di | lun 09 ago 2010 ore 13:55
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manie

Perchè le superstizioni legate al cibo sono uno sport nazionale, vedi l’orata al cimitero

Un piatto di orate alla catalana (cucinate con pomodorini e cipolle) accanto a una tomba nel cimitero di Cividale, in provincia di Udine, e sparsi intorno 14 centesimi. Chi ha fatto la scoperta giovedì scorso alle 7 del mattino, ha detto che le orate ancora profumavano. Subito è saltata su una signora sentenziando che si trattava di un omaggio al morto, “non c’è nulla di strano, anch’io quando cucino penso che il tal piatto piaceva a mio marito”. Altri hanno scomodato riti antichi o aperto scenari inquietanti, il denaro, sterco del demonio, è sempre negativo.

Per fortuna non siam gente snobbina che sta sempre sulle sue. Possiamo raccontarci a quali superstizioni legate al cibo — una mania degli italiani — finiamo magari involontariamente per credere.

Alzi la mano chi non ha mai mangiato lenticchie e zampone il 31 dicembre, pensando come minimo che porta bene, e se la ricchezza non arriva ci si riprova l’anno dopo. Oppure 12 chicchi d’uva (nera per i marchigiani bianca per i valdostani).

Poi, un tot di noi sta dannatamente attento a non rovesciare il sale, a non versare il vino con la mano sinistra, a non mangiare mele il giorno di Natale (per via del pomo della discordia), a non capovolgere il pane, a non mangiare la testa dell’oca perché farebbe diventare pazzi.

Il 2 novembre prepariamo una varietà imbarazzante di fave dei morti, dove, secondo la credenza, sarebbero racchiuse le lacrime dei defunti. Dalle “pitte collure” di Catanzaro (che sono delle focacce cotte al forno), agli “ossi da morti” (fave fatte con la pastafrolla), dai “pupi di zucchero” siciliani agli “stinchetti dei morti” dell’Umbria.

A Sassari l’ultimo dell’anno, il capofamiglia spezza pani fatti per l’occasione sulla testa del primogenito in segno benaugurale. Condizione non negoziabile delle zuppe toscane è che non manchi il farro, legume che gli antichi romani usavamo per il libidum, focaccia usata nei riti propiziatori. Di che genere è facile intuirlo.

Allora, dite, osate, condividiamole questa superstizioni, che l’incapacità di convivere con le proprie e altrui credenze mi è sembre sembrata un sintomo di alienazione. E se per caso sapete cosa diavolo significa un piatto di orate alla catalana accanto a una tomba, con sparsi intorno 14 centesimi, fatevi vivi lo stesso.

[Fonte e immagine: La Gazzetta di Mantova, grazie al lettore Lorenzo per la segnalazione]

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6 commenti a Perchè le superstizioni legate al cibo sono uno sport nazionale, vedi l’orata al cimitero

  1. sono tutte usanze che, dall’età della ragione in poi, ho sempre considerato niente più che innocue ed inutili superstizioni. anzi, sull’”innocue” ho anche qualche dubbio, perché per me in alcuni casi sono sintomo di forte credulità che può portare ai problemi che ben sappiamo.
    in ogni caso, per rispetto dei miei familiari più anziani ed in loro presenza, non metto mai il pane capovolto in tavola altrimenti non si fa mai notte, non mangio mai la torta di pasqua prima di domenica perché c’è dentro la biscia, e non butto nella spazzatura i gusci d’uovo benedetti perché è peccato: vanno bruciati.
    e vogliamo parlare dello stare a tavola in 13? mia zia sarebbe capace di mangiare nella ciotola del cane pur di non sedersi se siamo in 13, o 17, ché portano sfiga entrambi a quanto pare. io non manco mai di farle notare che “”"probabilmente”"” non esiste uno spiritello dispettoso che si diverte a far morire il più giovane o il più vecchio di una tavolata da 13 a 17, ma lei non sente ragioni.
    comunque, fatto alla catalana è più buono l’astice ;-)

  2. avatar nicola a.

    Fa caldo ehhh ???

