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Archiviato anche il primo maggio, torna faticosamente in attività il mio neurone superstite, tanto faticosamente da non riuscire a leggere il Wall Street Journal senza chiedersi se Carlo Cracco sia il genio trascendente che emerge dalle SEI pagine di iperboli (e splendide foto) che il primo quotidiano economico del mondo gli ha dedicato lo scorso 28 aprile, o il pasticcione che conserva selle di coniglio scadute da mesi nei frigoriferi del suo patinato risto milanese.

Siccome non c’è niente di male ad averci un neurone solo, e dopo l’ultimo weekend, pure piuttosto malandato, confronto di seguito estratti da Il Giornale e appunto, dal Wall Street Journal, chiedendovi aiuto per risolvere il mistero: chi è veramente Carlo Cracco?

WALL STREET JOURNAL Magazine, 28 aprile 2011. Carlo Cracco, 45 anni, è il principale di un gruppo di giovani talenti che sta cambiando il panorama della cucina italiana, una tra le glorie più preziose del suo Paese.
IL GIORNALE, 6 aprile 2011. Carlo Cracco è indagato per tentata frode in commercio. Anche lui, a dispetto delle due stelle Michelin, è accusato di fare ampio e allegro ricorso al freezer.

WALL STREET JOURNAL Magazine, 28 aprile 2011. I suoi piatti sono sempre meticolosi e stimolanti, con un piede saldo nella complessa tradizione della cucina italiana, e l’altro che esplora coraggiosamente nuovi territori. Anche per questo una purista del design come la stilista Miuccia Prada ama così tanto la sua cucina.
IL GIORNALE, 7 aprile 2011. Ingredienti e piatti già finiti, destinati ad arrivare sui tavoli dei buongustai nel ristorante di via Victor Hugo, provengono direttamente dal congelatore, eppure non sono segnalati nel menù con l’asterisco obbligatorio per i cibi surgelati.

WALL STREET JOURNAL Magazine, 28 aprile 2011. Il regista Luca Guadagnino, che si considera un buongustaio, ha voluto lavorare con Carlo (nel film IO SONO L’AMORE, candidato all’Oscar 2011 per la categoria costumi) perché ‘è un genio sempre al passo con i tempi’. Come tutti i costumi, anche i piatti sono stati creati appositamente per il film: ‘ecco perché, credo per la prima volta in assoluto, il nome dello chef segue quello dello scenografo nei crediti della pellicola’.
IL GIORNALE, 7 aprile 2011. La denuncia della polizia annonaria consegnata alla Procura di Milano snocciola un lungo elenco di cibi. Si parla di ravioli di pesce, fave, uova di astice cotte, seppie, orate, merluzzi, e poi olive ascolane, purea di mango, fegatini e porcini. Tutte cose surgelate ma fatte pagare come fossero freschissime.

WALL STREET JOURNAL Magazine, 28 aprile 2011. Fra i giovani chef italiani, Carlo Cracco è il più accreditato quando si tratta di mettere l’arte dentro il piatto. ‘Una sera, la rockband dei Radiohead è entrata nel locale proprio mentre usciva Tilda Swinton, la protagonista di Io sono l’amore. Riconosciuto Tom Yorke (leader della band), Tilda lo ha portato in cucina’. Così Cracco ha capito che ormai l’attrice si sentiva a casa nel suo ristorante.
IL GIORNALE, 7 aprile 2011. L’inchiesta su Cracco sembra dimostrare che in realtà neanche le grandi firme della cucina milanese si possono sentire al sicuro dai controlli. E che anzi è stato scelto di tenerle particolarmente d’occhio, anche per i prezzi non proprio popolari che compaiono in fondo ai loro conti. Prezzi che consentirebbero senza troppo sforzo di utilizzare solo cibi freschi.

WALL STREET JOURNAL Magazine, 28 aprile 2011. Alcuni designer vengono nel mio ristorante: ‘Aldo Cibic è un amico, Piero Lissoni, Antonio Citterio, Philippe Starck, che è vegano proprio come Thom Yorke, molto spesso Fabio Novembre, altro buon amico, a volte Marc Newson. Di solito si stupiscono quando vedono i miei piatti, li trovano ispirati da un’immaginazione simile’. Ma Cracco dice di non essere un designer, solo un cuoco.
