La Piadineria sfida lo street food di Napoli, e per l’occasione abbiamo intervistato il nuovo AD

Una catena di piadine è l'idea che avremmo voluto mettere in pratica. Ce l'ha rubata La Piadineria, come ben sapete, che ora, e solo superata la soglia dei 500 ristoranti, ha aperto a Napoli. E non è un caso: ne abbiamo parlato con Roberto Longo.

La Piadineria sfida lo street food di Napoli, e per l’occasione abbiamo intervistato il nuovo AD

“Hai più pensato a quel progetto di esportare la piadina romagnola?” cantava nel 1994 Samuele Bersani e proprio in quello stesso anno, due giovani bresciani, Franco Beccaria e Pierantonio Milani aprivano La Piadineria. Avevano vent’anni o giù di lì e in pochi anni, già agli inizi del 2000, aprivano altri locali e avviavano un franchising.

Dal 2006 in poi la crescita de La Piadineria diventa inarrestabile: arrivano prima un nuovo socio, Donato Romano, più focalizzato sugli aspetti finanziari, nel 2017 i primi ristoranti oltre i confini nazionali in Francia, a Nizza e Marsiglia ed, infine, i fondi d’investimento che acquisiscono l’azienda, nel 2018 Permira cui subentra nel 2024 CVC Capital Partners.

Nel 2025 il numero di punti vendita sfonda la soglia dei 500 e chissà se nel primo negozio di Brescia, con le piadine realizzate secondo la ricetta di una tale zia (da non confondersi con la solita nonna, che invece fa da musa agli chef), risuona ancora il nome dei due fondatori, ora sul sito de La Piadineria sono solo due generici ragazzi, bravi eh, ma senza nome.

Durante le scorse festività ha aperto le proprie porte il primo ristorante napoletano, al Vomero, a Piazza Fuga. Durante l’inaugurazione ufficiale ho incontrato il nuovo AD de La Piadineria, Roberto Longo, e l’ho intervistato, sperando di metterlo alla prova in questa sua novella missione.

La-Piadineria-Napoli-esternoLa prima sede di Napoli de La Piadineria

Con più di 500 punti vendita in Italia, questa è la vostra prima apertura a Napoli, come mai?

“Crediamo che lo standard di Napoli sia molto alto perché c’è tanta competizione sullo streetfood, di cui potremmo dire che Napoli è la capitale mondiale. Quindi ci siamo voluti arrivare quando eravamo già molto maturi.

In Campania siamo partiti dai centri commerciali, che sono storicamente il nostro canale di sviluppo primario, e superato il sesto ci siamo detti: ora è il momento di entrare in città. Adesso però siamo pronti ad accelerare; ci saranno a breve altre presenze su Napoli e pensiamo anche grazie all’esperienza che abbiamo maturato in altre città. Potremmo sostenere fino a 4/5 ristoranti nel capoluogo campano”.

Come vivete la sfida con lo Street food napoletano?

“Con grande rispetto, chiaramente, perché ci sono tante altre opzioni. Ma crediamo il Vomero si presti molto a un prodotto..voglio dire..un po’ esotico rispetto a quello puramente locale. Già in queste primissime settimane il riscontro è stato davvero ottimo. Crediamo di poter attirare soprattutto una clientela di lavoratori e studenti, che mangiano fuori a pranzo e che magari hanno poco tempo. Una delle forze della piadina è quella di poter essere mangiata anche in movimento.

È un’alternativa che sta piacendo e di cui credo sia stata capita l’ artigianalità, che per noi è centrale. Ogni piadina nasce solo dopo il momento dell’ordine, dal nostro impasto, che è fresco e che arriva ogni giorno dal nostro laboratorio di Montirone (BS)”.

Logo La Piadineria

A proposito, l’hub di produzione degli impasti rimarrà lo stesso o avete in mente di creare altri stabilimenti?

