Alfonso Iaccarino nell'orto di famiglia a Punta CampanellaLa colpa è di Ernesto Iaccarino (il figlio). Non ho dubbi. Non ha il fisico. Come lo immaginate un cuoco??? Magro e slanciato? Sì? Allora la colpa non è la sua. Lo stereotipo non funziona. Peccato, pensavo già al titolo: “Un killer in cucina”. Il colpevole bisognerà pur cercarlo tra i 15 metri di un bancone in acciaio lavorato a mano, senza soluzione di continuità, e i cappelli bianchi che si muovono frenetici e ordinati! Una danza che tutti possono osservare dalla finestra che si affaccia nella sala. Spettacolo. Chiudo gli occhi. Per non farmi influenzare dall’ambiente.

L’organizzazione è curata. La stanza delle tecnologie è al piano interrato. Come anche quella del freddo. Il bianco mi abbaglia: le esagone della tradizione erano in cemento grigio, nero, rossiccio. Qui, nello spazioso privé, conservano la forma ma hanno altra sostanza. Forma e sostanza. Quindi la funzione: soddisfare il piacere. Scivolo sulla sedia con Maffi (Giancarlo Maffi, lettore di Dissapore, n.d.r.) che ha già agguantato uno/due assaggini di fiordilatte e un filo di olio autoprodotto da Alfonso Iaccarino (il padre). Abbiamo provato l’intesa gastrofanatica con qualche primo piatto il giorno prima a Roma. E ci siamo preparati al ristorante Baby dell’hotel Aldrovandi la sera.

Scorriamo con calma il menu. I nastri, mi raccomando, che per me sono tradizione. La lista è lunga. L’apertura è affidata al “Calamaretto leggermente affumicato ripieno di formaggi locali con zuppa tiepida di piselli allo zenzero” (ma il prologo è andato di “tempura” magistrale). Maffi vuole provare a dare un voto in 20mi. Prometto di non lasciarmi andare a facili entusiasmi. Mantengo la promessa per 2 minuti e 30. Il tempo che arrivi il piatto, scatti una foto prima che sia inondato di zuppa (ho un cellulare per fare le foto, mica un banco ottico…) e woow i formaggi si squagliano in un tripudio di mare, zenzero e freschezza di terra. 20, esclamo. Maffi evita di colpirmi. Io ripulisco gli angoli verdi e penso alla taglia dei calamaretti. Come è possibile che riescano a dare tanto gusto. Arriva la provocazione dei veli di cipolla con gamberetti. Non impazzisco anche se mi ristora il senso di alta qualità trasmesso dai gamberetti. Maffi implacabile mi bisbiglia: voto. Apro a ventaglio le due mani, rischio la coltellata del mio commensale e riapro veloce altre 5 dita. Ho già rovinato la mia fragile reputazione di “gastrofanatico in salsa critica”.

Ernesto fa capolino e spiega di un’esercitazione stilistica che sarà abbandonata. Livia Iaccarino (la madre) ci spiega il cous cous di polipetti affogati—la tradizione che diventa nuova sostanza—con la spuma di provola di Termini. Non posso non commuovermi al nome del piccolo centro e appurare che conosco la mano che dà vita a quella provola. Vado e vengo dal passato e rammento il cous cous che a Parigi mi ha consigliato Orianne (era settembre – buono). Ma questo mi manda in estasi e mi scuote tra la luciana e i totani imbottiti di un quarto di secolo fa moltiplicati ed elevati alla 4° potenza. Maffi mi scruta. Io dico 18 – quasi. Mi salva il quasi. Ma sono alla goccia che ha fatto traboccare il vaso, alla scintilla che ha dato fuoco alle micce, al delitto che ha innescato la Prima Guerra Gustosa: arrivano i nastri. Sono pronto al corpo a corpo.

Esco sopraffatto dallo scontro. Ariventi, mi sembro l’omino che fa decollare gli aerei dalle navi a furia di gesticolare. Maffi non può nulla perché arriva il “suo” piatto: riso, granchio e corallo. Affondo il cucchiaio e cerco di ricordare la critica del Maffi che non era pienamente convinto. Sarò corto di memoria mentre sto per ululare. Maffi ha le lacrime ed è in conciliabolo con Ernesto (sempre il figlio). Si parla di modifiche effettuate. Mi guardano in molti (troppi) mentre diligentemente raccolgo l’ultimo granello di quel tesoro. Mezzelune: 2, una non metto su il timo l’altra sì. Mi convinco che sono 2 cose diverse. E che qualcuno studia. Poi mi perdo a ruota delle domande di Livia e di Alfonso (sempre la madre e il padre). Fin quando arrivano i dolci.

