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Dieci cuochi, un pasticcere e quindici stelle Michelin tutte italiane in volo per la stessa destinazione: Eataly, quello tra la Quinta strada e la Broadway. Su Identità New York si è già scritto molto e sappiamo cosa succederà a Manhattan dal 12 al 14 ottobre, compreso lo showcooking nella Scuola di Cucina di Lidia Bastianich e la cena-spettacolo che gli Undici cucineranno insieme, ognuno con la sua portata. Dissapore ha sentito i protagonisti per rubare qualche considerazione alla vigilia della partenza.
Quale messaggio volete portare e quali sono le vostre aspettative per questo evento?
Ugo Alciati, Ristorante Guido, Pollenzo (Cuneo): “E’ un evento di grande portata mediatica e mi auguro che questa esperienza sia compresa correttamente. Negli ultimi tempi ho visto mutare il modo in cui la nuova cucina italiana è percepita all’estero: alcuni anni fa, per tradizione italiana in America si intendeva pizza o spaghetti mentre ora si comincia veramente ad apprezzare la nostra ricerca e le nostre materie prime, anche quando si esprimono in modo semplice come avviene nei miei piatti. Sono felice di poter lavorare con gli altri colleghi, in Piemonte abbiamo una sorta di associazione di cuochi e cuciniamo spesso cene a quattro, sei o otto mani. E’ sempre un’occasione per trovare nuovi stimoli e per imparare. Mi aspetto anche di trovare un traduttore, non parlo molto bene l’inglese!”
Massimo Bottura, Osteria Francescana, Modena: “Andiamo là per trasmettere le emozioni di ciò che sono i nostri piatti portando tutto delle nostre identità individuali. Per la seconda volta – la prima è stata al Rockefeller Center in una manifestazione per disabili – abbiamo l’opportunità di esprimerci a New York, città assolutamente ricettiva per quanto riguarda la cucina italiana. Eataly è la location perfetta affinché questo evento sia un grande successo, ho saputo che è già sold out”.
Cristina Bowerman, Glass Hostaria, Roma: “Non mi è ancora capitato di lavorare con nessuno degli altri chef e sono onorata di far parte della squadra. Andremo a New York per portare la cucina italiana attraverso il nostro modo di cucinare. Le diverse individualità degli chef sono l’opportunità di raccontare la grande varietà di stili che c’è in Italia dove la cucina, che sia moderna, tradizionale, internazionale o prettamente locale, è davvero lontana dall’essere lo stereotipo spesso immaginato all’estero. Qui c’è un bel gruppo compatto di cuochi, non solo noi della spedizione, che porta avanti un discorso professionale di cui andare fieri”.
Moreno Cedroni, Madonnina del Pescatore, Senigallia: “Siamo in undici e questo mi fa pensare alla trasferta di una squadra di calcio. Arriveremo in questo spazio enorme e lo immagino come uno stadio gremito di pubblico che grida, applaude e fa il tifo. Sarà molto divertente. Personalmente porterò in questa esperienza americana una delle idee dalle quali sono partito, quella del Susci con la C. Il senso è far apprezzare il pesce crudo senza avvertirne la crudità. Lo farò sia nel mio corner del pesce che per la portata della cena finale”.
Pino Cuttaia, La Madia, Licata (Agrigento): “C’è molta curiosità all’estero intorno alla cucina italiana. Quando visitai Little Italy, anni fa, la trovai invasa da Chinatown e compressa in quella fusione di culture e tradizioni di Paesi diversi che c’è in America. Tutto quello che i nostri immigrati avevano costruito era stato distrutto e la cultura gastronomica italiana andata persa. Con Oscar Farinetti e il suo progetto possiamo ripristinare un’immagine corretta della cucina italiana ed è quello che andiamo a fare in questa occasione: portare autentiche eccellenze italiane. Mancano molti nomi importanti ma sono sicuro che gli chef che non sono stavolta con noi, andranno nella spedizione successiva”.
Gennaro Esposito,Torre del Saracino, Vico Equense (Napoli): “C’è una spaccatura molto profonda tra quello che è la cucina italiana contemporanea e quello che è l’immagine della cucina italiana all’estero e gli scenari di riferimento sono spesso troppo romantici e oleografici, molto diversi da quelli dinamici e vivaci che abbiamo invece qui. Non partiamo per fare una crociata ma sicuramente per portare una ventata di freschezza per quanto riguarda la nostra cucina, con umiltà ma con meno romanticismo, più rigore e più voglia di autenticità”.
Luca Montersino, Golosi di Salute, Alba: “Quest’anno a New York ci sono stato per un mese intero. Tra agosto e settembre ho avviato all’interno di Eataly il mio corner di pasticceria nel quale produciamo dolci tipici italiani. Per me quindi è un ri-tornare ed essere parte di questo gruppo sicuramente sarà una bella esperienza. Porteremo prima di tutto la tradizione e la ricettazione tipica italiana e poi, singolarmente, parte delle nostre cucine e delle diverse tradizioni regionali”.
