di | mer 22 feb 2012 ore 13:59
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incertezza

Che bio ce la mandi buona

Sono antipatici quelli che si sentono superiori perché mangiano frutta e verdura a chilometro zero. Che assillano il prossimo con la loro moralità da soci del gruppo d’acquisto e sprecano buona parte della spesa, non avendo tempo per cucinarla. Sono antipatici quelli che dal menu di un ritorante aggrediscono i clienti con messaggi che neanche la resistenza partigiana (vedi a lato). Che rompono l’anima con l’orto in terrazzo ma sono ambientalisti champagne, benestanti per i quali vini e cibo bio sono solo un vistoso stile di vita.

Eppure, anche noi, un po’ sognatori un po’ spilorci (mangiare etico costa) rivendichiamo il boom del bio in Italia (+13% nel 2011). Anche noi, dalla spesa alla scelta dell’agriturismo, dal ristorante alla mensa scolastica dei nostri figli, vogliamo fare di più, vogliamo migliorare l’impatto ambientale del nostro quotidiano.

Il punto è che ci disturba l’incertezza. Ci secca non avere ancora capito se mangiando o bevendo bio facciamo la cosa giusta. Se bio è davvero meglio.

E per capire, dobbiamo partecipare alla guerra di opinioni, ricerche, cifre. Ogni giorno un nuovo studio smentisce il precedente. C’è sempre qualcuno pronto a instillare dubbi.

Per esempio:

1. Non è vero che il cibo bio è più ricco di nutrienti, come vitamina C, antiossidanti e minerali. Il contenuto di antiossidanti e micronutrienti nell’ortofrutta dipende da numerosi fattori: varietà, freschezza, latitudine, condizioni climatiche; elementi che influiscono più del metodo di coltivazione.

2. Non è vero che biologico è sinonimo di sostenibile. Con il boom degli ultimi anni bio non necessariamente implica locale (cioè prodotto nel raggio di pochi chilometri), stagionale e, per l’appunto, sostenibile. I pomodori Messico sono coltivati sfruttando la manodopera locale, con metodi d’irrigazione intensiva e devono percorrere migliaia di chilometri a bordo di aerei o camion per giungere a destinazione.

3. Non è vero che che i metodi naturali siano buoni a prescindere. Alcuni pesticidi organici si sono rivelati tossici per la salute e sono stati messi al bando in Europa. Il rame presenta problemi perché si accumula nel terreno, le piretrine uccidono anche le api, oltre agli insetti infestanti.

4. Pesticidi e fertilizzanti utilizzati nell’agricoltura convenzionale non sono tossici. Negli alimenti è stabilito un limite massimo, precauzionale, e inferiore al livello tossicologico accettabile. Basta sciacquare la frutta e la verdura per eliminare anche quel poco di residuo chimico rimasto sulla superficie.

Ecco, cosa vi dicevo? Dobbiamo davvero trovare il modo di capirci qualcosa. E nel frattempo, che bio ce la mandi buona.

[Crediti | Link: Agi, Oggi Scienza. Grazie per la segnalazione a Dario Bressanini]

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57 commenti a Che bio ce la mandi buona

  1. Comunque io, come Antonio (la prima volta che lo dissi su Kelablu lui mi applaudì), preferisco la frutta di coltura ravvicinata perché più fresca e quindi più buona a pari qualità di partenza.
    Lo so, lo dico sempre, ma non vado famoso per essere originale.