Praticamente tutti. Apro con la novità assoluta che non ha nome. Ma tanta sostanza. Svengo tra la fragola in “crosta” che schianta il sapore a mo’ di bomba e l’involtino con fragoline di bosco. La banana è buonissima. Come detto non finisce lì e viene giù un mondo di sapori. Frego il babà e mi arrendo definitivamente al Porto del 1975. Lo stesso anno di quando da bambino giocavo in una piazzetta davanti a un bar con un gatto e aspettavo i genitori con i loro amici per andare a sedermi in un ristorante che esisteva dalla notte dei tempi: Don Alfonso. Riavvolgo il nastro delle sensazioni e guardo la precisione del Maffi che ha messo giù gli appunti. Eccoli appena trascritti.

Il metodo scelto (ma non condiviso) è quello della Guida Ristoranti d’Italia dell’Espresso. In due abbiamo assaggiato i seguenti piatti:

—“Calamaretto leggermente affumicato ripieno di formaggi locali con zuppa di tiepida di piselli allo zenzero”: piatto dell’anno per me : bello espressivo, perfetto, golosissimo e geniale. Voto: 19/20;
—“Veli di cipolla cotti sotto la cenere con gamberetti, pancetta d’ irpinia ed olive nere” : esercitazione stilistica senza futuro : buoni ma dimenticabili : voto 14;
—“Cous cous di polipetti con spuma di provola di termini e cannella”: bello questo gioco: la provola  è un formidabile wasabi de noantri, il resto è notevole: voto 17;
—“Nastri di pasta di grano duro con cozze, bottarga di tonno e maggiorana”, il piatto della discordia con Enzo Vizzari che secondo me qui sbaglia: buono, equilibrato, con una bottarga incredibile per morbidezza di gusto, mantecatura da sogno: voto: 18;
—“Riso carnaroli con granchio e suo corallo al profumo di finocchio selvatico”: provato il 25 marzo, all’apertura della stagione, mi era sembrato piatto inespresso ma con enormi potenzialità. Ernesto l’ha umilmente ed intelligentemente corretto: ora è un piatto di grande livello che ha perso la sabbiosità che gli rovinava l’anima: voto: 17,5 (“ingiudicabile” secondo Enzo Vizzari: boh!)
—“Mezzelune di pasta farcite di fonduta di parmigiano al profumo di timo e ragù di selvaggina”: molto buone ma si potrebbe fare meglio. Manca un profumo o una spezia insomma manca qualcosa, cazzo. Voto: 16,5;
—“Cernia ai sentori di vaniglia con crocchette allo zenzero e zabaione alle acciughe”: materia prima da urlo, esecuzione perfetta e crocchette da gola profonda: voto 18;
—“Stoccafisso leggermente stufato con patate, pomodorini, capperi ed olive nere”: buono, niente più. Voto: 16,5;
—“Faraona di campo farcita di fegato d’oca al profumo di alloro e croccante di cavolo”: fondamentalmente non proprio riuscitissimo: troppo equilibrio finisce in disequilibrio, voto: 14.

—I dolci: non conosco, scusatemi, altro ristorante in Italia che abbia in carta dolci altrettanto golosi (E NON SONO UN AMANTE DI DOLCI). “Fragole e banana”: in realtà non ha nome perché è nuovissimo, voto: 17,5; “Concerto ai profumi e sapori di limone”, voto: 18,5; “Sfogliatella napoletana con salsa di amarene”, voto:18; “Babà con gelatine di frutti di bosco e zabaione alle bollicine: l’ho assaggiato, mi sono girato un attimo e quel bastardo di Vincenzo Pagano (lettore di Dissapore, ndr.) se l’era sbafato, 18; “Rollatina di ricotta con liquirizia Amarelli e cristalli di zucchero”, voto: 18; “Impressionismo di crema e zabaione al caffè”, voto:18; “Soffiato di cioccolato fondente ai tre aromi, voto: 17,5. Aiutoooo. È finita.
Anzi no: ultimo dolce: Barbara de Palma, la fidanzata di Ernesto. Ma questo purtroppo è un dolce che non possiamo gustare!

