di Prisca Sacchetti 28 Maggio 2012
caffè, tazzina,

Oggi, solo in rare occasioni gli italiani fanno caso a quanto sono in debito, in termini di natura e disposizione, a un gesto essenziale e sobrio come quello del sorseggiare un caffè. Può aiutare il Washington Post che di recente ha riassunto le mecche dei nostrani caffeinomani.

Ce ne accorgiamo praticamente solo in vacanza, unico caso forse in cui è giocoforza separarsi dalla tazzina, nostra confidente quotidiana, per più di ventiquattro ore consecutive.

Ce ne accorgiamo perché del caffè ci mancano il sapore definitivo, la nota acre che sale in testa come il mi cantino di un soprano, l’avvicinarsi tempestoso dell’orgasmo della moka e, in assoluto, il “rito” – così si dice.

Perché se è vero che questo nettare concentrato viene da lontano – anzi è uno dei vizi meno ecosostenibili se si pensa che per ogni tazzina si fanno fuori 140 litri d’acqua – il caffè ha permeato del suo aroma riottoso lo spirito del popolo italico. E se si dovesse fare un laicissimo pellegrinaggio alla ricerca dell’essenza della più laica delle bevande, ci troveremmo indiscutibilmente qui, chez nous. Dove vengono tutti. Per il caffè, anche.

Andate al Caffè dei Frari di Venezia, e provate a chiedere un macchiatone: capirete che tutto ha un senso nel capriccioso catalogo dei modi di farsi fare un caffè. Il posto parla della Venezia mascherata e teatrale, anche per come è fatto: una balconata ovale dal piano di sopra ha l’affaccio sulla profumata cavea dove, al bancone, ruggisce la macchina da espresso.

Se poi fate un salto anche al Florian, occhio: rischierete di rimanere delusi dal gusto quanto deliziati dalla vista, perché è emozionante pensare di trovarsi in un tempio del caffè ma, sarà che il numero di turisti sta rischiando di superare quello dei piccioni, c’è poco da commuoversi sulla qualità dell’arabica.

Prossima tappa Firenze, ma bisogna farlo con la giusta dose di coraggio e consapevolezza. Avventurarsi in piazza della Repubblica fra lanciatori di girandole fluo e karaoke amplificati a palla può abbattere la poesia, ma è lì che, con buona pace di cinesi imbottiti di waffel e ammerigane in uggs e canottiera, si trovano le storiche Giubbe Rosse.

È lì, insomma, che il caffè nostrano è diventato un’operazione intellettuale. Un due tre caffè caffè caffè, cantilenava un giocondo Palazzeschi. Ma le sale sovraffollate di tele dai colori lividi giurano di aver visto gente meno godereccia e più… ermetica (magari in loden) celebrare con il rito mattutino del liquor d’ebano il loro scrivacchìo dalla torre d’avorio.

A Roma poi, regola aurea del caffè Sant’Eustachio vuole che i fanatici dell’amaro smettano i panni di puristi col naso arricciato e si accostino umilmente alla voluttuosa versione della casa: un cremosissimo e dolcigno bicchierino di savoir faire da Roma capoccia, touché.

E la moka oversize del caffè Gambrinus di piazza del Plebiscito? E le macchine napoletane nella loro stantuffante bellezza démodé, diverse dalle altre anche nella versione da bar? Leve dal misterioso funzionamento che sembrano gli argani dei pescherecci maruzzelli ormeggiati poco lontano.

In attesa di scoprire le vostre personali mecche del caffè, me ne resterei volentieri in questo caffè senza nome di corso Umberto I. Un bicchierino – sudicio, da prassi – colmo fino all’orlo di acqua (s)gassata come a dire “Crepi l’avarizia”, avventori pittoreschi come i vicoli dei “bassi” da dove sono usciti e la voce rotta dal tabacco masticato che, prima di girare l’angolo, lascia un caffè. Sospeso.

[Crediti | Link: Washington Post, immagine: Maurizio Camagna]