di | mar 23 mar 2010 ore 12:16
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maschilismi

“Non ci sono donne in cucina perché non ce la fanno”. Firmato Davide Oldani

Rovisto nel ripostiglio, e prima di affrontare il tema “donne in cucina” indosso l’attrezzatura da combattimento perchè so che mal me ne incoglierà. Per fortuna stavolta ho un testimonial d’eccezione, il favoritissimo chef-scrittore Davide Oldani, artefice del successo planetario del ristorante D’O di Cornaredo (Milano). Ieri sera, nel corso di un incontro patrocinato da una nota marca di pasta della scuderia Barilla SpA, ha espresso un giudizio lapidario rispondendo a una domanda sulle donne con cui ha lavorato: non ci sono donne in cucina perchè non ce la fanno, è un mestiere troppo duro per loro”. Il brusio di sottofondo si è trasfomato in una carica di cavalleria: le molte signore in sala sono passate dalla fascinazione al ripudio in un batter d’ali di farfalla. Oldani ha poi motivato il suo giudizio con l’esperienza personale: su 13 solo una è donna, nella sua squadra. Altre cercano “strade più facili” come la cameriera o il sommeliè, perchè se provano in cucina poi ineluttabilmente mollano, stritolate dai meccanismi della brigata.

Lo scriba – indegnamente – cercherà di fare ordine nelle varie ragioni, possibilmente senza perdere di vista l’obiettività pre-barricadera, che di schieramenti precostituiti ne abbiamo tutti piene le tasche. E l’obiettività dice che da un lato la cucina è tipicamente, oserei dire tradizionalmente il luogo delle donne. Almeno nelle nostre case è stato così, le mamme… le nonne. Dall’altro nelle cucine dei ristoranti di donne ce ne sono poche. Pochissime. Quindi con l’arma del dubbio che dovrebbe sempre governarci, ecco due possibili spiegazioni, in attesa della terza, la quarta, la quinta…

1. Il mestiere del cuoco è troppo duro per una donna. Orari massacranti, postura faticosa sempre all’impiedi sono solo due componenti: la terza è la vera e propria forza fisica, brutale, che occorre per menare le caccavelle a destra e sinistra, per saltare una padella ad alto spessore, per muovere pentolami ricolmi di brodi, per scorticare animali  d’ogni ordine e grado. La scelta della professione di cuoco impone anche compromessi durissimi con l’altra parte della femminilità: solo uno sciocco potrebbe negare che per una cuoca fare la mamma, con un paio di PEU (Piccoli Esseri Umani) a carico, sia un’impresa che si può affrontare solo con spalle larghe. Le proprie e quelle di chi sta accanto.

2. Il palato femminile è assai più sensibile e sofisticato di quello del maschio spiegava un serissimo studio americano – gli studi serissimi sono sempre americani – perciò le preparazioni delle donne tenderebbero a essere più sfumate, delicate, eteree. Quindi, meno inclini a soddisfare gli appetiti belluini dei cinghialoni che poi pagheranno il conto, ove il pagare il conto è inteso con la pratica maschile di farsi carico del mantenimento. Quindi la cucina dei maschi giudicata da maschi che hanno maggiore affinità con quel gusto, ha più possibilità di emergere rispetto alle finezze femminili.

In realtà il mondo della cucina è un mondo declinato al maschile: cuochi, critici, giornalisti. La vera domanda, più intessante di saltare alla gola del vostro umile cronista qui, o a quella del celebre chef Davide Oldani, è perchè ciò accade. Perchè la cucina professionale non è roba da donne?

[Fonti: Voiello, Twitter/Ci_Polla, immagine: Flickr/Chez Babs]

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92 commenti a “Non ci sono donne in cucina perché non ce la fanno”. Firmato Davide Oldani

  1. avatar Antonio Scuteri

    Mah….
    A parte che la metà dei Tre stelle italiani hanno chef donna, mi sembra che molte delle novità più interessanti degli ultimi anni abbiano in cucina donne

    Che sia un lavoro particolarmente faticoso, non c’è dubbio. Che sia un mondo molto maschilista è altrettanto certo. Ma mi sembra che quella di Oldani sia più che altro una boutade, peraltro fuori tempo massimo

    Questo dibattito sulle donne chef va avanti almeno dal 1500 e dagli anatemi di Bartolomeo Scappi

  2. Me lo sono sempre chiesto anche io…

    Qualche idea me la sono fatta guardando all’opera mia mamma: lei cucina divinamente bene per noi familiari e per gli amici più stretti. Quando è costretta a preparare cene per persone meno ‘vicine’ si sbatte molto meno con risultati più scadenti.

