C’è una vivace polemica tra Slow Food e i birrai artigianali a causa di Birra del Borgo

In queste ore il mondo della birra artigianale italiana è attraversato da un polemica contro Slow Food, a causa del libro Il piacere della birra, scritto da Luca Giaccone e Eugenio Signoroni, pubblicato da Slow Food Editore al prezzo di 16,50 euro.

Eccovi per filo e per segno cosa sta accadendo.

L’Antefatto (lungo)

Circa un anno fa Birra del Borgo, uno tra i più noti birrifici artigianali italiani, è stato acquisito da Ab-InBev, la più grande multinazionale della birra. Cosa che di per sé, come stabilito dalla legge italiana sulla birra artigianale, all’epoca dei fatti nuova di zecca, impedisce a Birra del Borgo di essere ancora considerato un birrificio artigianale.

Non più artigianali, i prodotti del birrificio sono stati esclusi da parecchi pub e locali devoti al mondo craft e il fondatore, Leonardo Di Vincenzo, non viene più invitato ai principali eventi del circuito. Ma di fatto, la percezione di Birra del Borgo non è cambiata: per buona parte dei consumatori era e resta un birrificio artigianale.

Non solo per loro: le birre del birrificio laziale figurano ancora tra quelle artigianali nei menu di molti ristoranti e pizzerie, e nel frattempo Ab-InBev ha acquistato per Birra del Borgo uno dei bistrot più belli di Roma, già Romeo (della chef Cristina Bowerman) ora L’osteria di Birra del Borgo.

Infine, il birrificio continua a organizzare Birra del Borgo day, un festival annuale in cui si presentano, decantano e vendono diverse marche di birre artigianali.

E’ storia nota, raccontata da molti birrai artigianali, che mescolare le carte creando confusione tra ciò che è e non è artigianale, sia una strategia deliberata delle multinazionali.

Ab-InBev ci starebbe riuscendo organizzando eventi per mano d’altri (Leonardo Di Vincenzo, nel caso di Birra del Borgo day), aprendo locali dall’impeccabile offerta come Osteria del Borgo, e vendendo birre che fanno il verso a quelle artigianali nel nome, nelle etichette o nella confezione.

Sì, ma cosa c’entra Slow Food? 

Dicevamo del libro Il Piacere della Birra, Slow Food editore, “il manuale pensato per chi vuole conoscere meglio la bevanda alcolica più antica della storia dell’uomo”. L’ultimo capitolo è dedicato ai principali birrifici italiani, tra questi anche Birra del Borgo con il suo fondatore Leonardo di Vincenzo.

E fin qui, poco da obiettare. Peccato per un passaggio, ripreso da una pagina Facebook chiamata Analfabeti della Birra:

“ Nell’Aprile 2016, l’acquisizione del marchio Birra del Borgo da parte di Ab-ImBev (la più grande multinazionale del settore), pur lasciando immutata la squadra di lavoro e i processi, ha generato non poche polemiche. Prevedibile, poiché è un fatto nuovo per il movimento italiano (all’estero molti prodotti ricchi di fascino hanno già superato questo “dramma”), un evento che ha rotto il velo di favola che finora ne aveva caratterizzato il racconto e l’interpretazione. Quello che consola nel momento in cui scriviamo è che i prodotti mantengono la costanza e la qualità di sempre: passeggiando in mezzo all’impianto produttivo vi accorgerete che la voglia di sperimentare è la stessa che caratterizza l’azienda fin dai suoi primi giorni ”.

Slow Food ci dice, in pratica, che le acquisizioni di birrifici artigianali da parte delle multinazionali non sono un dramma, che dobbiamo abituarci, come già successo in altri Paesi. Leggendo in controluce si percepisce nella parole di Slow Food una sottile vena di sarcasmo verso i duri e puri del mondo artigianale, un invito rivolto a chi sostiene a oltranza l’indipendenza: smettetela di credere a Babbo Natale.

La reazione è una serie di commenti inferociti. Alcuni birrai artigianali chiedono addirittura di essere esclusi dalla prossima guida alle Birre d’Italia, pubblicata sempre da Slow Food. Altri usano l’ironia prendendo le parole della associazione di Carlin Petrini e sostituendo Birra del Borgo con il marchio La Granda (allevatori della razza bovina Piemontese nonché produttori di ottima carne) e Ab-InBev con McDonald’s:

In altre parole, Slow Food, da sempre paladino dei piccoli e degli indipendenti, è accusata di prestarsi al gioco delle multinazionali non distinguendo con chiarezza chi sta da una parte e chi dall’altra.

