di Veronica Godano 28 Maggio 2020
Fast food

Gli Stati Uniti sono la massima espressione del melting-pot culinario: dagli hot-dog ai sushi, dai ristoranti italiani ai forni polacchi, quando si vuole fare riferimento a un certo pluralismo delle cucine del mondo bisogna pensare a San Francisco e New York che impiegano circa 13 milioni di persone nel comparto ristorativo.  Sebbene molti abbiano avviato consegne a domicilio in questo periodo dominato dal Coronavirus, le spese mensili sono alte da sostenere. In tal senso, tanti ristoranti si aspettavano fondi governativi che, in realtà, sono arrivati prima ai fast-food.

Si tratta di un finanziamento a fondo perduto chiamato PPP (paycheck protection program), istituito per tutelare gli impiegati delle aziende sotto i 500 dipendenti. In sostanza, l’amministrazione Trump ha stabilito un fondo per aiutare le aziende che devono riassumere il personale, sottraendo i dipendenti dal programma di disoccupazione. I proprietari dovrebbero spendere l’importo in 8 settimane, altrimenti sarebbero obbligati a restituirlo: una clausola che li mette in difficoltà visto che non si conoscono le specifiche delle riaperture.

Tra le catene ad aver ricevuto gli aiuti economici: McDonald’s, PotBelly Sandwich Shop e Shake Shack, uno dei pochi a restituire i 100 milioni di dollari ricevuti al Governo perché li spendesse per aziende in difficoltà. I proprietari dei ristoranti si lamentano, intanto, come Shelley Lindgren, a capo di A16. La manager ha dichiarato: “Fare in modo che le grandi catene ricevano finanziamenti governativi prima dei ristoranti indipendenti sembra confermare il vecchio adagio secondo il quale il denaro è il solo a parlare, anche se questo significa decretare la fine delle piccole imprese”.

[Fonte: La Stampa]