    Potrei quindi enunciare la mia (personalissima) teoria: le donne vivono la cucina come un atto di affetto, di vero e proprio amore nei confronti delle persone care. Non ottengono quindi nessuna gratificazione quando cucinano giusto per professione, giusto per perfetti sconosciuti.

    Che ne pensate?
    thebigfood

    • avatar Antonio Scuteri

      Mi sembra che il tuo campione sia leggermente ridotto :-D

      Lasciando da parte l’alta cucina, prendiamo in considerazione la massa critica della ristorazione italiana, fatta di migliaia di piccoli ristoranti e trattorie, spesso a conduzione familiari. In questa miriade di locali credo proprio che ai fornelli ci stiano in maggioranza le donne, con il loro sapere, la loro memoria e la loro voglia di far star bene

      • Ridotto ma alquanto significativo… almeno per me :)

        Parlando seriamente: non so quanto sia vero che nella maggior parte dei ristoranti ci siano ai fornelli delle donne.
        Non so se sia vero nemmeno il contrario a dirla tutta.

        Sarebbe molto interessante avere dei dati precisi al riguardo.
        Per sfatare (eventuali) falsi miti o per capire se la frase di Oldani contiene un qualche briciolo di verità…

        • avatar Antonio Scuteri

          Ma certo che c’è qualche briciolo di verità. Ma è determinato semplicemente da quello che scrive qui sotto Alessandro. In tutti i lavori ci sono meno donne che uomini (tranne ovviamente che per i lavori “considerati” strettamente femminili)

          Ma le donne in cucina non sono né poche né tantomeno pochissime, anzi

          Casomai sono quasi inesistenti le donne pizzaiole :-D

          • A sto punto mi chiedo, però, perchè ci sia una diffusione molto ampia (impossibile negarlo) dello stereotipo che la parola chef si declini solo al maschile e le donne siano in grado di cuicnare solo ai fornelli di casa…

        • ho fatto un veloce controllo dal sito dei jre. Su 88 jre solo 10 sono donne (11,36%). Potrebbe essere un buon dato da cui partire.

        • avatar Antonio Scuteri

          Per avere delle risposte, su questo e su mille altri stereotipi, basta leggere il vecchio, ma sempre valido “Dalla parte delle bambine”

        • thebigfood: considera che fino a non molti decenni fa alle donne era precluso qualsiasi posto di lavoro, compreso quello in cucina. conosco alcune cuoche, e lo ammettono loro stesse: è un lavoro fisicamente molto duro.

          • mi è partito il messaggio prima di finire… volevo dire che comunque la fisicità non può essere l’unica risposta, e anzi probabilmente non è una risposta. la risposta sta molto più a monte secondo me: in praticamente tutti i lavori ci sono più uomini ai vertici e meno donne, perché il peso dell’emancipazione non si scrolla di dosso in cinquant’anni, semplice.

      • avatar la fla

        Bravo!!!! diciamolo…vorrei precisare che se gli ometti si occupassero di più delle faccende che, per antonomasia, sono state attribuite alle donne, probabilmente le donne chef pullulerebbero…
        Io amo stare davanti ai fornelli e cucinare anche per 10 ore a fila non mi pesa, inseguo il sogno di un ristorante da tempo e spero di poterlo realizzare.
        Ciao la fla

    • avatar giulia

      io, dalla mia, mi trovo a confermare questa toeria.
      Io cucino per le persone a cui voglio più bene.
      Cucino con impegno e tanto per dimostrare il mio tanto affetto.
      Ma le donne in cucina stanno arrivando.
      stanno arrivando nelle cucine importanti.
      Non si può negare che sui fornelli delle più classiche “osterie”,dove tutti mangiamo volentieri delle veraci tagliatelle, ci siano ancora nonne e mamme.
      Le brigate dei ristoranti si stanno lentamente trasformando.
      La prossima generazione in cucina sarà un po’ più rosa.
      E tanta ammirazione per quella donna che risce a fare questo lavoro che tanta devozione vuole.