Un chiodo fisso per i micro-birrai, convinti che chiunque sminuisca i rischi legati alle acquisizioni di birrifici artigianali da parte delle multinazionali, in qualche modo le legittima.

E se a farlo è proprio Slow Food…

[Crediti | Link:

Chiara Cavalleris Chiara Cavalleris

18 giugno 2017

commenti (27)

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  1. Paese strano il nostro: per anni ci siamo beati di un gelato industriale che spacciavamo per eccellenza dell’artigianato italiano semplicemente perchè era di proprietà di due giovani italiani mentre ora non consideriamo artigianale un prodotto fatto veramente artigianalmente solo perchè l’azienda è di proprietà di una multinazionale.
    Forse, se iniziassimo a concentrarsi anzichè sulla forma, sulla sostanza ovvero sul prodotto come mi sembra fare slow food, eviteremmo ridicole e ipocrite polemiche.

    1. Pare che sia difficile pensarla così, pare sia meglio produrre ciofeche purché artigianali, come se l’artigianalità di per sé garantisce la qualità del prodotto…

    2. Mi puoi spiegare come può una birra essere fatta artigianalmente se è prodotta da una delle più grandi multinazionali del mondo? Artigiano e multinazionale stanno agli antipodi.

    3. @wally: la differenza tra artigianale e industriale non la fa l’azionista di controllo ma come viene fatto il prodotto. Credi che dietro a molti “birrifici artigianali” non ci siano fondi di investimento internazionali ?
      Il prodotto industriale prevede la standardizzazione assoluta mentre nel prodotto artigianale il processo è gestito diversamente a partire dalla scelta delle materie prime per proseguire con la produzione vera e propria.

    4. wally. un esempio potrebbe essere quello delle auto sportive, costruite “artigianalmente” con criteri e gestione industriale. Non e’ la proprieta’ a determinare la qualita’ chesso’ di Lamborghini e Ferrari . Idem dicasi per tutto l’industria del “lusso” che ha perso l’autonomia gestionale ma sempre lusso rimane. Se invece la cosa piu’ importante e’ il “come” non il “cosa” si beve è un’altra questione.

    5. Un paio di domande:
      – ma INBEV cosa da a Birra del Borgo? Se da solo un supporto logistico e di marketing, il prodotto ne esce peggiorato? penso di no.

      – Siamo sicuri che siamo già tutti mastri birrai da carpire la differenza tra una vera birra artigianale (che non ha una costanza perfetta nelle varie cotte ma molto simili) e una buona birra (perchè no, anche fatta con criteri industriali)? temo di no, motivo per cui INBEV ha puntato sul brand, unica cosa per stare appresso a delle logiche di mercato che sono cambiate nel mondo della birra (qual’è la percezione odierna del consumatore medio della “birra del muratore” di una volta? sicuramente pessima) e quindi avere tassi di crescita o quote di mercato che siano meno aggredibili.

      La birra artigianale è sostanzialmente “local” e vedo difficile conciliare dimensioni e capacità distributive se i microbirrifici rimangono solo locali. L’unico modo di crescere e di applicare logiche industriali e riadattarle. Probabilmente non c’è sempre possibilità di portarsi a casa managers che possano far crescere gli imprenditori e così a volte qualcuno “cede” un pezzo della torta per avere una fetta di una torta più grande.
      C’est la vie.

    6. @wally Scusa e tu invece potresti spiegare come immagini che sia una multinazionale? Perchè – premesso che “birra artigianale” yea e “birra industriale” buu – da questo e tanti altri commenti in giro per il web, legati o meno alla vicenda in questione, sembra sempre che si tratti di un essere antropomorfo che fisicamente “produce” birraccia senza anima e valori, opposto al bravo e buono artigiano indipendente che invece mette tutto quello che ha nel prodotto.
      Artigiano e multinazionale secondo me non stanno neanche sullo stesso campo da gioco, cioè scusa ipotizziamo: se mia nonna fosse stipendiata da una multinazionale che detiene la proprietà della cucina e del tinello di casa sua per cucinare le sue polpette fritte, sarebbe meno artigianale? sarebbe meno mia nonna? sarebbero automaticamente polpette industriali?