Maffi docet, ma con Alfonso siamo già in auto. Si va nell’orto di famiglia a Punta Campanella. Altri ricordi. Belle sensazioni. Grande cura per la qualità anche in un semplice filare di melenzane o di pomodori da insalata. Maffi sviene al cospetto del limoneto. Una cassetta ricolma finisce nel portabagagli, destinazione Roma. Punta Campanella merita una riflessione ben più complessa.

Siamo in ritardo, ma una sosta ad un autogrill dopo una giornata intensa è necessaria. Ho fame, abbiamo fame. Spunta la guantiera con le due panelle ricolme di formaggio. Spazzolate nonostante la tarda ora. Anche il formaggio ha una sua storia che Alfonso ci ha raccontato mentre guardavo il laboratorio con le piastrelle in bianco e nero e le sedie modello emeco. La media la faremo il giorno seguente. Sopra Viareggio.

Maffi conclude: Se facciamo una valutazione solo sulla cucina il voto è 17,5. Se teniamo presenti altre condizioni, ambienti, servizio, cantina e l’orto di Punta Campanella il voto è più alto ancora (metodo Gambero Rosso). Io condivido, ma alla fine che sarà questo voto. Metto uno dietro l’altro gli chef della mia personale classifica. Tanto è la mia!

A casa di Maffi ecco la Berkel e il cagnone. Dopo aver sostato al ristorante da Romano a Viareggio e prima di incontrare il giorno seguente un altro chef: Luciano Zazzeri. Ad un suo tavolo si era seduto Maffi con Enzo Vizzari. La settimana scorsa. Il primo cerchio sembra oramai chiuso!

…………………………………

Don Alfonso, Corso Sant’ Agata, Sant’Agata sui Due Golfi, 80064, tel. 081-87.800.26; sito.

Maffi&Pagano: gastro-citizen journalist. O se preferite: gastrofanatici 2.0.

commenti (102)

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  1. Avatar Dan ha detto:

    Mah… alla fin fine la sensazione che mi resta è che qui si parli molto più di persone (e neanche degli Iaccarino) che di piatti, di relazioni più che di cucina. Di “relativizzazione giudiziale” più che di sensazioni. I piatti li ho letti, ma non li ho “sentiti”.
    E’ interessante sapere che un piatto sia stato “umilmente ed intelligentemente corretto” rispetto a quanto provato il 25 marzo, tanto che mi interesserebbe saper COME è stato corretto.
    Le beghe mi divertono un sacco, ma non si contribuisce così alla deriva del wi-fu? Non si uccidono così anche i cavalli? Pollo o Pollak? Sono perplesso.

  2. Avatar alessandra meldolesi ha detto:

    Mi associo a paina. i voti sono la tomba della critica gastronomica. e presuppongono una gerarchia fra critico e cuoco. forse i blogger non sono poi così anticonformisti.

    1. Avatar Buauro ha detto:

      Non la vedo così. Penso semplicemente che i voti siano un ulteriore elemento di lettura, e che tornino molto utili per poter paragonare le recensioni fra di loro. Che i critici abbiano grande potere su coloro che sottopongono la loro opera al loro giudizio é una cosa inevitabile, ma come si diceva in un famoso film con protagonista un topo: “la verità é che, nel grande disegno delle cose, anche l’opera più mediocre ha comunque molta più anima del giudizio che la definisce tale”.

    2. Questa osservazione – sarà anche per l’autorevoleszza dell’Autrice – mi intriga particolarmente.
      Trovo l’uso del voto un elemento di semplificazione comunicativa (semantica, dovrei dire) che consente un rapido allineamento dei sistemi di riferimento, e se preso per quello che vale efficace; anche se non molto efficiente.
      D’altronde anche la rilevazione arguta & puntuta sulla gerarchia critico-cuoco ha una base non banale: anzi potente. Infatti un tizio molto più furbo di me diceva che la malizia spesso sta in chi ascolta, e probabilmente è l’uso che si fa dei punteggi che li distorce.
      Voglio dire che a me i punteggi divertono perchè sono una forma di comunicazione forse sommaria ma coinvolgente, le classifiche no perchè fanno leva su una competizione spesso autoriferita ed in fondo stucchevole.
      Infine – e chiudo – i bloggers sono esseri umani: alcuni sono davvero anticonformisti, alcuni si sforzano solo di farlo con risultati fortemente interlocutori. E la maggior parte invece sono uno-di-noi.

