di Prisca Sacchetti 6 Luglio 2017
foodblogger

#food #foodporn #picoftheday #foodie #instafood #yummi

Gastronomia e giornalismo sono davvero diventati un’accozzaglia di “hashtag” cretini postati su Instagram?

Davvero le coscienziose e dettagliate recensioni dei critici di lungo corso sono state rimpiazzate da legioni di improvvisati dallo smartphone facile e la prosa inconsistente, capaci però di attirare “like” e di “followers” in un amen?

Questo è quanto, in soldoni, afferma Andrea Radic, vicedirettore del sito Italia a tavola affrontando il tema dei “blogger” autoproclamati critici gastronomici, che hanno scalzato figure più preparate ma meno abili a gestire la comunicazione social.

I social e i blog hanno allungato i loro tentacoli sul mondo del food fino ad avvolgerlo e, spesso, sminuirlo mentre i giornalisti “navigati” lavorano alla ricerca della “verità” ma, ahinoi, rischiano di avere meno click.

Hashtag a manetta, superficialità a quintali, inconsapevolezza e appiattimento della inesistente narrazione. Il food maltrattato, dalle origini ai giorni nostri […] Mandrie di improvvisati storyteller che girano, singoli o in coppia, l’Italia, accolti e spesati da aziende e locali che mettono la propria storia in mano a improbabili uffici stampa e agenzie di comunicazione pronte a offrire ad autodefinitisi blogger le sorti della propria visibilità sui social.

Imparate, cari responsabili della comunicazione aziendale, a riconoscere il cioccolato da altre materie, a scegliere da chi farvi rappresentare, a chi affidare la responsabilità di conoscere, sperimentare e poi raccontare.

Mettete sullo stesso van per la stampa tre giornalisti di esperienza e quattro blogger e avrete quattro post con hashtag #carino #photofoodtheday #foodlove e tre professionisti incazzati.

Sono impopolare? Bene. Ma qualcuno deve alzare la voce e riconoscere ai Luigi Veronelli, ai Mario Soldati di ieri e ai giornalisti di oggi, ai Paolo Massobrio, ai Marco Mangiarotti, agli Andrea Grignaffini, ai Valerio M. Visintin, fini narratori di esperienze gastronomiche, il merito di difendere il più grande tesoro italiano da coloro che la mattina postano (a pagamento…) una fetta di prosciutto e il pomeriggio un lucidalabbra al mirtillo.

Ora, Radic, nel suo sbrocco, probabilmente non voleva dire che l’ingrediente mancante al foodwriting italiano è l’andropausa, ma a leggere le sue parole, viene il sospetto che sia così.

Comunque, precisato che:

1) Da Italia a Tavola non ti puoi aspettare lo spessore del New York Times, come se “conflitti di interessi, nepotismi, bustarelle, regali sottobanco, pubblicità in maschera, violazione della grammatica, bugie, commenti cretini” non fossero patologie che appartengono anche alla storia dei giornalisti;

2) Che il vice direttore del sito affronta l’argomento con la supponenza comune a molti suoi colleghi –simpatici come una rettoscopia in streaming– e giusto con quei 3 anni di ritardo, okay facciamo 5;

Cosa pensa il disincantato e neutrale lettore di Dissapore dell’intemerata degna di miglior causa di Italia a Tavola?

[Crediti | Link: Italia a Tavola, Mangiare a Milano]