    7. @wally:

      Se la proprietà cambia ma procedure, impianto e tutto ciò che ha a che vedere con la produzione no, non vedo proprio dove sia il problema.

      Se un prodotto è buono ben venga che si faccia distribuire dalla struttura organizzativa di una multinazionale.

      Se è una ciofeca, anche se prodotta da una micro-birreria “artigianale” sempre ciofeca rimane….

    8. Andrea, se superi i 200.000 hl di produzione semplicemente non puoi definirti birra artigianale, è molto semplice. E una multinazionale non ha interesse a produrre micro quantità, ovviamente.

      Detto questo, da buon amante della birra sono schifato dall’andazzo del mondo: al di là di una grande quantità di prodotti imbevibili, fatti da improvvisati alchimisti in cantina, ormai è passata la regola che una bottiglia di birra deve costare quanto un discreto vino. E per me se ne possono pure andare a quel paese, a questo punto.

    9. Ti ricordo che esiste una legge che stabilisce quando una birra è artigianale e, incredibile dictu, essere di proprietà di una multinazionale ti esclude dal novero dei birrifici artigianali.
      Se poi ancora confondi il concetto di “artigianalità” con quello di “qualità” il problema è tuo.

    10. Dunque l’artigianalità non è una caratteristica del prodotto ma una patacca assegnata da qualche decreto legge che stabilisce i criteri per tale denominazione. Amo questo paese anche se continua ad essere ostaggio di ridicole confraternite dette lobby che difendono l’artigianalità di gente che usa kit, polverine e altre porcate per fare birre da strapazzo ma che possono attaccare orgoglòiosamente la vetrofania “artigianale” perchè di proprietà del sig. Mario Rossi e la forma vivaddio è salva. L’unica consolazione è che prima o poi questa moda delle birre artigianali svanirà e la gente capirà che le birre, ma non solo loro, si dividono in due categorie: quelle buone e quelle che valgono poco. Allora sopravviveranno solo i pochi che fanno veramente prodotti di qualità indipendentemente dalla proprietà.

    11. Andrea, ma per definizione l’artigianalità non è una caratteristica. Non come lo sono il colore o la tecnica di produzione.
      “Artigianale” vuole dire che l’oggetto non è prodotto in scala industriale. Sino a pochi anni fa non era quasi una critica. Oggi, è una parola magica che diventa sinonimo di qualità a prescindere 😉

      A ben vedere i prodotti industriali hanno un grosso vantaggio: la costanza, a prescindere. Prendi 500 bottiglie peroni e avranno tutte lo stesso – poco esaltante – gusto. Prendi 500 bottiglie di birra artigianale e aspettati leggere differenze fra alcune bottiglie. Se il birraio è bravo. Se no, è un terno al lotto 😉

    12. @Grammarnazi
      sono d’accordo che se superi i 200k hl di produzione non puoi definirti artigianale, lo dice la legge. A mio avviso questa soglia è già piuttosto alta. In ogni caso però nel 2010 Birra del Borgo produceva 2500 hl (fonte Guida Slow Food 2011), nel 2015 produceva 16000 hl (fonte guida birre di Slow Food) e a seguito dell’acquisizione di Ab Inbev progettano di arrivare a 50000 hl. Il tasso di crescita – in termini di hl prodotti – del birrificio è di circa la metà dopo l’acquisizione della malvagia multinazionale. Non capisco di cosa stiamo parlando..

  2. Brava Chiara Cavalleris , un punto di vista senza “sviste” , obbiettivo e descrittivo, e che ci sta tutto come si dice dalle mie parti .. complimenti lo condivido

  3. Non solo l’articolo è esemplare e chiarissimo, ma porgo un plauso specifico al titolista.
    “vivace polemica tra…” è una espressione che merita davvero il massimo dei voti. Praticamente come la tradizionale espressione “scambio franco e cordiale dei rispettivi punti di vista” quando due diplomazie non si trovano d’accordo su nulla.
    Insomma, la “vivace polemica” tra un consulente d’immagine che vende a caro prezzo i suoi servizi, e chi quei servizi non se li può (purtroppo) permettere, è una fresca ventata di humor in questo torrido fine settimana estivo.