Niko Romito, Reale, Rivisondoli (L’Aquila): “ Il messaggio che voglio portare, cucinando sia per la stampa che per la gente normale in visita ad Eataly è che la cucina italiana si è evoluta: è una cucina moderna, di concetto dove non si fanno sempre i soliti piatti né si usano sempre i soliti ingredienti. Con alcuni degli altri chef abbiamo già lavorato insieme e anche stavolta la squadra che si è creata va per vincere e portare a casa un grande risultato, senza competizione e con grande collaborazione”.
Davide Scabin, Combal.zero, Rivoli (Torino) “Il messaggio è semplice: il Made in Italy non è quello che forse gli americani stanno ancora pensando. Mi aspetto che l’evento sia un trionfo dell’alta cucina italiana e che in qualche modo possa influenzare il modo di cucinare italiano in America. A Manhattan ormai in molti sanno mangiare, conoscono le nostre materie prime e sanno che oltre alla cucina mediterranea esiste una vasta e variegata regionalità. Stavolta dobbiamo arrivare veramente a tutti, alla massa e Eataly ce ne dà l’occasione in quanto piattaforma gastronomica dove poter entrare in contatto con migliaia di persone in un solo giorno. È una grande opportunità per l’Italia e, lo dico da piemontese, per il Piemonte.
Emanuele Scarello: Agli Amici, Udine: “Sto intraprendendo questa avventura con molta serenità e sono molto contento di far parte di quello che un mio amico croato ha definito l’Italian dream team. Insieme con gli altri Chef racconteremo la nuova cucina italiana e le nostre materie prime, ognuno a modo suo e a partire dalle diverse tradizioni. A New York, oltre a Lidia Bastianich, ritroverò anche Missy Robbins, una bravissima cuoca che ha lavorato con me per un periodo, ora Executive Chef del A Voce”.
Pietro Zito, Antichi Sapori, Montegrosso di Andria (Bari): “Faccio parte di una cultura contadina nella quale raccogliere e cucinare sono atti agricoli. Il mio ristorante lavora da sempre a chilometri zero perchè è il mio orto a rifornirci di prodotti e ho un forte legame con le materie prime, in particolare con le verdure. Vorrei far provare ai commensali americani i profumi di ogni singolo prodotto e ciò che più conta in questa esperienza è l’autenticità della cucina italiana. Inoltre credo che sia una gran bella vetrina e per me è un onore essere nel gruppo con questi grandi chef”.
Cosa cucinerete?
Ugo Alciati: “Legendary Agnolotti, ovvero Agnolotti del Plin”
Massimo Bottura: “Un piatto che potrei definire così: Pasta e fagioli dalla tradizione ad una nuova interpretazione. Preparerò una pasta e fagioli classica e affianco servirò il mio bicchierino: la Compressione. E’ una stratificazione di diverse tecniche: alla base c’è una crème royale (tecnica classica francese) fatta con cotiche e fagioli, nella parte più alta un’area di rosmarino (tecnica spagnola) e in mezzo non ci sono più i maltagliati ma croste di parmigiano bollite nei fagioli, ripulite e tagliate come fossero maltagliati. Per capirci: tra Robuchon e Adrià c’è mia nonna!”
Cristina Bowerman: “La Capasanta nel Bosco, gli ingredienti sono: fungo, timo, polenta al nero di seppia, pane di lariano, capasanta e guanciale”
Moreno Cedroni: “Crudo di Ricciola con salsa di porro, gelatine di basilico e viole del pensiero”
Pino Cuttaia: “Preparerò un merluzzo all’affumicatura di pigna con condimento alla pizzaiola”
Gennaro Esposito: “Ci siamo divisi i compiti, a me è toccata la pasta. Conoscendo lo scenario newyorkese e conoscendo la grande qualità dei prodotti che è possibile reperire, ho scelto di fare la Minestra di pasta mista di Gragnano con crostacei e pesci di scoglio”
Luca Montersino: “Si chiama Spoon: ho rivisitato in chiave moderna cinque dolci al cucchiaio rappresentativi dei sapori tipici del Piemonte per quanto riguarda la pasticceria e li ho inseriti in un unico dolce. In particolare: Bavarese al Bunet, panna cotta con pesche di Canale caramellate, tortino soffice di nocciole e zabaione”
Niko Romito: “Preparo un mio classico: assoluto di cipolla, parmigiano e zafferano tostato. Si chiama così perché è costituito da tre elementi, appunto, assoluti. I bottoni sono di parmigiano al cento per cento, la parte liquida è di sole cipolle e lo zafferano non viene lavorato in infusione ma i pistilli vengono tostati e aggiunti al piatto”
Davide Scabin: “Cucinerò una carne allevata nel Nebraska da Sergio Capaldo che assomiglia molto alla Fassona, soprattutto per l’eleganza. Precisamente si tratta di un pezzo di carne alto cinque centimetri, impanato nei grissini alla torinese, servito con cipolline glassate al barolo e accompagnato da una salsa inglese aromatizzata all’erba cipollina e coriandolo”
Emanuele Scarello: “Farò un piatto tipi del nord: il risotto. Sul fondo del piatto ci sarà una grattata di limone, la cottura del riso avverrà in acqua di grana e sopra ci sarà un velo di riserva di grana, tartufo nero e armelline”
Pietro Zito: “Perparerò diverse cose con le zucche gialle. In particolare per la cena: una Passata di zucca gialla cucinata con altri ortaggi e abbinata alle olive fresche, il tutto innaffiato dal migliore olio pugliese”

Succede una catastrofe. Vi trovate in strada con la sola possibilità di scegliere tra american food, street food o junk food. Cosa scegliete?
