Il Buonappetito – Cosa c’è, Slow Food, sei stanca?

Oggi, a pochi giorni da Cheese – la bella manifestazione casearia a Bra (CN) – esce il libro “Slow Food – Storia di un’utopia possibile” (Petrini-Padovani, coedizione Giunti-Slow Food Editore).

Cose da sapere prima di andare a Cheese 2017.

Credo che costituirà una buona occasione per fare un punto sullo stato di salute del movimento. Parto io, con la mia, minuscola, opinione.

Premessa: amo Slow Food fin dalla sua nascita (e recensisco osterie per la loro guida da lustri). Credo che abbia fatto per la cultura del cibo, dell’alimentazione, dell’equità, della produzione, dell’ambiente ciò che in Italia hanno fatto in pochi.

Ma proprio perché la amo, soffro.

Soffro perché se gli eventi mietono successi su successi –penso alla meraviglia dell’ultimo Salone del Gusto di Torino– dal punto di vista culturale mi pare che ci sia una perdita di incisività.

Cos’abbiamo mangiato di molto buono al Salone del Gusto 2016.

Il presidente Nino Pascale è persona di valore ma riservata; Carlin è sempre potente ma meno assiduo di un tempo (sui giornali, ad esempio); la rete associativa non ha la medesima tenuta su tutto il territorio nazionale; i rapporti con le istituzioni maggiori e alcuni grandi temi –come il made in Italy– sono contesi da altri attori.

Si potrebbe obiettare che Slow Food è meno visibile perché il suo pensiero è diventato se non dominante, diffuso: rispetto a trent’anni fa mangiamo tutti meglio, i consumatori sono diventati più consapevoli, le aziende più rigorose, i supermercati sono colmi di prodotti bio, i vini di moda sono quelli naturali.

Ma se delle battaglie sono state vinte, la guerra è ancora lì, tutta da combattere, tra iniquità, allevamenti che paiono lager, uova avvelenate, cibi sofisticati, piatti pronti scadenti.

Badate: questo Buonappetito non vuole avviare una polemica. Ma una riflessione: il cambiamento non può che nascere dall’analisi, da una presa di coscienza.

Se in effetti c’è stanchezza –come pare a me– è l’ora di rinsaldare le fila, bersi una barbera, mangiarsi un boccone e ributtarsi nel centro della lotta.

Luca Iaccarino

13 settembre 2017

commenti (18)

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  1. Ottimo articolo, che offre vari spunti. Per esempio a me viene il dubbio che la crescita in doppia cifra delle vendite di prodotti Bio, integrali, ed altre cose compresi i vari veganesimi, siano dettate soprattutto da mode, in gran parte create ad arte dall’industria, alla ricerca di nuovi spazi da invadere. Sicuramente molti consumatori si avvicinano a certi prodotti per scelta consapevole, ma credo che in un paese dove manca cultura in molti, troppi ambiti, quello della gastronomia non faccia differenza. Ed è proprio per questo che l’opera di Slow Food non è assolutamente finita.

  2. A fare i talebani ci si stanca.
    A quando la panza (tasche) è piena, vengono meno anche le “motivazioni”.

    1. Mi scusi se glielo dico, ma questa classica visione all’italiana , mi ha veramente stancato. Slow food ha sicuramente creato ricchezza economica per tanti soggetti , ha anche garantito sopravvivenza a tanti altri piccoli produttori. Ma soprattutto ha tentato di fare cultura, parola che, oltre ad essere quasi sconosciuta in Italia, a volte sembra proprio che dia fastidio….

    2. Che poi dare dei Talebani a SlowFood… ci vuole tutta a me sembrano abbastanza moderati e anche disposti ai compremessi e lo dico convinto che sia cosa positiva e anche utile.
      Quanto all’articolo io non vedo tutta questa “stanca” che nota l’autore sono solo io?
      Certo il processo di “secolarizzazione” contagia tutto ed e` naturale ma averne di realta` dinamiche come SlowFood dopo 30 anni di vita…

    3. Paolo Parma, quale cultura avrebbe fatto Slow Food? La cultura che il bio è meglio (che la scienza ci ha dimostrato essere una falsità)?
      Slow Food ha fatto del valido marketing, niente altro. Certo, ha permesso di rendere più noti alcuni (talvolta ottimi) prodotti di nicchia, ma lo ha fatto con strumenti di marketing e di pubblicità, non certo con “la cultura”.

      Niente di male: il marketing è l’anima del commercio. Mi dispiace quando è mascherato da valori differenti e più nobili del vile denaro.

    4. concordo con grammarnazi su tutta la linea.
      difficile non vedere un nesso tra l’antiscientismo che porta acqua a correnti come quella no-vax e il culto della “natura” di slow food, fondata su un concetto idealistico e privo di ogni legame con la realtà, che vede il progresso come un male assoluto, che diffonde menzogne e spauracchi sugli ogm e che eleva a miti persone discutibili come vandana shiva.
      con questo non dico che petrini e slow food siano contro le vaccinazioni, attenzione: dico solo che attingono al medesimo bacino di persone che vedono la scienza come nemica del vivere sano e naturale e che prendono per buona qualunque moda li faccia sentire più vicini a un supposto piccolo mondo antico.

    5. Vabbé se proprio ci s’impegna si possono trovare connessioni fra qualunque cosa improbabile. Per me Slow Food è stato semplicemente un mezzo che mi ha fatto scoprire come mangiare e bere meglio (inteso prima di tutto cose molto più buone e normalmente anche di maggiore qualità). Questo non significa automaticamente che non abbia i suoi difetti – ma i commenti come questa sequenza secondo me sono completamente fuori strada.

