di | gio 21 gen 2010 ore 19:05
30

La frase del giorno | Carlo Petrini riabilita l’happy hour

Carlo Petrini di Slow Food sul rito dell'aperitivo

Tempo di riabilitazioni a Milano. Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera dopo la presentazione a Milano del libro “Terra Madre”, Carlo Petrini riscatta dalla vergogna uno dei simboli della città, l’happy hour. Sbalorditi attendiamo l’onore degli altari per sottaceti e patatine fritte.

Spedisci via email

30 commenti a La frase del giorno | Carlo Petrini riabilita l’happy hour

  1. Petrini dice delle stupidaggini, nelle isole qui al Nord Europa al pub si va per socializzare e in genere ci si va con i propri amici e/o i propri colleghi.

    Inoltre il pub ha un elemento locale, ogni quartiere ha il suo ‘local’ dove si vedono di fronte a qualche pinta gli abitanti del quartiere per discutere del piu’ e del meno. Chissa’ se i quartieri dormitorio di milano hanno qualcosa del genere.

    O chissa’ se l’aperitivo e’ veramente ‘conviviale e allegro’ o se la vera solitudine non e’ proprio in mezzo alla moltitudine.

    • avatar p.

      Volevo dire le stesse cose scritte da Antonio, che sottoscrivo in pieno.
      Aggiungo che, in più, spesso i pub di quartiere servono real ales prodotte localmente. E che esiste un’associazione di consumatori, la CAMRA – CAMpaign for Real Ale – che tenta di tutelare i piccoli esercizi e i birrifici di qualità, impegnandosi perché non chiudano o non siano ceduti a grandi catene.
      Ricorda qualcosa?
      Stavolta Petrini, che stimo molto, ha proprio fatto il paragone sbagliato: se non è cultura la pinta…

    • avatar LOTHO82

      Meno male che c’è Petrini a ricordarci che ADESSO l’aperitivo è figo.
      Bah.
      Sottoscrivo in pieno ciò che ha scritto Antonio.

  2. avatar Maria

    Confermo in pieno i due commenti precedenti.
    Ho lavorato per anni in Inghilterra – e Petrini questa volta ha sbagliato, parlando di qualcosa che non conosce.
    E ancora: siamo sicuri che il cibo locale sia sempre da preferire? La valutazione dell’impatto di un prodotto è molto complessa, il trasporto (vd articolo sul Corriere) ne è solo un elemento.

    • avatar Enrico Marsili

      Non sono d`accordo con Petrini, l`happy hour e` solo un rituale di recente invenzione per vendere piu`alcolici (spesso scadenti). Petrini dimentica anche che l`happy hour e`la prima occasione extrafamiliare per i 12-13enni che iniziano a bere.
      Riguardo alla pinta, cioe`alle 4-5-8 pinte che l`irlandese medio si beve dal giovedi alla domenica, non sono assolutamente d`accordo. Si chiama ubriachezza, e spesso si coniuga con la solitudine, soprattutto nei piccoli centri urbani. Diverso il discorso in Olanda e in Belgio, dove si beve meno e si comunica di piu`. Poi ognuno e`libero di fottersi cervello e fegato con la birra o con l`happy hour, sono scelte personali. Ma vorrei far capire (fra un po`) ai miei figli che bere non e`un valore in se`.

      • avatar Alessio Gacometti

        Signor Marsilli….non sono affatto d’accordo…..io in Irlanda ci vivo…..e il rito della pinta è qualcosa che centra molto poco con la solitudine……è qualcosa che fa parte della loro cultura e del loro modo di socializzare….noi abbiamo il vino…loro la guinnes e un’altra infinità di qualità di birre….
        come in tutte le latitudini c’è chi ne accede ma che la pinta di birra sia la rapprentazione della solitudine dei popoli nordici….mi viene proprio da ridere………

        • avatar Enrico Marsili

          Sentirmi chiamare signore mi mancava, si vede che sto invecchiando.
          Ci vivo anch`io in questa disastrata isoletta, quindi parlo per esperienza diretta. Basta entrare in un pub di Drogheda o di Cork per uscirne disfatti nell`animo. A mio parere la tristezza irlandese e` un senso di morte in vita, una sensazione terribile che lascerei volentieri ad altri, se trovassi un lavoro piu`a sud.
          Il discorso e`diverso per un 20-25 enne, che si diverte a bere e puo`socializzare al bar, mentre si distrugge il fegato. Al di fuori dei piccoli centri urbani, nelle campagne ma anche a Dublino e`diverso, perche`la tradizione familiar-contadina (nelle campagne) e le opportunita`della citta`a Dublino stemperano questa tristezza e rendono la vita sopportabile, soprattutto se splende il sole come ora.

