè, i chimici e i molecolari lasciamoli nel loro brodo di agar: la cucina contemporanea, che implica tante cose sconosciute agli sboroni, in particolare l’umiltà, è come la Nutella, un rifugio, un autocompiacimento della sinistretta gastronomica.
Invece gli sboroni fanno a chi ce l’ha più lungo, più grosso e pià pesante, no non quello… semplicemente il carapace della loro amata aragosta.
oh!!! consenso. L’avrei voluto dire io ma non ce l’avrei fatta a verbalizzarlo.
Quoto in pieno anch’io: in questo caso, chi è stato derubato non mi fa pena. Chiariamo bene che il furto è furto, chiunque sia il derubato: ma tutti quelli che conoscono il peso, fisico e/o intellettuale, del proprio lavoro, e sanno quello che hanno dovuto dare (anche semplicemente in tempo della propria vita) per procacciarsi gli “euri” che hanno in tasca, non vanno a spenderli in questi posti, oppure quando si trovano in queste trappole, non ci cadono. Non so perchè qualcuno si dovrebbe vergognare di alzarsi dal tavolo, e mi viene in mente una sola risposta: gli idioti. Quelli il cui culo pesa 360 euro, ma non ne vale neppure mezzo.
Il concetto è proprio questo qui. Giustissimo. Chi si fa fregare o è citrullo (e dunque meglio che un citrullo perda i suoi soldi al ristorante piuttosto che li usi per fini più pericolosi) o se l’è andato a cercare frequentando locali improponibili.
E mi pare il caso di tutti e tre i ristoranti in questione…
Chi si fa fregare è stato fregato. Cioè è stato vittima di un torto giuridico. Punto. Indipendentemente dai suoi neuroni, la legge italiana gli garantisce tutela. Almeno così mi avevano insegnato.
Ma sempre più spesso mi sembra invece ricorrere nella communis opinio questa idea molto “a la page”: fregare il citrullo non è peccato. Il furbetto ha sempre più tifosi dell’onesto, oggigiorno. E lo sprovveduto, l’ingenuotto, il debole, il fesso devono invece occombere per la legge della giungla.
Per fortuna questo principio non è stato ancora codificato, e così per 100 turlupinati in silenzio, ce n’è magari uno che si ribella e si appella alla legge. Che in casi come questo -ripeto- di agganci ne offre eccome, perchè le normative sulla somministrazione pubblica mi sembrano disattese nella sostanza, non garantendo quel menu la trasparenza necessaria relativamente al prezzo.
Fossi in quel cliente, farei causa per ottenere la determinazione del giusto prezzo e poi vediamo cosa ne pensa il giudice. Alla faccia dei re della foresta.
Fregare il citrullo è, come dici tu, peccato ma a me non me ne frega un cavolo.
Visto che non sono dalla parte di quelli che aspettano il citrullo (continuo a usare questo termine solo per comodità) non sono particolrmente interessato neanche alla sua sorte. Non solo mi tocca constatare che spesso c’è più fila nei locali per citrulli ma arrivare a pensare che mi possa preoccupare per loro è eccessivo.
Si trovano bene? trovano l’esperienza complessivamente positiva? bene ci vadano. Trovano scocciante essere trattati da citrulli? non ci tornino più e magari frequentino qualche altro posto.
Io rimarrò inutilmente (lo so) in attesa di questa transumanza.
Ps. Solo per curiosità, stabilita l’ambiguità del prezzo segnato sul menu, quanto deduci che costi un piatto di spaghetti all’astice?
Ps.2 Tu l’avresti mai ordinato?
Fabio, chi ha mai pensato che tu ti debba preoccupare dei citrulli?
Ad ognuno il proprio ruolo: Il citrullo faccia il citrullo; la legge tuteli tutti (compresi i citrulli); il ristoratore rispetti le leggi a tutela di tutti (compresi ristoratori stessi e citrulli).
Se la normativa obbliga alla trasparenza assoluta sui prezzi e il ristoratore la aggira, allora non è del citrullo che dovrà preoccuparsi, ma del giudice cui qualcuno -giustamente- si sarà rivolto.