  4. Ma che la Cavalleris sia la compagna del nipote di Teo! Musso non desta sospetto? Dissapore, non vedete conflitto di interessi?
    Grazie

    1. Accidenti!
      complotto nel complotto!!!
      che lettori macchiavellici…

    2. Ciao Mauro! Questo articolo verte sostanzialmente su un tema: la confusione tra artigianale e industriale, che impedisce ai consumatori di scegliere consapevolmente. Personalmente amo la birra artigianale, ma non demonizzo le industrie né santifico gli artigiani. Non è un segreto, non è una novità e non è un fatto relegato al mondo della birra che le multinazionali si servano di bug normativi e ambiguità semantiche per fare il loro gioco. Il mio compito, come divulgatrice, è fare chiarezza. Quello che dici è vero, la passione per la birra (artigianale) mi ha portata a legarmi a un coetaneo che lavora nel settore. Ma questo non ha cambiato le mie idee né la mie intenzioni nei confronti dei lettori.

  5. E’ una questione filosofica o di qualita’ del prodotto ? Ovvero se il consumatore percepisce la stessa qualita’ che trovava prima continuera’ a consumarlo. Se il prodotto finale si “grommizza” lo trattera’ alla stregua di una qualunque birra in barattolo. C’e’ pero’ da chiedersi perche’ i difensori della “purezza alimentare” per definizione abbiano espresso quanto riportato.

    1. Il problema è che oggi è una moda e il grosso dei bevitori di birra artigianale non ne percepisce la differenza da quella industriale a meno che non ci siano aromatizzazioni particolari. E’ un business da cavalcare il più rapidamente possibile perchè prima o poi si contrarrà e scatterà la selezione naturale.

  6. Fra i marchettari di Slow Food e i talebani dell’artigianalità non so chi sia il più ridicolo.

    Anche perché ormai, oggettivamente, sta fissa della birra artigianale sta sfuggendo di mano.

  7. Guardate che non è difficile capire la questione. La qualità del prodotto non rileva. L’ingresso dell’industria (e qui parliamo di un colosso) nel mondo della birra artigianale ha un’unica possibile conseguenza: la fine di tutti i birrifici artigianali.
    E il fatto che Slow Food sia così superficiale nel trattare questa problematica fa riflettere.

    1. Non avrei saputo riassumere meglio.

    2. Infatti nel mondo del vino l’aumento della produzione convenzionale e industriale ha scatenato la rinascita del vino naturale. Così è stato per il mondo di tante piccole produzioni agroalimentari artigianali (vedi ingresso sul mercato di Eataly & co.) e così sta accadendo laddove si muovono nuovi interessi economici. Di fatto questi generano maggiore mercato e fanno nascere, per reazione, l’orgoglio del piccolo è bello unitamente ad un interesse nuovo del mercato per quest’ultimo. Che sta dando parecchio vigore ad un artigianato che fino a ieri non si filava nessuno.
      Chiara, non riassumere meglio, sei proprio una brava giornalista.

  8. Riporto un paragrafo di un articolo di Jacopo Cossater, sullo stesso argomento, da Intravino:

    “Benissimo, anche qui si spera che le cose non cambino e che Birra del Borgo continui a produrre birre eccellenti con la stessa intraprendenza e indipendenza di sempre, solo non si capisce molto bene quale sia il metro di giudizio di Slow Food in merito. I vignaioli politicamente scorretti (Bressan – nota mia, essendo in link nell’articolo originale) no, quelli vengono esclusi in automatico, le multinazionali della birra sì, non c’è niente di male.”

    fonte: http://www.intravino.com/primo-piano/il-piacere-della-birra-di-slow-food-un-libro-fondamentale-per-amarla-con-le-inevitabili-polemiche-annesse/

    L’importanza delle guide sta scemando, per tanti motivi; uno di questi è l’aleatorietà dei parametri di giudizio, a seconda di chi o cosa venga giudicato.
    A causa di questa generalizzata incoerenza da parte degli “esperti”, non meraviglia il successo di piattaforme alternative di valutazione, dove sono gli utenti ad essere “giudici”, ma altrettanto fallaci.

    Artigianale o Industriale? Ma scegliere una birra buona a prescindere che l’azienda produca, perché è questa la fondamentale discriminante, più o meno di 200.00hl l’anno, no?

    1. La discriminante non è solo la quantità prodotta ma anche il fatto di no essere pastorizzata. Cnq io lavoro in una multinazionale e ci garantisco che l’acquisizione del birrificio non è una buona notizia , c’è qualcosa “sotto” che non si è ancora evidenziato.Per il momento cmq Birra del Borgo produce ottima birra e non ci sono motivi per non acquistarla…certo se diventa una Moretti da 4 euro…

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