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	<title>Dissapore &#187; pizzerie</title>
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		<title>Pizze a Nord del 45° parallelo: I Tigli di San Bonifacio (VR) vs Tric Trac di Legnano (MI)</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 08:21:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Porro</dc:creator>
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<p>È<em> </em>un fatto poco noto come anche al di sopra del 45° parallelo, in condizioni climatiche e ambientali particolarmente favorevoli, sia in grado di svilupparsi la pizza. Questa, infatti, è una forma di vita che mostra spiccate capacità di&#8230; <a href="http://www.dissapore.com/mangiare-fuori/pizze-a-nord-del-45%c2%b0-parallelo-i-tigli-di-san-bonifacio-vr-vs-tric-trac-di-legnano-mi/" class="read_more">continua &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-33820" title="Tric Trac di Legnano versus I Tigli di San Bonifacio" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/versus2.jpg" alt="" width="620" height="207" /></p>
<p>È<em> </em>un fatto poco noto come anche al di sopra del 45° parallelo, in condizioni climatiche e ambientali particolarmente favorevoli, sia in grado di svilupparsi la pizza. Questa, infatti, è una forma di vita che mostra spiccate capacità di adattamento e può sopportare i climi rigidi e le pesanti inflessioni dialettali che caratterizzano il Nord della penisola.<span id="more-33781"></span></p>
<p>Proseguendo la fortunata serie inaugurata dall’editor di Dissapore Lorenza Fumelli (<a title="Dissapore" href="http://www.dissapore.com/mangiare-fuori/pizzerie-di-roma-la-gatta-mangiona-vs-la-fucina/" target="_blank">qui</a> il confronto tra le romane La Gatta Mangiona e la Fucina), vi propongo una comparazione tra due pizzerie agli antipodi tra loro, accomunate solo dalla latitudine e dal fatto di essere considerate Patrimonio Mondiale del Gourmet da tutti i gastrofanatici che stanno dal lato sbagliato del Po: “<a title="I Tigli" href="http://www.pizzeriaitigli.it/home.php" target="_blank">I Tigli</a>” di San Bonifacio (Verona) e “<a title="Facebook" href="http://www.facebook.com/pages/La-Pizza-di-Via-Grigna-a-Legnano-by-Tric-Trac/94384335271" target="_blank">Tric Trac</a>” di Legnano (Milano).</p>
<p style="text-align: center;">LE PIZZE</p>
<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-33821" title="I Tigli " src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/itigligiusto.jpg" alt="" width="522" height="477" />I Tigli</strong> &#8211; I Tigli è una pizzeria gourmet. Più gourmet che pizzeria, in realtà.</p>
<p>Il pellegrinaggio fino a San Bonifacio si fa per celebrare il culto dell&#8217;ingrediente scelto con ammirevole passione e cura, assemblato con intelligenza e metodo, messo al centro di una pizza-palcoscenico.</p>
<p>Chi dice che si tratta di focaccia farcita guarda il dito, non la luna: sei ai Tigli, e da nessun&#8217;altra parte.</p>
<p>Nel corso della serata assaggiamo, tra le altre:<br />
&#8211; “L’acciuga del Mediterraneo”, con acciughe sott&#8217;olio,<br />
&#8211; la “Tagliata di Sorana” con insalatina al limone e guanciale di cinta senese di Paolo Parisi,<br />
&#8211; il “Crudo di Gambero rosso” con ricotta di Bufala, frutta e verdura,<br />
&#8211; il “Baccalà alla pizzaiola” con patate, pomodoro, olive, cipollotto e basilico.</p>
<p>Il livello va dall&#8217;ottimo al sublime, con punte di commovente. <strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>VOTO 9</strong></p>
<p><strong><img class="size-full wp-image-33822 alignright" title="Tric-Trac" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/tric-tracgiusto.jpg" alt="" width="522" height="477" />Tric Trac </strong>- Un<em> </em>impasto a lentissima lievitazione &#8211; la leggenda racconta duri due giorni &#8211; l&#8217;utilizzo di cereali come segale, farro, kamut, grano selvatico Enkir, e l&#8217;impiego di materie prime di altissimo livello spiegano la delizia della pizza del Tric Trac.</p>
<p>Dove I Tigli sono un altro pianeta, la pizza del Tric Trac non è una specie aliena e completamente differente: è semplicemente una versione perfezionata sotto ogni aspetto della pizza a cui siamo abituati.</p>
<p>Un passo in avanti dell&#8217;evoluzione della pizza. Una <em>Über</em>-pizza, se mi passate il termine.</p>
<p>Questa volta assaggiamo:<br />
&#8211; la “Fossa”, con pomodoro di lunga cottura, fior di latte, pomodorini selvatici, formaggio di fossa;<br />
&#8211; la “Piquillo”, con pomodorini, fior di latte, alici del Cantabrico, capperi di Pantelleria, peperone piquillo,<br />
&#8211; la “Enkir”, con fior di latte, pomodoro San Marzano a lunga cottura, pomodori San Marzano semi-secchi rossi e verdi, primo sale, capperi di pantelleria, alici del Cantabrico, basilico, aglio, grana,<br />
&#8211; e la “Zeus”, con pomodoro S. Marzano, pomodorini, fior di latte a fette, alici del mar Cantabrico e loro colatura, scaglie di parmigiano in cottura, origano di montagna, olio al basilico e aglio.<strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>VOTO 9</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong></strong>LO CHEF</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-33823" title="Bruno De Rosa e Simone Padoan" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/chef4.jpg" alt="" width="620" height="286" /></p>
<p><strong>I Tigli</strong> &#8211; Difficile non ammirare il talento e la caparbietà di Simone Padoan (classe 1971) che propone quella che è a tutti gli effetti una cucina di ricerca in un piccolo centro di provincia, con la complicazione ulteriore di doversi confrontare con il nome di pizza – un termine che è sinonimo del pasto più popolare e a più basso tasso di rielaborazione concettuale al mondo (a parità forse con latte e biscotti).</p>
<p><strong>Tric Trac </strong>- Bruno de Rosa, classe 1955, è il titolare e il superbo artefice delle pizze.  La sua famiglia è originaria di Tramonti<span style="color: #000000;">, sulla costiera amalfitana</span>. Le notizie che abbiamo su di lui finiscono più o meno qui, se non contiamo un paio di foto in cui appare vagamente a disagio per l&#8217;attenzione di cui è fatto oggetto.</p>
<p style="text-align: center;">LA FIGHEZZA</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-33824" title="Interni: Tric-Trac e I Tigli" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/locali.jpg" alt="" width="620" height="207" /></p>
<p><strong>I Tigli</strong> – L&#8217;esterno, con un&#8217;insegna al neon a malapena visibile, non lascia presagire nessuna delle meraviglie che si troveranno all&#8217;interno. Complice il Vinitaly, ai Tigli sono l’unica persona non famosa presente in sala. In chiusura di serata, lo chef si divide tra i tavoli come una sposa e si mostra perfettamente <em>au courant </em>delle attività di tutti i celebri ospiti, ponendo domande informate sulle loro brillanti carriere e scambiando opinioni documentate. A suo merito, lo chef è altrettanto prodigo di attenzioni con i clienti ordinari &#8211; ovvero io – trovando il tempo di informarsi del mio stato di salute e della serietà della mia allergia ai pollini (etciù!). <strong>Voto 8</strong></p>
<p><strong>Tric Trac</strong> &#8211; Un luogo agli antipodi assoluti della nozione di fighezza: un locale bruttino, affacciato su di una strada anonima. La perfetta pizzeria dell’angolo. <strong>Voto 4</strong> (in fighezza, quindi non è un brutto voto. Insomma dipende da che andate cercando).</p>
<p style="text-align: center;">IL SERVIZIO</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-33827" title="Il servizio del Tric Trac e de I Tigli" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/serviziook.jpg" alt="" width="620" height="252" /></p>