IL GIORNALE, 6 aprile 2011. Un brutto colpo per il grande chef e per l’intera immagine della ristorazione milanese di alta gamma. E, a ben guardare, una sconfitta anche per i critici gastronomici: che compattamente – dalla Michelin all’Espresso, al Gambero Rosso – nelle loro guide hanno dato voti vicini al top per le pietanze di via Victor Hugo. A volte surgelate ma evidentemente comunque buonissime.

[Crediti | Link: Wall Street Journal, Il Giornale, immagini: WSJ]
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Il mio sassolino nello stagno: Carlo Cracco è uno dei migliori chef della nuova generazione. Forse ostico ma mai scontato. Trendy senza essere banale, anche se schivo fino ad essere “orso”
.
PS: Il Sashimi di orata è veramente qualcosa… specie il croccante alla base
°°°
@Mauro, sono uno sperimentatore accanito, ma il sashimi sul croccante ho faticato parecchio a mandarlo giù.
@Luca: Non l’ho sinceramente trovato così estremo (come invece l’orchidea bollita, per esempio). Lo scopo del croccante alla fine è solo dare qualche nota tostata all’orata che viene cotta brevemente mentre è appoggiata sopra… tant’è vero che viene caldamente raccomandato di mangiare (a discrezione) la cialda dopo il PESH
Cracco grande sopratutto nel suo modo di essere!grande cucina così come chi gli sta’ vicino e ne condivide le idee e non gli interessi!!!!
Un bel tributo all’ Italia da un notevolissimo
quotidiano americano!Scus se poco(Abbattantuono)
Mi sembrano entrambe delle esagerazioni. Il quadretto vip di Tilda Swinton poi è irritante. Quanto ne saprà questo giornalista di cucina italiana?
Gentile signor Bernardi, mi spiega perchè lei ce l’ha sempre con Cracco?
se lei fosse una femmina, dai toni che usa sempre, penserei ad un’innamorata delusa….
qualcosa ci dev’essere dietro vista la quantità di spazio che gli dedica nei suoi scritti…e che le cose a suo favore, chissà come le tralascia
vabbe’ che a pensar male si fa peccato ma di solito ci si prende, però lei mi sembra che pensare male, pensi male, ma non ……ci prenda molto!!!!
con simpatia e curiosità
Viola
ciao Viola
Il punto è leggere senza pregiudizi, prova a seguirmi.
Ipotesi 1: per qualche motivo colpiscono i giudizi dell’elegante Wall Street Journal. Mi si imputa una simpatia per Cracco, sono pronto a scommetterci.
Ipotesi 2: per qualche motivo colpiscono i giudizi del più istintivo Giornale. Mi si imputa un’antipatia per Cracco, em, sai di cosa parlo.
Eppure il post non esprime opinioni, casomai evidenzia giudizi tanto opposti da essere stridenti, e confrontare le opinioni stridenti dei giornali produce quasi sempre un effetto divertente.
Ti svelo un retroscena inconsueto per noi. Dopo la vicenda Carlo Cracco/polizia annonaria/Luca Gardini, la sola che non ci ha ringraziato per come abbiamo raccontato i fatti è stata la annonaria.
certo che mettere sullo stesso piano il WSJ con il giornale ci vuole un bel coraggio.
la prossima volta tocchera’ alla CNN e a Striscia la notizia?
Non facciamo confusione: non si tratta del WSJ, bensì del WSJ Magazine, un patinato contenitore di pubblicità per gli “affluent”, in pratica un concentrato di fighettitudine, in bilico tra l’inutile e il pacchiano. Tre articoli a caso: “Robert De Niro and Jane Rosenthal”, “The Greatest Buildings Never Built”, “Meet Richard Branson’s Parents”. Chissà che ne pensa il Grande Capo Estiqaatsi?
