di Prisca Sacchetti 30 Giugno 2010

Te lo ricordi caro lettore l’orsetto di peluche? Massì dai, quello che abbracciavi nelle notti buie e tempestose. Ora sei grande e i tuoi incubi hanno nomi diversi, ma sono sempre lì: “corna”, “bambini”, “stipendio”, “crisi”… preferivi gli spettri, eh! Pure l’orsacchiotto non è più lo stesso, e siccome sei un fottuto gastrofanatico, quando hai bisogno di conforto ti rivolgi a un certo tipo di pasta o al formaggio che ti fa salivare come un cane di Pavlov.

È il potere della marca, bellezza, te lo ha insegnato Carosello ai tempi dell’orsacchiotto, ricordi? Un qualsivoglia Pitu-pitum-pa e Susanna tutta panna l’avresti sposata seduta stante, la Mucca Carolina e il caballero del caffè Paulista testimoni di nozze. Sei d’accordo, caro lettore, che la marca è il tuo orsacchiotto di peluche, ciò che ti riscalda il cuore nonostante gli indici di borsa, tornati anche loro ai tempi di Carosello?

Non dico che passi le notti stretto alla Susanna gonfiabile, ma scommetto un centesimo bucato che se vedessi i formaggini Milione ti batterebbe ancora il cuore, come succede a me con la la maionese: Calvè, si capisce. L’ho conosciuta da bambino e non l’ho più mollata, spalmata sul parmigiano è meglio del Prozac, credimi. Provala pure sulla dichiarazione dei redditi, poi mi dirai. Inutile, sublime e un tantino fascinosa, con quell’aria da “genere voluttuario” che diventa perversione, la signorina Calvè è il mio marchio feticcio. Il tuo invece qual è? A quale marchio sei rimasto fedele nel tempo. La pasta Barilla o la Fiesta-ti-tenta-tre-volte-tanto?

Sù, non essere omertoso, o sarò costretto a chiamare l’uomo del Monte…