<p><strong>I Tigli</strong> &#8211; La serata è affollatissima, arriviamo tra due turni e veniamo comunque fatti accomodare con squisita cortesia. I miei commensali &#8211; esplicitamente autorizzati &#8211; si sono portati il vino da casa, e, impietosi, cominciano con una litania di richieste sulle temperature di servizio. Dopo aver ottenuto tre secchielli per il ghiaccio che occupano l’intera superficie del tavolo, osano anche un “c&#8217;è spazio per mettere quest’altra bottiglia nell’abbattitore?” Se la loro villania li rende impopolari, non ce ne accorgiamo: il servizio continua ad essere sorridente e garbato. <strong>Voto 8</strong></p>
<p><strong>Tric Trac</strong> &#8211; Non c’è recensione, di blogger o di utente comune, che non sottolinei come il servizio  oscilli tra lo scostante e il collerico. In questo caso, la nostra visita si colloca in un quieto sabato mattina, con radi ospiti agli altri tavoli. L’amico con cui siamo vorrebbe una degustazione di 4 pizze, da portare in tavola 2 per volta. Quando sottoponiamo con garbo la nostra richiesta, il cameriere ci apostrofa dicendo: “Uè nani, pödi minga sta drè a te. Gu giamò la sala piena” (“Mi dispiace, signore, ma davvero non posso esaudire la sua richiesta. In una giornata come quella di oggi uno sfasamento nell’uscita delle pizze metterebbe in difficoltà la cucina”) <strong>Voto 5</strong></p>
<p style="text-align: center;">IL CONTO</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-33829" title="I Tigli" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/img_32541.jpg" alt="" width="619" height="353" /></p>
<p><strong>I Tigli </strong>– Le pizze vanno dai 16 Euro, per le classiche, ai 30 Euro circa per quelle più elaborate. Per una degustazione composta da <em>n</em> pizze (provate voi a bere 6 bottiglie di vino in 5 e a tenere il conto delle portate allo stesso tempo!) abbiamo speso 60 euro a testa, dolce (superlativo) incluso. Non è una cena economica, ma rimane la sensazione che siano soldi ben spesi. <strong>Voto al q/p: 7</strong></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-33830" title="Tric Trac" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/img_3530.jpg" alt="" width="620" height="353" /></p>
<p><strong>Tric Trac </strong>– Le pizze costano un paio di Euro in più della pizzeria all’angolo, diciamo tra i 10 e i 14. Noi ne spendiamo 20 a testa, bevande incluse, questa volta senza dolce. <strong>Voto al q/p: 10</strong>, ovvero “difficile immaginare un pasto migliore per questa somma”.</p>
<p>[<em>Crediti | Link: I Tigli, Facebook, Dissapore, immagini: <a title="Passione Gourmet" href="http://www.passionegourmet.it/index.php/2009/10/08/pizzeria-montegrigna-legnano-va-by-alberto-cauzzi/" target="_blank">Passione Gourmet</a>, <a title="La grande abbuffata" href="http://lagrandeabbuffata.wordpress.com/2009/09/20/pizzeria-i-tigli-san-bonifacio-vr/" target="_blank">La Grande Abbuffata</a>, <a title="Una mamma e 7 laghi" href="http://www.bosina.net/2008/01/la-pizzeria-tric-trac-di-legnano-ovvero.html" target="_blank">Una mamma e 7 laghi</a>, <a title="Ricci di mare" href="http://riccidimare.wordpress.com/2010/12/07/montegrigna-legnano-mi/" target="_blank">Ricci di mare</a></em>]</p>
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		<title>Quale mozzarella? Un &#8220;siluro&#8221; buca il muro dei gastrofanatici</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Nov 2010 09:14:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Lungo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Attacco parlando di <strong>siluri</strong>. So che siete combattuti tra i LOL e la pietas humana, e insomma, è forte il rischio che la vostra lettura finisca qui. Ma aspettate, qui per &#8220;siluro&#8221; intendiamo quel blocco di formaggio industriale tipo pasta&#8230; <a href="http://www.dissapore.com/cucina/quale-mozzarella-un-siluro-buca-il-muro-dei-gastrofanatici/" class="read_more">continua &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-28173" title="Filoni di mozzarella o &quot;siluri&quot;" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/filone.jpg" alt="" width="400" height="274" />Attacco parlando di <strong>siluri</strong>. So che siete combattuti tra i LOL e la pietas humana, e insomma, è forte il rischio che la vostra lettura finisca qui. Ma aspettate, qui per &#8220;siluro&#8221; intendiamo quel blocco di formaggio industriale tipo pasta filata, duro, lungo, e dalla forma equivoca, disprezzato dai ristomaniaci perché molto in voga nei peggiori bar di Caracas (cit.). Ne abbiamo parlato <a title="Dissapore" href="http://www.dissapore.com/cucina/i-suppli-non-sono-piu-al-telefono/" target="_blank">affrontando il tema dei supplì romani non più &#8220;al telefono&#8221;</a>, nel senso che il formaggio non fila più come una volta, arrivando a una condanna sommaria dei cosiddetti siluri però senza un vero contraddittorio, come dicono i televisivi. Oggi vorrei approfondire un po&#8217;, seguitemi dài!</p>
<p>Grazie alla consistenza di questi filoni, cuochi e pizzaioli non hanno i classici problemi dei latticini freschi, vale a dire l&#8217;eccesso di secrezione acquosa prima della cottura, bel vantaggio, capisco, ma da qui a farne un prodotto così popolare ce ne passa. Allora perché hanno tanto successo? Ormai trovarli nei piatti di formaggi o nelle capresi che ordiniamo al ristorante è all&#8217;ordine del giorno.</p>
<p>Ho fatto le mie belle ricerche, ero curioso di capire di cosa sono fatti i siluri, e se le maldicenze sulla qualità di questi prodotti non fossero altro che leggende metropolitane.</p>
<p><a title="Marco Lungo" href="http://www.marcolungo.it/spazio_web/scheda_mozzarella_siluri_anonima.pdf" target="_blank">Cliccando qui</a>, leggete la scheda tecnica di un formaggio a siluro il cui marchio ho reso anonimo per evidenti motivi, ma che rispecchia in buona parte le caratteristiche di questi prodotti. Il produttore è serio e rispettato, un&#8217;azienda del nord che con le sue cose riempie spesso i nostri piatti.</p>
<p>Sorpresa. Alcuni valori rivalutano il formaggio bistrattato. L&#8217;igiene è assoluta, che in tempi di mozzarelle blu è quanto meno rassicurante. Ovviamente, leggendo &#8220;stafilococco aureo&#8221;nelle caratteristiche microbiologiche un po&#8217; ci si spaventa, non dico di no. Si tratta di una variante dello stafilococco albicans, molto più diffuso, spesso presente nelle sale operatorie o nei posti sottoposti ad operazioni di igiene piuttosto profonda (utilizzo massiccio di sali quaternari di ammonio, etc.). Ma il fatto che la presenza sia ridotta a valori insignificanti vuol dire che l&#8217;ambiente in cui si lavora il tanto disprezzato siluro è igienicamente vicino alla perfezione. Un punto importante: possiamo dire altrettanto di tutte le mozzarelle blasonate che compriamo?</p>
<p>Non voglio generalizzare, è sempre sbagliato farlo, ma mi è capitato &#8212; e non una volta sola &#8212; di dover correre al bagno più veloce di una Red Bull (maledette) dopo aver mangiato  una freschissima mozzarella di Mondragone. Se è successo anche a voi sapete di cosa parlo, esperienze che fatico a rimuovere.</p>
<p>Tornando a bomba sui siluri: colpevoli, innocenti, prodotti di scarto o solo un altro modo di presentare un formaggio?</p>
<p>Tenderei ad assolverli dall&#8217;accusa di essere semplici assemblaggi di formaggi ricagliati, ravvivati o comunque scaduti. Problemi che, basta accendere la tivù o leggere un giornale per rendersene conto, affliggono molti dei formaggi più titolati spesso fatti oggetto di contraffazione.</p>
<p>Una cosa importante è distinguere tra i formaggi a siluro nati per essere tali, e quelli trasformati nei giorni che precedono la data di scadenza. Il prodotto descritto nella scheda linkata sopra, appartiene alla prima categoria. Possiamo capirlo dai tempi di vita media dichiarati (&#8220;shelf life&#8221;). Un dato importante da tenere sempre in considerazione.</p>
<p>In definitiva, so che tra i lettori di Dissapore esistono molti luddisti del latte appena munto e cagliato, strenui difensori del caglio animale contro quello vegetale, ma mi sono fatto l&#8217;idea che il prodotto &#8220;formaggio a siluro&#8221; sia in fase di evoluzione.</p>