          • Enrico io sono entrato in tanti pub a Dublino e la maggior parte delle persone non erano ubriache, ma bevevano e socializzavano.

            Chiaro che se vai a Temple Bar, dove la maggior parte sono turisti o se vai nei disco pub dove la maggior parte sono irlandesi, si devastano tutti.

            Ma se vai nel local sotto casa tua (che poi sono la maggior parte dei pub in Irlanda) vedrai che c’e’ gente che socializza davanti a qualche pinta, senza bisogno di devastarsi.

            Capisco che magari ti intristisce l’Irlanda ma non generalizzerei sul discorso pub.

          • avatar Enrico Marsili

            Infatti non ho parlato di Dublino, bensi`dei piccoli centri urbani, dove si beve per altre ragioni. E continua a non piacermi la scusa culturale. se bevi come beve un irlandese medio, anche nel pub sotto casa, p.e. il giovedi dopo il lavoro (4 pinte e un wisketto) alla fine sei ubriaco. Poi ognuno fa quello che vuole del proprio corpo. Diciamo che ci sono poche alternative sociali al bere da queste parti.

      • Signor Marsili, lei è ha scritto:
        “Petrini dimentica anche che l`happy hour e`la prima occasione extrafamiliare per i 12-13enni che iniziano a bere”

        Le cose sono due: o lei non è mai stato ad una happy hour a Milano (età media sui 30) oppure (per qualche oscura ragione) lei non è mai stato giovane: i ragazzini iniziano a bere, nel 99% dei casi, alle festicciole a casa di amici – non esiste bar al mondo che serva un Negroni a un dodicenne.

        Ah, c’è anche una terza opzione: ha detto semplicemente una gigantesca, enorme stupidata!

        Giacomo
        thebigfood blog

        • avatar Enrico Marsili

          Parlo di Roma, perche`vengo da li`(anche se non ci vivo da alcuni anni). Se non ricordo male, Disspore ha accennato ad una interessante ricerca sul bere degli adolescenti. La ricerca menzionava esplicitamente gli adolescenti e l`uso di bevande a bassa gradazione alcolica (tipo le lemonhead e roba simile) come ultima frontiera dell`industra degli alcolici per acchiappare consumatori ancora non abituati all`alcol. Ricordo anche che si parlava di consumo sociale, di peer pressure, e di tanti altri concetti noti. Stupidate ne diciamo tutti, ovviamente, ma ricordo una serie di pagine sui quotidiani su questo tema. Se avessi tempo e voglia le cercherei, ma sono sicuro che lei ne sappia piu`di me.
          Saluti

          • Sugli alcool pops vero, verissimo… anche io mi ricordo i risultati della ricerca!

            Io mi focalizzavo sull’happy hour milanese e le assicuro che un dodici-tredicenne non l’ho mai visto, anche perché:
            1.nessuno gli servirebbe da bere (alcool pops o meno)
            2.nessun adolescente potrebbe ubriacarsi a botte di 5-7 euro a cocktail
            3.tra trentenni o giu di li si romperebbe immensamente le cosiddette

            Mi scusi il tono brusco di prima ma mi fanno arrabbiare le prese di posizione a prescindere che, troppo spesso, si sentono su certi argomenti.

            Visto che non so come sia la situazione a Roma, la sua non mi sembra una presa di posizione non argomentata quindi chiedo ancora umilmente scusa!

            Saluti

          • avatar Enrico Marsili

            No problem, la mia non voleva essere una presa di posizione.
            Saluti

  3. avatar enrico

    Ma perché riabilita? E quando é stato demonizzato? A parte gli scherzi, anche se si parla di Milano, l’happy hour che intende Petrini , secondo me, é il classico apericena, tipo quello al Converso di Bra (tanto per restare in zona slow) con un buon bicchiere di vino -niente alcolici- e stuzzicherie varie, salame, acciughe, formaggi ecc. sicuramente non patatine e ancor meno cetriolini.