  2. avatar franco

    Un bellissimo post, Antonio.
    Per il momento vado in meditazione postprandiale.
    Ci risentiamo più tardi,anche perchè prevedo una discussione molto vivace
    ed aspetto un pò

  3. Ottime argomentazioni! Anch’io sono molto scettico sull’argomento Bio,
    che secondo me bisogna separare dall’argomento Km0. Sono due cose diverse e non necessariamente correlate.
    Parlando con un allevatore, dovendogli sviluppare il sito, egli mi ha raccontato come la coltivazione a marchio Bio del suo vicino avesse poco del naturale, dato che l’insalata cresceva “miracolosamente” in pochi mesi.
    Tutta invidia? Io non credo.
    Ritengo tuttavia che il marchio Bio possa essere una buona idea se l’ente certificatore adotterà metodi di selezione più stringenti.
    Il suddetto allevatore, infatti, ha rinunciato al marchio Bio per aggregarsi ad un ente certificatore locale, con parametri più stringenti: selezione dei cereali per l’alimentazione dei capi, analisi semestrali delle carni, tracciamento totale, etc.
    Certo, la parola “Bio” fa tutto un altro effetto sul consumatore.
    Per chi volesse saperlo l’allevatore è questo: http://www.labuonacarne.it , consegna carne a domicilio in tutta la Lombardia.

  4. Preso paro paro da Bressanini, citato nei credits.
    Articoli un po’ più originali?

  5. avatar Rik

    premetto che sono solo un consumatore e quindi parlo per quello che so.
    L’argomento Bio è complesso e non si riduce al solo aspetto/sapore del frutto o ortaggio. Io preferisco mangiare prima di tutto a Km zero, poi stagionale e se è pure bio tanto meglio. Questo dovrebbe essere secondo me il giusto mix per una spesa sana e consapevole. Inutile mangiarsi una pera bio che arriva dal Perù, colta acerba e maturata con i gas.
    Inoltre col bio si rispetta non solo il frutto in se ma anche il terreno sul quale viene coltivato. Terreno bio è ricco di humus e si può vedere che è vivo mentre un normale terreno agricolo, se non concimato pesantemente, è pressochè sterile…
    Io se posso mangio bio.

    • avatar max

      questa questione, è un po’ come la “spigola di mare o quella di allevamento”"..
      chi sa distinguere un carciofo bio da uno “normale”???
      eppoi le coltivazioni biologiche devono rispondere ad una serie di parametri che nemmeno ve li sognate….1kg di mele costerebbe 10 EURO!!
      credo che BiSOGNEREBBE semplicemente consumare cibi stagionali..e prodotti del territorio senza pretendere di mangiare per forza ZUCCHINE a dicembre per poi lamentasi del loro costo esorbitante…per il resto.olio buono,pasta di qualità…MANGIARE IL GIUSTO E DI GUSTO..un saluto

      • avatar Antonio Scuteri

        Io non sarei mai in grado di distinguere un carciofo bio da uno “normale”

        Onestamente però ho la presunzione di ritenere di essere in grado di distinguere una spigola pescata da una di allevamento

        • avatar gianluca

          uhm. sei sicuro? “di allevamento” ma di quale? ci sono differenze abissali tra allevamento e allevamento…

          • Per le dimensioni del pesce, tanto per cominciare.

          • avatar gianluca

            non dal pescivendolo, intendo già cotto e “porzionato” nel piatto
            dal pescivendolo è più facile, anche se non scontato come sembrerebbe, ci sono pezzature grandi anche da allevamento, meno diffuse ma ci sono……anche se ovviamente una spigola di 7 kili allevata non esiste, ma da 1kg si. e da 1 kg pescate ce ne sono…

          • avatar Antonio Scuteri

            Sì, sono sicuro. Ovviamente sei liberissimo di non crederci, visto che non c’è la controprova :-)

          • avatar gianluca

            il discorso non è crederci o no.
            più che altro mi interessava capire in base a cosa ma soprattutto cosa sarebbe la “spigola da allevamento”, perchè posta così sembrerebbe una caratteristica comune di tutte le spigole allevate.
            in realtà una spigola allevata in grecia o turchia paragonata a una di orbetello sono due sapori, due colori e due consistenze molto diverse.
            posso credere che tu sia in grado di riconoscere una buona spigola da una spigola mediocre, quello si. oppure una spigola allevata in grecia, il cui sapore ricorda addirittura il pollo.
            ma su una spigola allevata in mare in sardegna, golfo degli aranci per esempio, che costa mediamente il triplo di una greca, paragonata a una pescata chissà dove, non so se sia così facilmente distinguibile come credi. forse forse se la cuoci al vapore e non la condisci del tutto, ma anche in quel caso non ci scommetterei molto. anzi per assurdo è più facile che quella allevata ti risulti più buona in quanto mediamente arriva sul mercato più fresca.