<p>A questo punto sono curioso di conoscere il vostro parere. Vi fidate dei siluri? Li comprate? Come reagite quando li trovate nella pizza o in un piatto di formaggi? Pensate che quando sono fatti bene, come quello della scheda, possano reggere il confronto con le mozzarelle comprate al supermercato?</p>
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		<title>Pizzerie &#124; Le cose che che mi fanno incavolare come una bestia</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Nov 2010 13:01:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Lungo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Quando in pizzeria capitano certe cose, solo il cuore algido di un robot può rimanere emotivamente distaccato, infatti io, che robot non sono, m&#8217;incazzo. E scusate la franchezza. Poi lascio correre, non sono un tipo vendicativo, ma mi accorgo di&#8230; <a href="http://www.dissapore.com/mangiare-fuori/pizzerie-le-cose-che-che-mi-fanno-incavolare-come-una-bestia/" class="read_more">continua &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-27383" title="Incazzature" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/images5.jpg" alt="" width="259" height="194" />Quando in pizzeria capitano certe cose, solo il cuore algido di un robot può rimanere emotivamente distaccato, infatti io, che robot non sono, m&#8217;incazzo. E scusate la franchezza. Poi lascio correre, non sono un tipo vendicativo, ma mi accorgo di tollerare certi svarioni sempre un po&#8217; di meno. Sarà l&#8217;età, cosa volete. Il problema è che questi errori uniscono in una specie di campionato italiano delle figure da chiodi pizzerie al piatto, al taglio, locali modesti e di qualche pretesa. Vediamoli argomento per argomento.</p>
<p><strong>Le posate</strong>. Le posate di plastica che basta uno sguardo per piegarle neanche fossimo Uri Geller (per chi se lo ricorda) sono un classico. La pizza nel piatto o sul tagliere è calda, la plastica fonde, possiamo per favore lasciare quelle posate alle festicciole delle medie? E visto che ci siamo, il cameriere che cala il mucchio di posate al centro del tavolo lasciando il compito di dividersele ai commensali (e non si capisce perché, ma ne manca sempre qualcuna) non potrebbe semplicemente distribuirle? Basta un minuto.</p>
<p><strong>I tovaglioli</strong>. La pizza è calda, a volte caldissima, è giusto così, il calore valorizza i sapori. Ma quando ne porti alla bocca un pezzo dal quale gocciolano olio, acqua e mozzarella, il tovagliolo è la tua unica certezza. Perché continuo a trovare tovaglioli di carta che non assorbono? Avete capito quali? Quadrati, bordo merlettato, di una carta che respinge perfino all&#8217;acqua, praticamente una pista senza <em>chicane</em> verso la tua cravatta. Sono simili ai tovagliolini delle pasticcerie, e chiunque di voi abbia provato a mangiare una bomba alla crema senza sporcarsi mani, bocca e vestiti, sa di cosa parlo. Menzione d’onore per i tovaglioli dei dispenser pubblicitari. Prendete quelli di una nota marca di bibite gasate, hanno una capacità di assorbimento che dopo il primo morso te li sei giocati tutti.</p>
<p>E in pratica, ancora non abbiamo iniziato a mangiare.</p>
<p><strong>I bicchieri</strong>. Almeno prima fateci bere. In Italia siamo pazzi per la birra artigianale, una fortuna, intendiamoci. E&#8217; buona in modo sorprendente, i birrai lo sanno e la vendono cara. Beh, cerchiamo di valorizzarla, non servitemi una bottiglia di <em>Reale</em> del Birrificio del Borgo nel bicchiere di plastica. E magari, se la data di fabbricazione del bicchiere, piccolo (50 ml), svasato, che trasuda silice, non risale all&#8217;inizio del secolo scorso, è anche meglio.</p>
<p><strong>L&#8217;Antipasto</strong>. Questa è una cosa tipica delle pizzerie romane. Nei menù l&#8217;antipasto è suddiviso pezzo  per pezzo, ma non appena il cameriere capisce che le scelte dei commensali sono diverse fra loro, mette tutti a tacere con un risolutivo: &#8220;Allora ci penso io! 3 fritti misti senza baccalà, 4 fiori e 5 supplì”. Al suo imperativo, guarda caso, corrisponde un fritto prelevato dal reparto &#8220;Lapponia&#8221; del frigorifero, buttato frettolosamente nella friggitrice, con il blocchetto del formaggio dentro il  supplì ancora gelato come un igloo.</p>
<p><strong>Piatti</strong>. Vi risparmio le critiche alla pizza, ne abbiamo già parlato, ma per quella servita nel piatto metallico posso fare un&#8217;eccezione. Il piatto di metallo è una contraddizione in termini, serve una petizione, Dissapore, consideraci!</p>
<p>Non vado oltre, voglio lasciar spazio ai vostri commenti, anche perché son sicuro che ognuno ha le sue. Allora, quali sono le cose che in pizzeria, ma in genere nei locali, vi fanno incavolare come una bestia?</p>
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		<title>Risto-boss &#124; Le mani delle cosche sui ristoranti italiani</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 10:24:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Tomacelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-23325" href="http://www.dissapore.com/primo-piano/risto-boss-le-mani-delle-cosche-sui-ristoranti-italiani/attachment/logo-mafia/"></a>In Italia c&#8217;è una catena di ristoranti che non conosce crisi: sono i 5.000 esercizi pubblici in mano a mafia, camorra e &#8216;ndrangheta, pari al 15% dell&#8217;intero settore. Secondo l&#8217;inchiesta pubblicata oggi dal quotidiano <a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2010/07/23/news/inchiesta_pasta_connection-5765957/?ref=HREC1-1" target="_blank">Repubblica</a>, coprono tutto il&#8230; <a href="http://www.dissapore.com/primo-piano/risto-boss-le-mani-delle-cosche-sui-ristoranti-italiani/" class="read_more">continua &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-23325" href="http://www.dissapore.com/primo-piano/risto-boss-le-mani-delle-cosche-sui-ristoranti-italiani/attachment/logo-mafia/"><img class="alignleft size-full wp-image-23325" title="Logo-mafia" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/Logo-mafia.jpg" alt="" width="318" height="333" /></a>In Italia c&#8217;è una catena di ristoranti che non conosce crisi: sono i 5.000 esercizi pubblici in mano a mafia, camorra e &#8216;ndrangheta, pari al 15% dell&#8217;intero settore. Secondo l&#8217;inchiesta pubblicata oggi dal quotidiano <a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2010/07/23/news/inchiesta_pasta_connection-5765957/?ref=HREC1-1" target="_blank">Repubblica</a>, coprono tutto il territorio nazionale nascondendosi dietro nomi prestigiosi caduti in disgrazia (Cafè de Paris) o lontano dai circuiti tradizionali. Nelle grandi città i numeri mettono i brividi: a Milano e Roma 1 locale su cinque è in mano alle cosche, ma ogni volta che un giudice mette mano a un&#8217;indagine, saltano fuori ristoranti e pizzerie usate come &#8220;lavanderie&#8221; per il denaro sporco.</p>
<p>Ai boss, infatti, interessano i flussi di denaro che circolano nel settore, ma sono utili anche gli esercizi pubblici di scarso successo per far transitare fatture false o acquisti inesistenti. Spesso, infatti all&#8217;ingresso di un Risto-boss c&#8217;è un cartello che avvisa &#8220;non si accettano carte di credito&#8221; ed è facile capire il perchè:</p>
<blockquote><p>Quei locali servono a far girare pezzi di carta. Per far affiorare soldi che erano già nel cassetto. Chi li gestisce non ne ha alcun bisogno: sono solo una copertura per introiti altrimenti ingiustificabili. Il sistema funziona a prescindere dal numero effettivo di clienti</p></blockquote>
<p>Il giro d&#8217;affari delle cosche è pari a &#8220;dieci volte i ricavi del gruppo Sebeto (Rossopomodoro e Anima e Cozze), 15 volte di più dei Fratelli La Bufala e un quinto di un colosso internazionale come Autogrill, che però di insegne ne ha 5.300 in 42 Paesi.&#8221; Sono numeri impressionanti che gettano un&#8217;ombra su di un settore trainante della nostra economia, connesso al turismo e ai prodotti tipici e, in definitiva, all&#8217;immagine del nostro paese.</p>
