di Prisca Sacchetti 28 Maggio 2016
pranzo anni 70

Mentre cerco di prenotare il brunch per domenica e non c’è verso (pieno tre turni su tre, maledizione), ripiegando per mancanza di alternative su un pranzetto affacciato nel naviglio verso Pavia, mi sorprende inaspettata la nostalgia del pranzo domenicale.

Nostalgia di casa, di quei nonni un po’ rudi e a volte ingombranti che, malgrado tutto, erano sempre così presenti nelle nostre vite.

Un pranzo nelle soleggiate domeniche d’estate, tutti seduti attorno al tavolo di pietra sotto il pergolato di glicine, che nemmeno tenendo fede alle ricette tramandate riuscirei mai a replicare. “La chiantigianità” da tavola diventa un’imitazione mal riuscita se riproposta fuori dal Chianti.

Ecco il menù della nonna.

ANTIPASTO

Misto come d’abitudine, composto dall’inevitabile crostino con paté di fegatini, prosciutto salato e ”gnorante” fatto dalle mani callose del nonno e lasciato stagionare in cantina minimo 8 mesi, crostino rosso con la passata di pomodoro delle donne di casa. Tocco finale: 2 olive verdi dolci e grandi che credo servissero come colpetto di colore.

PRIMO PIATTO (o primi piatti)

Tagliatelle fatte in casa col ragù. Il rituale prevedeva la tagliatella stesa al mattino: arrivando presto, diciamo verso le 10 si aveva la possibilità di assistere a una meravigliosa lezione di sfoglia, il matterello e l’affascinante pulizia finale della spianatoia. Con le tagliatelle sugo di carne, bando alle ciance!

Carne di vitello, salsicce e costato di maiale a fare glu glu nella passata casalinga per almeno 4 ore. Sempre arrivando presto si assisteva allo stravagante fenomeno della fila davanti alla pentola: tutti i convocati al pranzo domenicale con un culetto di pane in mano, meglio se un po’ raffermo, in fila per tuffarlo dentro al sugo.

Nelle domeniche più gloriose gli stessi avventori inscenavano un teatrino che aveva per tema una presunta sapidità del sugo. Non era vero. L’obiettivo era assaggiare il sugo sempre col pane sciapo ma 7/8 volte, per poi convenire, toh, guarda, che non c’era sale da aggiungere.

Altra missione: lasciare un avanzo consistente di tagliatella per il pranzo del lunedì, non all’altezza di quello sontuoso della domenica, ma che si faceva rispettare. Tagliatelle al ragù domestico riscaldate in padella con agognata crosticina croccante: se fossi il cuoco di un ristorante costruirei un menu nostalgia partendo da questo piatto.

Nelle domeniche di festa seguivano i cappelletti in brodo. Brodo di gallina va da sé.

Era a quel punto che vedevi lo zoccolo duro del pranzo domenicale: mangiatori che arrivano senza batter ciglio fino in fondo. Prendono uno di tutto, bevono molta acqua e parlano poco. Quello che prende due volte le tagliatelle al sugo è destinato a scoppiare prima della fine, chi salta l’antipasto è diseredato, chi non prende i cappelletti eretico.

CARNE E VERDURE

L’arrosto: cosa da uomini nel Chianti. Era, e ai miei occhi sarà sempre, il nonno a mettersi davanti al forno a legna, mani d’amianto, guance rosse, un bicchiere di vino accanto.

Poteva capitare il pollo che una settimana prima razzolava nell’aia davanti ai tuoi occhi, il coniglio che da piccola la nonna, tipo spiccio poco incline alle lungaggini, ti scuoiava davanti, il piccione di cui per fortuna non ricordi le origini o l’agnello. Contorno di patate al forno e insalata dell’orto croccante e dolce.

DOLCE

Dipende. Si andava dalla crema pasticciera al cucchiaio con dentro un savoiardo pucciato nell’alchermes, una specie di zuppa inglese, uno sghembo tronchetto della felicità per Natale, le castagnole con la crema gialla nel periodo di Carnevale.

Ecco la mia nostalgia (e non parlo del profumo di pomodori maturi e menta selvatica che arrivava dall’orto). Ecco la non replicabilità del pranzo domenicale al di fuori della cucina rustica toscana. Ecco perché il brunch non mi scalda e mi riavvicina inesorabilmente alla mia toscanità.

Per i prossimi 5 minuti fatevi prendere, e ditemi qual è il vostro pranzo della domenica, quello che vi fa venire la nostalgia?