di | ven 02 lug 2010 ore 14:06
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I furbetti del ristorantino, l’evasione fiscale del non-profit italiano

Lo chiamano terzo settore. E’ composto da ristoranti, bar (e palestre e agenzie di viaggio) legate al mondo del non-profit italiano, ma in realtà, attività imprenditoriali che mascherate da circoli e associazioni senza scopo di lucro, vogliono solo evadere le tasse. Controllando 200 di queste società, l’Agenzia delle Entrate ha appena quantificato l’ammontare del nero che producono, una cifra compresa tra i 50 e i 70mila euro, con punte di 100mila. Come dire che ogni associazione sottrae al fisco 5-10mila euro, soldi che moltiplicati per i duecentomila enti non-profit italiani fa stimare un’evasione di 1-2 miliardi di euro.

Repubblica ha contattato un commercialista per chiedere come si fa ad aprire un ristorante spacciandolo per non-profit. Primo consiglio:

“Costituiamo un’associazione enogastronomica e culturale. E nello statuto scriviamo che “si prefigge lo scopo di valorizzare la cultura del mangiare e del bere del territorio” e un sacco di altre balle”.

In questo modo, è possibile aprire il ristorante evitando le grane (e i costi) che incombono sulle società.

“Non avremo l’obbligo d’iscrizione alla camera di commercio, che comporta il pagamento di una tassa di 200 euro all’anno. A differenza di tutte le società di ristorazione, inoltre, non pagheremo l’Irap, l’imposta sull’attività produttiva, che in Veneto ammonta al 3,9% del reddito imponibile. E non pagheremo l’Ires, l’imposta sul reddito delle società, pari al 27,5 per cento”.

Ma bisogna fare attenzione ai controlli. Meglio iniziare con attività a basso rendimento.

Il reddito imponibile delle associazioni che restano sotto i 250mila euro all’anno è pari al 2% dei ricavi”. Una sciocchezza. L’obbligo di convocare tutti i soci una volta all’anno si può aggirare esponendo le convocazioni in bacheca dove nessuno le va a guardare, ed è possibile affiliarsi a enti esistenti come il ‘Centro europeo associazionismo di Roma’.

E gli obblighi? Per circoli, bar e ristoranti no-profit l’obbligo più impegnativo è la distribuzione degli utili tra i soci. Apparentemente.

“Nulla toglie che alcuni soci possano percepire un compenso per le prestazioni che svolgono. Non è nemmeno obbligatorio chiedere preventivamente ai clienti che prenotato di diventare soci. E nelle guide, molte associazioni si pubblicizzano candidamente come ristoranti, bar o wine bar, soprattutto a Roma”.

Certo, accanto a queste realtà, ci sono gli italiani che fanno compagnia ai malati terminali negli ospedali o che si battono contro gli abusi ambientali, ma l’evasione è impressionante, senza contare il lavoro sottratto a baristi e ristoratori già martoriati dai costi, l’affitto, il personale, un sistema di imposte nazionali e locali che rasenta la follia. E che pagano le tasse regolarmente.

[Fonti: Repubblica]

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17 commenti a I furbetti del ristorantino, l’evasione fiscale del non-profit italiano

  1. avatar fabrizio pagliardi

    Le associazioni culturali sono molto diffuse a Roma perchè è una furbata per lavorare senza la licenza di somministrazione che in zone come il centro, Prati, testaccio e San Lorenzo sono bloccate e costano fino a 140.000 euro.
    Hanno delle deroghe relative alle autorizzazioni sanitarie, alle normative sulla sicurezza. Oltre ovviamente hai benefici fiscali.

    Di ristoranti buoni e accreditati Che siano associazioni culturali a Roma ormai credo ne sia rimasto solo uno solo a San Lorenzo. in passato sulle guide gastronomiche ce ne era più di qualcuno.

    Se ti interessa adesso vanno di moda le librerie con punto ristoro. qui vicino a me ne hanno aperte cinque.

    Ovviamente nelle associazioni culturali non vado volentieri, non mi va di dare soldi a chi mi fa concorrenza sleale.

  2. magari gli si può dare anche il 5/1000.
    Comunque sono convinto che in italia non esiste l’evasione fiscale ma l’interpretazione furbetta delle norme.C’è spazio per tutti

  3. Credo che sia una pia illusione, ormai, che se si stana una parte anche considerevole di evasione, le tasse poi calino per tutti. Direi questo come prima cosa.
    Poi, la questione Associazione non può essere limitata alle cose che ha detto il commercialista a Repubblica. L’Associazione è diventata o è restata una sacca di evasione, ma per decenni è stato il sistema più semplice per aprire una attività di ristorazione altrimenti quasi impossibile, sia per la complessità delle pratiche, sia per i costi elevati che giravano (e girano) per le licenze, sia per tutti i vari criteri di “distanza minima”, etc. etc.
    Poi, a livello di imposizione fiscale, va fatta anche una distinzione: è vero che sulle tasse si riesce ad eludere o a evadere, ma è anche vero che sulle imposte, l’IVA ovviamente su tutto, l’Associazione no-profit la paga e basta, non può scalarla. Questa, da sola, è comunque una bella fonte di reddito per lo Stato, e per equanimità era il caso che il commercialista di cui sopra citasse tutto il contesto, non solo quello che serve a fare notizia…

