
Leonardo: Allora fatemi capire: qui c'è
razmataz: oddio cristina, mi hai fatto p
Ennio Garbin: Se spediscono si puo anche far
Von Clausewitz: Se qualcuno mi spiega 'sto nuo
guardaunporcino: basta che sia buona! poi tutto
Come si cambia/ per non morire canta Fiorella Mannoia. Potrebbe essere la soundtrack di questi tempi che riscrivono la mitologia dell’informazione. La notizia è che anche il Seattle Post ferma le rotative dopo 146 anni, affidandosi alla Rete. O per restare al wi-fu (wine&food), che la Gambero Rosso Holding si prende una denuncia per comportamento antisindacale e metà della redazione rischia il posto. Il Seattle P-I non è un giornale qualunque: sulla figura del tycoon che lo fece grande, Randolph Hearst, uno che non le mandava a dire come Orson Welles costruì la saga di Quarto Potere. E Seattle è ben di più che quella città piovosa che abbiamo tutti in mente – almeno noi giovani di una volta – nell’epopea del grunge con i ragazzi con i gins al ginocchio e le ragazze con le camice a quadri. Nememno il Gambero Rosso è un giornale qualunque, e la sua storia, come scritto altrove, nient’affatto banale. Ma come abbiamo detto, la transizione è epocale e la contrazione della raccolta pubblicitaria fa paura. Come testimonia Carlo Malinconico, presidente della FIEG, facendo onore al suo nome (o cognome).
[La Prima, Papero Giallo]
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E pensare che si chiama Gambero Rosso non Scorfano Nero e soprattutto non dimentichiamo che la testata nasce da Il Manifesto che, per i più piccoli che non ricordano, era il quotidiano paladino delle lotte sindacali negli anni di piombo.
Sbaglio o la credibilità/popolarità del Gambero Rosso si è appannata negli ultimi mesi, per usare un eufemismo
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