Happy Poet | Culti che è necessario il gastrofanatico riesca a coltivare prima di Natale

Chi è mai stato a un Festival cinematografico importante (Berlino, Cannes o Venezia) conosce la sensazione collegata a un’offerta di titoli apparentemente infinita. E’ un po’ come se, dopo una cena abbondante da Massimo Bottura o Mauro Uliassi, gli chef vi proponessero di ricominciare con dei piatti inediti o non in carta. Umanamente il vostro […]

Chi è mai stato a un Festival cinematografico importante (Berlino, Cannes o Venezia) conosce la sensazione collegata a un’offerta di titoli apparentemente infinita. E’ un po’ come se, dopo una cena abbondante da Massimo Bottura o Mauro Uliassi, gli chef vi proponessero di ricominciare con dei piatti inediti o non in carta. Umanamente il vostro corpo non ce la fa, ma la voglia è fortissima, anche a costo di sentirvi male. Capita così anche a Venezia, dove non va persa l’occasione di vedere film stimolanti che non saranno distribuiti.

In questo senso, un film che rischia di utilizzare Venezia come trampolino di lancio è “The Happy Poet“.

I trentenni o poco più che hanno scoperto il buon cinema con i film indipendenti americani, non resteranno indifferenti a questa pellicola. Impossibile non pensare al caro buon vecchio Hal Hartley, autore di titoli come Trust – fidati e L’incredibile verità, che hanno cambiato il panorama del cinema low-cost a stelle e strisce. Qui, soprattutto all’inizio, ci aggiriamo negli stessi territori per il tono stralunato della narrazione e le musiche ultraminimaliste che accompagnano le scene.

Al cento della storia, un idealista che vuole lanciare un punto vendita di panini biologici, mentre tutti i possibili finanziatori (in colloqui esilaranti) gli spiegano che dovrebbe puntare sui commercialissimi hot dog. Eppure, il protagonista crede veramente alla strada intrapresa, nonostante le difficoltà a vendere tofu e verdure piuttosto che gli amatissimi salsicciotti. Il risultato è che sembra di vedere un documentario come “Food, Inc” trasformato in pellicola di fiction, che senza lezioncine pedanti spiega i problemi commerciali di un’attività del genere (come, molto semplicemente, l’alto costo delle materie prime rispetto ai cibi tradizionali).

Bisogna dire che si gioca un po’ sporco, perché se l’idea che il cibo biologico sia riservato a una piccola élite di persone ben informate poteva reggere 10 anni fa, oggi parliamo di un mercato in continua ascesa. Insomma, la furbata è quella di far finta che il pubblico cui è indirizzato il messaggio sia ancora piccolo, e di far sentire lo spettatore gastrofanatico come un eroe, quando in realtà è sì una minoranza ma tutt’altro che silenziosa (altra ragione per cui penso che “The Happy Poet” possa diventare un titolo di culto).

Il merito della riuscita del film è anche di un protagonista (ossia lo stesso regista Paul Gordon) che sembra avere dentro di sé tutte le insicurezze e le difficoltà di comunicare del suo personaggio. In effetti, chi lo ha incontrato al Lido nei giorni della Mostra, era pronto a giurare che le differenze tra realtà e finzione cinematografica, insomma tra personaggio sullo schermo e il Gordon in carne e ossa, fossero minime.

In tutto questo, non manca una bella congrega di schizzati che attorniano il protagonista nel suo sogno, senza voler essere ruffianamente simpatici (anzi). E il finale, anche se un po’ forzato, è il frutto di situazioni che non eccedono in trionfalismi. Forse, volendo trovargli per forza un difetto, possiamo dire che gioca su territori abbastanza noti a chi il cinema indipendente non lo ha scoperto con la Fox Searchlight. Ma avercene di film del genere…

[Fonti: The Happy Poet, Possible Films, Corriere]

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