Ugo Alciati: “Andrei a cena in una Steack House”
Massimo Bottura: “Ma quale junk food! A New York ci vive mia suocera che è una grande gourmet, io vado a cena lì!”
Cristina Bowerman: “New York è la regina del Pastrami, quindi Pastrami Sandwich!”
Moreno Cedroni: “Cheeseburger, con maionese e ketchup”
Pino Cuttia: “Non potrei mai, davvero ma l’America è una terra dalla grande eterogeneità culturale, quindi mangerei nel miglior ristorante di cucina orientale, cinese o magari giapponese”
Gennaro Esposito: “Non è poi così terribile e può essere anche interessante, magari nel posto giusto. Una volta a Los Angeles ho mangiato un hamburger eccezionale, prenderei l’aereo e tornerei lì”
Luca Montersino: “Hamburger e patatine fritte”
Davide Scabin: “Io non ho bisogno di emergenze, mi piacciono molto gli hot dog, cercherei solo il chiosco migliore!”
Niko Romito: “Hamburger inondato di ketchup, amo le salse dalla spiccata acidità”
Emanuele Scarello: “Nessuna emergenza! Ho già prenotato da Thomas Keller e Missy Robbins”
Pietro Zito: “Se proprio devo… un hot dog”.
[Fonti: Alice Tv, Identità Golose]
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6 mesi a NY 6 in italia, vivo cosi da dieci anni. Ho visto nascere Eataly, ci passo davanti da quando ancora le vetrine eran fasciate e scriveva..arriverà .
E’ impressionante il potere dei media, la mostruosa differenza fra realtà e comunicazione. Andate a New York, chiedete di Eataly in giro ai costumers, al taxista, alla griffata o al pseudo gourmet: vi sentirete dire ( nell’ipotesi migliore) : “oh, the new Batali’s place”. Mario Batali, strabordante super mediatico chef in pantaloni corti e coda di cavallo rossa…..( qui , e ingiustamente per quel che conosco, Farinetti nessuno manco sà che esiste)
Fa grande impressione leggere quel che in Italia si scrive di una cosa che è solo che uno dei mille testings mensili.
Questa è New York, bellezza.
Questi sono i newyorkesi.
Sedetevi da “ Babbo” , il most famous place di Batali e Bastianich group , mangiate e capite quello che vuol dire italian food per un americano. Joe Bastianich dice giusto: abbiamo portato la cucina italiana a NY adattandola ai gusti di qui. Di certo oggi, rispetto agli anni passati, un minimo di comprensione in più rispetto a ciccio pasticcio, pasta al pomodoro, gnocchi e pizza c’è …e ci mancherebbe!
Andate a Del Posto, fresco della quarta stella del NYT, bibbia unica a NY . Guardate mangiare, alzarsi, mangiare, alzarsi, centinaia di persone al giorno e chiedetevi quando mai e come i nostri big ones potrebbero proporre le loro idee, piatti, tempi e modi …a ritmi cosi.
Ameranno Esposito, Cuttaia , Zito , Alciati per la loro comprensibilità e vicinanza all’idea di Italia, ameranno la pasta e fagioli di Bottura , più della compressione. Ameranno l’idea che un po’ più di spaghetti e pizza c’è. Ma sarà quell’amore tipico di NY che dura sempre una sera o due. Poi si corre, si va trendy, un po’ più saveplanet di una volta, ma eccellenza è termine difficile.
