Monsieur “le Tour de France”
L’uomo bionico è tornato. Lance Armstrong ha 7 vite, come i gatti e i Tour de France vinti. 3 anni di inattività ciclistica ed è ancora lì a lottare per quella maglia leggendaria, gialla come il colore delle sue battaglie più importanti. Campione del mondo su strada ad Oslo nel 1993, sconfisse un cancro ai testicoli nel 1998 prima di dominare le strade di Francia dal 1999 al 2005. Come lui, nessuno.
Confesso di esser stato tra i diffidenti che piansero davanti alla tv quando Marco Pantani, il “pirata” di Cesenatico, lo staccò a Courchevel nel 2000. Fu l’unico a riuscirci, e forse il motivo lo capiamo solo ora. Lance è (stato) un ciclista discusso, un lottatore, un calcolatore, un vincente. Oggi è anche il ciclista più controllato (dall’antidoping) del pianeta. Di nuovo sulla breccia per fare sul serio, forse solo il destino e pochi centesimi di secondo gli hanno impedito di indossare ancora il giallo della gioia. Antipatico ma con quella determinazione che non può lasciare indifferenti, nello sport e nell’impegno contro un male che per molti, meno fortunati, risulta fatale. L’Armstrong di oggi è simbolo universale di barriere che esistono solo per essere scavalcate, del coraggio di afferrare il proprio stile di vita a 2 mani per inseguire la felicità: sui pedali come a tavola. Fosse un ristorante, sarebbe un tristellato, impeccabile e un pò freddino. Il menù si trova sul sito e l’impegno sociale dell’Armstrong versione 2009 è presto detto: tanta attività fisica, qualche passeggiata sulle racchete da neve, uno stile di vita sobrio ed armonico ma anche consigli per acquistare prodotti in linea con la dieta Beverly Hills. Il progetto Livestrong è una miniera di informazioni, articoli, video, quasi sovrabbondante ed esagerato nel dare consigli paternalistici su come vivere in maniera sana. Quando Lance Armstrong fa qualcosa non è mai banale, come l’assonanza del cognome col progetto.
Non sei un campione granché simpatico, e almeno in questo sei umano. Buona fortuna, Fortebraccio.








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Forse Lance Armstrong non terrà più le frequenze assassine in salita, mi pare circa cento pedalate al minuto, ma le frequenze delle sue sinapsi cerebrali sono sempre altissime. Ragiona.
Mi piace come interpreta la corsa, che non è solo un gruppo di ingobbiti in tutina sgargiante che cercano sgomitando di arrivare prima e per primi sotto uno striscione, ma occhiate, sguardi, respiri, cervelli, debolezze, alleanze, dialettica, emozioni, rispetto, governo democratico e dittatura insieme: Fortebraccio lo sa fare, a volte anche male e con violenza, come quando punì a suo modo Simeoni, altre in modo sublime e fino ad allora mai visto, come quando tagliò il traguardo con lo sguardo e le dita al cielo dopo la morte di Casartelli.
Lui non si fa sorprendere dai ventagli, dalle raffiche di vento che spezzano il gruppo: nella corsa come nella vita.
Non mi rendo conto della forza delle sue iniziative in America: ricordo di averlo visto al Lettermann show cercare disperatamente e rassegnatamente di spiegare cosa fosse un Tour de France, ma gli americani forse avrebbero preferito la storia del gruppo di ingobbiti in tutina che sgomitando ecc…. Fatica, insomma, e per farsi ascoltare è obbligato all’eccesso, al vincere più di tutti, al rinascere dalla malattia, al ritorno del cow boy a riprendersi il gruppo. E ci riesce, basta vedere come lo guardano, o lo evitano, gli altri.
Quest’anno il Tour praticamente finisce sul Mont Ventoux: credo che Lance Armstrong non aspetti altro, finire e vincere lassù, tra le pietre bianche della fornace lunare, sulla montagna del diavolo, in una sorta di catarsi che lo porterebbe dalla cronaca all’epica.
uno che vince così tanto e che non rimane ultrantipatico (e persino mio babbo che mi ha portato in Francia su tutti i tapponi alpini) è un piccolo prodigio…
e poi vogliamo ricordarci del suo cameo cinematografico con BEn Stiller???
Lance is back!!!