di 3 Ottobre 2010

Chi è mai stato a un Festival cinematografico importante (Berlino, Cannes o Venezia) conosce la sensazione collegata a un’offerta di titoli apparentemente infinita. E’ un po’ come se, dopo una cena abbondante da Massimo Bottura o Mauro Uliassi, gli chef vi proponessero di ricominciare con dei piatti inediti o non in carta. Umanamente il vostro corpo non ce la fa, ma la voglia è fortissima, anche a costo di sentirvi male. Capita così anche a Venezia, dove non va persa l’occasione di vedere film stimolanti che non saranno distribuiti.

In questo senso, un film che rischia di utilizzare Venezia come trampolino di lancio è “The Happy Poet“.

I trentenni o poco più che hanno scoperto il buon cinema con i film indipendenti americani, non resteranno indifferenti a questa pellicola. Impossibile non pensare al caro buon vecchio Hal Hartley, autore di titoli come Trust – fidati e L’incredibile verità, che hanno cambiato il panorama del cinema low-cost a stelle e strisce. Qui, soprattutto all’inizio, ci aggiriamo negli stessi territori per il tono stralunato della narrazione e le musiche ultraminimaliste che accompagnano le scene.

Al cento della storia, un idealista che vuole lanciare un punto vendita di panini biologici, mentre tutti i possibili finanziatori (in colloqui esilaranti) gli spiegano che dovrebbe puntare sui commercialissimi hot dog. Eppure, il protagonista crede veramente alla strada intrapresa, nonostante le difficoltà a vendere tofu e verdure piuttosto che gli amatissimi salsicciotti. Il risultato è che sembra di vedere un documentario come “Food, Inc” trasformato in pellicola di fiction, che senza lezioncine pedanti spiega i problemi commerciali di un’attività del genere (come, molto semplicemente, l’alto costo delle materie prime rispetto ai cibi tradizionali).

Il merito della riuscita del film è anche di un protagonista (ossia lo stesso regista Paul Gordon) che sembra avere dentro di sé tutte le insicurezze e le difficoltà di comunicare del suo personaggio. In effetti, chi lo ha incontrato al Lido nei giorni della Mostra, era pronto a giurare che le differenze tra realtà e finzione cinematografica, insomma tra personaggio sullo schermo e il Gordon in carne e ossa, fossero minime.

In tutto questo, non manca una bella congrega di schizzati che attorniano il protagonista nel suo sogno, senza voler essere ruffianamente simpatici (anzi). E il finale, anche se un po’ forzato, è il frutto di situazioni che non eccedono in trionfalismi. Forse, volendo trovargli per forza un difetto, possiamo dire che gioca su territori abbastanza noti a chi il cinema indipendente non lo ha scoperto con la Fox Searchlight. Ma avercene di film del genere…

[Fonti: The Happy Poet, Possible Films, Corriere]