Conosco una buona parte dei cuochi partecipanti, ho mangiato nei loro posti, e li considero molto bravi; fa un po’ comico, nelle interviste che riportate qui, un passaggio riferito a “italian dream team” del signor Scarello ( e chi è?? ) ; il dream qui si misura con altro; la passione cerebrale di Bottura, i salti di Scabin, l ‘ironia di Cedroni, son cose italiane, sono cose di passione, di sfida ( qui ha spazio zero assoluto) . Qui sei dream solo se ogni fottutissimo giorno, per il tempo che dura, passi in TV , sei scritto, letto, entri nel cervello della gente che ti vuole vedere. E non c’è spazio per la poesia, per l’ introspezione di un piatto o di una preparazione. E di sicuro non c’è spazio alcuno per chi, magari bravino, è un nessuno nel system ; il “top media chef” vince alla stragrande con un piatto di pasta o un pezzo di carne che noi, italiani appassionati, mangeremmo storcendo il naso.
Son passato ieri di fronte ad Eataly , e vi si leggono manifestini osannanti : The 11 Best Italian chefs Live in Eataly ……per un italiano suona ironico, di certo pretenzioso ( vista la lista di nomi mancanti e la presenza di nomi assolutamente sconosciuti) poco vero;
ma questa è NY bellezza, questa è America: devono entrare, devono spendere, devono tornare. Quindi che sia vero o no, conta nulla. Che ci siano i top o dei signori X come tanti altri in Italia – o pure peggio! – , conta zero; Non ci sono esperti , ci sono carte di credito da far passare. C’è un aspetto , quasi ludico , un po’ infantile, ma non brutto di questa affascinante ed odiosa città: tutto deve essere top, best ….se riesci a farlo passare per tale, l’ affitto quel mese lo paghi e ci scappa pure una giacca, rigorosamente italiana e firmata. L’attesa per il grande evento qui non c’è assolutamente, nessuno aspetta i grandi italiani. Di sicuro il signor Marchi urlerà di cose mai viste, ci mancherebbe ; a lui i complimenti per averne fatto un buon business ( i richiami alla passione ed al sacro suolo, suvvia lasciamoli ad altri : se no suona davvero come grande presa in giro, sono affari, tutto qua, nulla di che vergognarsi) .
Sarà uno spot in più per Eataly , una specie di “sales” senza sconti, ma di sicuro non sarà vetrina , non sarà ambasciata di nulla. Eataly sarà pieno pure oggi domani…di certo non vi sarà differenza alcuna, tutto fino al prossimo big event. La memoria qui, è termine quasi sconosciuto.
E almeno una parte di chi cucinerà , lo voglio davvero sperare per il rispetto che mi sento di portare, questo lo so bene e lo sa ben prima di sedersi sull’aereo che li porterà qui: questa è NY bellezza.
Riduttivo e triste. Certo gli americani non fanno poesia, sono impegnati nella difesa del mondo, e nella gestione dei pozzi che fanno riempire di dollari quelle carte di credito che devono strusciare a velocità spaziale per rimanere nello “star system”, pena essere relegati a rango di ciccio pasticcio, o pizza mandolino. Certo trendy,certo di corsa, certo sempre un passo avanti, certo business, certo oggi famosi e domani chissà. Certo non corretto, almeno, io non ci sto.
Signor Oneback (se questo e`il suo vero nome),
grazie per quanto ha scritto. Ha colto piu`di una caratteristica dei Newyorkes, si e`fatto capire, e il suo lungo intervento e`focused. Una bel pezzo di vita e di comunicazione in un colpo solo. E`chiaro che qualcosa sfugge, il resto dell`America, intendo, non e`tutta NY. Ma di questo forse non parla, perche`non conosce. Onesto davvero.
Saluti
> Farinetti nessuno manco sà che esiste
“piu si sa di te e meno esisti”
mc luhan
kiss
bd
Ma l’America non è New York, l’America di Springfield Illinois e degli agripro descritti da Foster Wallace non è quella lì.
@ OGM ( che sta per geneticamente modificato?
)
….e poi il titolo dice Identità Golose New York…parla da solo. Gli agripro, i farmer market son tutte realtà, Eataly lo sa bene e ne fa buon uso….unitamente a quanto di brand ( poco romantico invero) fà gross profit. Ed in tutto non ci vedo nula, assolutamente nulla di sbagliato: questa è Ney York Bellezza! La solo stonatura sta qui, in Italia, dove un corretto momento assolutamente commerciale e d’affari, vuol esser passato per una promozione, una poesia, un “vi mostriamo quello che davvero è eccellenza”…
Oneback è il mio nome, non vedo motivo per usarne degli altri ( mi spiace se lo trova poco piacevoile, così va il mondo) .
E’ vero il resto dell’America non è NY, ma è certo che New York non è l’America. Ed altrettanto certo che Farinetti, i suoi partner investitori ed la piccolissima parte dei Bastianich e Batali nell’avventura hanno deciso per NY…non per l’America.