    • Avendo sperimentato per anni sia l’aperitivo conviviale milanese che i pub Inglesi e chiaro che rispetto a questi ultimi, Petrini non sa di cosa scrive. A Milano ci sono delle proposte di aperitivo veramente interessante, sia per la convivialità che per la qualità – non sono solo patatine e sottaceti. E poi, come dice Enrico, quando è caduto in disgrazia?

  4. Io vivo a Milano da parecchi anni e questa demonizzazione dell’Happy Hour non la capisco… Certo è vero che in molti posti il cibo che viene servito è stantio, insalubre e, per dirla tutta, fa proprio SCHIFO.
    In altri casi invece si possono assaggiare dei prodotti di alta qualità: penso, per dire un posto su tutti, a Lacerba Cocktail Bar in zona Porta Romana
    Poi anche il discorso dei cocktails mi sembra assurdo: ci puo’ essere arte (abilità culinaria) anche nella preparazione di un moijto!

    Non parliamo poi dei numerosi wine bar che servono prodotti eccellenti, ne tantomeno dei microbirrifici: ci rendiamo conto che, per il vituperatissimo happy hour a Milano, si puo gustare una delle birre piu apprezzate al Mondo, quella del Biriificio di Lambrate?
    L’Happy Hour a Milano non è il diavolo: cosi come ci sono sia ristoranti di merda sia ristoranti di qualità, ci sono posti dove fare l’aperitivo di merda e dove farlo di qualità . Basta saper cercare e magari aver vissuto un minimo a Milano (o perlomeno conoscerla) prima di sfoderare giudizi accazzo!

    Quindi la frase di Petrini non è poi sta gran baggianata. Solo sul discorso dell’UK dice una cazzata… io la vedo comunque come una “captatio benevolentia”, alla fine era a Milano per presentare un libro!

    Buona Giornata a Tutti
    Giacomo
    thebigfood blog

    • avatar Damon

      A Lacerba sei stato anche recentemente? Premetto che non conosco, ma incuriosito da quanto dicevi sono andato a cercare info in rete e ne ho letto bene sino al 2007 poi con un passaggio di gestione o non ho capito bene cosa ho letto diverse pareri non più positivi come prima

  5. A me l’happy hour fa cagare. Se mi passate il francesismo. E’ una deriva degli aperitivi anni 80 in cui i bar offrivano un ricco buffet, ma senza fartelo pagare.
    L’aperitivo come momento di socializzazione, mi piace. Ma l’happy hour è solo un fenomeno di moda.
    Mica lo demonizzo.
    Ma più ci penso, più mi fa cagare.
    Oggi sono in vena di francesismi.

    • avatar fabrizio scarpato

      D’accordo, e scusate l’inglesismo, l’happy hour to make me cagar.
      Viva l’aperitivo, fatto con gli aperitivi storici e quanto basta di companatico.
      I due, aperitivo e happycomesichiama, non hanno nulla in comune, come la bellezza dell’ozio e l’inquietudine della fretta.

  6. avatar tomtom

    Mi pare davvero argomento che non merita attenzione. Petrini ne dice tante… forse è il caso di prestare attenzione alle cose meno stupide.

  7. avatar gianluca

    i buffet degli happy hour mi fanno quasi sempre schifo. quei vassoi esposti ai 4 venti dove tutti ci parlano-tossiscono-sputano sopra e si servono con le mani. poi se stuzzichi ti rovini l’appetito, se invece vuoi cenare direttamente lì mangi un sacco di schifezze che ti rimarranno sullo stomaco.
    meglio un buon bicchiere di vino senza tanti stuzzichini e poi a cena in un ristorante vero (o a casa propria)

  8. avatar gianluca

    nessuno però ha detto che vuggi non potrebbe MAI offrire il servizio che offre se dovesse ogni volta pagare il conto.
    secondo me tutto sommato fa un buon servizio, ti da un’idea del ristorante molto dettagliata che nessuno ti da, menu prezzi squadra location ecc…….nessun reportage di ristoranti sul web è così approfondito.
    la sua tutto sommato è stata una buona idea e ne sta raccogliendo i frutti, poi se paga o no saranno piu’ che altro problemi tra lui e il ristoratore. quello che il lettore deve sapere è che lui fa reportage e promozione, e non fa critica.
    una volta che partiamo da questo presupposto, i suoi servizi sono comunque curiosi e utili.