  3. Secondo me non esiste un caso donne e cucina. E’ una tendenza generale che registra, per molti lavori, una decisa supremazia maschile (numericamente). Anzi, nella cucina dei ristoranti, mi pare, le donne si difendono bene. Sia numericamente che qualitativamente.
    Idem per i giornalisti gastronomici: non mi sembra che la percentuale di giornaliste che si occupano di ristorazione e gastronomia sia inferiore alle giornaliste impegnate in altri settori. La domanda, per me, è: come mai, nel 2010, gli uomini hanno ancora così tanto potere rispetto alle donne?

  4. avatar fabrizio scarpato

    Si potrebbe ribaltare il discorso e chiedersi quanto di femminile ci sia nella personalità dei cuochi maschi. Nonostante il linguaggio militare introdotto da Escoffier in cucina (quasi un tantativo, al tempo obbligato, di mostrare i muscoli, senza riuscirci) pensiamo a quanta sensibilità, gusto estetico, capacità manuale, senso cromatico, cura del particolare, creatività, delicatezza e sensualità (i cuochi “acchiappano” anche per questo) deve avere un cuoco: doti anche e soprattutto femminili. Non credo che qualcuno possa vergognarsene, così come una cuoca donna che metta su un po’ di bicipiti a forza di spadellare.
    Non è nemmeno questione di figli e famiglia, spesso alibi dei maschietti che i figli non li fanno e ne hanno “paura”: le donne, le mamme coi figli centuplicano le forze. Eppoi nell’alta cucina, ci sono, appunto, le brigate, i capi partita, ecc.
    Credo basti fare il cuoco, uomo o donna che sia: temo che a Oldani, quel giorno sia venuto male il caramello per le cipolle ;-)

  5. La maternità non si concilia con la presenza continuativa che richiede una cucina d’alta ristorazione. L’analisi andrebbe peraltro estesa a molti altri ambiti professionali in Italia, paese dove le donne non sono affatto agevolate, anzi, a procreare.

    Non condivido l’analisi, se così si può definire, di Oldani. Una donna è in grado di sostenere fatiche ben più grandi di quelle che sosteniamo noi uomini. Molto poi dipende dal clima che si respira in cucina, e qui, come diceva Peppino, non dico altro…

  6. ma è veramente così? davvero le donne in cucina sono molto meno rispetto agli uomini? davvero sono meno forti? da quello che vedo io, tra alta e bassa ristorazione, le donne ci sono, come sommelier, cuoche e, guarda un po’, anche mamme. Sicuramente ci vuole dedizione, spirito di sacrificio, e ammettiamo ce ne voglia un po’ di più rispetto a chi è uomo e fa lo stesso lavoro. Quello che realmente mi lascia perplessa è che nel 2010 un uomo e un cuoco si permetta di dire certe cose con molta leggerezza, perché se la sua è un opinione che nel suo mondo è reale, forse, trasportata fuori da Cornaredo, non è molto attuale, e in più costituisce un’offesa verso le sue colleghe cuoche, che si smazzano quanto lui e che forse non si permetterebbero di dire che un uomo non riesce a fare lo stesso lavoro, perché “proprio non ce la fa”. Immagino che ogni persona abbia voglia di conciliare le sue esigenze personali e professionali nel modo più armonioso possibile, ma mi sembra riduttivo presupporre che le esigenze femminili siano solo fisiche, e che queste esigenze siano troppo urgenti e impellenti e grandi per addomesticarle in vista di un sogno professionale. Esiste la maternità come la paternità, e gli ormoni li abbiamo entrambi.
    Non sono cuoca, ma, ripeto, mi sembra che Oldani non sia stato dolce nei confronti delle sue colleghe (e in genere verso i suoi colleghi).
    E poi, davvero i giornalisti di food sono tutti uomini? Non mi sembra Stefano, nella vostra squadra le donne ci sono, quello che leggo è molto spesso scritto da donne, se poi a scrivere questo articolo sei stato tu, e non qualche ragazza della redazione, è solo un altro, ennesimo, punto di vista maschile della situazione.
    Non sarebbe bello che qualcuno mostrasse l’altra faccia di questa opinione?