PS 1: Non so quale sia il giusto prezzo di un piatto di spaghetti con aragosta; so che può tranquillamente e legalmente costare anche 366€, basta che sia specificato in chiaro sul menu. Prezzare ad etto un primo non è solo un fatto desueto, ma in questo caso ingannevole: perchè nessun cliente normale, leggendo, moltiplicherebbe mai per 13 il prezzo riportato. Soprattutto se nella lista dei secondi il prezzo dell’aragosta “pura” è lo stesso di quella con gli spaghetti.
Io ragionerei così: se un secondo di pesce pesa normalmente circa 6-7 etti, un primo al massimo ne pesa 3.
O ti è più naturale ipotizzare un marmadrone da 1,3 kg in cui ti facciano pagare pure gli spaghetti crudi a 280€ al kg?
PS 2: non solo non avrei mai ordinato quel piatto, ma la prossima volta esigo che tu mi pesi preventivamente la amatriciana e soltanto dopo la ficchi dentro alle mezzelune.
questo ristoratore ha un posto esclusivo, va a prendere e riporta i clienti in gommone direttamente dalle loro ‘barchette’, un posto esclusivo. spiegatemi perché non può vendere un pasto a 850 euro? non si può ridurre il tutto alle sole materie prime, è utopia gastronomica. questi locali definiti da ‘sboroni’ esistono per 100ragioni e sono convinto che una persona che non può permetterseli non ci deve andare. un’argagosta che pesa un kg di da lascia 400 gr circa di polpa e mi sembra ovvio che debba far pagare tutta l’aragosta. io trovo un’accanimento assurdo verso i prezzi alti al ristorante. in proporzione è l’acqua l’ingrediente che viene ipervalutato al ristorante. se un cliente deve necessariamente rapportare il prezzo vivo dell’ingrediente, ma che mangiasse a casa sua dopo aver fatto la spesa al mercato. se la Scogliera vende a quel prezzo significa che la gente è disposta a pagarlo. discutibile, fuori mercato, esoso…mettiamola come vogliamo, ma resto convinto che se qualcuno trasforma, realizza e costruisce qualcosa debba far pagare il suo prezzo e non quello che il cliente si aspetta di pagare. tutto il resto sono chiacchere.
Infatti non stiamo discutendo della Scogliera, anche se ci marcia eccome, ma della collocazione antropologica dei suoi clienti e su cosa li spinga a diventarlo.
io penso alla sola e semplice ‘possibilità di ostentazione’ e tante volte, ho sentito personalmente questi commenti, al possibilità di non frequentare luoghi ‘aperti a tutti’.
cosa mi dite del billionaire, dove una bottiglia di Cristal
arriva a 2000 euro?
Della serie la mamma dei cretini e’ sempre incinta.
Intanto, complimenti a Dissapore per la ricerca sul campo e per non essersi limitati a riprendere un articolo più o meno preciso. Dai tempi di Cracco, vedo che i miei consigli vengono seguiti
Io credo che la questione in situazioni come queste non sia tanto chi ha più torto tra ristoratore e cliente (che è poi sempre l’argomento di discussione), ma quanto vicende simili facciano male ai ristoratori in generale.
Posso dire che miei familiari una volta mangiarono un’aragosta senza saperne il prezzo e una volta arrivato il conto (comunque di gran lunga inferiore a questo caso) la videro come una fregatura. Tanto che, se parlo di certe mie esperienze (chessò, Vissani o Uliassi con relativi conti importanti), mi guardano come se fossi un idiota. Vai a far capire che c’è una bella differenza tra pagare tanto per un’aragosta e pagare tanto per un menu variegato e realizzato da chef bravissimi. Come sempre, ritengo che siano i ristoratori a dover chiedere pene severe contro colleghi che si comportano in maniera discutibile (e le varie versioni di questo ristoratore non mi fanno pensare bene). Cosa che ovviamente non succederà…
Credo che tu in realtà l’abbia detto con il tuo esempio personale, è il cliente che fa la fortuna di un ristorante: i prodotti sono tutti in commercio, esistono mode e pubblicità, ma è il cliente che ha la responsabilità della scelta. Un ristoratore non può impedire che un altro venda un cecio a mille euro.