Mah ….Sig Bernardi dica una volta che Cracco e’ bravo e che merita la stima di tutti a prescindere!Non sara’ mica Lei come D’agostino orientato secondo l’aria che tira?
Direi che Cracco sta all’arte moderna come Bottura sta agli impressionisti.
E’ sempre innovativo ma è difficile da capire, a volte si fatica a capire cosa c’è da capire. Ma è sempre alla ricerca del nuovo, del cambiamento, dell’estremo.
E’ una filosofia, la puoi condividere o meno, ognuno sclega per sè.
Eddaieeee…. con questa storia dell’arte e della cucina. La cucina artistica non esiste. La cucina può prendere spunto dall’arte e va bene, ma resta una pratica artigianale: bellissima, fantasiosa, entusiasmante e tutto quel che si vuole. Non è arte. L’arte produce originali, la cucina deve continuamente ri-produrre copie perfette o il più possibile perfette.Naturalmente IMHO.
LAMAX61°
secondo me il discorso “originali” non c’entra una pippa.
l’unica differenza è che il cibo si consuma subito.
anche uno stilista deve produrre in serie i suoi abiti, così come il cuoco i suoi piatti. solo che gli abiti durano un pò di più.
un prodotto artistico in senso lato è un qualsiasi prodotto che genera emozioni, più o meno forti. lo chef in certi casi è un artista, ma non per la bellezza estetica del piatto (che comunque un pò conta) ma per le emozioni che ti fa provare con il gusto.
Dato che solo raramente ho sentito qualche “gastrof….o” dire che un piatto gli ha ricordato una sublime melodia musicale, la cucina può forse trarre spunti dalla pittura (es.Dripping di Gualtiero M.). L’artista crea indipendentemente dalla richiesta del mercato ed è a questo punto che si dovrebbe capire la differenza tra ARTE ed Arte Minore o attività artiginale di valore, come quella dei cuochi che praticano alta cucina.Loro, gli chef, creano il prototipo che poi viene ripetuto pedessiquamente dalla brigata di cucina.In questo senso originali e copie. Poi ognuno la pensi come preferisce ma non mischiamo l’ARTE con la Cucina ed è meglio che restino ben distinte. IMHO
LAMAX61°
bhe’ ma allora anche un’orchestra che esegue un’opera di un compositore non sta producendo arte ma solo una copia.
un pò forzato come ragionamento secondo me.
ecco, lo sapevo, ma da musicista ti posso rispondere bene. La differenza con la pittura sta proprio nella creatività istantanea del musicista. Avrai tanti originali. Infatti si dice la TAL SINFONIA diretta da o diretta da, dell’orchestra ecc.ecc. Un brano interpretato da Sinatra crea un’atmosfera diversa dall’interpretazione di un altro artista. La musica è dinamica e non statica come una tela o, molto meno artisticamente un quadro. Se non cogli queste differenze è inutile ragionarci sopra. Resta pure della tua idea.Ciao
LAMAX61°
P.S. Non amo Sinatra e neanche la musica classica e
questo il mio canale YOUTUBE se può interessarti.
http://www.youtube.com/user/LaMax61auc?feature=mhum
rettifica. Volevo scrivere: molto meno artisticamente un PIATTO e non un quadro.Sorry!
ma io ho capito benissimo il discorso.
il paragone con la musica era un pò più elastico, perchè è ovvio che ci siano grosse differenze tra i due mondi.
ad ogni modo, per rimanere sul filo del tuo discorso, un musicista che reinterpeta un brano sta comunque riproducendo una copia dell’originale, dandone la sua interpretazione. così come faresti tu riproducendo a casa la ricetta di un grande chef.
nel contesto ristorante la brigata di cucina rappresenta la squadra con cui si eplica l’opera originale dello chef, un pò come un’orchesta per un compositore. il fatto che le copie vadano continuamente riprodotte è legato alla consumabilità della materia prima: anche un brano musicale devi continuamente riprodurlo, se ne vuoi godere. in senso lato anche l’incisione stessa su vinile cd o mp3 è già una copia dell’originale.
inoltre il limite tra artigianato ed arte è assolutamente astratto e spesso soggettivo: ci sono ottimi artigiani che producono vere e proprie opere d’arte.