  9. Da fondatore e animatore del gruppo facebook “Resistenza gastronomica contro l’happy hour”, alzo le mani e dico: Carlin, Carlin, che mi combini?

    Aspetto comunque l’intervento di Nick Cavallaro, che sull’happy hour zona Navigli, spesso fiera del riciclo e della precarietà igienica, avrebbe da raccontarne.

  10. avatar Maria

    Ma perchè tutto questo parlare in inglese: happy hour, slow food…(e lo dico da linguista e da )? (domanda retorica)

    Ma questa ‘ora felice’ mi ha sempre lasciata perplessa: perchè felice? per la socializzazione? per la fine del lavoro? per l’alcool (che tristezza, l’alcool che dà ‘felicità’)

    E perchè non lanciamo una campagna per la valorizzazione della vecchia cara merenda di quando eravamo piccoli?
    Un bel panino con due o tre fette di salame (rigorosamente di Felino) e un po’ di burro. Che buono!
    O un panino con la Nutella, quella nelle confezioni monodose che si leccava con un dito, per mangiarla proprio tutta.
    O anche il pane farcito di un bel pezzo di cioccolato fondente.
    Non c’è paragone con i cibi “tristi” di certi aperitivi.

  11. Mi inserisco da Genova dove, sarà il DNA, di happy hour – inteso come ‘paghi uno prendi due’ – ultimamente se ne vedono pochi. C’è però la nouvelle vague del buffet, in cui Milano è stata maestra. Il buffet fa lievitare il prezzo, perché il locale ti dà un sacco di cose da mangiare (la qualità dipende dal locale e soprattutto dal momento), e tu ti senti quasi obbligato a ingozzarti (vedi fare cena) per giustificare a te stesso che un negroni costi 8 euro.
    E allora ci facciamo il nostro happy hour. Andiamo nel baretto di Gianni, vero mago del coktail, che shakera nel quartiere di Pegli da qualche decennio. Di Negroni ne prendiamo due al prezzo di cui sopra, e nettamente migliori.
    Che l’aperitivo sia un momento di socialità non credo sia in dubbio. Ho anche dubbi che tutti gli anglosassoni si mettano a bere da soli tutti i giorni che escono da lavorare.

    Aneddoto: passando nella City londinese, quartiere finanziario fatto di palazzoni di vetro, mi capitò di vedere alla base di uno di questi un pub in pieno vecchio stile: tutto legno e luci soffuse. Dentro i colletti bianchi, con la cravatta finalmente un po’ slacciata, si bevevano la prima pinta del dopo lavoro. Erano giusto le cinque. La scena mi fece sorridere. Certo è un’immagine che si presta a diverse interpretazioni: è un momento di socialità guadagnato dopo una giornata di duro lavoro, oppure è sfogare nell’alcol le insoddisfazioni del lavoro e della vita?
    Mi piace pensare che sia la prima, può darsi che per molti sia la seconda.

  12. avatar Drachen

    Ma cosa importa qual’è la ragione del bersi la pinta? Mi sembra un discorso fortemente perbenista stare a sindacare tutto il retroterra culturale dell’abitudine di un altro paese.
    Gli Antichi Romani bevevano vino e spesso si ubriacavano.
    A volte servono anche eccessi nella vita umana.
    L’ubriacatura è una costante storica legata anche al clima, alle condizioni sociali, e ad altri fattori.
    Mi ricordo in Scozia la pubblicità “fermati di bere 2 volte a settimana” come dire… bere 5 giorni su 7 è già un buon risultato…
    Certo non dico che sia un buon modello, ma vi ricordo che una bitter inglese o una light scozzese hanno una percentuale alcolica ridicola (sempre inferiore ai 5°).
    Basta farsi due cocktail all’happy hour e si è superato ampiamente le 3-4 pinte di birra.
    Stavolta Petrini ha detto una cazzata, può succedere.
    Cmq secondo me l’aperitivo ha fortemente messo in discussione la cena tradizionale. Tanto che molta gente cena grazie agli aperitivi. La cosa la trovo fortemente negativa.

Lascia un commento

1. Ospite
Commenta subito
2. Iscritto a Facebook o Twitter
Commenta con il tuo profilo social
3. Iscritto a dissapore
Registrati/Login