Mi sembrava di essere stato abbastanza chiaro, ma forse no: il ristoratore può far pagare quello che vuole, basta che sia chiarissimo con il consumatore su quello che andrà a spendere. Era lo stesso problema che si è presentato con i diversi casi che hanno visto protagonista Cracco. Il problema non è se un tartufo o una bottiglia di vino costano 2.000 euro, il problema è esserne consapevoli.
L’esempio personale portato indica come, per un ristoratore poco onesto, ne pagano le spese quelli onesti, etichettati come ladri perché anche loro hanno conti alti, senza preoccuparsi di quello che offrono. A me la questione non cambia la vita, visto che non vivo di ristorazione, ma avessi un ristorante il problema me lo porrei, eccome…
Tanto per parlare anche di cose praatiche:
secondo voi come si risolve la questione dei prezzi a peso?
Se il pescato del giorno ha varie pezzature, capisco che non possa far pagare la stessa cifra a chi si ritrova il branzino da mezzo kg e quello da 2 kg. Soluzioni?
p.s. il fatto che io mangi la Nutella a cucchiaiate dal vasetto non significa che mi mangio l’intero vasetto e non vedo relazioni con l’aragosta!
1) I primi li prezzi a porzione. E un’aragosta da 1,2kg la pulisci prima e la usi per 4 piatti, chè basta e avanza.
2) I secondi li prezzi a peso sul menu, ma metti una bilancia a fianco alla vasca o al tavolo di esposizione. Fai scegliere il cliente e poi lo pesi davanti a lui.
In fondo anche Cracco fa così col tartufo, mi sembra.
Sarà il mio punto di vista: a me puzza già la mostra del pesce. Comunque, per molti piatti può essere già porzionato, preparato, e soprattutto sfilettato. Perchè pesare e vendere lische e teste? Non vi convince di più il fatto che conservi le porzioni eviscerate, in frigorifero, spesso sottovuoto?
Per l’aragosta, stesso discorso: e non è detto che questa cottura espressa ne migliori le carni (cosa che si ricava invece da un certo riposo nel ghiaccio dopo cottura).
Sono due facce della stessa medaglia: l’aragosta nel ristorante top-sborrone-vippone e il vasetto slurpato in solitudine: cioè l’egocentrismo di ritorno.
Per il resto torno a ripetere son tutte chiacchere.
E poi ognuno è libero di far quel che vuole con i soldi.
I primi a peso in realtà io non li avevo mai visti!
))
Mi riferivo ai secondi. A volte al mare capito in ristoranti – per nulla vip – in cui arriva il vassoio con il pesce e che di solito è accolto da grande entusiasmo dal capo della tavola che può osservare e indicare l’eletto: “voglio questo!”
Questo genere di cliente non posso credere che non guarderebbe storto il pesce o il crostaceo porzionato perché lui vuole il cibo vero, da divorare selvaggiamente, mica i filettini da fighetti!
Il vasetto di Nutella si mangia a cucchiaiate insieme agli altri, mica da soli; proprio come il vassoio del Gran Fritto Misto o La Grigliatona che – a quanto ne so è sempre apprezzatissima nelle tavolate estive!
mi accodo alle considerazioni sulla nutella.. anche se il gusto, inevitabilmente, si è molto modificato negli anni.
se un cliente deve comprare e vedere il peso del pesce sulla bilancia non deve andare al ristorante, ma al mercato.
sul discorso filetti vs intero credo che l’ambiente e la situazione siano prerogative importanti per la scelta. al mare, sulla spiaggia e soprattutto quando il pesce e FRESCO un filetto – il pesce mai sottovuoto ti prego Chefclaude – sarebbe come mangiare un riccio fuori dal suo guscio o un gnocca senza… pardon
i problemi seri sono due. il primo è che molti ristoratori capiscono immediatamente di avere al tavolo uno sprovveduto e decidono di fotterlo. il secondo è che pochi clienti sanno accorgersi in tempo che stanno per essere fottuti.
questo non significa che mangiare in un ristorante significa comprare gli alimenti che scegliamo in carta ma una serie di servizi correlati e che in pochi sanno considerare.
un errore molto diffuso e far pagare la location al cliente. In tempi non sospetti il luogo era solo un valore aggiunto all’offerta. oggi per esigenze ‘congiunturali o della minchia – come preferite- ’ sembra che insieme alla portata compriamo un pezzo di panorama o di monumenti
Il pesce fresco, al mare o sulla spiaggia…immagino che sia lo stesso ristoratore, o cuochi e camerieri con la lenza a pescarlo: e forse è per questo che in certi posti costa tanto.