“Stiamo ragionando di averne anche un secondo, puramente per una tematica di rischio. Anche per supportare i volumi in crescita. Al momento la nostra produzione degli impasti è tutta a Montirone, anche quella per i punti vendita francesi e per quello di New York, che è in fase di soft opening. Abbiamo voluto eliminare le variabili sulla stabilità dell’impasto, ma contiamo anche di creare un laboratorio per New York, dove siamo pronti ad aprire anche altri locali.

La sostenibilità è un aspetto sempre più rilevante anche nel settore della ristorazione: quali sono i vostri programmi sotto il profilo ambientale ma anche dell’inclusione? Certo immaginare impasti freschi che volano ogni giorno dall’Italia per Francia e Stati Uniti non è molto rassicurante per l’impronta ambientale”.

“Fare tutto al momento dell’ordine ci permette di essere molto responsabili sotto il fronte dello spreco alimentare: ad oggi tra le catene di ristorazione il nostro food waste è tra i più bassi. Siamo intorno al 2%, quando la percentuale media attestata per attività, nel nostro segmento, è del 20-30%.

Noi agiamo a monte, non sprecando. Per quello che riguarda l’assetto produttivo, abbiamo un impianto fotovoltaico in sede, con il quale riusciamo ad auto fornirci di parte dell’energia necessaria per l’impianto.  Stiamo ottimizzando i percorsi di distribuzione e i nostri partner della logistica stanno lavorando per migliorare l’impronta dei loro veicoli. E vogliamo concretamente diminuire le emissioni.

Da marzo non potremo più chiamare erbazzone l’erbazzone, se non sarà fatto a Reggio Emilia Da marzo non potremo più chiamare erbazzone l’erbazzone, se non sarà fatto a Reggio Emilia

Sull’inclusione la sfida è ovviamente quella di fare sempre meglio, ma credo che siamo già a buon punto. Recentemente ci siamo certificati per la parità di genere e abbiamo una forza lavoro in grande maggioranza femminile. Abbiamo inoltre una buona attenzione anche alla inclusione di diverse culture e provenienze e di persone con disabilità tra i nostri dipendenti e abbiamo collaborato con diverse carceri per il reintegro nel mondo del lavoro degli ex carcerati e in particolare con quello di Bollate.

E siamo anche molto vicini alla tematica della lotta contro la violenza sulle donne. In ogni bagno dei nostri ristoranti potrete trovare degli sticker dedicati alla sensibilizzazione sul tema e a diffondere i numeri per le linee di ascolto e supporto per stalking e violenza. Infine ogni nostro collaboratore a tutti i livelli deve seguire un corso sulle tematiche della parità di genere e il rispetto che insieme al cliente e al prodotto è uno dei valori cardine della nostra attività. Per noi è fondamentale che l’ambiente di lavoro sia lontano da ogni forma di malessere e pressione”.

La piadina è un prodotto molto amato in Italia e dedicarle una catena di fast casual food sembrerebbe quasi un’idea ovvia, pensandoci a posteriori. Come mai nessuno ci ha pensato prima di voi e nessuno ha voluto provarci dopo, nonostante il vostro successo emblematico?

“La carta vincente è stata la convinzione. La piadina è un prodotto versatile e assai declinabile. Non a caso nel 2025, su Deliveroo, la nostra opzione “crea la tua piadina” ha riscosso un successo enorme, diventando il secondo prodotto che è cresciuto di più a livello mondiale. Abbiamo voluto certificare ciò attraverso il nostro nuovo claim “La più buona perché è mia”, che ci consente di diversificare un progetto estremamente verticale”.

Oltre alla prossima ufficializzazione dell’apertura di New York, quali sono le sfide per il 2026?

“Sarà un anno molto ricco: 80 nuove aperture in Italia, 12 in Francia e altri 2 o 3 negli USA. In Italia più della metà delle aperture sarà al Sud, dove abbiamo ancora più spazio di penetrazione, e raddoppieremo la presenza in alcune città come Napoli, Bari e Catania, Lecce e inizieremo a guardare anche ad altre realtà meno grandi. Un altro progetto in via di definizione è un’offerta specifica per le feste dedicate ai bambini”.