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Sara Porro | gio 28 feb 2013 ore 14:30
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Cosa mi è piaciuto a Pianeta Birra compresi lobi divaricati e barbe a pube
Si è chiusa a Rimini (la fiera un tempo conosciuta come) Pianeta Birra, una delle principali manifestazioni d’Italia in ambito birrario (sinonimo: “brassicolo”. L’ho messo così sapete che lo so). Io ci sono stata per la premiazione delle birre vincitrici del concorso Birra dell’Anno, organizzato dall’associazione culturale Unionbirrai. A partecipare, 103 birrifici candidati e più di 500 birre, suddivise per amore di precisione in 24 categorie differenti: ammessi solo prodotti artigianali non pastorizzati e senza aggiunta di conservanti.
Più avvezza ai meccanismi delle manifestazioni del vino, non ho potuto fare a meno di notare le vistose differenze. Dalla più formale (l’enorme Vinitaly, a Verona) alla più spensierata (tra le molte, la bella La Terra Trema al Leoncavallo di Milano), le fiere dedicate al vino sembrano accomunate da un alone di sacralità che nel mondo della birra viene apertamente ridicolizzato. Se non ci sono i tetri direttori commerciali di Vinitaly, nemmeno si troverà l’atteggiamento politicamente consapevole del mondo del vino naturale.
Queste cose, insomma, non si trovano.
Ci sono, invece: un folto numero di persone con i lobi divaricati, una quantità allarmante di barbe dalla foggia “a pube”, un tot imprecisato di felpe con il cappuccio. Avvistato anche un uomo con al collo, invece del classico bicchiere da degustazione, un pappagallo di plastica (non il volatile. L’altro pappagallo).
C’è, inoltre, un’atmosfera chiassosa e vivace, sia tra i numerosi visitatori, sia tra i produttori negli stand, che sembrano partecipare del buonumore collettivo. Il mondo della birra artigianale è cresciuto a ritmo vorticoso nel corso degli ultimi 10 anni, e i suoi membri hanno l’aria festaiola di chi non è necessariamente nato birraio, e si è convertito per passione.
Un’ottima cartina al tornasole sono le etichette delle birre. Nessun castello in Toscana né stemma nobiliare: piuttosto, colori flou, disegni bizzarri (ad esempio, un Alvaro Vitali in versione Pierino, con cappello d’asino in testa) e nomi spericolati (come “Una Cotta e Via” e “Due di Picche”).
Qui c’è la lista completa dei vincitori di quest’anno. Tra questi, alcuni assaggi che ho prediletto, senza pretese di esaustività.
Prima classificata nella categoria birre acide: La Luna Rossa, Birrificio del Ducato. Assecondando il mio penchant per le kriek belghe, ho molto amato questa birra acida su cui hanno macerato amarene e marasche. Il blend viene messo in bottiglie numerate indicanti anche l’anno della cuvée, affinate in cantina altri 12 mesi prima di essere messe in commercio.
Prima Classificata per la categoria ambrate e scure: Scubi di Birrone (punti bonus al birrificio per i nomi delle birre). Una birra scura un po’ ruffiana, estremamente piacevole, che sa di caffè, liquirizia e caramello.
Prima Classificata nella categoria Scure, alta fermentazione, luppolate, d’ispirazione angloamericana: 2 di picche del Birrificio Menaresta. Una Black I.P.A, che sa di frutta tropicale e note balsamiche. La trovo irresistibile nonostante la mia nota resistenza per tutto ciò che proviene dalla mia natia Brianza (si scherza).
Prima Classificata nella categoria Affumicate, alta e bassa fermentazione: la Ghisa del Birrificio di Lambrate. Non una scoperta, in realtà: come avviene per (quasi) tutti i milanesi svezzati alla birra artigianale, è proprio il Birrificio di Lambrate, nella periferia della città, ad averci insegnato a guardare al di là della Beck’s. La Ghisa al naso ha un affumicato con echi di scarmorza, e una tostatura che ricorda il caffè.
[Crediti | Immagini: Emanuela Marottoli]
In realtà non è Alvaro Vitali (!) ma bensì il birraio Marco Valeriani di Menaresta.