          • avatar max

            SIAMO UN POPOLO DI IDIOTI….
            io vendo calamari dell’argentario a non meno di 35 euro…soiole di anzio a non meno di 40 euro..spigole ed orate di mare anzio o santo stefano a non meno di 35 euro…pero c’e chi vende calamari a 9.90 soiole a 219,90..spigole a 19,90….io so un ladro e l’altri so bravi…bene
            continuiamo a essere contenti e cojo…ati…
            LE SPIGOLE DI ALLEVAMENTO ESISTONO PERCHE LA GENTE VUOLE QUEL PRODOTTO E LO VUOLE PAGARE POCO…
            LE SPIGOLE DI MARE..SONO SEMPRE PIU RARE PER VIA DI UNA POLITICA
            DISGRAZZIATA E MENEFREGHISTA….
            ma d’altronde chi campa con mille euro al mese che se deve magna????

          • avatar Antonio Scuteri

            Capisco quello che vuoi dire, e di fondo concordo. Per esempio in alcuni settori merceologici ci sono prodotti industriali di qualità paragonabile a quella artigianale, e riuscire a percepire differenze a volte è impossibile. Un esempio per me è la pasta Garofolo

            Allo stesso modo ci sono pesci non pescati di enorme qualità, e la differenza può essere impercettibile, o non esservi proprio. Diciamo però che la differenza tra un prodotto medio o medio basso e uno di qualità è assolutamente percettibile. E trovo sbagliato negarlo in nome della “democrazia dei palati”, in base alla quale nessuno sarebbe in grado di distinguere i sapori. Troppe volte ho sentito dire (faccio un esempio) “Vorrei vedere se ti metto un Tavernello in una bottiglia di Montrachet se sei in grado di avvertire la differenza”. Al che mi viene da rispondere: “Il fatto che tu abbia un palato d’amianto non vuol dire che ce l’abbiano tutti” :-D

            Però, ripeto, nella sostanza sono in linea con quello che dici tu. Anche se, ti assicuro, ci sono persone con palati ben più educati del mio che sono in grado di percepire differenze infinitesimali, sia sul cibo che sul vino. Un po’ come succede ad alcuni per l’hi fi

          • avatar Antonio Scuteri

            La risposta ovviamente era per Gianluca

          • avatar gianluca

            Antonio allora siamo perfettamente d’accordo ;-)
            è proprio questo che volevo dire, il focus è la qualità.
            volevo sfatare il mito per cui il pesce allevato è a priori scadente.
            un pesce allevato in un allevamento scadente è scadente, quello si.
            come per le galline, ci sono allevamenti e allevamenti. in fin dei conti anche le uova di parisi sono di allevamento :-)

      • Infatti credo che il punto sia proprio qui, non conosciamo più il cibo, da dove viene e come si origina.
        Personalmente credo che bio sia in massima parte marketing per diversificare i consumi.
        Ad esempio si vedono in vendita olii di girasole bio, ma se l’olio si estrae chimicamente cosa significa bio?

        A chi aquisterà “eggy”, l’uovo spray, quanto capirà di cosa si nutre e come fa una gallina a fare una bomboletta di sei uova?

        • avatar salvag

          Ecco l’olio di girasole proprio no: è estratto meccanicamente.