    3. Avatar fabrizio scarpato ha detto:

      Se non ricordo male, una volta hai scritto che il tuo punteggio riflette il rapporto tra felicità procurata e costo: insomma uno stato d’animo. I punteggi di cui si è ampiamente discusso in questi giorni escluderebbero, almeno a giudicare dalla meticolosa animosità e dal bilancino ragionieristico, l’intervento degli stati d’animo, della passione e in fin dei conti del rispetto reciproco tra i protagonisti, instaurando invece, quel rapporto conflittuale o gerarchico, che alla fine porta solo dissapori (sic?) *eufemismo*

    4. solo per il fatto che te lo ricordi, caffè pagato sei mesi… 🙂

      come sostenevo sopra, uso il numerino come un *racconto sintetico*, come la metafora sintetica di un’esperienza nel suo complesso più che come giudizio di valore.
      Ma ti dirò che aprire le guide e trovare (ancora) la classifica dei 32 migliori locali con le tende azzure ma vista lago però solo al tramonto ha stuccato, pur essendo io un generalmente grato utilizzatore di guide.

      proprio nel senso che dicevi tu era la mia osservazione: l’uso distorto è quello dell’eccessiva competizione: ma se si scambia la comunicazione con la competizione non è solo di chi legge la responsabilità. Non trovi?

    5. Avatar fabrizio scarpato ha detto:

      Infatti quel che cerco di sottolineare è la necessità di un coinvolgimento, emotivo, culturale, amigdalico da parte di chi scrive. Lo scrittore, il critico vuole parlarmi di un luogo, e per farlo usa tutte le parole di cui è capace: quasi con amicizia e complicità. Un luogo per pagina, non una scheda per luogo. Cento, duecento luoghi, non migliaia.
      Veronelli scriveva di “vini del mio privilegio”: ti raccontava di quelli che lo facevano star bene, e voleva dirtelo e condividere questo stato d’animo perchè anche tu te ne potessi giovare. “Le tavole del mio privilegio”, sarebbe un bel titolo.

  3. Avatar francescaruocco ha detto:

    caro maffi,

    per dare più forza al suo giudizio e farci capire meglio, ci può dire, fino ad oggi, nella sua vita, qual’è stato il punteggio massimo che ha dato ad un ristorante italiano solo sulla cucina?

    i suoi commenti mi sembrano molto positivi, ma il punteggio un pò basso, mi faccia capire….meglio, grazie francesca

  4. Avatar giovanni gagliardi ha detto:

    Io sostengo da sempre che i voti, soprattutto se declinati anche in 0,5 sono davvero troppo soggettivi. la differenza tra un 17 e un 17,5 non può che stare nella mente e nei trascorsi del singolo recensore (che dà quel mezzo punto in più, ad esempio perchè uno dei piatti assaggiati gli ha ricordato la cianfotta della sua infanzia che gli preparava la nonna).
    Si alle categorie, dove certo è più facile valutare in termini oggettivi e quindi ben vengano stelle gamberi cappelli o quant’altro. Poi, all’interno ad esempio della categoria top ciascuno prediligerà Cracco o Alajmo.

    Ad Majora

  5. Avatar nicola a. ha detto:

    Propongo votazione per la recensione, pur carente di vini, concordo con Vignerei: Ma il sevizio? Ma va bene, era dichiarata: “Una recensione a caso”.

  6. Massimo Bernardi Massimo Bernardi ha detto:

    Il post ha generato una ventina di commenti anche su Friendfeed, per chi non lo conoscesse, il più irresistibile dei social cosi. Molto interessanti quelli di Adlimina, ne riporto qui qualcuno.