Gianluca, quando un bravo artigiano produce opere d’arte diventa un artista.
Il concetto di brigata di cucina è proprio opposto a quello delle diverse orchestre che interpretano il medesimo brano per proporlo in nuova e personalizzata veste. In cucina, la brigata deve essere come il team ad un pit stop. In tempo breve (per servire tutti quanti i commensali contemporaneamente) deve recapitare loro il piatto/ricetta uguale per tutti e, alla prossima occasione, se richiesto, lo stesso piatto/ricetta dovrà essere sempre uguale.
Te lo vedi se da Marchesi il Dripping di molluschi vien lasciato a libera interpretazione? VON KARAJAN/ TOSCANINI erano famosi per il loro diverso modo di dirigere e di ottenere risultati diversi con i vari brani proposti. Chiaro il concetto ora?
La cucina non può essere elastica proprio perchè esige continuità estetica e sostanziale. La musica è, alla fine, una semplice atmosfera auditiva non materiale e varia anche in base a chi la ascolta e non solo in base a chi la genera.
Ciao
LAMAX61°
non ci stiamo capendo.
i direttori d’orchestra in questo esempio rappresentano lo chef.
ogni chef può reinterpretare la ricetta di un’altro chef, così come ogni direttore può dare un’interpretazione diversa a una composizione.
ma la sua orchestra, così come la brigata di cucina di uno chef, dovrà rieseguire “n” esecuzioni-copia di quell’opera, tanto quanto saranno i concerti in programma, nello stesso identico modo e seguendo le indicazioni del suo direttore.
così come fa la brigata di cucina con il suo chef.
così come fanno i musicisti che accompagnano un cantautore in tour.
per “giocare” in una squadra bisogna seguire delle regole prestabilite, solo i solisti possono veramente improvvisare.
da marchesi il dripping di molluschi a libera interpretazione non può esistere così come non può esistere che un membro di un’orchestra improvvisi un’interpretazione personale di un’opera durante un’esecuzione in teatro.
il discorso non cambia, se ci pensi bene.
ma comunque ripeto, il paragone cucina-musica non voleva essere così ferreo.
anche perchè stiamo parlando di due campi troppo diversi: la musica è astratta il cibo è materia.
ma la cucina per me è arte quando provoca emozioni forti e a certi livelli secondo me è in grado di farlo.
così come la musica e tutto ciò che provoca emozioni profonde.
Per ultimo, perchè la cosa credo stia diventando noiosa. Uno chef (ammesso che ce ne sia uno che interpreta le ricette di un altro chef) non può interpretare, a modo suo, una ricetta. Se lo fa, fa un’altra cosa.Passo e chiudo.Se vuoi possiamo continuare su FB in pvt la discussione.
Ciao
LAMAX61°
anche un musicista che aggiunge un arrangiamento a un brano, se lo fa, esegue un’altra cosa, che non stava nello spartito originale.
le ricette vengono sempre reinterpretate, il tiramisu decomposto
è una variazione sulla ricetta originale, eppure è sempre un tiramisù. e lo spaghetto al pomodoro? ogni chef lo interpreta come crede. ogni ricetta, anche la più tradizionale, inizialmente sarà stata pensata da uno chef. e poi nel tempo reinterpretata in mille modi.
la tradizione è un’innovazione ben riuscita – oscar wilde
Visto che spesso e volentieri ti piace aver l’ultima parola, non ho alcuna difficoltà a riproporti quanto risposto in precedenza.
Ciao
LAMAX61°
non uso FB ma ti ringrazio per l’invito.
il discorso è in tema e per me non siamo fuori posto.
le mie idee le ho espresse, non pretendo l’ultima parola e mi spiace che ti risulti noioso.
a me piace approfondire gli argomenti, di qualsiasi tipo. il botta e risposta per me è confronto, non è certo una vanto per bellarmi dell’ultima parola.
ad ogni modo se è noioso qui, lo sarebbe anche su FB.
saluti
Gianluca, a dire il vero io ti ho detto in PVT attraverso FB.