<p>&#8220;Dove c&#8217;è pizza c&#8217;è mafia&#8221;, confessò un pentito calabrese all&#8217;indomani della strage di Duisburg, e la Germania scoprì che mangiare italiano significava sedersi alla tavola dei boss. Nell&#8217;inchiesta di Repubblica sono citati decine di locali, ma un elenco preciso ancora non c&#8217;è. Come ci si difende da questa invasione? Esistono altri chiari segnali, oltre alle carte di credito, che quel ristorantino in cui vi siete appena seduti è un covo di malavitosi e, nel caso, come vi comportate?</p>
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		<title>Vacanze &#124; Tutto ciò che ho sempre voluto (volume uno)</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 07:45:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Bernardi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il primo sintomo è la definitiva scomparsa di qualsivoglia senso di responsabilità. Lavoro? Puah, se ne riparla al ritorno. Famiglia? Agosto&#8230; non ti conosco. <a title="YouTube" href="http://www.youtube.com/watch?v=2RHTiXvELNg" target="_blank">Le vacanze sono tutto ciò che ho sempre voluto</a> (cit.) ma il gastrofanatico&#8230; <a href="http://www.dissapore.com/mangiare-fuori/vacanze-tutto-cio-che-ho-sempre-voluto-volume-uno/" class="read_more">continua &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo sintomo è la definitiva scomparsa di qualsivoglia senso di responsabilità. Lavoro? Puah, se ne riparla al ritorno. Famiglia? Agosto&#8230; non ti conosco. <a title="YouTube" href="http://www.youtube.com/watch?v=2RHTiXvELNg" target="_blank">Le vacanze sono tutto ciò che ho sempre voluto</a> (cit.) ma il gastrofanatico non può abbandonarsi al primo carboidrato che capita. Eccovi perciò <strong>i più risolutivi (e aggiornati) indirizzi</strong> <strong>dell&#8217;estate 2010</strong> divisi per città/regione. Fatene buon uso, questo è solo il volume uno. E al solito, in caso manchi qualcosa di decisivo, fatevi sotto.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-22733" title="Un ristorante in Sardegna" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/03_terrazza_ristorante.jpg" alt="" width="500" height="264" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>COSTA SMERALDA E SARDEGNA</strong>.</p>
<p><span id="more-22567"></span></p>
<p>- <em><a title="Fior d'Acqua" href="http://www.piazzadelprincipeportocervo.com/fiordacqua.asp" target="_blank">Fior d’Acqua</a> a Porto Cervo</em> | Avvertenza: siete a Porto Cervo, spendendo 70 € al ristorante sarete considerati turisti avveduti. Buon pretesto per provare la solida cucina di pesce che fa largo uso di ingredienti locali.<br />
- <em>Casablanca a Baia Sardinia</em> | Vista da urlo e cucina mediterranea senza trascuratezze, conto tra i 60/70 €.<em> </em><br />
- <em><a title="Su Gologone" href="http://www.sugologone.it/" target="_blank">Su Gologone</a> a  Oliena</em> | Alle porte del sopramonte con escursioni da brivido al  canyon del  Gorropu, a Tiscali, al monte Corrasi. Ingredienti locali,  buon servizio e <em>cadré</em> molto  curato. Prezzi medio/alti.<br />
- <em><a title="La Gritta" href="http://www.ristorantelagritta.it/ci_presentiamo.asp" target="_blank">La Gritta</a> a Porto Faro</em> | Cucina sarda,  posizione incantevole vicino a Palau e un conto medio compreso tra i 60/70 €.<br />
- <em>Da Gianni a Porto Teulada in fondo al fiordo di Posto Budello</em> | Crudi e cotti locali per   iniziare, spaghetti con le sarde e fregola con i   granchi che mmm, avanti così. Gianni ha un caratteraccio, ma vabbè. Conto intorno ai 70€.<br />
- <em><a title="Ristorante Il Cormorano" href="http://www.ristoranteilcormorano.net/" target="_blank">Il Cormorano</a> a Castelsardo</em> | Solida cucina di pesce con slanci creativi abbinata a una tra le migliori cantine della regione. Terrazza con vista, prezzi alti (85/90€).<br />
- <em><a title="Hotel Pop" href="http://www.hotelpop.it/ita/ristorante.html" target="_blank">Al   Porto</a>, il ristorante dell’Hotel Pop a Cala Gonone</em> | Accurata  cucina locale sulla terrazza con vista a 40/50 €.<br />
- <em><a title="L'Antica Hostaria" href="http://www.lanticahostaria.it/" target="_blank">L’antica Hostaria</a></em> <em>a Sassari</em> | Anonimo nell&#8217;aspetto ma un indirizzo <em>sicuro</em> per i robusti piatti di pesce e di carne presentati in modo fantasioso. Il conto non supera i 50€.<br />
- <em><a title="La Ghinghetta" href="http://www.laghinghetta.com/chisiamo.html" target="_blank">La Ghinghetta</a></em> <em>a Portoscuso</em> | Stesso nome del faro sul canale tra Portoscuso e l&#8217;isola di San Pietro, di fronte a  Carloforte. Serve i migliori piatti di tonno della zona in un piccolo casolare ristrutturato (forse una tonnara) con ineffabile vista sull&#8217;arcipelago. Caro (75/80€).<br />
- <em><a title="Da Achille" href="http://www.hotel-moderno-sant-antioco.it/ristorante-achille-sant-antioco.html" target="_blank">Da Achille</a></em> <em>a Sant’Antioco</em> | Il più affidabile locale del paese, è il ristorante del primo albergo di Sant&#8217;Antioco, l&#8217;Hotel Moderno. Cucina di pesce in un ambiente non esattamente invitante, e ampio uso di ingredienti del posto. Conto compreso tra i 50/60€).<br />
- <em>Lisboa a Cagliari</em> | Uno dei migliori ristoranti della regione curato dal numero uno degli chef locali, Roberto Petza. Menù con molti riferimenti alla gastronomia locale, e sorprendente rapporto prezzo/felicità: 35/50€.<br />
- <em><a title="Letizia" href="http://www.letiziaristorante.it/" target="_blank">Letizia</a> a Nuxis</em> | Capra,  cinghiale, frutti selvatici raccolti nei dintorni, erbe che profumano i formaggi, tutti odori di Sardegna che ti restano nel cuore.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-22783" title="Venezia" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/Schermata-2010-03-02-a-11.01.381.png" alt="" width="500" height="264" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>VENEZIA</strong></p>
<p>- <em><a title="Rioba" href="http://www.rioba.it/rioba/rioba01.htm" target="_blank">Ostaria  da  Rioba</a> nel sestiere di Cannaregio, zona Rio della Misericordia</em> | Consigliata dallo spritz in poi per i classici della cucina veneta tipo Risotto con le schie (gamberetti di laguna) e piatti inconsueti come la Crema di zucca con i funghi chiodini. Se non si abusa della carta  dei vini la spesa è tra i 30 e i 35€.<br />
- <em><a title="All'Aciugheta" href="http://www.aciugheta-hotelrio.it/Aciugheta/index.htm" target="_blank">All’Aciugheta</a>, in zona Castello</em> | Deve il nome all&#8217;abitudine  veneziana di bere un frizzantino al  banco mangiando acciughe. Pizzette, cicheti (stuzzichini) e cucina  tradizionale tra travi di  legno e cotto veneziano. Si spendono in media  20-25€.<br />
- <em><a title="Al Mascaron" href="http://www.osteriamascaron.it/html/storia.html" target="_blank">Al Mascaron</a> in  Calle Lunga Santa Maria Formosa</em> | Probabilmente la migliore accoglienza di Venezia (dove il personale dei ristoranti non si segnala per la cortesia) anche quando il locale è pieno, è la tipica osteria veneta ma di ottimo livello. Conto medio: 30/40€.<br />
- <em>Pronto Pesce Pronto al mercato di Rialto</em> | Aperto da qualche anno è un posto curioso, non un  ristorante ne’ un bacaro, più  una  specie di rosticceria dove il pesce scelto con cura è cucinato in modo semplice ma inappuntabile. Da  provare.<br />
- <em><a title="Trattoria La Madonna" href="http://www.ristoranteallamadonna.com/locale.htm" target="_blank">Ristorante la Madonna</a> in calle della   Madonna</em> | Una classica trattoria di pesce veneta dal menu ultra tradizionale. Per molti veneziani il pescato di giornata è tra i migliori della città anche per la vicinanaza con il mercato ittico.<br />
- <em>Dalla Marisa al ponte dei tre archi nel sestiere di Cannaregio</em> | La più autentica tavola veneziana &#8211; risotto in caroman cucinato con la carne di pecora castrata, fagiano  ripieno arrosto, ottimo vino sfuso &#8211; gustata sulla fondamenta rinfrescati dalla brezza della laguna. P-r-e-n-o-t-a-r-e. Si spendono tra i 30 e i 40€.<br />