    ‘livia iaccarino (la madre) ci spiega il cous cous di polipetti affogati’: è il vero problema (oltre all’imbarazzante color pastello dell’arredamento neoclassico più kitsch del sud italia – e che però mi rendo conto sia molto impressive per gli americani) di un posto che sì, certamente vale l’esperienza. la descrizione lirica, pressante e fuori luogo di quello che stai già valutando da te mentre ce l’hai sotto i denti. intendo: ‘donna livia’ non può applicare lo stesso metodo di presentazione del piatto col giapponese e con chi viene da te da vent’anni e comunque la costiera la conosce per centimetro quadrato. e ogni volta è il solito ‘ma non è una poesia questo rombo in tempura che ha creato mio marito?’ (peraltro l’ultima volta proprio la frittura lasciava a desiderare: l’olio non dovrebbe essere nemmeno lontamente percettibile. e invece.). insomma trovo insopportabile l’esegesi continua di ogni portata mentre magari stai chiacchierando e non hai nessuna voglia di fare oooh. però lei è stata, va detto, parte fondante del suo successo. perché lui è un burbero goffamente protervo mentre lei è moooolto attenta alla social issue: credo che ricordi uno per uno tutti i cognomi citati da forbes negli ultimi tre decenni. e poi il posto non ha tavoli esterni, e sant’agata è un paesone orribile. il merito resta la grande qualità della materia prima, si è saputo scegliere accuratamente i migliori fornitori e ancora a volte vedi i suoi uomini sulla spiaggia la sera a recuperare primizie o rarità dal pescatore casuale. ma il suo ‘orto’ è un appezzamento di terreno degradante sul mare che non può fisicamente produrre tutte le melenzane che dovrebbero finire nelle torrette di parmigiana. e quindi manco si possono giustificare 20 euro per un barattolino di pomodori sott’olio (sapientemente orchestrati sia lo shop che la visita guidata alla cantina, i foresti vanno pazzi). i dolci sono effettivamente un altro pianeta, ma se vai al relais blu hai meno scelta ma christof bob (ex secondo di heinz beck) non è da meno. e là il setting è il più mozzafiato della zona. detto questo, parole come velo, trionfo, sentore, andrebbero proibite dalla costituzione di ogni menu italiano.

    setting diversi, prezzi diversi, atmosfere agli antipodi. proverei entrambi, non dico che don alfonso sia da evitare, intendiamoci. ma se è un o/o allora di certo christof bob, specie se la serata oltre che gastronomica deve essere memorabile: la terrazza del relais blu http://www.relaisblu.com/ credo sia uno dei posti per cui vale la pena vivere (o mangiare).

    Taverna del Capitano – anche lì purtroppo pochissimi tavoli fuori (che oltretutto affacciano sui bagnanti) e troppi tavoli dentro. molto professionali, grande materia prima, cantina strepitosa. prezzi secondo me sproporzionati (come don alfonso, ma senza la ricerca e l’innovazione). comunque a marina del cantone c’è solo l’imbarazzo della scelta, è un concentrato di meraviglie. e di sera sembra di stare in grecia (sento che prima o poi mi assumeranno alla pro loco 😉

    Sulla crisi dei ristoranti di Napoli. Professionalità inesistente. la metà dei ristoranti non ha un menu scritto o se ce l’ha glielo devi chiedere. te lo portano e non ci sono i prezzi. ti siedi e parte il ‘che vogliamo preparare, un bello spaghetto a vongole?’ (variante della versione peggiore ‘dottò, che vulimm’ fa’? ‘nu bello spaghetto a vongole?’). è che campano di rendita. peccato che i fasti siano del secolo scorso. mangio meglio a casa mia nel novanta per cento dei casi

    1. Avatar francesco ha detto:

      Si Bernardi veramente molto interessante. E’ ironia la mia! A parte il dire che S.Agata è un paesone orribile, che la sig. Livia fa male il suo lavoro, che Alfonso non produce nelle sue terre quello che cucina, che il relais blu è ottimo (dista da S.Agata meno di 5 km., per intenderci il paesone orribile) c’è altro?
      Avevamo proprio bisogno che lei facesse notare questo post….
      Saluti

    2. Signor Francesco parlo perchè potrebbe toccarmi…
      intanto si dovrebbe venerare chi in un territorio ha creato la sua ragione di vita e di tanti altri….
      rimettendosi in gioco, per una famiglia che passa di generazione il proprio progetto aziendale con costi pazzeschi , investendo su un territorio che non tocca certo loro ristrutturare gli orrori dell’Italia Sant’Agata parlo…
      La famiglia Iaccarino riscuote successo nel mondo e in Italia per quello che possano dire la gente và e si diverte …
      Ama la gentilezza usata dalla famiglia Iaccarino anche perchè non và la gente per giudicare , ma, per divertirsi…
      Devo Andare a lavoro ….
      Ciccio Sultano

    3. Massimo Bernardi Massimo Bernardi ha detto:

      Francesco, non è che per essere interessanti i commenti devono necessariamente essere schierati. Dalla sua parte.

