scusa ameri

Il caro giornalista del Giornale, l’ospedale Cardinal Massaia di Asti, e l’autogol

Caro giornalista del Giornale, ho un amico che mi sgrida sempre, dice: “perché imbestialirsi coi giornalisti del Giornale, la colpa è di chi li paga per scrivere solo in una direzione” (si poterebbe dire lo stesso di Repubblica ma qui si parla proprio del Giornale). Sennonché, ieri, dopo aver letto il tuo articolo sull’ospedale Cardinal Massaia di Asti, paragonato al migliore dei ristoranti, ho detto all’amico “sai che non mi sono imbestialito”.

Però ecco, siccome l’italiano è anche la tua lingua, credo si tratti di un errore. Almeno se volevi parlar male di, per usare parole tue: “cibi biologici, alimenti a chilometri zero, piatti del territorio, prodotti naturali: insomma tutto quel minestrone radical chic che fa dell’ideologia Slow Food – più che altro – un grande business”.

E’ vero o non è vero, caro giornalista del Giornale, che nel tuo articolo hai scritto:

1) Che il Cardinal Massaia offre un servizio da 1600 «coperti» al giorno, aperto 365 giorni all’anno, con i pazienti che non pagano un euro e in più fanno quotidianamente i complimenti al cuoco.

2) Che può vantare un primato da leccarsi i baffi: la bio-dispensa più luculliana del mondo sanitario. Insomma, roba da resuscitare i morti (pure le battute, eddai!).

3) Che dopo l’accordo tra Asl e Slow Food per far arrivare carni sceltissime, verdure e latte biologici, pasta trafilata al bronzo, tutto spendendo un solo euro in più rispetto ai costi medi degli altri ospedali italiani, i pazienti stanno meglio, si ricoverano per periodi più brevi e di conseguenza, costano meno.

4) Che il modello ora viene studiato da tantissime aziende ospedaliere nazionali e straniere convinte che puntare sui piatti tipici del territorio comporti un miglioramento nella cura del paziente e un risparmio sui costi di degenza.

Ora, caro giornalista del Giornale, son sicuro che non volevi, ma ci tenevo a dirti che l’articolo ha alzato di una tacca la mia stima per la Asl di Asti e per Slow Food, e un po’ anche per il “minestrone radical chic di cibi biologici e alimenti a chilometri zero”, come li chiami tu. 

Anzi sai che faccio? Vado a Asti , rompo un dito e mi ricovero al Cardinal Massaia, mi hai messo voglia di pasta trafilata al bronzo. A meno che non voglia farlo tu.

[Fonti: Il Giornale, immagine: Asl Asti]

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7 commenti a Il caro giornalista del Giornale, l’ospedale Cardinal Massaia di Asti, e l’autogol

  1. Gli scherani che scrivono su quel foglio sono obbligati ad usare “radical chic” almeno una volta al giorno, altrimenti li sistemano col metodo boffo.
    Purtroppo una risposta argomentata come la tua è inutile.
    Basterebbe un semplice vaffa

  2. Oddio. Considerando che in ospedale ci mangio (male, anzi, spesso e volentieri digiuno) da una vita, l’idea di una mensa curata a questi livelli non può che rallegrare. Chi ha qualche anno di più rimpiange ancora le mense di reparto amorevolmente gestite da cuochi e suore che sono state spazzate via dalle norme “igieniche” che oggi impongono quasi ovunque precotti implasticati ore prima e riscaldati (se va bene) in un microonde, cucinati da “cooperative” che al confronto farebbero assegnare le tre siringhe (opps .. stelle ..) alla ristorazione delle FFSS.
    Quello che va però tenuto presente è il concetto di “mission” di un’organizzazione. E’ verissimo che un buon pasto migliora l’umore e accellera la dimissione, ma resta il retrogusto amaro, in un momento in cui si tagliano posti letto e dotazioni, non si rinnovano i contratti ai precari, mancano farmaci e presidi e via risparmiando, il “richiamo” di un ospedale diventi non la qualità dei suoi chirurghi o l’efficienza di laboratori e servizi, ma la ristorazione. Ma costa “poco di più”. Può essere (se contiamo i costi per “boccone”) ma nelle dinamiche da azienda ospedaliera dietro un’operazione del genere c’è tutto un lavorio di commissioni, di consulenti, di tecnici, di incontri tra unità operative, di riunioni e controriunioni, di valutazioni con i sindacati che ha tenuto tutti impegnati per mesi e mesi “l’intellighentsia” aziendale. Perchè poi sono operazioni di immagine, che meritano le prime pagine (infatti ne stiamo discutendo anche qui) e fanno “fino”.
    Anni fa un mio amico direttore sanitario di grande ospedale romano mi annunciò trionfante un significativo passo in avanti nella sua gestione. Uns nuovissima TC o risonanza magnetica ? L’arrivo di un luminare nell’organico dei primari ? L’ottimizzazione del laboratorio analisi ? No. L’apertura dell’edicola interna. Dopo grandi “sforzi e sacrifici”. “Ma sai che vuol dire rimanere ricoverato per tanti giorni e non potersi comprare neanche il giornale” Si offese alquanto quando gli risposi “Non sarebbe meglio concentrarsi ad ottimizzare i servizi in modo che uno il giornale se lo compra dopo una celere dimissione nell’edicola sottocasa ??”
    Quelli de Il Giornale ironizzano per “partito preso” ma forse, specie di questi tempi, le cronache sanitarie dovrebbero occuparsi di altri tipi di “miglioramenti” dell’assistenza ospedaliera. Ben venga un buon pasto, ma da un ospedale mi aspetto soprattutto che durante una trasfusione non confondano le sacche di sangue.

  3. quello che non mi torna è l’assioma; si mangia benissimo, per cui le degenze durano di meno.

    ma se si mangia così bene, chissà in quanti farebbero carte false per restarci di più….. ma

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