- <strong> </strong><em>All&#8217;Arco in calle Arco a San Polo</em> | Infilato in un minuscolo vicolo vicino al  ponte di Rialto, tenta i veneziani con i cicheti  esposti sul bancone del bar: scampi, calamari, speck e gamberi  accompagnati dal pane abrustolito. Di tanto in tanto ma solo per gli  introdotti, spettacolari panini caldi con senape e salsiccia di manzo  bollito.<br />
- <em><a title="Naranzaria" href="http://www.naranzaria.it/it-home.htm" target="_blank">Naranzaria</a> in San Polo 130, Rialto</em> |  Le naranzarie erano i magazzini per la conservazione degli agrumi, oggi grazie al romantico affaccio sul Canal Grande, è una delle osterie più ambite di Venezia. La sola che affianca sushi e tabulé ai sapori classici della cucina locale.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-22909" title="Rimini" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/Schermata-2010-07-10-a-19.01.04.png" alt="" width="500" height="264" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>RIMINI</strong></p>
<p>- <em><a title="Guido" href="http://www.ristoranteguido.it/" target="_blank">Guido</a> sul Lungomare Spadazzi in località Mirmare</em> | Paste schiette, pesce crudo o esaltato da cotture perfette, Guido si riconferma il ristorante migliore di Rimini. Il conto medio è tra i 50 e i 60 euro.<br />
- <em><a title="Ristorante Il povero diavolo" href="http://www.ristorantepoverodiavolo.com/" target="_blank">Osteria del Povero Diavolo</a> a Torriana</em> | Ex trattoria ristrutturata in modo semplice dal brillante proprietario  Fausto Fratti. Niente fronzoli. Sorprendente l’andirivieni di piatti grazie alla <em>mano</em> e alla freschezza di idee del giovane chef Piergiorgio Parini. Si spendono 60 euro.<br />
- <em><a title="Brodo di giuggiole" href="http://www.brododigiuggiole.info/" target="_blank">Brodo di Giuggiole</a> in via Soardi a Rimini</em> | A Rimini si può mangiare di nuovo in centro senza morire, anzi. Pane e dolci fatti in casa, vini al bicchiere e piatti di carne molto curati ma il conto è la parte migliore, difficilmente supera i 30 euro. Sì, T-R-E-N-T-A.<br />
- <em><a title="Spaccio" href="http://www.sanpatrignano.org/?q=node/5097" target="_blank">Pizzeria O&#8217; Malomm</a> nella comunità di San Patrignano</em> | Impasto soffice di scuola napoletana rispettoso del disciplinare  SGT. Scelta ampia, pure troppo, anche nel budget: si va da 4 a 25 euro.   Inevitabile l’assortimento di piade, cassoni e taglieri di salumi. Conto sui 30 euro senza rimpianti.<br />
- <em><a title="Sol Y Mar" href="http://www.ristorantesolymar.it/ristorante/" target="_blank">Sol y Mar</a> in Lungomare viale D&#8217;Annunzio tra Rimini e Riccione</em> | Al netto  dell’ambiente modaiolo in una zona tranquilla del lungomare, per provare i crudi di mare con la birra e le paste inedite tipo i tagliolini di kamut con ragù di pesce azzurro. Spesa sui 50 euro (non fatevi rovinare l&#8217;appetito dai  3 euro di coperto).</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-22911" title="New York" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/Schermata-2010-07-10-a-23.49.40.png" alt="" width="499" height="263" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>NEW YORK</strong></p>
<p>- ITALIANI | <em><a title="Urbanspoon" href="http://www.urbanspoon.com/r/3/21821/restaurant/West-Village/Bar-Pitti-New-York" target="_blank">Pitti</a></em> per la pasta mentre per il brunch americano     “with an italian twist” c’è l’<em><a title="Aurora Ristorante" href="http://www.auroraristorante.com/sohohome.html" target="_blank">Aurora</a></em> del cuoco romano Gaspare Villa a Brooklyn. Conto medio tra i 20 e i  30$. Ma il migliore &#8220;italiano&#8221; di New York resta probabilmente <em><a title="Del Posto" href="http://www.delposto.com/home.htm" target="_blank">Del  Posto</a></em>, il cavernoso ristorante di Mario Batali (socio di Oscar Farinetti  nel nuovo Eataly New York), nonostante i prezzi esorbitanti dei vini.  Spesa media intorno ai 50$.<em> </em><a title="Sorella" href="http://www.sorellanyc.com/" target="_blank"><em>Sorella</em></a> a China Town è un&#8217;osteria  piemontese alla moda che affianca al  vino una selezione di tapas  elencate nel menù sotto il delizioso capitolo  “qualcosina”. La spesa è  tra i 30 e i 40$.<br />
- FRANCESI | Non odiate i vip di stanza al <em><a title="Balthazar New York" href="http://www.balthazarny.com/" target="_blank">Balthazar</a></em> di Soho, unitevi a loro. Mai un passo falso, il pane è squisito, si mangia bene, il servizio è attento e la carta dei vini ampia. Spesa tra i 60 ei 90$ a testa. Per un conto più  alla portata, sempre a Soho, i bistrot <em><a title="Pastis" href="http://www.pastisny.com/" target="_blank">Pastis</a></em> e <em><a title="Lucky Strike NY" href="http://www.luckystrikeny.com/" target="_blank">Lucky Strike</a></em> appartengono alla stessa proprietà.<br />
- STEAK-HOUSE | Di là dall&#8217;East River c&#8217;è <a title="Peter Luger" href="http://www.peterluger.com/" target="_blank">Peter  Luger</a>, forse sopravvalutato e comunque carissimo. Il consiglio è di attraversare la strada per  entrare da   <a title="Dressler" href="http://www.dresslernyc.com/" target="_blank">Dressler</a> (insieme a Luger unico stellato di  Brooklyn).<br />
- DAVID CHANG | Lo chef più mitizzato degli ultimi anni merita un paragrafo a parte. Tre anni fa tutto cominciava al <em><a title="Momofuku" href="http://www.momofuku.com/" target="_blank">Momofuku</a></em> nell’East  Village (60$) mentre lo scorso febbraio al 15 della 56esima strada, dentro il Chambers Hotel, il cuoco di origini coreane ha aperto il quinto ristorante,  <a title="Ma Peche" href="http://www.momofuku.com/ma-peche/" target="_blank"><em>Ma Peche</em></a> , il bistrot francese come lo intende lui (50$). Il Milk Bar offre la pasticceria italiana della bravissima Cristina Tosi.<br />
- HAMBURGER | Per il vero  hamburger americano il consiglio è <a title="Diner" href="http://www.dinernyc.com/" target="_blank">Diner</a>, a Brooklyn, un blocco di distanza dal Williamsburg Bridge. Menu del  giorno scritto a penna sulle  tovaglie e rischio elevato che prima o poi si materializzi  Fonzie. Si gode e ci si diverte da matti da <a title="Burger Joint" href="http://www.parkermeridien.com/eat4.php" target="_blank">Burger  Joint</a>, locale all&#8217;interno dell&#8217;hotel Le Parker Meridien. Scioccanti gli hamburger di <a title="Shake Shack" href="http://www.shakeshacknyc.com/" target="_blank"><em>Shake Shack</em></a>, 5 moderni chioschi (rassomiglianti all&#8217;Anikò di Senigallia) sparsi per la città. Tutto è cominciato all&#8217;angolo sud del Madison Square Park. Se credete, provate l&#8217;<em>haute-burge</em>r del <em>Minetta  Tavern</em> dove il   <em>burger  black label</em> costa 26$.<br />
- PIZZERIE | Con due sedi, nell&#8217;East  Village  e a Williamsburg, <a title="Motorino" href="http://www.motorinopizza.com/" target="_blank"><em>Motorino</em></a> è già un piccolo impero: pizze rigorosamente napoletane seguite come dessert da un  bombolone alla crema. <a title="Keste" href="http://www.kestepizzeria.com/home.html" target="_blank"><em>Kesté</em></a> è l&#8217;affollata pizzeria del Greenwich Village che sforna  pizze <em>neapolitan   style</em> sotto l’egida del pizzaiolo Roberto  Caporuscio da Latina. Il romano Andrea Del Monte, uno dei proprietari del ristorante stellato Aquolina, ha appena aperto <a title="Campo de' Fiori" href="http://www.pizzacampodefiori.com/" target="_blank">Campo de’ Fiori</a>, a Brooklyn, nella zona di Park Slope, pizzeria ispirata alla piazza omonima anche nell&#8217;arredamento. Il bar del locale serve il famoso espresso del caffè Sant&#8217;Eustachio.<em> </em><br />
- GASTROPUB | Il <a title="Breslin" href="http://thebreslin.com/" target="_blank"><em>Breslin</em></a> , tra la Broadway e la Quinta, proprio nel famoso Flat Iron Building, punta tutto  su sontuosi piatti  di carne e birre artigianali fatte su richisesta da un  birrificio di  Brooklyn. Ma il padre di tutti i locali del genere è  <a title="Spotted Pig" href="http://thespottedpig.com/" target="_blank"><em>Spotted Pig</em></a>,  il solo pub di New York con  la stella Michelin.<br />
