di Veronica Godano 21 Aprile 2020
supermercati

L’emergenza Coronavirus ha abbattuto la domanda di petrolio, perché ci sono meno auto per le strade, meno aziende al lavoro e, quindi, meno consumi di energia e necessità di combustibile. Dall’altra parte, invece, se analizziamo la spesa degli italiani, ora il succo d’arancia costa 30 volte di più rispetto al greggio. Da cosa nasce questa considerazione?

Il barile è l’unità scelta per le negoziazioni sull’oro nero e corrisponde a circa 159 litri. Ad oggi, quindi, ammesso che fosse possibile acquistarlo, un litro di petrolio costerebbe meno di 8 centesimi. Facendo un confronto con i principali beni scambiati, un paragone può essere fatto con il succo d’arancia, che non è una materia prima , ma viene trattata così sul mercato. L’accostamento è solo un esempio sia perché si tratta di settori diversi sia perché si paragona un bene grezzo, il petrolio che è estratto dal terreno, con un altro che è invece il risultato di un processo di lavorazione. Anche in virtù di ciò, per quanto di primo acchito possa apparire strano, in tempi più tradizionali il primo è sempre meno costoso rispetto al secondo.

Il succo d’arancia è negoziato presso l’Intecontinental Exchange come prodotto congelato e concentrato. Il prodotto che troviamo sugli scaffali è, invece, una cosa diversa. Sul mercato, un contratto future di succo d’arancia con scadenza a maggio vale circa 1,05 dollari alla libbra, unità di misura utilizzata e pari a 0,45 chilogrammi circa. Asserendo che un chilogrammo di prodotto corrisponda a un litro (la conversione dipende dalla densità del liquido), un litro di succo d’arancia sarebbe oggi scambiato a 2,3 dollari al litro: circa 30 volte quanto si spenderebbe per una quantità corrispondente di petrolio.

[Fonte: Il Corriere della Sera]