di Nelson Pari 14 Settembre 2020
verdicchio

È finalmente successo. La denominazione “Verdicchio di Matelica DOCG” riesce finalmente a togliersi di dosso il nome del vitigno di appartenenza per diventare “Matelica DOCG”. Siamo di fronte ad un’altra zona di produzione di vino che rivendica il proprio #territorio, sopravvalutando forse la notorietà del proprio nome?

In ogni caso, tuona la rete. Twitter, Facebook ed Instagram urlano al fronte della grande rivoluzione territoriale. Tutto è cambiato. Una sorta di futurismo enoico si è spalancato davanti ad una zona di cui si è parlato poco negli ultimi anni. Ma una domanda sorge spontanea: ne varrà la pena?

Ci serve il Matelica DOCG?

Vogliamo partire con una scomoda verità? Del Matelica non frega nulla a nessuno. Tutti quelli che condividono la gioia di questo grande risultato Italiano a fatica ne hanno aperto una bottiglia negli ultimi due anni. E dove sono gli scritti in lode su questo vino? Neppure un articolo del New York Times, dove i vini venivano citati per il loro basso prezzo, ha aiutato questa zona a raggiungere una breve fama..

In questa intrisa ansia da prestazione, tra l’anfora di Fazi Battaglia e Leopardo Felici vignaiolo dell’anno, Matelica trova nel vitigno Verdicchio il nemico da eliminare per poter finalmente far parlare di sé. Ma a quale costo?

Il “Sole 24 Ore” titola “I Vini di Matelica rinunciano al brand Verdicchio nella denominazione”. Ho inizialmente cercato di trattenere il vomito nel leggere la parola “brand” ma forse non esiste termine più azzeccato. Quando si parla di brand, non si parla del prodotto in sé e delle sue particolarità ma solo del suo nome. Quanti sanno cosa sia il Verdicchio? Quali sono i tratti di questa zona? Ma soprattutto quanti hanno veramente voglia di saperlo?

L’importanza di sentirsi importanti

Invasa da un bisogno di diventare Borgogna, la nostra penisola ha negli ultimi anni cercato disperatamente di narrare il proprio territorio con scarsissimi risultati. Nella ricerca delle zonazioni, questa Italia, divisa tra artigiani del vino in lotta tra di loro e grandi distribuzioni al timone dei consorzi, ha voglia di far parlare di sé senza chiedersi cosa sia importante raccontare. E Matelica è solo l’inizio.

In una regione pronunciata correttamente da una persona su dieci all’estero, dove prima dell’arrivo di Ampelio Bucci pochi sapevano cosa fosse la qualità, ora si lotta per affermare un terroir. Forse dovrei essere il primo a gioirne. Di questa zona ho sempre avuto qualcosa in cantina. da Cavalieri a Bisci, da Colpaola fino a Borgo Paglianetto, ma questa mossa comunicativa non mi convince. In tutti gli articoli letti, incluso questo, di Matelica si parla veramente poco o niente e siamo tutti generalmente un poco più confusi di prima. Troppe volte ho visto sommelier ed esperti di vino, sia in Italia che all’estero, cercare di ricordare l’uva della DOCG di Dogliani dopo che il nome della sua uva, il Dolcetto, fu tolto dalla denominazione. Diventerà questa nuova DOCG Marchigiana la classica domanda trabocchetto all’esame?

Gioiamo quindi, per la grande scoperta del territorio di Matelica, dato che sarà una questione di giorni prima che torni nel dimenticatoio dal quale è uscito.