- SPICE MARKET | Pare che il turista italiano non possa lasciare New York senza essere stato allo <a title="Spice Market" href="http://www.spicemarketnewyork.com/" target="_blank">Spice Market</a>, mega-ristorante di ispirazione asiatica aperto nel 2004 nella zona alla moda del Meatpacking district. Dove si va per ammirare la scena, per i cocktail alla frutta e la cucina fusion, un tempo brillante. Ah, certo, qui si sono girate alcune scene di Sex &amp; The City.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-23108" title="Parigi" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/499054_30-lieux-qui-font-paris.jpg" alt="" width="500" height="333" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>PARIGI.</strong></p>
<p><em></em></p>
<p><strong>- </strong>Per i classici della cucina francese, <em>escargot</em> (lumache) <em>cassoulet</em> (filetto d’anatra) e <em>tarte  tatin</em> (dolce alle mele caramellate) un buon indirizzo è <em><a title="Benoit" href="http://www.benoit-paris.com/index2.html" target="_blank">Benoit</a></em> in Rue Saint-Martin 20. Spesa tra i 60/70 euro.<br />
- Da non perdere nel cuore del Left Bank parigino, vicino al Carrefour de  l&#8217;Odéon, un ristorante che è brasserie di giorno e gastro-pub (o gastro-bistrot, à la parigina) da cena fino a notte fonda. Si chiama <em>Le Comptoir du Relais</em>, aperto da Yves Camdeborde, il profeta del gastro-bistrot. Con 45 euro di spesa media si mangia la migliore carne alla griglia di Parigi.<br />
- Obbligatorio un passaggio serale da Inaki Aizpitarte, chef basco de <em>Le   Chateaubriand</em>, al 129 di Avenue Parmentier.  Divertente, vivo, non caro (40 euro).<br />
- Se siete dalle parti di Montmartre per un  brunch andate a <em><a title="Parisbouge" href="http://www.parisbouge.com/restaurant/paris/536/miroir" target="_blank">Le  Miroir</a></em>, un autentico bistrot parigino al 94 di Rue des Martyrs guidato da Sébastien Guénard, ex chef de La Tour d&#8217;Argent. Conto medio 30/40 euro.<br />
- Nella zona più chic dell’alto Marais c’è   <em>Chez Omar</em> al 47 di Rue de Bretagne, è un ristorante nordafricano nella cornice   di un vecchio bistor parigino. Cous cous e grigliate vivamente consigliate.<br />
- Il percorso di iniziazione ai <em>macaron</em> deve necessariamente cominciare da <em><a href="http://www.pierreherme.com/e-gourmandises/index.cgi?&amp;cwsid=2421phAC194316ph6633294">Pierre   Hermé</a></em>, in Rue Bonaparte, anche se la migliore pasticceria parigina è quella di <em><a title="Pasticceria des reves" href="http://www.lapatisseriedesreves.com/" target="_blank">Philippe Conticini</a></em>, in Rue du Bac 93. Una sola parola: orgasmica.<br />
- Gli adepti di un celebre dolce parigino, il Montblanc, si dirigano verso Angelina, in rue de Rivoli di fronte ai giardini Tuileries.<br />
- Esperienza insolita: un pranzo al <em>Marché des  Enfants Rouges</em> che si trova in Rue de Bretagne 39. È un mercato poco battuto dai turisti in cui si può mangiare all’aperto scegliendo tra specialità marocchine e  cucina biologica. L’atmosfera è impagabile nonostante sia molto  economico.</p>
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		<title>I&#8217;m in a New York state of mind</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 17:54:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano Tonelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-14828" title="SD26 a New York è il nuovo ristorante dell'italo americano Tony May" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/Schermata-2009-12-03-a-05.59.08.png" alt="SD26 a New York è il nuovo ristorante dell'italo americano Tony May" width="478" height="320" /></p>
<p>Gira gira la questione è sempre la  stessa: l’annus horribilis 2009. E se conosciamo la reazione dei ristoratori italiani (hanno avuto una reazione?) può  essere interessante spigolare cosa capita all’estero. New York  City, capitale mangereccia d’America e forse del mondo, è una buona cartina di tornasole. La New York di Lehman Brothers, del  Nasdaq, di Wall Street e delle banche che c’erano e non ci sono più.  La New York del crollo del mercato immobiliare e del dollaro che vale  meno del dinaro yugoslavo. La New York che dopo lo shock del <em>nine-eleven</em> 2001 ha vissuto anni di boom gastronomico e che, di conseguenza,  era candidata al crollo verticale proprio nei settori <em>troppo</em> cresciuti: finanza, immobiliare, cibo.</p>
<p>Sì, cibo. Alla stessa stregua di azioni e mattone perché a New York il cibo  è industria; il comparto ristorazione significa giro di  denaro e posti di lavoro, stipendi alti e molto alti, indotto: dai taxi agli arredatori, dai manager ai grafici. Sta di fatto  che nei tre settori che abbiamo preso in esame, la finanza ha avuto  il suo crollo, l’immobiliare s’è ridimensionato e la ristorazione…  è cresciuta.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-14829" title="New York | L'ingresso del nuovo ristorante SD26" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/Schermata-2009-12-03-a-05.57.50.png" alt="New York | L'ingresso del nuovo ristorante SD26" width="478" height="319" /></p>
<p>Sì, avete capito bene: cresciuta.  Certo, non è più il tempo “delle vassoiate di Sevruga o delle magnum  di Chateau Petrus da 5mila bigliettoni” <a title="New York Mag" href="http://nymag.com/restaurants/wheretoeat/2010/62915/" target="_blank">riconosce</a> Adam Platt  sul New York Magazine, ma nulla ha potuto interrompere la storia d’amore  tra i newyorkesi e i loro ristoranti. Tantopiù che in periodi di difficoltà  economica occorre lavorare sodo per mantenere il proprio reddito  e, una volta a casa magari dopo 12 ore d’ufficio, nessuno ha intenzione  di cucinare o lavare piatti. Tradotta in numeri, la tendenza fa grossomodo  “157 rimarchevoli aperture rispetto alle 102 chiusure quest’anno” <a title="Crains New York" href="http://www.crainsnewyork.com/article/20091007/FREE/910069979" target="_blank"> a scriverlo nero su bianco</a> sono Nina e Tim Zagat, autori dell’omonima  e famigerata guida.</p>
<p>Come hanno fatto gli osti di Manhattan e Brooklyn a far bingo in questa maniera? Come mai i ristoranti sono  pieni zeppi pure al lunedì mattina? Perché è ormai la norma lavorare  su tre turni accogliendo i primi forzati gourmet già alle sei del pomeriggio?</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-14830" title="Salumi e formaggi, uno spettacolare reparto del ristorante SD26 di New York" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/Schermata-2009-12-03-a-06.00.51.png" alt="Salumi e formaggi, uno spettacolare reparto del ristorante SD26 di New York" width="478" height="320" /></p>
<p>“Per innovare e sopravvivere i ristoratori hanno puntato sulla creatività”,  giurano quelli della Michelin che qui alla creatività stanno dietro  eccome, altro che togliere le stelle a Paolo Lopriore. Ma neanche questa  affermazione spiega la funambolica atmosfera che si respira nel <em>milieu</em> gastronomico della città. Anzitutto perché di <em>milieu</em> non si  tratta più: la cucina è diventata parte integrante della vita nella  metropoli. Tutti ne parlano, tutti sanno, tutti leggono  le dozzine di blog aggiornatissimi che fanno a gara per strapparsi  gli scoop sulle nuove aperture. Michelle Obama (è storia di qualche  giorno fa) <a title="Route66" href="http://route66.corriere.it/2010/01/new_york_la_first.html" target="_blank">va negli studi newyorkesi di Food Network</a> a ‘combattere’  a suon di ricette con Mario Batali, ogni quotidiano ha le sue pagine  dedicate ai ristoranti temute e lettissime a partire dal periodico “Dining”  del New York Times, da qualche tempo governato da Sam Sifton in sostituzione  del mitologico Frank Bruni.</p>
