Che vino beveva Brunelleschi?


La cupola del Duomo di FirenzeATTENZIONE, maneggiare con cura. Più di ogni altro link finora scovato da Dissapore questo dà DIPENDENZA. Vi porta a “Gli anni della Cupola”, lo stupefacente archivio che rievoca la costruzione della cupola di Brunelleschi nel duomo di Firenze. Ventunomila documenti risalenti al periodo 1417 – 1436 trascritti per intero, disponibili per ricerche sul testo, tradotti in italiano e inglese. Chiaramente è la pagina degli acquisti di “commestibili” che ci incolla da giorni al monitor. Zero ore in spiaggia ma ora sappiamo tutto sulle oche regalate a “operai tra vechi e novi” per la festa di Ognissanti del 1422. O sulle preferenze in fatto di vino: 39 fiaschi di Trebbiano comprati da tal Gianbolaro per 15 lire il 30 giugno 1418. A occhio, non il periodo migliore per avere una cantina. Hem, ricorda qualcosa?




7 commenti a “Che vino beveva Brunelleschi?”

  1. Andrea Gori commenta:

    due barili di vino per spazzare le strade? il quadrifoglio di oggi andrebbe in crisi dopo due giorni…
    “A dì deto per barili due di vino si chonperò per dare a’ maestri e manovali perché spazono le vie intorno a la chiesa e a l’Opera lire cinque e soldi dieci paghò Papi di Sandro”

  2. luca cai luca cai commenta:

    si dice che beveva il chianti dei colli fiorentini
    e cosa mangiava

    PEPOSO DELL’ IMPRUNETA:
    Chi si intende di tradizioni gastronomiche toscane a questo punto si sarà già accorto del grave errore da me commesso.
    Si, perché non esiste un solo “ peposo dell’Impruneta” , chiamarlo così equivale a chiamare un chianti classico Brolio “un vino da tavola”. Ora che vi ho incuriosito non posso esimermi da narrare alcuni cenni storici sull’origine del piatto o meglio DEI piatti… si perché i piatti sono due, “La peposa del Brunelleschi “ e il “ peposo alla Fornacina”.

    Intorno al 1420 il nobile maestro Filippo Brunelleschi per costruire quella che sarebbe stata un’ opera d’arte straordinaria, la cupola di Santa Maria del Fiore in Firenze ( il Duomo) , decise di utilizzare solo i materiali più pregiati. Precisamente per la fornitura delle oltre quattro milioni di tegole che dovevano ricoprire la cupola, il Grande Brunelleschi si rivolse agli ormai già famosi “Fornacini dell’Impruneta”. Quattro milioni di tegole!! Per farle e poi cuocerle tutte fu necessaria moltissima manodopera, e siccome ancora non esistevano gli scafisti albanesi, furono assunte maestranze in numero eccezionale. Ma c’era un problema, tutta quella gente andava sfamata e a basso costo.
    In un “coccio” venivano messi tutti i ritagli di ciccia, i tagli meno pregiati e più duri, tanto avrebbero cotto per ore e ore all’interno dei forni di cottura delle tegole, e poi veniva aggiunto pepe, tanto pepe, in modo che per spegnere l’ardore si dovesse mangiare pane, tanto pane che avrebbe sfamato quei plebei stomaci. Questo era il “Peposo alla Fornacina”
    Il Brunelleschi, che era uomo di mondo, si rese conto subito della bontà del piatto ma essendo nobil’uomo se lo faceva preparare, anziché con i “ritagli” con un bel pezzo di ciccia, e con alcune modifiche in modo da essere più ricco.
    Fattostà che nei forni dell’impruneta, ai tempi c’erano sempre 2 recipienti, uno per le maestranze e uno per il “ Maestro” che cocevano in comunione, tutti e due avvolti dal sacro fuoco delle acacie dei boschi intorno Firenze.

    • parecchio, incuriosito! parecchio, incuriosito! risponde:

      > Ora che vi ho incuriosito

      :lol:
      ‘mazza oh, bravissimo!
      In un coccio i ritagli di ciccia, si rese subito conto della bontà del piatto, cocevano avvolti dal sacro fuoco delle acacie… e dire che a guardarlo, a me pare proprio un comunissimo spezzatino.

      :-D
      Bravissimo, quindi, ripeto:
      non è questa la prima volta in cui ho letto, dell’origine dei due Peposi, e tuttavia ogni volta apprendo particolari inediti, sempre più evocativi o audaci; voialtri toscani , che sapete vendere al meglio le vostre specialità, altroché certi Espertissimi della comunicazione…

      _____
      OT

      talmente esperti che, al loro primo post da editor;
      imbastito sulla scòlta di un aggettivo fuori luogo (pubblicità più invasiva);
      uno soltanto, fuori luogo, ma nel post moltiplicato sin a renderlo ridicolo

      :-)
      talmente esperti, dicevo,
      che han poi perso ruolo di supervisione e redini della discussione, replicando in commento e chiosandovi piccati

      un’ultima cosa: occhio al diritto di replica. Tu lo pretendi ma lo pretendo anch’io e se mi critichi tra i tuoi fan, lì dove tutti ovviamente ti daranno ragione ma dove non posso replicare anch’io, la cosa non è esattamente equilibrata

      :-|
      Dove tutti ovviamente…
      pezza successiva che non regge, è così dunque che il social net sarebbe (pan) Peposo per denti espertissimi? Pan per focaccia, allora sia, sfatiamo un po’ quell’ovviamente; a un post imbastito su di un aggettivo invasivo, ecco un commento Peposo per avverbio avventato.

      Svolgimento
      tanto quanto gli esperti si ammantano di autostima straripante (Mozart? ma per carità!), altrettanto la loro chiosa (se mi critichi tra i tuoi fan) suonerà petulante; poiché altrui poco importa, se le critiche feriscono e le spiegazioni prudono:

      a leader must remain cool and calm: you must learn to ignore the explosions, the heat,
      the dust, the screams of the wounded; this is normal, in a social net… NORMAL! (cit.)

      8-)
      Essendo invece venuta meno la calma:
      non tanto nei termini impiegati, bensì nei contenuti non soppesati a scanso di rimostranza, pertanto reputo normali, valide e giuste, le reazioni di stizza piovute automatiche; cosiccome istintiva è stata, ovviamente, l’impressione 1.0 suscitatami dalla Espertissima editor (min.sec. 1:46 – 3:50)

      _____
      IT

      > ritagli di ciccia cotti, da fuoco di acacie fiorentine (fig.)

      :-D
      Bravissimo, invece …e tre!

  3. nicola a. nicola a. commenta:

    Il pepe dava forza, e la carne, pezzi di magro senza grasso, irrobustiva e non abbioccava, quindi facilmente digeribile. Oggi, per strozzare un peposo necessita un grande sangiovese in purezza, di estremo nerbo. Chissà se a quel tempo l’avevano intuito?

  4. Kapakkio Kapakkio commenta:

    Questo post epperò andava messo su Intravino..


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