  7. Bisognerà avvertire le 9500 lettrici del cavoletto e le 1500 blogger sparse in rete che si addannano a pubblicare ricette e foto di starsene belle chiuse a casa per far da mangiare a mariti-fidanzati-gastroqualchecosa. La Voiello (leggo tra le fonti e suppongo riferito anche al chi siamo) ha pensato che forse qualcosa avranno da ridire Cristina Bowerman, Valeria Piccini, Viviana Varese, Lisa Conti (o forse no perchè la pasta la tirano in barba alla fatica – schiavizzando qualche terzo di cucina). Poi casomai, come i colleghi maschi hanno una brigata e un lavoro d’equipe.
    Caffarri confessa che hai voluto fare vespaio ancora una volta! Vediamo se superi quota 100 ahhahahahhahahahha

    • avatar Davide Raschi

      Penso che Oldani si rieferisse in modo articolare alle cucine che ha frequentato, grandi brigate di cucine nelle quali si lavora per 14 ore al giorno estremamente rigorose, dure e dove non si incontra una donna manco persbaglio.

      • Però ci devono essere molte cameriere nel suo campione di riferimento…
        Questa storia tutta chiesa e cucina non penso sia proponibile. A meno di non voler iniziare a sgobbare sui fornelli domestici, altro che polemici. E io preferisco astenermi :-)

      • avatar esp

        Chiunque fa lavorare i propri dipendenti 14 (quattordici) ore al giorno andrebbe messo in galera per schiavismo!

        • avatar eggi

          naturalmente sono opinioni personali ma le persone che sanno con ‘certezza’ a che ora inizia il proprio lavoro e conoscono con estrema ‘precisione’ anche quando lo finiscono… hanno probabilmente sbagliato lavoro

        • avatar cristina

          Sono certissima che se si chiedesse a Nadia Santin oppure a Valeria Piccinni quante ore hanno lavorato, risponderebbero “6 ore e 40, quelle previste dal contratto nazionale!” :-)

          • avatar esp

            Ma quanto siete spiritosi! Spririto di patata, ovviamente, tanto per restare in ambiente…culinario.
            L’ ora in più ci può stare, se adeguatamente retribuita, di più no. Forse Cristina non ha inteso bene che io parlo di “dipendenti” e non di titolari. Questi ultimi, se vogliono, possono anche lavorare 32 ore su 24, ma non costringere i propri collaboratori a fare altrettanto.
            Magari con velate minacce….

          • avatar cristina

            @esp
            No, non mi riferivo affatto a titolari, anche perchè questi titolari spessissimo non sono nati come titolari ma come impiegati sotto padrone. Io, come dipendente, non ho mai lavorato 6 ore e 40 al giorno, nè mai hanno lavorato 6 ore e 40 al giorno le persone con cui ho scelto di essere collega e spesso amica. Io parlo di professionisti dell’alta cucina (perchè è di questo che stiamo parlando) che dopo 12-13 ore di lavoro (e che si incavolerebbero se qualcuno gli dicesse, allo scadere delle 6 ore e 40, di andare a casa) tornano a casa e cucinano per poi addormentarsi leggendo un libro di cucina. Io parlo di coloro, come avevo precisato nel mio primo intervento, che “vogliono fare, vincere, andare avanti.” Non stiamo parlando di sfruttamento del lavoratore, situazione comune, purtroppo, ma che si verifica spesso nell’ambito di lavori di manovalanza e non professionali.

            Non comprendo perchè ci si meravigli così tanto che sia così: se si andasse in uno studio legale e si chiedesse ai vari avvocati, dipendenti dello studio, quante ore lavorano al giorno, ci sarebbe mai qualcuno che risponderebbe 8 ore? Io non credo, ma attendo smentite.

        • avatar Davide Raschi

          A certi livelli questo è cucinare, rigore estremo, ore ed ore di lavoro, cazziate continue.
          A volte si sente parlare di mobbing…dieci giorni nella cucina giusta ti cambiano la vita.

          • avatar esp

            Toh…non si può fare “alta cucina” lavorando 8 o al massimo 9 ore al giorno? Cos’ è, la cucina si abbassa? Ripeto, e non scherzo, che chi fa lavorare i suoi dipendenti 14 ore al giorno dovrebbe essere arrestato. Questa è riduzione in schiavitù.

