di Manuele Berti 20 Agosto 2010

Con tutti i cocomeri che ho mangiato negli ultimi giorni sto caloricamente a posto per l’estate intera. Ma se è concesso, senza che i lettori prendano le distanze dal povero editor del blog, vorrei confessare la mia totale incapacità di scegliere quelli buoni.

Sapevo o meglio, credevo di sapere che il cocomero dovesse essere bello sodo e possibilmente peso (diminutivo di pesante nello slang del gggiovane). Però un paio di volte mi è andata buca.

Nel deserto di consigli attendibili ho finito per dar credito alla leggenda metropolitana (magari non lo è) della macchia chiara provocata dalla maturazione al suolo. Diceva l’Internet — se non trovate una macchia chiara il cocomero è stato raccolto prima del tempo. Credetemi sulla parola: mai trovata!  Nè nei cocomeri gagliardi tantomeno negli altri. Boh, sarò io.

Se esistesse un Vuggì del cocomerismo sui blog impazzerebbe il genere fotografico “gurmé che accosta l’orecchio per sentire un suono sordo dopo aver picchiato la scorza con il palmo della mano”. E forse comparirei anch’io, magari mentre chiedo con espressione ebete: “ma come cavolo è un fottuto suono sordo”?

Una volta tagliato, diciamolo, il cocomero può trasformarsi nella porta d’accesso all’inferno. Come dev’essere il colore? Squillante o è solo uno specchietto per le allodole? Uniforme o vogliamo accreditare il club “strenui difensori delle striature bianche”? E la consistenza? Boh.

In ultima analisi ci sarebbe l’assaggio al coltello, vero punto di non ritorno per cocomeri flosci e farlocchi. Nemmeno questa è una prova attendibile secondo gli esperti, un cocomero perfetto in un pezzo potrebbe essere un cocomero perfetto en travesti in un altro.

Il risultato è che sbaglio a comprare un cocomero una volta su tre. E dico poco. Avete consigli da darmi?

[Immagine: Flickr]