La vergogna, la lavagna e il 22 si riferiscono al piazzamento (e successive prese per il…) del suddetto ad un concorso homebrewer con il “prototipo” della Verguenza, diventata oggi una,imho, delle migliori espressioni di West Coast DIPA italiane.
Grazie del nanetto, tra l’altro molto utile e divertente.
)
Comunque dicevo “Alvaro Vitali” per la somiglianza, non sostenevo che davvero lo ritraesse
Tyrser, concordo pienamente con quanto dici, ma, dimmi la verità, non ti fa un po’ ridere uno stile che si chiama West Coast Double Indian Pale Ale?
Siamo davvero a questi livelli? Ci vuol meno a berne un litro che a dire il nome
Non è una critica a te eh, ma alla proliferazione dei nomi degli stili, ormai sono così ramificati che hanno quasi perso il senso della loro funzione.
Sorry, India Pale Ale, non Indian
“dabolipa” è più veloce da dire di “capcheic” o “trapizzino”. E anche di “barbaresco” o “franciacorta”. E’ solo questione di abitudine.
E comunque il West Coast è rafforzativo: Marco e i Menaresti fanno una DIPA non caramellosa che punta sulla secchezza. Da noi siamo abituati ai dolcioni danesi.
A “trapizzino” mi avevi già convinto…
Il birrificio Bad Attitude, non citato nell’articolo ma vincitore per la golden ale, è un miracolo che vola ad un altezza in cui i concorrenti faticano a respirare. All’amatissima (da Dissapore) Baladin è stato consegnato il premio nella categoria ‘affinata in botte di legno’. Non dubito che l’anno prossimo potranno fare man bassa nella categoria ‘birrificio il cui nome finisce per -aladin’.
Eh gia’, Bad Attitude vola talmente alto che e’ persino fuori confine (italiano).
Parafrasando Baudelaire, “chi non ama le birre in botte ha qualcosa da nascondere”.
Canton Ticino
Non si chiama più Pianeta Birra da qualche anno, il nome corretto è Selezione Birra. L’interesse nel parteciparvi rimane comunque lo stesso.
Ho corretto, grazie della segnalazione.
Come già scrissi altre volte, la cosa che più mi colpisce di questi birrofili paladini della diversità è il loro look rigidamente omologato.
Ma i lobi divaricati cosa sono?
credo si intenda un tipo di orecchinoad anello infilato nel lobo nel senso della larghezza e in questo modo il lobo si allarga. comunque non è la “norma”.
omologazione? dici?
io vedo solo persone che si vestono come gli va. non è il ballo della croce rossa né un rave a pianabella di montelibretti tra le frasche.
dunque?
Dunque certo non pensavo che si mettessero d’accordo. Semplice comunanza casuale di perigliosità estetica.
qui come altrove
e comunque Luca Giaccone, per dirne uno, è un maestro di stile.
normale, tranquillo e molto fico.
Lui non a caso si chiama “Giaccone” e non “Felpone”.
Non ti sfiora il dubbio che il tuo look possa stimolare le stesse considerazioni? Non vorrei trasformare questa nella sede di discussione sulle perigliosità estetiche però…
Prima di tutto, vorrei chiarire che le manifestazioni della birra mi divertono e mi fanno sentire a mio agio, quindi il mio non voleva in alcun modo essere un giudizio di merito.
Detto questo, pare anche a me che un po’ un look tipico esista e che sia vissuto anche con una certa autoironia, come quando da Cantillon ho visto uno con una t-shirt con scritto “credevo non mi avresti riconosciuto senza la mia felpa con il cappuccio”
ricordo a chi fosse interessato che al Macche si vende la t-shirt cult “quanno moro vojo esse fermentato”
più o meno questo
http://www.facebook.com/note.php?note_id=501812086512450
La felpa col cappuccio è brucewillisiana, quindi giusta!
Quoto
Lo so che basta cercare in rete ulteriori informazioni, ma fare un’intero articolo su una manifestazione senza mai indicare dove si è svolta non è un pò bizzarro?
Corretto, grazie mille.
hahahahaha povero marco