Il Buonappetito – Il produttore nel menu del ristorante è pubblicità occulta?

Lo so che il web è il luogo dei pareri tagliati con la motosega, eppure oggi nel Buonappetito mi permetto di essere indeciso.

La questione è: non so se mi piacciono i menu in cui è citato il marchio del produttore d’un ingrediente.

Il caso classico sono gli spaghetti: difficile, oggi, in un ristorante gastronomico non venire edotti sul brand. “Spaghetti De Ciccio con il…”, “Paccheri Frangipane al sugo…”.

Ora. Io capisco che un cuoco usi un prodotto buono e lo dica.

Ma francamente non ne sento il bisogno: sono in un buon ristorante, mi fido dello chef, senza che stia a raccontarmi quale olio, sale, acqua, farina, aceto utilizzi.

“Confido in te – mi verrebbe da dirgli – sono certo che metterai nei tuoi piatti le cose che ritieni più opportune.”

Quando compro una Ferrari –mi capita spesso– mica mi raccontano in quale fonderia fanno l’acciaio.

Il nodo vero della questione, però, che a questi nomi quasi sempre corrispondono sponsorizzazioni. Cioè, il cuoco ha una consulenza con l’Olio Pernacchio e dunque in carta scrive che usa l’Olio Pernacchio.

Non dico che sia pubblicità occulta, però un po’ ci somiglia (non è forse product placement?).

Come Chiara Ferragni che posta “che meraviglia le mie nuove scarpe Succi” perché le scarpe Succi la pagano per dirlo.

La differenza tra la pasta e un post, però, è che per il pubblico il secondo è gratis, la prima lo pago.

Mi devo comprare pure la pubblicità?

Non so. Non sono convinto. Qualcuno mi aiuti.

Luca Iaccarino

8 settembre 2017

commenti (16)

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  1. … ecco la mia esperienza…
    Ho passato anni a scrivere le provenienze delle materie prime sul nostro menù: fanno figo e catturano l’attenzione.
    Un giorno, poi, ho pensato che un cliente/ospite che viene a mangiare da noi debba dare per scontato che utilizzeremo il meglio a disposizione per rendere la Sua esperienza ottima.
    Non ho mai più scritto nulla se non a fronte, appunto, di collaborazioni commerciali che comunque ci permettessero di tenere alta, molto alta la qualità.
    Fa parte del concetto di professionalità cucinare cibi realmente buoni; non si mangiano le etichette o i marchi 😉
    È chiaro, però, che se ci viene chiesta la provenienza di un ingrediente la risposta dovrà essere chiara,esaustiva e motivata.

  2. Caro Luca,

    penso qui sia un po diverso….

    Capisco e condivido il problema della Ferrari, ma un mio amico, non io, una volta ha letto che vendevano una AXfa 33, con volante MXmo e freni BXembo.

    Secondo me dipende dal livello del ristorante. Probabilmente alla PXrgola non hanno Bisogno di mettere PXrmigiano DOP sul menu, ma un altro ristorante di categoria diversa penserà il contrario…

    Poi per le scarpe Succi… beh li e’ una marchetta pura… ma pensa te se devo farmi dire da un “influencer” che devo comprare… ma credo che qualcuno privo di iniziativa ( o un c…o) da fare ci sia sempre.

  3. a me personalmente piace sapere cosa usa un determinato cuoco, ma solo se non si scade nel ridicolo di certa ostentazione

    il fatto che poi dietro ci possa essere una sponsorizzazione è evidente, ma non mi da affatto fastidio. alla fine un ristorante è una azienda che deve campare e se una parte dei guadagni arriva da queste promozioni e non dal mio conto, perché no?

    PS. mi è capitato spesso di leggere i fornitori riportati ad esempio in ultima pagina di ristoranti che mi piacciono molto e poi andare a cercare i loro prodotti o visitare i loro punti vendita. è una cosa molto utile; ad esempio ho scoperto i prodotti eccezionali della luiset proprio grazie ad una di queste pubblicità

    P.P.S. io vieterei per legge non la pubblicità occulta, ma che uno stato debba anche solo occuparsi di cose come la pubblicità occulta. mi spiego: siamo in un mondo che è basato sulla pubblicità, per cui ogni volta che un marchio appare o viene citato, è perché paga per farlo
    non mi serve il simbolino o il disclaimer per capire che quando in un film vedo un marchio, anzi mi stupirei di quel povero ingenuo del regista se ha scelto un brand, lo ha pubblicizzato e non si è fatto pagare

    1. C’è una differenza fra il product placement in un prodotto commerciale come un film e la pubblicità occulta, come quella degli influencer, di certa stampa e degli chef. Se vado in un ristorante, soprattutto di alto livello, mi aspetto che le materie prime siano scelte sulla base della qualità e degli abbinamenti, non per fare marchette e avere “tagli sartoriali” di un formaggio che – per fare l’esempio del Grana Padano – è nettamente inferiore al Parmigiano Reggiano.

      Il volerlo specificare sul menu è sintomo di uno chef che dà più valore agli sponsor (che non dovrebbero esistere, al ristorante, per come la vedo io) che al cliente.

  4. Co-branding.
    Esiste da mo’, senza alcun nascondimento, non per nulla è stampato in bella vista, senza alcuno scandalo. O meglio: omnia munda mundi (cit.)

  5. Buongiorno a tutti,
    personalmente mi farebbe piacere conoscere la provenienza del prodotto per costruirmi un’idea, ovviamente se gli ingredienti vengono presentati con pari importanza.. se viene usata la pasta x e y non è che debba essere presentata in menù la pasta x a discapito di y… o peggio ancora se viene illustrata sul menù la pasta x e usata la pasta y .. è un qualcosa in più che va al di là del piatto e che non deve predominare in modo invasivo,inopportuno. in ogni caso se richiesto il ristoratore o chi per lui dovrebbe avere idea dei prodotti usati per dare un corretta informazione al suo cliente.. penso sia sintomo di una cura verso l’utente finale

  6. Per me è un articolo buttato lì senza senso…
    Tu compreresti una bottiglia di “Amarone” a 50 euro senza sapere la cantina a cui appartiene?

    Per me sottolineare anche la “marca” (dove è necessario) anche del cibo porterebbe solo giovamenti.

  7. Piu’ che pubblicità parlerei di chiara e corretta informazione a titela della qualita’.

    Per la pasta, ad esempio, sapere se si tratta di Verrigni, Masciarelli, Cavalieri , Cocco, Di Nola, Latini e via dicendo, si tratta di una buona notizia: sappiamo subito che quel ristorante non ci darà pasta da 50 centesimi al chilo !

  8. Penso sia un’ostentazione poco utile er il cliente.
    Come i marchi applicati sui capi di vestiario, utili solo a dire: guarda quanto sono figo (e quanti soldi ho, e come seguo bene la corrente).
    Invece di valutare: è bello, è buono, è ben fatto.
    Ah, dimenticavo: serve anche a tentare di giustificare certi prezzi.

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