        • avatar anna

          Voglio solo rispondere a chi ha dubbi sul l’olio di girasole.
          Se è biologico significa che non è estratto con solventi chimici , bensì i semi sono spremuti a freddo ( per capire meglio, sono estratti nello stesso modo dell’olio extravergine cioè a spremitura). Ciò determina una qualità molto più elevata ma una resa un po’ più bassa, per questo il costo risulta maggiore. Ma risparmiare su una bottiglia d’olio che dura parecchio e fa bene ( è ricco di ac. linolenico)non è saggio.
          Anna (Agronoma)

      • avatar Rik

        Intanto ci sono organi preposti a certificare e controllare che le aziende bio siano in regola. Sulla merce bio sono ben esposti simboli e certificazioni. Non spetta al consumatore l’obbliogo di controllo. Comunque di solito la frutta bio la riconosci abbastanza bene; frutti più piccoli, bruttacchioli e con qualche macchiolatura.
        Infatti è quello che faccio io.. prima km0, poi stagionale ed infine bio, se possibile.

  6. avatar Alessandro

    Racconto un simpatico anedotto riguardante gli acquirenti di prodotti biologici.
    Qualche settimana fa sono andato nel negozio di una nota catena di supermercati biologici. Alla cassa trovo una signora che a suo dire si ciba soltanto di prodotti biologici, perché ci tiene alla salute e all’ambiente.
    Uscendo dal supemercato, vedo che la signora sta caricando la sua spesa sulla macchina. E di quale macchina si tratta? Ma di un’audi familiare kilometrica (quel modello non è neppure disponibile come ibrido).

    • avatar mimma

      e questo cosa c’entra con l’argomento?
      si sta parlando della veridicità o meno della -supposta- salubrità del coltivato”bio”.
      Perchèogni volta che si parla di scelte biologiche si scade sempre o nel benealtrismo o negli insulti?

      • avatar Alessandro

        Sono perfettamente in topic, perlomeno con il primo paragrafo dell’articolo.

        “Sono antipatici quelli che si sentono superiori perché mangiano frutta e verdura a chilometro zero. ”

        Il mio post era comunque un ironico diversivo, non mi sembra di aver dato via a un flame.

    • avatar Stefano

      Se tutti quelli che dichiarano di mangiare bio, di stagione, a km 0 eccetera dovessero viaggiare in auto elettriche, o almeno ibride, forse avremmo risolto il problema della crisi dell’auto, perchè le fabbriche dovrebbero lavorare a pieno ritmo. Ma non sono sicuro che avremmo risolto anche il problema energetico e dell’inquinamento. Ricordate che allo stato attuale della tecnologia le auto elettriche non fanno altro che spostare il problema. Si inquina meno in città ma molto di più dove ci sono le centrali.
      E non mi raccontate la solita storiella del fotovoltaico e dell’eolico, perchè per funzionare dovremmo coprire mezza Italia (a sud) di pannelli e l’altra mezza (a nord) di enormi eliche.
      Ditemelo che vado a prenotare i biglietti per la Nuova Zelanda

      • avatar mimma

        ripeto: anche questo cosa c’entra?

        • avatar MAurizio

          C’entra. Perchè se leggi il (poco leggibile) manifesto che apre quest’articolo, ammanta il cliente BIO di un’aureola di santità ecocompatibile.
          Ma non è che la santità si esaurisce in dispensa. Se fai 30 km in auto per acquistare un prodotto bio o te lo fai spedire a casa acquistandolo via ipad costruito dagli “schiavi” cinesi forse sei più coerente se fai la spesa in GS e compri i pomodori provenienti dal Marocco …

          • avatar mimma

            Credevo che il focus fosse su: il cibo Bio è veramente meglio? e non quanto siano simpatici o coerenti alcuni dei soggetti che acquistano bio.
            Dove si vede che è sempre dificile scindere l’emotività dall’analisi…

          • avatar MAurizio

            Se leggi il “manifesto” mal ritratto nella foto, ti spieghi i commenti conseguenti.
            O era lì come decorazione ?