Di talchè rispodno pure al signore che cita Springfield; amena? perchè no, che ne dite di Martha’s Vineyard? ancora meglio…ma chiedete ai signori di cui sopra semmai pensano ad un Eataly da impiantare proprio li
Non c’è poesia, ma davvero interessa a qualcuno dei protagonisti? Semmai lo pensassero , anche per un solo istante, lo vedremmo tutti e allor si che ci sarebbe da spalancar gli occhi
“Tra Robuchon e Adrià c’è mia nonna!”
solo un genio poteva dire così tanto in così poche parole
Lo scalpore ( termine improprio) che si fa in queste nostre pagine , qua e là, per Identità New York , è davvero tutto italiano. Sembra la storia raccontata ai bambini ( in italia) che a tutto credono. Eataly è una macchina da guerra ( e soldi!) rara; provate ad entrarci, se vi riesce, provate a mangiarci, impresa ancora più ardua. L’affare qui lo fa Identità, non certo Eataly. C’è coda, ogni santo giorno della settimana, fully booked – se mai fosse previsto – per ogni giorno d’apertura che vi è stato sino ad oggi.
E’ show, puro e vero. E nessuno, credetemi, nessuno farà la ressa per i nostri identitari, sconociuti ai più e dimencticati venerdi. Qui la ressa c’è sempre. Io ci lavoro, ogni giorno, per 12 ore.
Batali e il PR system, la nuova idea, un incasso importante: questo fa correre Eataly and andrà lontano. Emozioni, pleasee….wrong address! Bravo Marchi ad entrarci, il naso per gli affari c’è
ma perchè, mi chiedo, gli unici a sminuire l’evento sono proprio quelli che abitano o lavorano a new york? perdonami, la trovo una forma di snobismo tipica dell’emigrante che suona però più provinciale di noi che siamo rimasti qui
Evidente che mi spiego male…nessun snobbismo, pura realtà. E evento è un termine che usate voi, qui una cosa cosi non fa evento. E’ parte di una lista che da qui a Natale è in plan. Se ti riesce, vieni a New York e chiedi a qualcuno che incontri, al concierge del tuo albergo, alla tua guida ….lo capirai da sola.
Ci saranno i giornalisti, invitati, qualche pezzo scritto, e poi via andare. Nulla da sminuire, nulla da snobbare. Un commercial come ogni giorno qui a centinaia, da moda a wines, corrono.
C’è più gente di quanta ne possiamo soddisfare ogni giorno, ogni giorno! Capisci che l’evento è un gioco, un capriccio, un report newspapers game…a questo serve. Pubblicità. che passione e territorio per piacere!
..il buffo è che a leggere queste pagine, come dicevo, sembra l’arrivo del nuovo Shuttle….credimi, nulla da perdonare, ma cosi non è.
“è in plan”, “commercial”, “wines”, “report newspaper game”!
Ma come parlaaaaaa!
Prevedo che nel giro di qualche anno soccomberemo anche noi alla pancetta ricoperta di cioccolato.
http://www.dailymail.co.uk/femail/food/article-1319353/Chocolate-covered-bacon-hits-shops.html
Mi vorrà scusare il signor Giulio, parlo come uno che qui a NY ci vive; e qualche “idioma” mi scappa; non faccio ne mangio pancetta ricoperta di cioccolato, conosco l olio d’oliva, la bufala quella vera, la pasta fatta i grani come si deve….sono italiano, conosco la città in cui vivo da tempo alcuni dei meccanismi che la regolano, vivo dentro Eataly; sono spiaciuto che questo non le possa bastare, ma questo è.
Se mai ne avrà modo, venga a NY, ci viva un pò, conosca Batali, Bastianich, il mare di mezzo mondo e di tutti i colori che lavora nelle loro numerosissime cucine, l obiettivo del lavoro ( qua, oltre oceano si dice business target) e poi magari si fà una sua idea. Mi credo , poco molto poco romantica.
Si figuri, sono io che mi scuso con lei. Non volevo offenderla pensavo solo che fosse uno di quelli che parlano così perchè fa tanto chic e frequenta posti poco cheap pensando che siano troppo kitsch.
Saluti dall’Italia.
Veramente – senza offesa agli chef invitati all’evento perché vale anche per tutti gli altri – neanche il pubblico medio italiano li conosce. Eataly qui non è un covo di gran gourmet fan di uno o dell’altro specifico chef, quelli di solito li vanno a cercare direttamente al ristorante.
Immagino che il newyorkese cliente o potenziale cliente di Eataly NY non sia già lì pronto per farsi autografare un libro come farebbe con Stan Lee!
Però che possa essere curioso di assaggiare i piatti cucinati dal vivo veri grandi cuochi italiani (indipendentemente dal fatto che li conosca già per nome) mi sembra più che plausibile.
E che questo evento possa favorire ad accrescere l’interesse verso la cucina italiana pure.