Il tema del post è un tantino diverso. E’ vero che ho iniziato io con la menata dell’arte, ma proprio questa storia annosa della cucina / arte mi ha sempre rotto. La cucina è cucina e l’arte resti al suo posto. Forse a casa nostra potremmo rasentare l’arte, ma in un ristorante, con i ritmi che ci sono, proprio la lascerei fuori dalla porta l’arte. Io non cambio idea e tu nemmeno. l’ARTE vera non è mai finalizzata al lucro. Il ristorante è l’esatto contrario.
Ciao
LAMAX61°
dissento. l’arte, quando diventa pubblica, è sempre finalizzata al lucro.
quando un artista firma un contratto non lo fa certo per questioni umanitarie.
quando un artista vende un suo prodotto (e lo fanno praticamente tutti) sta facendo la stessa cosa di uno chef che vende un suo piatto.
Capita di rado vedere chef famosi, blasonati conosciuti, andare alla difesa di un loro collega.
In francia non e’ lo stesso.
A me , grandi chef , ne hanno raccontate di cotte e crude sul carattere animalesco di Cracco, sopratutto ai tempi passati.
Ma mai nessuno che abbia messo in discussione la sua professionalita.
Poi vorrei lanciare un’osservazione, sono passati pochi anni da quando ,se ti capitava un controllo in cucina, e ti vedevano un abbattitore rapido di temperatura c’era il sequesto degli alimenti e addirittura il sigillo piombato nelle buste che tenevi nel conservatore. Abbattitore ,per ASL, era SINONIMO di : IL CIBO CHE TI AVANZA DAL BANCHETTO TU LO ABBATTITI E LO RECUPERI.
Questo probabilmente significa che qulacuno avra osato tanto, ma non che diventi il SINONIMO .
Oggi attravero la corretta prassi igienica, la combinazione del sottovuoto e abbattimanto in negativo (-18) si ottimizza ancora di piu il surgelamento perche in assenza di ossigeno non si creano i cristalli di ghiaccio.
Quindi siamo sicuri che un prodotto mantenuto a -18 gradiC trattato come descritto sopra, sia veramente saduto? oppure le leggi sono un pochino vecchiotte.
Perche se il prodotto e’ buono dovrebbe essere gettato via?
e non magari utilizzato per il pasto del personale oppure per l’utilizzo sperimentale di nuovi piatti?
C’e’ anche una cosa che vorrei dire, a favore di Cracco e che mi porta a sostenere la sua onestà nelle varie polemiche e a ritenere che sia una persona seria.
Pur essendo una cliente abbastanza assidua, non mi è mai mai capitato di uscire di lì senza una ricevuta corretta per l’intero importo pagato, cosa che non posso dire di tutti i ristoranti!
fare una ricevuta corretta non dovrebbe essere un merito, ma un dovere civile.
rispettare i doveri è comunque un merito.
essere onesti è un comportamento meritevole, non è certo la norma.
sì, ma qui pare che sia un punto a favore il fatto di fare una regolare ricevuta. ok che è pieno di truffatori, ma dire che è uno dei pochi a fare regolare ricevuta e riconoscerglielo come punto di forza mi sembra eccessivo
so che dovrebbe essere la norma e non vorrei aprire una polemica qui, ma quante volte mi è capitato il classico conto su carta da formaggio….
sì, chiaro. però dare come punto di forza il fatto di fare una regolare ricevuta (per quegli importi stellari, ci mancherebbe pure!) mi sembra un po’ debole…
Ma l’insalata trasparente con acquadella fritta quanto costa?
Quanto costa? Ma sei impazzito a chiedere una cosa del genere??
Ti risponderanno che paghi l’idea mica gli ingredienti…
Come se l’idea fosse poi sto gran che…
comunque minimo minimo sta sui 40 neuri, e poi bisogna pure dire che era tanto bona
Quindi una cena completa piu’ o meno costrebbe 500/600 €
Bhe’ non è molto per riempirsi la pancia di IDEE!!
w la TRIPPA!!!