      • avatar tom

        spostano il problema, ma come sai l’efficienza di una centrale è molto superiore a quella di un motore a scoppio, quindi anche se in pratica continui a bruciare qualcosa, in pratica ottieni più energia con la stessa quantità, quindi non sono una cattiva idea, tra l’altro quell’energia elettrica potrebbe anche essere rinnovabile. ciao

  7. avatar anastasia

    Mangio bio dal 1995, quando un amico avvocato di un’importante gruppo alimentare italiano, mi disse che aveva una gatta da pelare per via di certa frutta e verdure che “ritoccavano e gasavano abitualmente” per la grande distribuzione. Vivendo a Milano e lavorando 10-11 ore al giorno, con poco tempo per cercare l’ortolano di fiducia, iniziai a comprare biologico. Ora vivo negli US e credo che qui il biologico sia essenziale se per te mangiare non significa solo nutrirsi (lascio stare qui gli aspetti nutritivi, etici e sociologici), molto di piu’ che in Italia dove se ci si organizza (specialmente in certe regioni) si possono trovare dei buoni prodotti, di stagione e non biologici. Qui, fuori dalle grandi citta’, trovare frutta e verdura e’ molto difficile,pensate che la FDA vuole inserire la pizza nella categoria verdure per via del pomodoro! Nei grandi centri invece la verdura c’e', ma la qualita’ e’ veramente pessima. Fragole grandi come arance, pomodori rossissimi e perfettamente sferici, insalate anemiche, carne acquosissima e polli grandi come tacchini. Tutto non sa di nulla. Cosi’ per anni sono andata da Whole Foods, spendendo una fortuna. Da circa un anno sono socia di un “organic buying club” e sono veramente contenta. Spendo un terzo rispetto a prima, mangio prodotti di stagione e infine sto mangiando cose nuove, molte veramente buone.

  8. è fuori contesto ragionare su cosa deveno mediamente mangiare sette mld di persone e una minoranza che può permettersi una scelta?

  9. avatar Carlo

    Km zero e bio sono due cose diverse; bio significa rispettare un disciplinare di produzione che non prevede l’uso di prodotti chimici di sintesi; ma chi ha detto che i prodotti naturali fanno sempre bene e i prodotti chimici fanno sempre male? Nel bio si rame che è un metallo pesante che si accumula ,il rotenone ,un insetticida si naturale ,ma che ammazza tutto ciò che incontra … Poi c’è anche la questione delle micotossine …..
    Personalmente mi fido di prodotti convenzionali ottenuti con la tecnica della lotta integrata da produttori professionisti controllati e che hanno molto da perdere in caso dierrori.
    Mi pare chesul bio ci sia troppa emotività e , naturalmente il marketing ci va a nozze…

  10. avatar blablabla

    Forse aiuterebbe tenere variabile un solo fattore alla volta per capirci qualcosa. Ad esmpio, a mio avviso, per confrontare le conseguenze su nutrienti e impatto ambientale di un pomodoro bio messicano trasportato in aereo in Italia, avrebbe senso confrontarlo per prima cosa con un suo parente messicano da agricoltura convenzionale trasportato in italia. E le pere a chilometro zero bio andrebbero confrontate con quelle a kilometro 0 non bio. poi si potrebbero fare raffronti “incrociati”.

  11. avatar max

    continuo a rimarcare la questione “”controlli”che in italia o non c’e…o se c’e esiste per prendere tangenti…per far finta di niente..lavoro nel commercio da quando sono nato…e de cose ne ho viste e ne so…
    e ritorno alla morale..”IL CLIENTE VUOLE ESSERE SEMPRE FREGATO”" è matematico….ci potete giurareLA GRANDE DISTRIBUZIONE NON OFFRE NESSUN VANTAGIO NELLA QUALITà RISPETTO AL PICCOLO NEGOZIO…MA VI DA LA SENSAZIONE DI DI VIVERE IN UN MONDO FATTO APPOSTA PER voi INCANTANDOVI CON LE PAROLE….STANNO SORGENDO VERE E PROPRIE CATENE DEL BIO….CHE SOSTITUIRANNO LE COLTIVAZIONI ATTUALI CON COLTIVAZIONI “”BIOLOGICHE”"—PER GRAZZIA RICEVUTA…
    RICORDO CHE NEL MIO MERCATO C’ERA UN BOX DEI PRODUTTORI,CIOè UN BOX TENUTO DA PERSONE CHE AVREBBERO DOVUTO VENDERE”"”SOLO PRODOTTI DELLA LORO TERRA”",ED IN QUALITà DI PRODUTTORI,ERANO E SONO ESENTI DA SCONTRINO FICALE…BENE..SU QUEL BANCO POTEVI TROVARE ANCHE ANANAS E BANANE!!!!VENDUTE SENZA SCONTRINO…MA DAIiii
    il bello e che la gente ci andava perche vendeva solo prodotti del suo orto….
    sono sicuro di mangiare bio solo quando vado da i miei zii al paese…