La cucina italiana a new yor è talmente presente che si stenta a vederlo se qui non ci si sta per un pò. Al tempo stesso è quanto di più lontano dall idea di cucina gourmet che ..i gourmet in italia..hanno. La curiosità c’è, ma per qualsiasi cosa ci possa essere dentro Eataly oggi; pippo la pizza, il re della nutella, i virtuosismi di Scabin, per l utente medio dello store sono assolutamente sullo stesso piano. Come ben lei dice, credo che nemmeno l italiano medio che vive in italia questi nomi li conosce o li aspetta; ma si immagina qui, dove transitano tutti e per tutto, con una velocità che terrorizza….trovo grandissime verità negli interventi del signor Oneback o di Marco A. , sarà un successo ma solo perchè Eataly è un successo , in modo totalmente indipendente da Identità di qualsiasi tipo.
PS: il signor Gumbo Chiken dice bene: eataly non è un covo di gourmet….quelli al momento vanno ancora da Dean&DeLuca….:):) fa molto più snob
e nooo ancora “prezzemolo” Scarello
….ma che qui che ci fa?
:):) …presenza un pò stonata, mi si permetta:)!
e perchè mai? forza Scarello!
ma valà…era una mezza battuta:) riprendendo qualche passaggio proprio da questo ( bello davvero) blog! …l’omnipresenza un pò stona comunque..il valore non lo discuto mai per principio, ma visto il parterre degli invitati beh…no comment
Onnipresente dove?
Così per curiosità, dato che lui e Zito sono gli unici a me pressoché sconosciuti. Sarà che stanno al fondo dell’alfabeto…
In ogniddove ci sia una qualche Identità per esempio:): e nonostante un parterre di lusso a NY riesce pure a farsi fotografare con Farinetti
..:):) Potere digitale!
( nulla di male per carità, mi chiedo sempre chi cucina in un ristorante se uno chef è così tanto preso da queste cose distanti da casa? )
:)
Beh, dopo il viaggio a New York a fine agosto, devo dire che le considerazioni fatte dagli italiani che vivono a New York non sono assolutamente provinciali, ne’ tendono a limitare la portata dell’evento, sono semplicemente realiste. 200000 dollari al giorno si incassano se un fiume di persone entra per consumare, a tutte le ore del giorno, incurante delle persone che camminano accanto mentre stai addentando la tua bistecca. Il successo è pauroso, ma è chiaro che è sostenuto da un Mario Batali che va in televisione e descrive Eataly ogni momento, con la Bastianich che ne parla durante le sue apparizioni televisive, sul figlio che si ritrova nei giornali di gossip per essere dimagrito 30 chili.La comunicazione è alla base del successo, la concorrenza è fortissima, ma New York affascina proprio per questo. Se Bloomberg è andato all’inaugurazione di Eataly, lo avrà fatto anche perchè era presente il trio americano. Sono convinto che la squadra italiana si divertirà,e magari si divertiranno color che andranno a sentirli parlare. Poi se tutto questo resterà sarà il tempo a raccontarlo…
Mi fa schiattare dal ridere Montersino quando parla di “ricettazione tipica italiana”.
Non vivo a New York, ahimè, e la conosco ancora abbastanza poco, ma mi sembra una città con un’anima foodie estremamente spiccata, e alla quale il “romanticismo” non manca. A quanto ne so, il ristorante più ambito di New York era, almeno fino all’anno scorso, il Momofuku Ko, il top di gamma dell’impero Momofuku di Dave Chang, con 12 (dodici) posti, prenotabili esclusivamente il mercoledì alle 10 del mattino della settimana precedente, solo tramite web. E se non è un’idea imprenditoriale “romantica”, questa…
I giornali on-line di New York danno al cibo uno spazio enorme, raccontando delle nuove aperture e stilando classifiche continue sul migliore brunch, il migliore Asian fusion, il migliore saketini etc.
Se c’è a livello mondiale un incubatore delle tendenze nella ristorazione (sempre parlando ovviamente di noi ricchi occidentali con il pallino del cibo) è proprio New York. Quindi, sono contentissima di Eataly e altrettanto contenta di Identità Golose New York, mi sembrano due progetti validissimi – seppur pensati l’uno per il mercato di massa e l’altro per una piccola nicchia. E dunque?
Gentile signora Sara,
lungi da me discutere la validità di Eataly; credo di aver già detto, nel caso mi ripeto, che è una macchina potente, incredibile e con numeri da rabbrividire: il che allontana ogni discussione in merito alla validità imprenditoriale dello stesso. Ci mancherebbe, Farinetti è un vanto per gli italiani ed una persona di rara capacità. Sul romanticismo andrei molto, ma molto , più cauto. Qui fa rima con profitto ( nulla di male, ma almeno antitetico me lo vorrà concedere) ; Ko di Momofuku è una bellissima esperienza, ma lo dice lei da sola ( e glielo confermo a pieno titolo) è parte di un impero…libera di vederci poesia se le piace, ma Milk Bar, Má Pêche, Säm Bar, Noodle Bar solo a NY di Chang sono le vere macchine…e i dodici posti per gli annoiati di Park Av o i malati ( come me) di cibo ed esperienze non fanno certo differenza alcuna…se non quella “promotion” di cui qui si è molto detto.