    4. Avatar francesco ha detto:

      La questione non è nè nella mia nè nella sua parte. Volevo solo farle notare la poca affinità di quel post con l’articolo dal quale si è partito.

    5. Avatar adlimina ha detto:

      abbi pazienza, francesco. sant’agata E’ un paesone non orribile: orrendo. lo stile è quello della ricostruzione post bellica, non so se hai presente, intendo quello in campania. spero per te di no. il relais blu, per tua conoscenza, disterà pure meno di cinque chilometri ma sta di fatto che è una costruzione bassa in mezzo agli ulivi e gli oleandri sul nastro d’oro, hai presente? no, ok, te lo spiego io: lo chiamavano così (e ancora lo chiamano) perché da lì si gode del più mozzafiato panorama di tutta la campania, anzi facciamo il golfo di napoli ché sennò mi accusi di essere a busta paga dai proprietari. ma capisco che per chi magari adoooora quei ristorantoni con il neon e le reti dei pescatori finte appese ai muri questo sia un po’ troppo da capire. saluti.

    6. Io credo, ma credo eh, che se il commentatore in questione avesse esposto a Livia Iaccarino la propria avversione ai commenti “in diretta” di sicuro lei si sarebbe adeguata; a posteriori penso sia facile parlare e criticare atteggiamenti che non si sono fatti notare. Il resto del commento non mi pare c’entri molto col Don Alfonso, o sbaglio?

      Sultano ha riassunto tutto in “si dovrebbe venerare chi in un territorio ha creato la sua ragione di vita e di tanti altri…”, cosa che da siciliano all’estero mi colpisce in prima persona, proprio perche’ fare questo non e’ esattamente una cosa facile.

      Ecco, se il commentatore quissu’ volesse valutare tante cose al di la’ della cucina, come il colore delle pareti, il paese che sta attorno e i tavolini fuori, magari potrebbe trovare spazio anche per quello che dice sultano, che forse e’ piu’ lodevole di un rosa pastello che puo’ piacere o meno (ma in fondo, who cares?)

    7. Non voglio dire venerazione per il lavoro che si fà , riconoscimento per il presente di ognuno di noi cuochi imprenditori che costruiscono e di riflesso danno luce ad un’economia del territorio lottando alla pari tra artigianalità e modernità dunque attuali…
      non metto commenti per opinioni e critiche perchè non è il mio campo .
      la complessità di chi dall’estremo nord al sud fare ristorazione di qualità richiede più di quello che si è all’estero…cosicchè la gente ritorna e fa venire altri che vanno via con un ricordo indelebile dentro…
      Magari ho scritto delle cose fuori dall’argomento…

  7. Ho letto tutto stamane.
    Possiamo dire tutto ed il contrario di tutto ma se prendiamo per buono il punteggio soggettivo dei due recensori la cucina del Don Alfonso non è nell’olimpo dei ristoranti Italiani, tantomeno in quello dei ristoranti internazionali. Sicuramente in posizione più alta di quella della Guida de L’espresso ma comunque mai nella top ten nazionale e tantomeno in quella internazionale.
    Quindi alcune pretese di esser considerati o di dover considerare acriticamente questo ristorante come al di sopra del bene e del male, dato il così alto livello della sua proposta gastronomica, mi sembra siano mal riposte.

    La lettura di questa recensione, come dalle altre delle Guide ufficiali, mi ha confermato la voglia di volerlo provare. Si, perchè evidentemente si sta bene, si mangia bene, si beve bene….cos’altro volere di più ?
    Da gourmet goloso che si informa comprando una guida gastronomica a me interessa questo, l’essere sicuro di trovarmi in un grande ristorante.