  3. Guagliù, ma fa caldo veramente eh?
    Ho la sensazione che anni di ricerca antropologica intorno al rapporto cibo-cultura possano vanificarsi se si parla ancora di superstizione.
    Forse sarà meglio riparlarne veramente più in là. Neuroni & affini funzionano meglio con il fresco. :-)

  4. avatar niente di sacro tranne il cibo

    beh, visto che nessuno si sbilancia
    sui perché le superstizioni legate al cibo siano uno sport nazionale, posso citare Carlo Ginzburg? Vía che cito: in passato si potevano accusare gli storici di voler conoscere soltanto le gesta dei re, oggi certo non è più così. Sempre più essi volgono verso ciò che i loro predecessori hanno taciuto, scartato o semplicemente ignorato: «chi costruì Tebe dalle sette porte?» chiedeva già il lettore operaio di Brecht. Le fonti non dicono niente di quegli anonimi muratori, ma la domanda conserva tutto il suo peso: la cultura popolare esiste al di fuori del gesto che la sopprime, il cimitero di Cividale è quello in provincia di Mantova e non di Udine ma è il lapsus perfetto cui agganciare…

    [img]http://smileys.sur-la-toile.com/repository/Divers/roi-couronne-sceptre.gif[/img]
    Manuel De Falla, canzoni popolari

    si chiamava Domenico Scandella, detto Menocchio
    era nato nel 1532 a Montereale del Friuli, piccolo paese di collina a venticinque chilometri da Pordenone. Era sposato e aveva sette figli, altri quattro erano morti. La sua attività era «di monaro, marangon, segar, far muro et altre cose», ma principalmente faceva il mugnaio. Portava anche l’abito tradizionale dei mugnai: veste mantello e berretto di lana bianca, e così vestito si presentò al processo. Il 28 settembre 1583 Menocchio fu infatti denunciato al Sant’Uffizio. L’accusa era di aver pronunciato parole “ereticali et empissime”, e non si era trattato di una bestemmia occasionale: aveva addirittura cercato di diffondere le sue opinioni argomentandole, “praedicare et dogmatizare”, e ciò aggravava la sua posizione. Le cose della fede sono alte e difficili, fuori dalla portata dei mugnai: per discuterne ci vuole dottrina, e i depositari della dottrina sono anzitutto i chierici.

    [img]http://meatofthematter.files.wordpress.com/2009/03/menocchio.jpg[/img]
    la messa al rogo di Menocchio, ca 1599

    cosa diceva insomma Menocchio?
    «io ho detto che quando tutto era un caos, cioè terra aere et foco insieme, quel volume fece una massa come aponto fa il formazo nel latte, et in quel deventorno vermi et quelli furno gli angeli. [...] Io credo che Dio, de quel caos che ho detto habbia levata la più perfetta luce a guisa che [come] si fa del formaggio, che si cava il più perfetto. [...] Iddio non cognobbe tutti quelli che havevano da nassere [non conosceva tutti quelli che devono nascere]: esempio di quelli che hano li armenti, sano che di quelli han da nasser delli altri, ma non san tutti quelli che han da nassere. [...] Cosa maginate sia, Dio? Iddio è un può de fiato [...] e la maestà de Dio ha dato il Spirito santo a tutti. A christiani, a heretici, a turchi, a giudei. Et li ha tutti cari, et tutti si salvano a uno modo [tutti si salvano secondo la propria credenza, pdf]. Io ho detto che quella hostia è un pezo de pasta, et [così] adorar l’hostia fa li homini come le bestie. Ma il Spirito santo vien dal cielo in essa. [...] Credo che le leggi della Chiesa siano mercantie, et si viva sopra di queste: li preti comenzano a magnar le anime avanti che si nasce, et le magnano continuamente sino doppo morte».

    Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi

  5. avatar Niccolò D

    piccolo puntiglio: si chiama “libum” la focaccia di farro e ricotta che facevano i romani. Una curiosità è che nel medioevo era in uso quella di mettere delle “offe”, offelle, sulla tomba di un defunto. Corso Donati si dice la scampasse sempre perchè metteva un’offa sulla tomba degli avversari che assassinava, e a un certo punto iniziarono a fare la guardia alle tombe per evitare che ci mettesse queste maledette offe (sempre focaccine). Lo racconta il Davidsohn

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