E’ mejo er vino de li Castelli de questa zozza societààààà
Basta con le gastropippe!! Volete mangiare bene? Basta andare nelle trattorie davanti alle quali vedete parcheggiati i Tir. I camionisti sì che se ne intendono!!
Però bisogna essere attenti e veriicare che ci sia anche la statua del cuoco (quella del cameriere non va bene) che con il faccione sorridente, sotto il cappellone, regge il menU’ (rigorosamente con l’accento sulla U’) con una mano e con l’altra si liscia il baffo facendoci l’occhiolino.
Ciao
LAMAX61°
I camionisti però vanno nei posti dove vedono parcheggiate le macchine…
Ed ad ogni modo una degustazione di 14 portate da Cracco costava a Gennaio 2011 160€ ;-P
ne sei sicuro?
http://www.video.mediaset.it/video/zelig/storici/213501/se-vuoi-mangiare-bene.html
E anche tu hai ragione!
@ hulk …comunque minimo minimo sta sui 40 neuri, e poi bisogna pure dire che era tanto bona…
e sottilineo: BISOGNA, pure dire… altrimenti passi da uomo delle caverne, sai quelli a cui piacciono le tagliatelle con il ragu’ come Dio comanda, il coniglio in porchetta , il SanGiovese che non costa quanto 2 stipendi, e via dicendo = Che Ovvove !
mi ero ripromesso di non intervenire più ma una cosa la voglio dire! è proprio inconcepibile per voi mangiare un giorno la trippa in trattoria e il giorno dopo andare in uno stellato? perchè nessuno concepisce il fatto che sia possibile apprezzare sia i biscotti della mulino bianco che la pasticceria di De Riso? e se c’è gente disposta a spendere 250 euro per una cena, a voi che ve ne frega? tanto se non fossero spesi per quel pasto mica finirebbero in tasca a voi!
Cracco e’ sicuramente coraggioso per quello che fa, comunque la medaglia del coraggio va a chi prova la sua cucina…
Postando variamente sulle pietanze di Cracco e sul loro costo ho come al solito alzato un piccolo vespaio. Lo sapevo. E so anche, caro Marco, che tra il Mulio Bianco e sto De Riso c’è senz’altro differenza. Eccola.La pasticceria di De Riso a via Gallia, a 500 metri da casa mia, è quasi sempre vuota. Il locale è freddo, l’accoglienza inesistente e per tutto l’inverno c’è stato un commesso in maglione verde che fumava svogliato sulla porta, con una immaginabile voglia di lavorare. I prodotti sono presentati come da Tiffany sulla 5° Avenue (che al contrario è un posto luminosissimo e allegro) e le sfogliatelle “frolle”di cui sono un cultore, sono le peggiori che ho mangiato in vita mia. Prezzi nella media. Il Mulino Bianco non sarà all’altezza, ma, mò ci vuole, da lavoro a 1200 persone più le famiglie, è batteriologicamente decente, nessuno ci è mai morto, e chi ci lavora se prova a starci in pullover verde con sigaretta annessa lo censurano pesantemente.
La pasticceria De Riso a Minori invece è sempre piena, sono gentilissimi e ci ho mangiato il miglior babà della mia vita (e costa meno che in qualsiasi fetida pasticceria romana). Detto questo i Tarallucci del Mulino bianco, con i quali faccio ogni giorno colazione, sono imbattibili
PS: siamo anche vicini di casa, magari un giorno andiamo insieme a mangiare in quel covo di gourmet talebani che è Priscilla, sull’Appia Antica
ho letto attentamente gli articoli ed altrettanto attentamente i vostri commenti , personalmente un po per lavoro un po per piacere mi ritrovo spesso a mangiare fuori e di tanto in tanto mi concedo uno stellato , così !! perchè anche io penso che la cucina a certi livelli possa essere considerata arte e l’arte è emozione !! ho sempre pensato che i cibi freschi fossero di gran lunga più “buoni” di quelli surgelati . la mia domanda è semplice .. secondo voi dato per certo che i cibi proposti sono surgelati ( e non so se è vero) dato per scontato che l’idea , la preparazione e la presentazione hanno un costo. andrebbe comunque comunicato al cliente oppure è un dettaglio che a certi livelli può essere trascurato .. se vado al concerto di Madonna so che una parte dei brani cantati non sono Live ( non per questo costa meno) , ma se vado ad acoltare Ludovico Einaudi mi aspetto una performance dal vivo. è questione di aspettative !!