<p>L’impressione è che la città usi la scena gastronomica come uno degli elementi per la  sua affermazione internazionale. Quello che in passato sono stati il cinema, la tv, talvolta la letteratura, sicuramente l’arte contemporanea, e negli anni novanta la finanza. Ecco perché la ristorazione tiene  e cresce. Non si tratta solo di dar da mangiare e da bere, si  tratta di confermare la leadership internazionale di quella che rimane la metropoli più importante del pianeta.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-14831" title="New York | L'ingresso di Maialino, il nuovo ristorante italiano del ristoratore Danny Meyer" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/2maialino.jpg" alt="New York | L'ingresso di Maialino, il nuovo ristorante italiano del ristoratore Danny Meyer" width="478" height="320" /></p>
<p>Altra cosa da non sottovalutare, la capacità del settore di fare sistema, di porsi come interlocutore  verso realtà pubbliche e private. Come dimostra la <em><a title="Restaurant Week" href="http://www.nycgo.com/restaurantweek/index.cfm" target="_blank">Restaurant Week</a></em>, kermesse semestrale in scena da ieri e fino 25 gennaio. Detto in soldoni, nel periodo più morto della stagione turistica i ristoranti che aderiscono alla <em>Restaurant Week</em>, compresi i super big, offrono la possibilità di degustazioni  a 24 dollari a pranzo e 35 a cena. I ristoratori fanno un investimento,  ne guadagnano però in promozione dei loro locali. Soprattutto, creano  le condizioni affinché lieviti il pubblico, offrono a chi non può  permetterselo la possibilità di entrare nei tempi della gastronomia,  mirano ad avvicinare i giovani che sono i clienti di domani. Successo  su tutta la linea per un approccio che la dice lunghissima.</p>
<p>Ma passiamo dalla teoria alla pratica  entrando nei ristoranti da Manhattan a Brooklyn, facendo qualche nome  e cognome e magari delineando qualche linea di tendenza in atto e in  avvio per il 2010. Vediamo come si palesa concretamente il  boom. Procedendo per temi cercheremo, soprattutto,  di aggiornarvi sui <em>newcomers</em> della ristorazione newyorkese. Per  chi vorrà prendere qualche appunto prima del prossimo viaggio.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-14832" title="New York | Corton, uno dei migliori ristoranti italianai di New York" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/corton-restaurant-new-york-1109-lg-40208509.jpg" alt="New York | Corton, uno dei migliori ristoranti italianai di New York" width="478" height="317" /></p>
<p>\ITALIA SOPRATTUTTO</p>
<p>Sai che novità, direte voi: a New  York la cucina italiana è sempre piaciuta. Già, verissimo. Ma un conto  è una cucina semplice, magari economica, che piace perché fa folclore,  spaghetti e mandolino. Un conto è una gastronomia matura che ha consapevolezza  dei prodotti, dei marchi, delle materie prime e della sua strategia  di affermazione. E poi ci sono i numeri: Zagat, al netto di <em>mediterranean</em> e <em>pizza</em>, squaderna ben 370 insegne nella categoria <em>italian</em>.  E siamo primi assoluti anche sulla Michelin con 116 ristoranti recensiti  ai quali, quanto meno, vanno aggiunte le 7 pizzerie. Insomma: massa  critica. Una pacifica invasione che viene notata dai tutti. Dal compassato  New Yorker ai mille food blog.</p>
<p>Spigolando tra le “predictions” per  il 2010 che esperti, blogger e appassionati affidano al web, si trovano  cosucce perentorie del tipo “<a title="eater ny" href="http://ny.eater.com/archives/2009/12/headline_predictions_for_2010.php" target="_blank">Manhattan annessa all&#8217;Italia</a>” (Jay Cheshes,  critico di ristoranti per Time Out) e tipo “<a title="Always Hungry" href="http://www.alwayshungryny.com/thought-for-food/entry/best-of-2009-trends-and-2010-predictions/" target="_blank">La birra artigianale italiana è dappertutto</a>” (Jeff Zalaznick, del blog Always Hungry). E in effetti  a New York nel 2010 capiterà di sedersi in un ristorante del  livello di <em>Corton</em> – appena aperto e già ampliamente bistellato  – e trovare in carta <em>Baladin</em> e <em>Birra del Borgo</em> senza tanti complimenti.  Un altro tema è quello delle cucine regionali, perché nel grande spolvero  dell’italianità gastronomica si inserisce un interesse che approfondisce le provenienze, al punto che, oggi su riviste e guide è facilissimo trovare l’aggettivo “piemontese” (e non “italiana”)  per un determinato tipo di carne. La cosa non vale solo per il Piemonte.  Il distretto gurmé per eccellenza: la cucina romana, non certo raffinata  come quella delle Langhe e del Roero, <a title="New York Times" href="http://www.nytimes.com/2010/01/13/dining/13roman.html?em" target="_blank">è stata incensata</a> giusto lo scorso  12 gennaio da un articolone in cui sua maestà il New York Times passa in rassegna la mezza dozzina  di ristoranti dichiaratamente capitolini (torneremo sull’argomento) aperti negli ultimi tempi.</p>
<p>Insomma, gli investimenti di Oscar  Farinetti (nel cantiere di <em>Eataly</em>, affacciato su una Madison Square  che ospitando locali come <em>A Voce</em> e <em>SD26</em> si candida a diventare  epicentro italico, si lavorava pure sotto Natale) paiono essere insomma  orchestrati con una tempistica impeccabile.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-14833" title="New York | La cucina del nuovo ristorante The Breslin" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/20091016photo1-thumb-500x333-56661.jpg" alt="New York | La cucina del nuovo ristorante The Breslin" width="500" height="333" /></p>
<p>\HOTEL DA MANGIARE</p>
<p>Eccola un’altra delle tendenze più  evidenti di questa New York di cambio decade: si torna a mangiare in  albergo. Dopo anni in cui, come in Italia, i ristoranti negli  hotel non erano sinonimo di qualità. La novità più ghiotta  si chiama <em>Breslin</em> e sta al piano terra e al mezzanino dell’<em>Ace  Hotel</em>, spazio da poco restaurato e immediatamente diventato (nonostante l&#8217;angolo tra la Ventinovesima e Broadway, tutt’altro che affascinante) il posto più <em>fun</em> di tutta la città. A cominciare dall&#8217;enorme hall piena di giovani che chattano in wi-fi e sorseggiano le  miscele dell’unica caffetteria <em>Stumptown</em> di New York aperta nell’hotel  lo scorso primo maggio. Il <em>Breslin</em> è un gastropub che punta tutto  su sontuosi piatti di carne e birre artigianali fatte su richisesta da un  birrificio di Brooklyn. Obbiettivo? Bissare il clamoroso successo di  <em>Spotted Pig</em>, il padre di tutti i locali del genere (un pub con  la stella Michelin), sfoggiando ai fornelli il medesimo chef,  il pluriosannato April Bloomfield.</p>
<p>Sulla High-Line, vecchia ferrovia  merci che taglia tutta Chelsea, non è nato solo uno straniante parco  sospeso, ma pure l’ardito <em>Hotel Standard</em> alla cui base, dove c’erano  magazzini all’ingrosso di carni e interiora, è nato lo <em>Standard  Grill</em>. Un bello spazio interno che però dirà la sua soprattutto  questa estate, con tutti gli ambienti aperti che si ritrova, i tavolini da ping-pong,  il biergarten e i barbecue. La cucina proposta in questi ristoranti è chiamata ‘new american’: una mescolanza  di Italia e Francia con un tocco di Spagna in questo caso a firma di Dan Silverman.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-14834" title="New York | Il banco bar del gastro-pub Spotted Pig dello che italo americano Mario Batali" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/6thespottedpig.jpg" alt="New York | Il banco bar del gastro-pub Spotted Pig dello che italo americano Mario Batali" width="478" height="318" /></p>
<p><em>Maialino</em> è invece il primo ristorante-d’albergo che si inserisce  nella collezione di Danny Meyer (proprietario di cosette come <em>The Modern</em>,  la <em>Gramecy Tavern</em>, gli scioccanti hamburger di <em>Shake Shack</em> e molto altro). Nelle intenzioni dovrebbe essere una  rivisitazione delle osterie trasteverine, nella realtà è un ristorantone  <em>new american</em> che comunque inpreziosisce un altro albergo (siamo al piano terra  del <em>Gramecy Park Hotel</em>) con una insegna professionale.</p>