Non credo esista una tendenza del cibo NYer che sia mai stata da traino al resto del mondo del cibo, è l esatto contrario : qui si prende quanto in giro per il mondo c’è ( di buono o meno buono) e lo si adatta ed usa per far dollari…chi è bravo vince.
Identità NY sarà un altra gita, piacevole, divertente, probabilmente gratificante anche in termini di qualche soldino per chi organizza e c’è, ma mi creda non farà differenza alcuna nei conti di Eataly, nell’immaginario collettivo e nemmeno nel mondo gourmand di NY; non ci sarà una corsa all’italiano in più rispetto a quella già oggi in essere, nè cambierà passo.
Forse , per capirne di più, qui bisognerebbe viverci, almeno per un pò. Ci si accorge solo allora che il percepito al di fuori è davvero un altro mondo rispetto a quello reale e direi pure a quello europeo.
Caro Hans,
“profitto” deve fare rima con “ristorazione” ovunque. Quando parlo di “romanticismo” non intendo certo un concetto antitetico al profitto, ma la realtà è che si possono fare denari con una ristorazione senza anima alcuna, senza costrutto, senza ricerca, senza curiosità, e senza amore, oppure un’impresa con a cuore il profitto può aggiungere questi ingredienti nel mix. Momofuku (tutti i Momofuku) fa alta cucina, in posti a mio parere molto belli, a prezzi più che avvicinabili, soprattutto a pranzo.
Inoltre, quando intendo “tendenze” non intendo “cose da mangiare” specifiche – in quel caso è evidente che New York importa e non esporta – bensì abitudini e “filosofia” del cibo. Solo per fare qualche esempio: locavorismo, interesse per i pezzi meno nobili della carne, stagionalità, cucina di qualità a prezzi accessibili. Molto di questo, se non è nato a New York, vive comunque lì una fase molto brillante. Sbaglio?
Ma si, alla fine è questo ciò che ci contraddistingue : il nostro provincialismo.
Trendy. Moda. Seguire la corrente. Inventare correnti.
uesta è NY. Vada un pò a spasso per di qua, quando può; non esiste più angolo di Meat Pack, Village, Downtown, Tribeca che non sia cosparso e tappezzato di : ORGANIC.
Tutto adesso deve essere organic, tutto deve essere bio, naturale, sano, farmer. Se poi il mondo che qui vive si ingozza di porcate inspiegabili beh, questa è l altra NY, quella con i numeri grandi. Ora l Italia è cibo, più che moda e macchine. L Itlaia qui si ama, si percepisce come status, perchè oggi va cosi. Se non sei bio, sei out; se non sei orgnaic, sei out. Se non sei green , sei out. Salvo poi bruciare in benzina e derivati quantità impressionanti di energia per condizionare, scaldare e via cosi.
Certo che profitto e ristorazione van di pari passo; ma il primo qui è la base, il resto è pura poesia da raccontare agli show per procurarsi clienti. E tra un dollaro e un pezzo di carne non proprio freschissima da buttare, rammenti signora, qui il dollaro vince sempre. Sempre!
Eataly è il posto di NY oggi; ma di certo non è, nè sarà mai Identità come noi la vediamo e pensiamo.
La fila c’è; i locali, vicini a Flatiron, costano 2oo mila e spiccioli dollari al MESE di affitto; e si incassano in un giorno. Farinetti è un grandissimo, abile, capace. Batali , a cui il mondo di NY attribuisce proprietà e imprinting di Eataly, ne è un promotore media impagabile.
I milioni, sono il vero motivo (nulla di male!!!!!).
Il resto , potevano essere scarpe o saponette.
Ma illudersi di un pubblico attento ai proclami di uno chef ed alla compresione di quanto c’è dietro, questa è barzelletta, mi creda.
