di Elisa Erriu 29 Ottobre 2020
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Rispettare la legge ha i suoi vantaggi e i suoi costi. A Livorno il titolare di un bar ha presentato (letteralmente) il conto della sanificazione, mostrando nel dettaglio quanto gli sia costato affrontare tutte le spese per avere il locale adeguato secondo le normative anti-Covi.

Il titolare del Carolina Caffé, Andrea Scali, ha esposto un foglio fuori dal suo locale, dove ha appuntato tutte le voci delle spese che ha dovuto affrontare per avere il bar sanificato a norma: “È una mazzata”, ha commentato a bruciapelo il gestore, motivando la sua forma di protesta silenziosa di fronte alle nuove restrizioni imposte dall’ultimo Dpcm. Infatti le spese ammontano a circa 250 euro per la sanificazione, 950 per i divisori in plexiglass e 300 euro al mese per costi di sanificazione aggiuntiva.

Quando Scali due giorni fa ha visto imporsi la chiusura alle 18, come riportato dalle suddette ultime restrizioni, non ha potuto non notare tutte le spese già affrontate dopo il primo lockdown. “Per un locale come il nostro – racconta Scali – queste cifre sono troppo onerose, poiché in questi dieci anni di attività ci siamo specializzati in aperitivi e cocktail: una fascia di consumazione che rappresenta la gran parte del nostro fatturato, circa il 75%. In questi due giorni con la chiusura serata gli incassi sono crollati. Dopo il lockdown avevamo perso circa il 60% del fatturato. Questa estate eravamo riusciti a recuperare la metà. Ma adesso siamo di nuovo al punto di partenza.”

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Il foglio su cui il titolare di Carolina Caffé di Livorno ha descritto i costi della sanificazione.

Scali, in realtà, dice che in queste spese che ha elencato, rimarrebbero fuori ancora tantissime altre voci: “Avrò investito almeno settemila euro per adeguare la mia attività, che ora lavora sulla metà dei coperti. Con il ristoro previsto io non rientrerò nemmeno di questi investimenti. Che allora ci chiudano tutti, che sia lockdown per tutti in modo da fermare prima e meglio il contagio” dice. “Almeno così non dovremo assistere al paradosso che quando noi chiudiamo alle sei di sera, c’è gente in giro, assembrata. Anche davanti alle banche o alla posta, in pochi metri quadri. Mentre le nostre attività si spengono piano piano“.

La sua attività, come quella di molti altri colleghi, è a conduzione familiare, nel suo locale lavorano infatti sia la moglie sia la figlia, oltre a quattro altri dipendenti, che a giorni ritorneranno in cassa integrazione: “Tranne uno, il barman assunto a inizio ottobre, per cui non c’è la possibilità di usufruire di questa misura. E con il blocco dei licenziamenti io non so come fare per dargli un paracadute. Partendo dal presupposto che non voglio licenziarlo, perché è un bravissimo collaboratore che non voglio perdere. Noi ci siamo attrezzati. Bar e ristoranti rispettano le regole. Qui il virus non si prende“.

[ Fonte: la Repubblica]