Ma la maggior parte lo scarica – ahimé- da qualche rivenditore all’ingrosso che ha fatto- se va bene- un centinaio di chilometri per arrivar là, e mettendo in carta dei fissi, come astici o aragoste (o altri anche più comuni, certo), si è poi costretti, per garantirli, a rifornirsi di astici canadesi di aragoste africane, e di riverderli al cliente sardo o calabrese come locali. Per di più questo pesce che fa su e giù dalle mostre ai frigoriferi… guarda, Eggi, ne ho viste di tutti i colori sul cattivo mantenimento del pesce. Ti dirò per semplificare che l’unico modo per mangiare bene il pesce si basa prima di tutto sulla conoscenza e sulla fiducia nella serietà del ristoratore (prima ancora che il boccone arrivi al palato). Se poi si vuole la certezza che quello che viene mostrato arrivi al piatto, non mi ricordo di esempi italiani, ma a Barcellona ci sono diversi locali che lavorano tutto alla piastra, dietro un bancone, praticamente davanti al cliente lì seduto (e sono dei posti eccezionali). Forse in qualche località estiva c’è ancora chi arriva con la paranza davanti al ristorante: fortunati quelli che conoscono e fequentano posti del genere.
certo che metterli tutti insieme in un colpo non è mica male…
Filippo Facci
La Famiglia Milanese
Il “ristorantino” in Sardegna…
beh insomma, mancava solo Noemi….;-)
E’ in giro anche lei da quelle parti e la tua preoccupazione o eccitazione non è poi tanto infondata.
Così tutti insieme potrebbero praticare il gioco alla moda, che a quanto riferisce Repubblica, impazza sulla Costa Sboralda: il gavettone di champagne.
Esistono cretini che acquistano una, due, dieci bottiglie di champagne (un Franciacorta non è amesso) e dopo averle agitate tipo piloti sul podio, fanno il giro dei tavoli o degli ombrelloni innaffiando la gente.
Non è dato sapere se scelgono con cura anche la maison.
Non mi si venga a dire che uno dei suoi soldi può fare quel che vuole, perchè la libertà non è uno status symbol.
Sì ma lo facevano già dieci anni fa,
nei privé mejo cool delle disco più trendy; gavettoni, dice adesso? Mah… dalle mie parti lo chiamavano *fare Schumacher*, e di solito era un modo sborone per concludere ‘na nottata di spendi & spandi (non avete idea di quanto costi, ai giovani-bene degli anni ‘00, fingersi ricchi anziché babbo-benestanti)
…Si è vero “fare Schumacher” Mi ricordo…:-))
Però facendo così si da un sacco di lavoro a tutti, anche a quelli delle pulizie del giorno dopo, alle farmacie per il mal di testa sempre del giorno dopo, alle carrozzerie per le macchine bocciate e via discorrendo…
Gran bella vita!!!!
Secondo me ci divertivamo più noi attempati: se non altro lo champagne lo facevamo fuori in altra maniera ! di solito nel gargarozzo…
Sì ma champagne a parte, se bevuto o schiumato:
ai vostri tempi come altrimenti si esplicavano, le psico-pulsioni che spingono i giovani a fare gli sboroni? Scialacquare in pubblico non è certo un protagonismo nato negli anni ’90, quanto segue è uno spaccato altamente realistico degli atteggiamenti targati ’00; posto che in Rete si ottengono risposte mentali e a quattr’occhi reazioni emotive, a piè di commento porrò comunque un paio di quesiti. Buona lettura…
sottofondo: il rondò capriccioso
Erano di meno…
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