Hans, ho letto tutto quanto hai scritto e apprezzo – quanto capisco – il tuo sforzo di descrivere cosa è NY. Cosa, tra l’altro, ben diversa di cosa è San Francisco, per esempio, in termini di vita e rapporto con il cibo. Purtroppo però è cosa ardua, come ti sarai reso conto, spiegare il “sistema americano”. Si rischia di fare la figura dei lucidi killer affezionati al tema “busines is busines”. Premetto, io ho vissuto tra Miami e NY per un bel pezzo della mia vita, dunque quoto e straquoto tutto quello che dici. E’ così. Però devi sapere che qui da noi, il fare soldi continua ad essere attività di cui vergognarsi un poco. Dunque, con spirito ecumenico sinistroide, amiamo condire con “contenuto”, “territorio”, “identità”, “evento”, “radici”, “nonne, sfoglie, figlie, paesino, l’odore della cucina, l’odore della domenica” ecc. ecc. Ti faccio un esempio. Quando racconto che un professionista americano, finito il suo lavoro, si aspetta di essere pagato puntualmente e come concordato, senza manco un’ora di ritardo, gli amici italiani lo additano come il “solito stronzo di americano, ma che vuole, aspettasse un’attimo”. Sai bene invece a cosa mi riferisco e a quanta deontologia ci sia sotto alla storiella che ti racconto. Raccontare gli USA, o NY, è impresa ardua. Chi ascolta, spesso non ci è mai stato o si è limitato a qualche giorno, ma nonostante ciò ha una sua precisa idea di come vanno li le cose. Poi, e anche su questo so bene che parliamo la stessa lingua, vige la presunzione che vista NY e un paio di altre cities si sia capito tutto. Io invito sempre tutti a farsi un giro in Arkansas, Missouri, Iowa… paese che vai, gente che trovi! Anyway, business is business, che piaccia o meno. E dietro Eataly NY o ovunque si voglia, il “romanticismo” ha un posto ben limitato nel sistema d’offerta e nel piano industriale di attività.
Hans, scusa, ultima cosa: sto facendo una produzione a Napoli con staff tutto americano proveniente da NY e LA. Beh…non so se riuscirò a rimandarli indietro! Of course, the land of the freedom is always the land of the freedom, ma questi si sono attaccatti alla pizza di Cafasso, Ciro, Sorbillo, Coccia e non vogliono più lasciarla! C’è anche chi pensa di fare un business…surgelarle e importare negli USA. Arrieccoli sti americani, perdono il pelo ma non il vizio!!!
Fabio, ringrazio per la condivisione. Io a Eataly c’ero pure ieri (mi son riproposto quotidiana presenza fino a giovedi, chissà che non venga smentito e debba riscrive le mie idee? i miracoli qualcuhe volta…); la baraonda di sempre ( nulla di più, nulla di meno). E’ vero, la “poesia” di NY , maledetta e fighissima che sia, regge sempre: è un posto incredibile ed irripetibile, l’immaginario collettivo nel resto del mondo…fa il resto. Ma il mio primo intervento qui era, al di là di un pensiero d’istino – sono italiano, resto italiano – lo “stupore” o quel minimo ( davvero minimo) di tristezza che mi ha fatto vedere alcuni proclami di ” sbarco dei più grandi” quasi fosse il momento top dell’anno coronato di attese supplicanti e richieste di presenza. Come nel mio primo intervento dissi, in tempi non sospetti ! , Zito ha fatto al sua figura ( un pò la stazza, un pò la zucca, un pò la semplicità , e di certo la sua bravura), ma nessuna ovazione , figuriamoci per gli altri. Certo in un posto dove entrano milgiaia di persone ogni giorno ( Identita o meno fa differenza zero) , c’è sempre l’interessato, ma il cassetto di ieri, quello di domani e quello di settimana prossima saranno gli stessi.
Leggere in rete l’emozione del promotore di Identità proprio per la zucca di cui sopra e la coppietta che ringraziava beh, suona davvero molto italiano, sit com, e recita. Ma d’altro canto, è business e per qualcuno che qui ci entra con un suo marchio e di certo non gratis che altro serve?
PS: sequestri gli americani e trovi il modo di fargli assagggiare la Nutella, almeno la pizza sarà salva…..qui di pizze congelate ci sono metri quadrati già strapieni!!!!!!!
Tanto per stare in tema NY&$$$…tu che sei lì e ci stai andando quasi tutti i giorni mi diresti una cosa: quanto costa mangiare ai ristorantini, normalmente? E nei giorni di Identità?
Un po’ mi incuriosiva paragonare i prezzi con Torino (dove abito io) un po’ faceva comodo saperli per vedere se riesco a convincere a farci un salto un mio amico di cui ero curiosa di sentire un’opinione; abita da quelle parti ma a Manhattan ci passa raramente, quinta strada figuriamoci) …
Accettano i buoni?
Hai i ticket lunch validi a Manhattan?
Però insomma, tutti a parlare di Stati Uniti-tanto business e poca poesia- ma ogni volta che chiedo “quanto costa” nessuno sembra volermelo dire!
Non ne ho la più pallida, altrimenti GIURO te lo dicevo cara Gumbo
E cmq adesso sono curioso pure io: Vivitori a new york ce lo dite ho la CIA vi costringe al silenzio?
Non ci ho mangiato ( uso Eataly come supermercato, di grandissima comodità e di ottima qualità per un semestrale/decennale italiano come me). Indicativo , per i corner che ho visto e ricorso, dai 15 ai 30 dollari te la cavi…conversione in euro a carico vostro.