di Prisca Sacchetti 8 Marzo 2011

“Quello dello chef Davide Scabin con Rivoli è un matrimonio perfetto”, scriveva il Gambero Rosso quando le nuvole dense non precludevano l’orizzonte: “il castello sabaudo ospita fin dal 1984 il museo di arte contemporanea e Scabin è considerato uno dei più talentuosi interpreti della cucina di ricerca”. Non per girare il coltello nella piaga, ma all’epoca si era molto compiaciuti per gli chef piemontesi insediati nelle residenze sabaude, dove, si diceva, potevano “coniugare storia e presente, cultura gastronomica e arte”.

Ma oggi, la grande sala del ristorante coi pavimenti in legno e le pareti di cristallo che si trova accanto alla Manica lunga, l’antica pinacoteca dei Savoia, è vista con meno simpatia. Tra gli effetti della crisi c’è anche la voragine nei conti del castello, in rosso di 500.000 (cinquecentomila, mezzo milione di euro). E con chi se la prendono gli amministratori responsabili del flop? Con Davide Scabin, il grande interprete della cucina italiana portato a Rivoli anni fa per dar lustro al Castello.

Il presidente della commissione Valerio Calosso trova “incomprensibile e al limite dello scandaloso” il contratto che prevede, a fronte del pagamento di 5000 euro di affitto mensili, l’abbuono di tutte le utenze che restano a carico del Castello, per un totale, nel 2010, di 50mila euro.

Dimenticando che mentre il capro espiatorio continua a brillare, questa penosetta crisi di nervi mortifica ulteriormente un accordo che loro stessi hanno sottoscritto. Ma si può?

[Crediti | Gambero Rosso, Club Papillon, immagini: Sigrid Verbert]