Andrea Gherpelli o del curioso caso dell’attore contadino

Un attore che fa anche il contadino e un contadino che fa anche l'attore? Andrea Gherpelli sembra essere riuscito nell'impresa di conciliare i due lavori. E di non fare agricoltura qualunque.

Andrea Gherpelli

Vengo visto come un extraterrestre, sia da una parte, che dall’altra” mi dice Andrea Gherpelli, nel corso di un’intervista che probabilmente non sarebbe mai avvenuta se non avessi fatto un sonoro errore. Guardare un reality sulla vita di campagna di cui era protagonista e scrivere che era talmente convincente nella parte dell’agricoltore da sembrarlo per davvero. Come in effetti è, da quattro generazioni almeno. Me lo avrebbe segnalato in un messaggio su Messenger.

Attore e agricoltore sono due parole che, a parte le tre lettere finali non mi sembrano avere molto in comune. Per questo toccherà ad Andrea Gherpelli, attore di tv, teatro e cinema, ma anche agricoltore e custode di semi spiegare come si incrociano i due mondi: quello dello spettacolo e quello della terra. Di quell’azienda nella zona di Correggio, in Emilia Romagna, precisamente nella frazione di Prato di Correggio, “un paese con un migliaio di abitanti e una decina di migliaia tra mucche e maiali”, dove i Gherpelli cominciarono a coltivare nel 1933, quella che ancora oggi si chiama “Casa Vecchia”.

Partiamo da questa domanda, ne esistono altri come te?

“Per quello che io conosco del sistema, diciamo, nessuno. Poi qualcuno che aveva la terra sì, l’ho incontrato. Ma nessuno che stia con le mani lì, a lavorare”

 

A noi qui interessa soprattutto di agricoltura. Dammi qualche coordinata sulla tua azienda.

“C’era il mio bisnonno Giovita, mio nonno Fortunato, mio babbo Romano, e poi ci sono io. Negli anni l’azienda agricola ha virato in direzioni diverse. Dalla vigna, all’allevamento. Io sono nato nel momento in cui la terra veniva lavorata per la zootecnica”

 

E oggi come stanno le cose?

“Oggi ci occupiamo principalmente di custodia e la riproduzione di semi antichi. È stato un percorso molto lungo. Ci sono stati anni di impegni, di lavoro, di sbagli, di incontri. Quando sono nato io non si faceva differenza tra il grano per gli animali e il grano per le tagliatelle a casa. Il grano era grano. Lo macinavi e te lo mangiavi. Fino a che non abbiamo scoperto quello che c’era dietro. Dico spesso: “Badate bene che la farina è come le polpette. E le polpette bisogna mangiarle a casa di chi ti fidi”. Altrimenti ti mangi di tutto e di più, anche cose che non sono dichiarate. Oggi facciamo soprattutto questo: siamo agricoltori e custodi di semi”.

 

Quindi?

“L’agricoltore custode è quello che riconosce nei cereali storici una forma di intelligenza vegetale che si impegna a mantenere viva nei suoi campi invece che ferma nelle celle frigorifere. Con la mia famiglia e con Elena Fiaccadori, la mia compagna, biologa di formazione, anche lei figlia di agricoltori. Quando ci siamo conosciuti, avevamo già tantissimi contenuti in comune. Abbiamo riunito questo progetto sotto il nome di Agricoltori Custodi e sotto il marchio Natura Maestra”

Ph. Massimo Mantovani

Questo è il momento di tirare fuori il termine biologico e sentire che ne pensi.

“Oggi il biologico è molto cool, ma è una risposta nata per cercare di arginare il problema dell’agricoltura convenzionale. Nei libri di agricoltura fino al ‘900 non c’era neppure bisogno di parlare di queste cose. Per me il biologico è solo una parte ridotta dell’approccio delle buone pratiche agricole. Io per esempio non dovevo inventarmi nulla, sono figlio di agricoltori. Sono andato a vedermi quello che facevano i miei bisnonni e ho scoperto che le buone pratiche agricole sono molto di più del biologico”

 

Un esempio?

“Rimanendo nel mio, le buone pratiche agricole prevedono la moltiplicazione del seme in azienda. Dal raccolto bisogna estrarre il seme per rinseminare, solo allora si sviluppa un’agricoltura che è completamente virtuosa. Per fare questo però bisogna riprendere dei semi che sono spesso fuori commercio, che sono stati rinchiusi nelle banche del germoplasma come campionamento, perché trattengono delle informazioni sulla resistenza ai patogeni che nel momento opportuno si possono estrapolare per riprodurle in sintesi. Esattamente come nei farmaci”

Ph. Massimo Mantovani

Hai citato poco fa l’agricoltura convenzionale. Credo sia giusto capire cosa intendi.

“Si parla di agricoltura convenzionale perché è esattamente questo: il frutto di una convenzione che è stata proposta così tanto che è la prima che ti capita sotto mano. E infatti quando cominci a fare agricoltura, vai al consorzio a comprarti il tuo seme e stai sicuro che avrà bisogno di essere trattato. Ma in realtà si parla di un fenomeno recente, di qualcosa che non ha neanche un secolo. È una trasformazione agricola che è avvenuta nel giro di alcuni decenni a fronte di almeno 12.000 anni di presenza di cereali sulla terra a ha ribaltato completamente anni e anni di buone pratiche agricole, quell’idea di agricoltura che è nata e cresciuta in sinergia tra terra, clima, essere umano e seme”

 

Quindi voi che tipo di approccio seguite, se non è convenzionale e non è biologico?