Grazie
Sono contento che De Riso a Minori sia sempre pieno e di buona cortesia. Evidentemente lo stile di accoglienza romano (di solito pessimo) ha contagiato la Sede di via Gallia. E cmq in televisione l’ho visto fare dei dolci strepitosi.D’accordissimo sulla libagione talebana, caro Scuteri! E Priscilla sia! Next week però chè l’organizzazione della festa dei 18 anni di mia figlia è seconda solo ai preparativi dell’incoronazione di Napoleone del 26 Maggio 1805 (sfoggio di cultura).Ci organizzeremo per tempo!
Affare fatto!
Che volete , sono fortunato , io carlo cracco non me posso permettere , mai .
Ti invidio
Vorrei vedere se Cracco rifilasse i biscottini del Mulino Bianco,che peana – che delizia – che sapori autentici ! Che maestria…
Perché, cosa hai contro i biscotti del Mulino bianco?!!! Secondo te non sono buoni?
Particolarmente dedicato ai lettori Romani !
Devo scusarmi il
commento su Cracco che ti potrebbe ammollare i biscottini del Mulino Bianc0 Cio’ e’conseguente a scoperte (non recenti, per carita’) circa il mio bisnonno “ristoratore”.
Il mio bisnonno, , calato a Roma negli anni 20/30 con una Harley Davidson con sidecar, apri’ una sorta di osteria con cucina nel quartiere delle Vittorie, era di origine marchigiana Montefeltro (stesse radici di Olivetti che da una latteria scassata ai Parioli ha poi sviluppato un piccolo impero gastronomico mettendo i dipendenti a partecipare agli utili. Bar Euclide, da Piazza Euclide dove la cosa inizio’.
Torniamo al punto, il bisnonnino che ‘ – evidentemente qualche soldo lo aveva – apri’ questa osteria a via Faa di Bruno, ora quei locali sono occupati dal ristorante “La Bucaniera” o qualcosa di simile – – ai tempi era tutto un cantiere – ma gli operai dovevano magna’ – e molti erano marchigiani/romagnoli – allora il bisnonnino si invento’ che le tagliatelle erano fatte “in casa” dalle mani di sua moglie, mentre erano invece comprate da una pasteria a Borgo Pio, diceva che usava il burro, invece usava la margarina, e per non parlare dei piatti “speciali” che si era fatto fare apposta, ossia, piatti che sembravano uguali agli altri MA contenevano meno, cosi’ gli operai erano entusiasti ! Vedi che qui ci danno il piatto pieno fino all’orlo di pasta e fagioli, brodo e via dicendo.
Ora la storia dei piatti e’ superata, vai al ristorante dove ti spennano e rimedi il piattone con 3 pezzettini di roba e qualche schizzo di salsa come decorazione artistica.
Il bisnonno era super avaro ed il nonno e fratelli e sorelle potevano mangiare solo gli AVANZI della trattoria. In compenso avendo il contante sempre pronto si compro’ a soldi stracciati parecchi appartamenti in zona ora centralissima e grazie a sto’ pirata, noi eredi abbiamo avuto una vita meno difficile !