<p>Per trovare la  vera sorpresa occorre salire di alcuni isolati e fermarsi nel  cuore di <em>Midtown</em>. Qui, nel <em>Chambers Hotel</em>, aprirà a febbraio il nuovo  ristorante dello chef più mitizzato degli ultimi anni, della gallina  dalle uova d’oro della ristorazione di Manhattan: si chiamerà  <em>Ma Peche</em> e sarà il nuovo <em>outpost</em> dello chef David Chang. Due anni e mezzo  fa era una rivelazione, ora si appresta ad aprire il suo quinto ristorante, il primo a non chiamarsi <em>Momofuku</em> qualcosa, ed è oggetto di un plateale  culto della personalità. Nessuno lo sa, ma se entrate nel <em>Chambers</em>, salite nel mezzanino, e se è l’ora di pranzo o di cena, potete ordinare già adesso una selezione  della proposta che sarà del Ma Peche. Esperienza da clandestini di  lusso: ne vale la pena, ma non spargete troppo la voce…</p>
<p>\PIATTINI!</p>
<p>Anche qui dobbiamo utilizzare come  stella polare la famigerata guida rossa. Pensate quale  tsunami di tapas deve esserci stato a New York per  suggerire alla Michelin di inserire nell&#8217;edizione  2010 il nuovissimo simbolo &#8220;small plates&#8221;. Una categoria di locali attraverso la guida d’oltralpe punta a stare al passo coi tempi seguendo cambiamenti e innovazioni che la città propone. In effetti,  una delle linee di tendenza (si legge: reazione alla crisi) è proprio  quella di offrire alla clientela porzioni molto piccole, altrettanto  curate e in maniera assolutamente anarchica rispetto alla comanda: può  atterrarvi al tavolo prima il <em>main course</em> e poi l’antipasto,  senza ordine. E con l’invito da parte del personale a consumare il  pasto in condivisione: i piattini arrivano a caso e tutti assaggiano  tutto via via che esce dalla cucina, senza farla tanto lunga.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-14835" title="New York | La salumeria Rosi" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/img_5568salim.jpg" alt="New York | La salumeria Rosi" width="478" height="359" /></p>
<p>Insomma,  anche questa è una nuova attitudine. Un atteggiamento che la città  propone per fare l’innovativa o per dare l’idea di esserlo. Ristorazione  2.0, se volete; sicuramente utile a contenere i costi e a scacciare lontano  la noia dei consumatori. Ovviamente, anche qui, torna il discorso di  una Manhattan invasa dall’Italia. Infatti molti locali di questo tipo (salvo  ottime eccezioni dalle parti di Chelsea, come <em>El Quinto Pino</em> e <em>Txikito</em>) non hanno nulla dell’atmosfera spagnola ma strizzano l’occhio al Belpaese. Tra i pionieri c’è la <em>Salumeria  Rosi</em>, progetto pilota americano della <em>Parmacotto</em>, dove cucina con un successo crescente tra  i palazzi chic dell’Upper West Side- il giovane chef italiano Cesare Casella, uno dei “casi” della stagione  2008\2009. Strutturalmente lo spazio è una gastronomia con osteria  che, coi dovuti distinguo, ricorda il romano <em>Roscioli</em>.</p>
<p><em>Italian  piattini</em> anche in una delle più sorprendenti tra le ultime aperture.  <em>Sorella</em> si trova in uno sprazzo di China Town assai sgarrupato (“<a title="New Yorker" href="http://www.newyorker.com/arts/reviews/tables/2009/07/20/090720gota_GOAT_tables_byock" target="_blank">an  unlovely stretch of Allen Street</a>”, scrive eloquentemente il New  Yorker) in cui nulla farebbe presagire la presenza di una <em>trendissima</em> osteria piemontese che affianca al vino una selezione di tapas  messe a punto dalla cuoca Emma Hearst (già <em>Union Square Cafe</em>) elencate  in carta sotto il delizioso capitolo “qualcosina”… Brooklyn non  è da meno in quanto a <em>small plates</em>. L’ultimissima novità si chiama <em>Vanderbilt</em>, sta su un viale color metallo che pare condurre  al nulla, ha tre sale di luce soffusa (quando impareremo anche qui?),  legno di carpenteria alle pareti e cucina impostata dallo chef stellato Saul  Bolton. Anche qui piattini a volontà, soprattutto  orientati sulla carne, poiché <em>Vanderbilt</em> produce e affina in casa  un’ampia selezione di charcuterie.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-14837" title="New York | Motorino, simbolo delle nuove pizzerie della città" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/1moto1.jpg" alt="New York | Motorino, simbolo delle nuove pizzerie della città" width="478" height="320" /></p>
<p>\CHE PIZZA!</p>
<p>Come abbiamo ben visto con le tapas,  le recenti tendenze a New York mirano a nobilitare piatti  che fino a ieri facevano parte di una dieta fast, povera di qualità  e di attenzioni. Ecco che mezza città non parla più di hamburger,  bensì di <em>haute-burge</em>r (ne potete trovare esempi nei nuovissimi <em>Minetta  Tavern</em> –la proprietà qui è la stessa di <em>Balthazar</em> e <em>Pastis</em>-  con un <em>burger black label</em> a 26$)  e la pizza inizia a assumere la sua dignità gurmé.  Qualche numero? 7 sono le pizzerie degne di nota per la Michelin, addirittura  78 sono quelle votate dalla guida Zagat. Quanto ai blog, l’influente Seriouseat  ha addirittura aperto una testata esclusivamente <em>pizza-oriented</em>, si  chiama <a title="Slice" href="http://slice.seriouseats.com/" target="_blank">Slice</a>.</p>
<p>Anche qui qualche nome tra quelli sulla  bocca di tutti a cavallo tra 2009 e 2010. C’è <em>Motorino</em>, che  ha tutta l’aria di trasformarsi nell’ennesimo piccolo impero di  successo: ha già due sedi (East Village e Williamsburg) e sta facendo  andare fuori di testa mezza città con le sue pizze rigorosamente napoletane  alle quali segue, per dessert, un bombolone alla crema. <em>Kesté</em> è un successo per il quale bisogna mettersi in fila e armarsi di santa  pazienza. In questo affollato locale del Greenwich Village si sfornano  pizze <em>neapolitan style</em> sotto l’egida del pizzaiolo Roberto  Caporuscio da Latina e sempre qui si trova la sede americana dell’Associazione  Pizzaiuoli Napoletani. La scorsa estate, quando i critici del New York  Magazine Rob Patronite e Robin Raisfeld sono usciti con la Top20 della  pizza, <em>Kestè</em> era indovinate a che posto in graduatoria? Esatto!</p>
<p>Si  fa un gran parlare anche di <em>Co.</em>, nuovo locale del fornaio-pizzaiolo  Jim Lahey che in mezzo a tanti puristi della pizza  partenopea, mette in discussione qualche verità. Potremo vederlo  come un Gabriele Bonci di Manhattan, la sua <em>Sullivan St. Bakery</em> è meta di pellegrinaggio e da questa panetteria proviene anche il pane  che Dave Chang utilizza al <em>Momofuku</em>. Per un&#8217;esperienza  davvero estrema però (e per cercare di trovare una risposta all’interrogativo:  “come mai pizzaioli e ristoratori italiani non arrivano a frotte a  investire nella Grande Mela in questo momento?”) occorre dirigersi  nella Brooklyn più profonda per provare la new entry <em>Saraghina</em>,  pizzeria con cucina aperta da italiani nel quartiere Bed-Stuy e nonostante  la lontananza da tutto (lontana anche la stazione della metropolitana)  già presa d’assalto da clientela di Brooklyn. “Bha,  eravamo venuti a vivere qui vicino e avevamo visto che non c’era nulla  e che il quartiere stava migliorando. Allora abbiamo aperto. Ieri,  con quel tempaccio, abbiamo fatto settanta persone. Tra un pochino apriamo  un bistrò mediterraneo sull’isolato qui di fronte, un bell’investimento…”,  così ci ha risposto il titolare quando gli abbiamo domandato il perché  di un’apertura in un posto che fino a pochi anni fa era un periglioso  ghetto.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-14838" title="New York | Kesté pizza e vino" src="http://www.dissapore.com/wp-content/uploads/2keste_560x373.jpg" alt="New York | Kesté pizza e vino" width="478" height="318" /></p>
<p>Sarebbe interessante comprendere quanto  incida una burocrazia amica, una legislazione accessibile e una politica  dei controlli liberista su di un contesto come quello della ristorazione  newyorkese. Curioso sarebbe capire come funziona il mercato delle licenze.  Insomma, spigolare su quali siano le forche caudine cui si deve sottoporre  un imprenditore a New York prima di aprire bottega. E confrontarle con  quelle italiane…</p>
<p>Immagini: New York Mag</p>
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