    Ciao

    1. No, adesso non vado.
      L’ho già detto, solitamente vado in quei posti dove so di avere o penso di avere con chi mi riceve anche una certa sintonia di sentire.
      Viste le recenti e non smentite prese di posizione degli Iaccarino questa auspicabile comunanza sarebbe sicuramente assente, quindi sarò assente a mia volta.
      Poi le cose e le persone cambiano….chissà in futuro…

      Ciao

    2. mah…che dirti, io francamente la penso come te. Nel senso che anche a me piace andare nei posti in sintonia con il mio sentire. Sul tema del cibo però, della qualità, del modo di intendere la cucina. E in questo senso il DON ALFONSO non può essere così distante dal tuo modo di intendere e volere. Se dovessi stare al sentir politico degli chef inteso su come la si pensa in materie di guide, recensioni, punteggi e quant’altro sono certo che non uscirei più di casa :-))

    3. Avatar gumbo chicken ha detto:

      Noto sempre di più che quello che è veramente utile a capire se un locale ci soddisferà è
      1. essere consapevoli dei propri gusti (fatto non così scontato) 2. leggere i racconti e le descrizioni di chi c’è stato
      I voti per me sono quasi sempre fuorvianti, perché mi portano a tarate le aspettativa su una teorica scala assoluta, mentre in realtà quello che conta è il confronto con quello che piace a me, l’esperienza che cerco io in quel momento, quello che mi serve quel giorno e così via!

  8. Cavolo, sono in ritardo su tutti i fronti e sono riuscito a leggere bene solo ora. Mi sembra che il duo M&P si sia divertito e non poco. In ogni caso il loro personale 17,5, considerando solo la cucina, è un parere decisamente interessante. Se poi, come sarebbe corretto, si tenesse conto degli altri parametri (sala, servizio, ambiente, carta vini, ecc.) mi sembra di capire che M&P più che confermare il giudizio della Guida Espresso (cosa che comunque non è, visto che un punto per l’Espresso è tanta cosa) sarebbero più vicini ad essere d’accordo con il New York Times. E dico questo proprio perchè stiamo parlano, in entrambi i casi, di pareri personali, emozioni espresse da persone – M&P e Apple jr. – che hanno voglia di divertirsi, stare bene, farsi poche seghe mentali, ristorarsi ad un ristorante. E non parlare più di voti che sempre di più non servono proprio a niente.

  9. Avatar Pagano&Maffi ha detto:

    L’emozione è un numero o una sensazione? Me lo ero chiesto a tavola quando Maffi aveva proposto di provare a stilare una scheda. Me lo ero chiesto in ragione di dare priorità a una sensazione di piacere. E’ più piacevole una cena, un panorama, un vino, scrivere? Può anche essere un voto. Ma se lo ricevi, come a scuola o all’università. Testimonia che ho compreso, ho studiato, sono stato in grado di mostrare il mio valore. Dare un voto è complicato: significa razionalizzare quel piacere, asciugarlo, disidratarlo e offrirlo alle battute di una griglia, di un foglio excel. Ho letto il piatto ma non l’ho sentito, si è detto. Mi sta bene, non sono le descrizioni di Camilleri perchè chi ha scritto non è Camilleri. La sensazione non è trasmessa, ma il piacere diventa impossibile da condividere con chi scorre le righe elettroniche alla ricerca dello 0,5 in più o della costruzione di una nuova classifica. Che non può esserci perchè Pagano&Maffi hanno “schedato” un solo ristorante. E certo se hanno provato ad applicare il sistema di punteggio in ventesimi non possono aspirare a far confrontare un’intera guida con una sola scheda. La “ricerca della verità” sul punteggio assegnato da Maffi&Pagano, però, sottende per noi un piacere: abbiamo dimostrato di essere attendibili, o almeno lo crediamo, per il minuzioso ragionare intorno a un particolare! E di questo siamo orgogliosi. Anche se nell’esegesi di questo racconto qualcuno si spinge a paragoni con critici ben più quotati. Noi lo prendiamo come uno sprone a continuare in questa operazione di gastro-citizen journalism perchè crediamo che chi non è ancora andato in un ristorante, come Don Alfonso, potrà pensare che un piacere lo troverà e poi mentre si lascerà pervadere da una sensazione gustosa andrà a depositare quel momento nel suo personale paniere di cose belle che ognuno porta sempre con sè. E mi piace pensare che questi piaceri che ogni chef e ristorante possono offrire non costruiscano una piramide gerarchica ma una grande orchestra in cui alcuni avranno meglio accordato i propri strumenti, altri siano imbattibili in una singola esecuzione e molti partecipino per migliorarsi e offrire ancora di più a quei due matti di gastrofanatici che saltano da una tavola all’altra 😉