di Flavio Parisi 20 Ottobre 2009

Riso bianco, uovo crudo e salsa di soja sono gli ingredienti del Tamago kake gohan

Diversamente da quello che si crede in Italia la cucina giapponese non è fatta di pochi elementi, sempre gli stessi. Sushi, sashimi, tenpura, e poco altro. E allora quali sono le linee guida dell’alimentazione nipponica? Principalmente la semplicità, la freschezza e la bontà degli ingredienti. Prendiamo i soba: sono pasta di farina e acqua condita con un brodo che sulle prime a noi italiani può sembrare insipido, lo stesso vale per gli udon. Uno dei piatti che piace a tutti i giapponesi è il riso bianco mescolato con uovo crudo e salsa di soja (tamago kake gohan), tutto mangiato con l’alga nori. Un pasto tradizionale spesso si conclude con il riso bianco annegato in una tazza di tè (ochazuke), che ha un sapore primordiale, ma molto intenso. Sempre a patto che gli ingredienti siano ottimi.

Ma ovviamente l’alimentazione dei giapponesi non finisce qui. A ondate successive la cucina straniera è arrivata in queste isole riscuotendo immenso successo. Tenpura è un’evoluzione della frittura portata dai missionari portoghesi, come alcuni dolciumi che ancora si producono specialmente nell’ovest (konpeito). Poi sono arrivati altri piatti occidentali come lo stufato, il curry (dall’Inghilterra), la cotoletta di maiale panata e fritta e anche la pasta. Nel dopoguerra, il consumo di carne è cresciuto anche grazie agli hamburger, alle bistecche, e alle grigliate in stile coreano. Tutti questi piatti sono stati nel corso del tempo rivisitati e adattati, come i ramen, gli spaghetti in brodo cinesi che in Giappone hanno raggiunto un livello di sviluppo a volte fanatico.

Il risultato è che adesso i giapponesi sono liberi di scegliere tra una varietà di cibi impressionante: conosco molti ragazzi che al riso preferiscono la pasta e che mangiano ogni giorno piatti occidentali. Anche la cucina italiana è amatissima e viene a sua volta rielaborata e interpretata. Ad esempio, nessuno dei miei amici si capacita del fatto che in Italia il carpaccio sia quasi esclusivamente di carne mentre è delizioso se preparato con polpo, spigola, dentice o tonno.

Non voglio parlare della pasticceria giapponese che partendo dagli insegnamenti dei maestri francesi o tedeschi continua a sfornare delizie mescolando gli ingredienti e i generi. Un fatto interessante è che queste novità non sono sviluppate e consumate solo da una èlite, ma tutti si entusiasmano e vogliono provare quello che non conoscono. Il risultato di questa rielaborazione non è come si potrebbe temere la scomparsa della tradizione ma, al contrario, la sua forza, visto che la cultura gastronomica giapponese si basa sulla commistione di cucine diverse e l’adozione di nuovi ingredienti. Un tempo non era così anche per la cucina italiana?

Immagine: Wikimedia