  3. Mi scusi se glielo dico, ma questa classica visione radical chic italianoide, mi ha veramente stancato.
    Che slow food sia stato, anche, un modo per acquisire visibilità quindi dindini (tanti) è certo.
    Se poi garantire la “sopravvivenza di tanti piccoli produttori” significa sdoganare “cose” come la agricoltura biodinamica (sich!) oppure mettere i bastoni tra le ruote ai produttori di mais, soia ed altro distruggendone la produttività a dispetto dei colleghi stranieri negando il ricorso alle sementi OGM (aaaahhhhh! orrore!!!!) oppure contribuendo alla formulazioni di leggi sulla produzione di nicchia che imponendo protocolli rigidissimi di fatto castrano la vera artigianalità significhi “fare cultura” allora siamo in accordo.
    Poi, certamente, cose meritorie ne sono state fatte e anche tante! ma questo non significa che quello che non va debba esssere ignorato.
    Oppure non avere la “classica visione all’italiana” significa giustificare sempre e comunque i paraculi perchè fanno “cultura” (la loro)?
    Che slow food sia ormai purtroppo un’intreccio fittissimo di e tra CIECA politica e interessi economici è da anni assodato, stra-assodato, ultra-assodato e forse anche… dissodato.

    Indignarsi fa figo, vero?

    1. a parte questa sciocchezza dei “talebani”, condivido molti spunti. personalmente, dopo 25 anni in SF e incarichi/impegni/volontariato a livello locale, ho mollato tutto per la scelta aziendalista di alcuni anni fa (il budget delle iscrizioni!). stare in una associazione vuol dire condividere e promuovere i valori fondanti, non solo prestare lavoro gratuitamente, mentre i produttori fanno business. inoltre il fare cultura è diventato sempre più elitario (visto quanto costa partecipare alle iniziative) e sempre più colluso con lobby e cordate. per questo sono tornato dal basso, con un GAS.

    2. No, indignarsi non fa figo. Ma il primo messaggio che ha mandato era del tono” Solito mangia mangia all’Italiana” , per essere puri bisogna evitare i soldi. Tutte le attività o associazioni hanno pro e contro, visto che provano a fare qualcosa. Il pontificare a babbo morto, non è mai costato un euro….

    3. Quando la finirete di vedere complotti ovunque?

  4. Sono perfettamente d’accordo con Lei, la sua analisi rispecchia ciò che da alcuni anni rilevo nel mio territorio, (provincia di Brescia). Penso che la difficoltà del nostro movimento non sia da attribuire ai vertici , ma nella incapacità di trasmettere empatia tra i datati come me e le nuove generazioni. Certamente non molliamo, anzi……
    Valerio

  5. Ha ragione chi sostiene che è solo una moda. Cibi “bio”, o naturali, non differiscono – se non per il prezzo – dai prodotti tradizionali. Non sono assolutamente più salutari, né sono necessariamente più gustosi: questa è solo una percezione spinta dal marketing di Slow Food e altri attori.

    1. Ma contribuiscono a creare dinamiche positive per uno sviluppo sostenibile. Le normative non sono perfette, anzi, ma si tratta anche di un lavoro in divenire. Ben venga la moda se porta un po’ di consapevolezza in più! Certo bisogna anche educare a discernere fandonie palesi e bieche operazioni commerciali da operazioni che invece operano per un benessere diffuso, non solo economico. Da questo punto Slow food ha fatto e continua a fare molto, soprattutto con i progetti internazionali. Poi le controversie ci sono ed è normale, forse fisiologico che ci siano data la crescita esponenziale e la messa in circolo di sempre maggiori somme di denaro. Tutti, ersone fisiche e non, operano creando benefici e danni. Alla fine ciò che resta è il bilanciamento tra i due.

  6. Paolo, Antonio,
    vi risentite perchè ho scritto di talebani.
    Mi dispiace, ma questo è quanto percepisce chi stà al di fuori del movimento nei confronti dei proclami, delle scomuniche addirittura ad hominem, irrisione e derisione nei confronti di chi tentava di farvi notare cosa c’era che non andava, della stupidità di certe prese di posizione…
    Sono state finanziate culture biodinamiche, soldi pubblici accidenti! attraverso la Codiretti!
    Con il sostegno, quanto meno ideologico, data a questa incommentabile cosa da SF e voi (Paolo e Antonio) dove eravate? cosa avete detto in proposito? nulla, vero? e come mai? forse perchè esprimere dissenso avrebbe avuto la conseguenza di essere banditi e ostracizzati?
    …Talebani, infatti.
    Oh, poi, probabilmente me la sto “prendendo” con due ottime persone che nulla hanno a che fare con ‘ste stupidaggini e quindi vi chiedo scusa ma era per spiegare i miei perchè.
    Non ho compreso il pontificare a babbo morto: il babbo mi sembra tutt’altro che morto e non credo sia vietato esprimere giudizi (mentre lo è in talebania).

    Franceso: “Il solito qualunquismo ridicolo dei soliti” infatti, tale e quale al tuo.

  7. Spesso i consigli di slow food contrastano con i giudizi del pubblico e dell’opinione pubblica che sperimentano – sul campo – la validita’ e la serietà di molte indicazioni loro fornite da questa Associazione in maniera fallace o del tutto errata.
    E questo non fa piacere .

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