“Io ho studiato, ho provato e cerco di integrare le varie esperienze. Ci produciamo in casa dei bio-preparati. Per me gli approcci di Steiner o quelli dell’agricoltura organico-rigenerativa sono tutti splendidi. È solo il caso di integrarli a seconda delle situazioni e delle esigenze aziendali. Non è detto che tutte le aziende possano permettersi dei trattamenti biodinamici, magari i preparati possono farseli in casa”

Andrea Gherpelli

Ph. Elena Fiaccadori

Nel tuo, nel vostro territorio, c’è una rete di produttori come voi?

“Veramente qui siamo una mosca bianca. Questa è una zona di agricoltura standardizzata, io stesso sono stato formato nel campo dell’agricoltura ad alta resa. Nel tempo però abbiamo costruito una rete di affiliati – scusami ma non mi piace chiamarli clienti – persone che fanno con noi questo percorso, loro dal punto di vista alimentare, noi dal punto di vista agronomico e ci permettono di crescere. Per me è il senso di comunità che si allarga. Io non sono uno di quelli che vuole svendere la farina ai pizzaioli perché ho l’hangar pieno”

Fin qui tutto liscio. Ma alla recitazione come ci sei arrivato?

“Anche lì passo passo. È iniziato tutto da bambino, nel palcoscenico della parrocchia. Mio padre mentre lavorava in campagna scriveva delle commedie, delle scenette. A Carnevale e a Capodanno facevano questi spettacoli, io e mio fratello ci siamo trovati prestissimo sul palco. Lui poi si è dedicato alla musica, un po’ anche io perché suonavo la batteria. Poi ho lasciato l’uno e l’altro, e mi sono iscritto a ingegneria. Durante l’università a Bologna ho incontrato la compagnia universitaria. All’inizio sembrava uno scherzo, poi invece quando mi son laureato mi sono detto: senti, a me quella cosa lì mi piace molto, voglio andare a Roma a vedere se c’è qualcosa per me o se è soltanto un sogno. Ho vinto una piccola borsa di studio, ho cominciato a conoscere gli addetti ai lavori, ho fatto i primi provini, terribili, che per fortuna non sono andati”

Andrea Gherpelli

Ma in qualche modo attore lo sei diventato sul serio. Giusto?

“Ho fatto tanto teatro, poi qualche serie televisiva. Però il teatro era un problema perché non riuscivo a tornare per prendermi cura della terra e quindi mi sono accorto che la televisione e il cinema avevano dei tempi molto più condensati e momenti di grande silenzio in cui potevo tranquillamente fare altro. Adesso sono riuscito a riunire le due professioni perché nel frattempo ho scoperto i grani antichi, che per me sono stati un Big Bang. Mentre ero in giro per le ultime tournée andavo a rompere i maroni ai contadini per farmi dare il frumento. Poi seminavo nel mio orto queste piante meravigliose, alte due metri. Io ero abituato a frumenti che ti arrivavano al ginocchio, bassi, deboli”

 

Non pensi che all’agricoltura manchi proprio questo? Comunicazione, visibilità, un palcoscenico insomma.

“I contadini per molto tempo hanno vissuto lontano dal mondo, ma questa è un’arma a doppio taglio. Perché poi il mondo lo fanno gli altri. Tu sei costretto a vendergli le tue robe e non hai nessun potere sul tuo prodotto. Invece per proporre un prodotto lo devi saper raccontare. La narrazione diventa fondamentale, non puoi pensare di tenerle per te certe cose. Anche perché solo quando hai le informazioni puoi scegliere”

Andrea Gherpelli

Ph. Andrea Lazzarini

Visto che non mi pare se ne parli, ti chiedo: di questi temi si potrebbe mai parlare in televisione?

“Beh io non vedo l’ora, non vedo l’ora che mi invitino. Sono cose banalissime da capire, le capiscono i bambini che vengono da me. Perché seguono la natura. L’ultimo programma che ho fatto, intanto, dei semini li ha messi”

 

Già che l’hai menzionato parliamone. Che esperienza è stata per un attore e agricoltore Wild Teens?

“All’inizio non ero convinto, non sono molto avvezzo a quel tipo di programma. Poi parlando con gli autori ho capito che c’era la volontà di inserire dei contenuti. Al di là dei vezzi dei ragazzi, dei loro capricci, c’è lo spazio per far comprendere la bellezza di quel tipo di approccio alla vita, che loro conoscono in sei puntate. E intanto per il pubblico c’è la possibilità di seguire questa evoluzione. È stata un’esperienza bellissima, ma più di bellissima. Una trasformazione profonda”

Wild Teens

Scusami se sono triviale ma, in quale professione si guadagna di più?

“Ma naturalmente nel mondo recitativo, che vuoi che ti dica. Il lavoro di custodia e ricerca in azienda agricola è decisamente più certosino, non prevede l’esposizione esplosiva del mondo attoriale. Ma su di me non ha importanza. Non faccio nessuno dei due lavori con l’obiettivo del guadagno, lo faccio con l’idea di portare fuori dei concetti. Io vado a fare i mercati il sabato mattina alle 6, non perché non mi piace stare a letto o non sento la fatica, ma per il bisogno di raccontare quello che faccio e perché”