In qualche banchetto di libri a Porta Portese comprai un volumetto sulle vecchie osterie romane, che ancora rileggo con piacere. La storia del bisnonno caro Lanzo è comune a molte trattorie, soprattutto quelle nate durante il “ventennio” a ridosso della prima urbanizzazione di Roma da parte di abruzzesi, marchiciani, e nord laziali. Vale per esempio per Di Curzio,Vanni,Antonini,Vitti,Nori, Berardo, Ruschena…e via discorrendo. Sono stati tutti un pò pirati.E hanno tutti fatto una montagna di soldi.Ma forse accomunarli a Cracco è un pò forte. Trovo Cracco e i suoi molti emuli, dei signori molto preparati in cucina e molto molto furbi. Insomma hanno imparato a coniugare buona cucina con Politica, Glamour, fighettismo di ritorno,business internazionale e un superlativo utilizzo dei media.E sono padroni dell’Informazione. Questo permette loro di far diventare un lattarino fritto (uno) un’opera d’arte (che non è) e di fartelo pagare da opera d’arte. E’ così. Perderemmo tempo in annose disquisizioni tra pro e contro questi signori. Ma dei “sola” che ammanniscono pur ottimi biscotti commerciali per superlativa pasticceria artigiana, no. Cracco non mi pare sia a sti livelli. Chiuderebbe.
Accetto il commento di LESPAUL dando per scontato che sia Romano altrimenti tutto il discorso cade. Ma visto che altri romani leggono e scrivono, potrebbero anche interessare certe spigolature.
Non volevo fare – vabbe’ un po si ! polemica contro il “mitico” o l’industria biscottara – ma un ritrattino inedito della Roma anni 20/30 – ovvio che il bisnonno aveva un target differente da Cracco| al bisnonno il proletario a Cracco il nouveau riche.
Olivetti, (Bar Euclide, che ad un non romano, non dice niente) se ne usci’ fuori nel 60 con sandwich ottimi, non mosci e debordanti di maionese finta, mozzarelle in carrozza discrete, crocchette e arancini non intrisi di grasso,ma a prezzi decenti, il target erano i pariolini a cui non potevi ammollare zozzerie da rosticceria zona stazione termini, – ed ha prosperato alla grande aprendo poi a Vigna Stelluti e sulla Flaminia il famigerato “Euclidone”.
E poi dove la vogliamo mettere “la parolaccia” a Trastevere, dove per essere insultata, la gente pagava fior di quattrini – OK si mangiava bene… Eppure li’ vedo un qualche vago collegamento,il cliente godeva ad essere trattato e pesci in faccia (a quei tempi il sommellier “campione del mondo” o meno, non era stato ancora inventato, altrimenti sarebbe stato la “star” della “parolaccia”) Aho ! Hai visto che mazzata yo’ data a sto’ burino milanese ! Mezzo milione, solo per na’ boccia de vino, e manco ha fiatato ! Aho, come so’ bravo !
Solo a quei tempi, i ricchi erano meno ricchi e a farsi rapinare non ci stavano, e magari menavano pure ed il “sommelier” sarebbe finito al pronto soccorso del Santo Spirito.
I migliori spezzatini, trippe e baccala” (al pomodoro) li ho mangiati in piccole osterie (senza l’ hacca) trasteverine (prima che trastevere divenisse totalmente di moda) Sai quelle che avevano una sorta di enorme frigo di legno che sembrava un armadio, da dove riempivano le bocce con un Frascati bevibile, le tovaglie bianche di carta, sulle quali, l’oste ROMANO doc e non marchigiano (Er sor Memmo, RIP, ancora me lo ricordo con affetto) gia’ mezzo sbronzo, ti scriveva il conto – appunto sulla tovaglia… chiedendo ai commensali quello che avevano mangiato !
C’era una volta tutto quel che c’era, povera Roma nostra forestiera !
ai pariolini non potevi rifilare roba da rosticceria? sicuro?
le signorine per bene non sanno come deve essere fatto un supplì, perché non lo mangiano e te lo dimostra il fatto che ai parioli non c’è un posto decente.
è il popolo, quello vero, che sa distinguere la buona rosticceria/street food dalla robaccia, non i fighetti che mangiano i supplì destrutturati.
alla parolaccia si mangiava bene in quale secolo?
Volente o nolente Cracco è diventato un brand, il testimonial di se stesso. Le sconfitte sono difficili da digerire, specie quando poi iniziano trafile legislative infinitamente provanti e diciamocelo, ci rimarrà in mente tutto di lui, nel bene e nel male!
Non per essere relativista, ma ritengo che sia tutta questione di etica personale e di dove si pone l’asticella di questa