    • avatar fabrizio pagliardi

      Si marco ma io ho comprato la licenza e sono rientrato dell’investimento in tre anni, chi ha fatto l’associazione culturale il primo anno già si metteva i soldi in tasca.

      Ci sono associazioni che fanno il mio lavoro in locali di 100 mq senza finestre, e con sistema di ricambio ridicolo. Sai quanto costa di meno al mese un locale del genere rispetto ad un locale per fare ristorazione ???

      Ci sono state associazioni che nel periodo della giungla, riuscivano ad avere gli obiettori di coscienza come camerieri

      Le associazioni culturali non sono obbligate a rilasciare alcun documento fiscale e non sono soggette agli studi di settore.

      Possono ricevere donazioni in merce anche ingenti, quindi non hanno neanche bisogno di scaricare di nascosto quello che pagano in nero.

      Se ci vogliamo prendere per il culo …..

      • avatar Antonio Scuteri

        Fabrizio, che ci vuoi fare: loro sono furbi, e tu sei un fesso
        E l’Italia è un paese per furbi
        Per furbi e per ammiratori di furbi

      • No, figurati… è assolutamente vero quello che dici, anche se poi hai illustrato gli ulteriori modi con sui si sfrutta l’associazione, mentre invece cercavo di mantenere il discorso nell’ambito delle regole lecite.

      • tre anni fa mi è capitato di subentrare in un circolo culturale. Il mio consulente non mi ha spiegato come funzionava e tra affitto, pagare qualche musicista, SIAE, viaggi, iscrizione ad un’associazione nazionale per poter somministrare qualcosa da bere e qualche stuzzichino, ecc., ho perso tutti i miei risparmi. Tutto questo per fare le cose in regola, cioè aprire solo in occasioni culturali pagate a chi le eseguiva. Posso giurare di non averci mai guadagnato 1€!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  4. avatar Niko

    Ma quindi “Un centro macrobiotico” è compreso in quest’insieme??

  5. avatar giggi

    Quindi anche le Coop hanno un differente sistema fiscale??:-)))
    E come mai nessuno di Voi si è accorto?:-)))

  6. avatar tt

    attenzione al qualunquismo di bassa leva. Conosco, e non sono poche, associazioni culturali in tutta italia che utilizzano ben altri metodi. sono democratiche all`interno e dotate di tutti gli strumenti amministrativi, contabili e di controllo necessari alla loro vita

    • avatar Martin

      E che rifiutano categoricamente l’associazione a chi vuole usarla per aprire un ristorante.
      Il problema sono alcune associazioni che sembrano fatte apposta.
      Non facciamo di tutto il terzo settore un covo di illegalità, denunciamo i casi specifici.

      • avatar fabrizio pagliardi

        ma qui si parla solo di quelle.

        A Roma dove ci sono associazioni serie che gestiscono ristoranti veramente senza scopo i lucro, lo fanno con strutture al di fuori dell’associazione aprendo veri ristoranti provvisti di licenza e tutto vedi Sant’Egidio a trastevere.

  7. avatar Fabrizio pagliardi

    esisteranno pure ma non hanno neanche l’apparenza del ristorante.

  8. avatar Luca

    Ma quale evasione, il circolo paga regolarmente l’ iva e l’ ires (se dovuta) tuttavia oggi le associazione che non hanno grandi volumi “commerciali” e pertanto usufruiscono di una contabilità forfettaria non scaricano l’ iva e gli imponibili per quello che fatturano. Inoltre il circolo non ha un avviamento commerciale e se usufruisce di collaboratori è costretto a regolarizzare il rapporto come qualsiasi azienda.

  9. avatar francesco

    Scusate,chiedo a voi che siete competenti e mi potete dare consigli. ho 43 anni, sono un libero professionista con la passione della cucina.. stanco del lavoro che svolgo, avevo intenzione di aprire un piccolo ristorantino per coltivare la mia passione e possibilmente vivere grazie ad essa.chiedo a voi allora, cosa posso fare? riesco alla mia età ad ottenere l’attestato di cuoco o c’è un obbligo d’età?(molti corsi a cui volevo partecipare ce l’avevano).. mi sembrava allora che l’unica possibilità fosse quella della associazione eno gastronomica! ditemi voi cosa posso fare. grazie
    Francesco

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