  12. Il bio…… com’è dura… ma i cereali come vengono essicati? Anche a gasolio perche la normativa italiana ti permette ancora di assicarli con quel combustibile e poi li vendono biologici, e i fanghi di DEPURAZIONE DI DERIVAZIONE CIVILE ED INDUSTRIALE CHE VENGONO COSPARSI SUI CAMPI DOPO AVER SUBITO DEI PROCESSI DI LAVORAZIONE E VENDUTI COME FANGHI BIOLOGICI….. AIUTO…QUESTA E LA NORMATIVA ITALIANA, LA COSA MIGLIORE E’ ANDARE IN AZIENDA E VERIFICARE LA SENSIBILITA’ AMBIENTALE SERIETA’ED EVENTUALMENTE RIACQUISTARE LO STESSO PRODOTTO VICINO A CASA DOPO ESSERCENE CONVINTI DELLA SERIETA DELL’AZIENDA !

    • avatar Mauro

      i fanghi biologici si chiamano così non perché si possano usare su coltivazioni biologiche ma perché provengono da processi biologici di depurazione delle acque (vasche di ossidazione)

      I fanghi dei depuratori biologici sono un rifiuto, lo dice il testo unico per l’ambiente D.lgs 152/06), possono divenire un fertilizzante se rispettano certe condizioni (presenza d’inquinanti in primis, e poi altro)

  13. avatar Mauro

    Lodi a chi quotidianamente e con immensi sforzi produce cibo impattando il meno possibile sull’ambiente.

    Chissà quante volte ancora dovremmo leggere che il rame si accumula nel terreno quando nei disciplinari del biologico è prescritto un limite anche nell’uso di questa sostanza.

    Detto da uno che ha visto terra ed acqua devastate da zootecnia intensiva e agricoltura industriale.

    Sono d’accordo con chi scrive che è insostenibile percorrere 30-40 km per comprare 5-6 kg di frutta o verdura bio, per cui l’accessibilità è fondamentale, per questo sostengo oltre alle produzioni degli agricoltori gli orti domestici, essi ci rendono indipendenti sia da fitofarmaci delle grandi produzioni che da assurdi sprechi energetici per i trasporti.

    • avatar Carlo

      Gli orti domestici sarebbero ndipendenti da fitofarmaci?
      Non credo proprio , personalmente diffido dei “dilettanti” che non hanno nulla da perdere e ,di fatto ,non sono controllati

      • avatar MAurizio

        Straquoto. Per “ignoranza” o presi da ingordigia, i “contadini cervelli fini” spesso e volentieri ignorano le norme di sicurezza su fitofarmaci e concimi.
        Anche il semplice impiego del liquame (da porcilaie e pollai) “naturalissimo” e tradizionale espone poi il consumatore finale a rischi infettivi non trascurabili.

      • avatar Mauro

        @Carlo e Maurizio

        Nell’orto che coltivo non ho MAI usato sostanze chimiche di alcun genere. quindi SI l’orto domestico è esente da sostanze dubbie.

        Fertilizzo usando letame di cavallo, che da esperienza personale è uno dei migliori assieme a quello di vacca, ma solo compostato e misto paglia, lo procuro da conoscenti di zona.

        Usando letame compostato i rischi di cui parlate non esistono perché i patogeni virali hanno tempi di vita molto brevi, ma è importante sia compostato perché assuma pH e contenuto d’azoto corretto, in più la digestione trasforma molecole putrescibili in molecole più stabili e facilmente assimilabili dalle piante.
        Il problema sta nei liquami freschi e sbilanciati.

        • avatar MAurizio

          Il letame “compostato” implica lavoro aggiuntivo. Tra l’altro, quello di cavallo è abbastanza “asciutto”.
          Mai vista una porcilaia ?

          • avatar Mauro

            Mai vista una porcilaia?
            Sono solo nato e vissuto in una delle prime 3-4 aree d’Europa per concentrazione suinicola, fa una ricerca su google e capirai dov’è

            Senza tempo e pazienza, nessuna deiezione animale è utilizzabile in agricoltura tal quale.

          • avatar Mauro

            Aggiungo, quello che hai visto nelle porcilaie, è il prodotto della miscelazione di parte liquida e parte solida, anche se non è propriamente giusto chiamarli così :)

            Questo facilita ai mega allevamenti intensivi le operazioni di pulizia e smaltimento liquami tutto automatizzato (praticamente tutto l’allevamento suinicolo lombardo) ,ma inficia moltissimo sulla qualità del prodotto finale in termini di uso agronomico (consistenza, sbilanciamento di nutrienti, eccesso di N)

  14. avatar giulia

    sempre interessante capire qualcosa di più di quello che si mangia.
    intanto però io mi regolo molto empiricamente.
    quando sono in campagna, compro frutta e verdura dal contadino, non è bio ma è fresca e saporita.
    quando sono a roma, compro bio (o quello che spacciano per bio) perche’ frutta e verdura hanno un sapore assolutamente migliore di quello che si trova al mercato e al supermercato (salvo qualche eccezione).

  15. avatar esp

    Il sapore non è dato dal bio o non bio, ma dal grado di maturazione del frutto quando viene raccolto.

    • avatar Mauro

      puoi assaggiare se vuoi qualche pomodoro maturo cresciuto in certe coltivazioni e noterai che non sa di niente, anche se è maturo

      • avatar MAurizio

        Ma questo indipendentemente dal fatto se sia coltivato bio o meno. Eccetto nel caso in cui nel concetto di bio rientri la stagionalità per le nostre latitudini.
        In italiano, il pomodoro bio neozelandese, la cui raccolta è condizionata dalle necessità di trasporto avrà un sapore diverso dal bio campano, raccolto la mattina, praticamente maturo e che arriva a Milano in poche ore.
        Resta poi la questione se uno preferisce in inverno consumare pomodori freschi, anche se insipidi, NON consumarli del tutto o affidarsi alle conserve. Personalmente, se non ho a disposizione conserve casalinghe, preferisco la prima ipotesi a una conserva industriale o al “niente”

  16. Diciamo basta ai menù scritti in COMIC SANS. Chi usa il COMIC SANS per tali fini non ha diritto di coltivare e trasformare alcun tipo di cibo.

  17. L’articolo è interessante, ci fa vedere che esiste quella parte di stronzetti gastrofanatici, che disprezzano il prossimo, solo perche’ comprano le arance da Todis a 99 cent, per far quadrare il bilancio. Quando arriveremo a contrastare l’egemonia delle aziende e della grnade distribuzione che decide i prezzi di frutta e verdura, il bio non sara’ piu’ un modo privilegiato di mangiare per quello sparuto gruppo di stronzi borghesi che appare a real time e compra nei mercati chic e costosi. C’e’ una bella differenza a mangiare un tarocco siciliano gonfio di succo, coltivato senza pesticidi e uno schifo di arancio proveniente dalle colture brasiliane, coltivate con i pesticidi. Il gusto e mangiare bene, non e’ appannaggio dei ricchi

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