          • avatar esp

            P.S. Tanto perchè non si creda che io sia un totale sprovveduto, dirò che nel lontano 1966 ho lavorato, per un paio di mesi, in un celeberrimo (all’ epoca) ristorante torinese, quello in cui gli Agnelli avevano sempre un tavolo riservato. Neanche lì, quando proprio c’ era un superlavoro, si superavano le dieci ore. Ma…e ora mi viene un dubbio, forse quella NON era “alta cucina”…eppure il ristorante era in collina :)

          • avatar cristina

            Esp, so perfettamente quello che è legale e quello che non lo è. Ripeto, continuerò a scegliere posti di lavoro che mi consentiranno di dare il meglio e il massimo di me stessa senza un limite temporale imposto da leggi emesse da persone che probabimente non hanno mai messo piede in un ristorante di alta cucina. Altri, invece, sceglieranno posti di lavoro dove si timbra il cartellino. Fortunatamente, c’è libertà di scelta. Quelle leggi, ed è giusto che sia così, sono state emesse per evitare che in ristoranti dove si sfornano 1500 pasti al giorno, ci sia uno sfruttamento del lavoratore, non diverso da quello che avviene nei campi di tutta Italia.

            Chi lavora 10 al giorno in un ristorante di alta cucina ha delle mete ben precise nella vita, vuole imparare, migliorarsi, magari arrivare ad avere un proprio ristorante e per poterlo fare necessita della conoscenza dei meccanismi di un grande ristorante. Oltre a poi poter utilizzare il nome del ristorante nel proprio curriculum. Pensi che non abbia fatto differenza nella vita di un grande Chef aver lavorato magari a El Bulli, dove le ore sono interminabili (non lo dico io, ma il libro di Adrià)? E per poter far questo molti, me compresa, sarebbero disposti a dormirci in cucina :-)

        • avatar cristina

          @esp
          A me sembra che tu stia cavillando…10 ore non sono 6 ore e 40….Io credo che ognuno sia libero di scegliersi il ristorante in cui lavorare. Ci sono ristoranti in cui ti fanno timbrare il cartellino e altri che lasciano i propri dipendenti decidere quando il loro lavoro è finito. Io, personalmente, ho sempre scelto questi ultimi e non me ne pento.

          • avatar esp

            Ai miei tempi le ore erano 8…
            Belle scuse, quelle di “lasciar liberi” i dipendenti di scegliere. Liberi di che, poi? O di accettare le condizioni dello schiavista o andarsene. Tanto, fuori c’è la fila di gente che non aspetta altro che prendere il tuo posto.
            Forse non lo sai, Cristina, o forse non te ne sei mai interessata, ma gli orari di lavoro sono regolamentati per legge, anche al di fuori di accordi sindacali, ed è appunto estremamente fuorilegge far lavorare 14 ore al giorno un dipendente, in qualsiasi ambito lavorativo, anche in quello del collaudatore di materassi.

          • avatar esp

            Fortunatamente, c’è libertà di scelta. …

            Ennò, scusa ma non ti seguo. Se sai quel che è legale e scegli l’ illegalità non parlerei di libertà di scelta, ma di propensione a delinquere. :)
            Comunque, noto che le ore, da 14 si sono ridotte a 10…

          • avatar cristina

            @esp
            Vabbé lascio perdere…vedo che il contenuto degli interventi si è notevolmente affievolito e sta diventando alquanto personale.

            P.S. E comunque leggi male: nel mio primissimo intervento io ho scritto 10-12-14 ore. Ho poi ripreso le 10 ore perchè erano quelle da te menzionate. Buon lavoro! :-)

            P.S.2: avrò nuovamente sbagliato a postare. :-)

          • avatar esp

            Le 14 ore non erano riferite a te.
            Ok…buon w.e.

  8. Da donna e con esperienze in altri settori lavorativi, mi verrebbe da dire che le donne ci sono, spesso è più un problema di visibilità che di presenza. Spesso le donne (fuori dalla cucina) lavorano, tanto e bene (come tutti gli esseri umani), ma spesso nelle grandi occasioni, come un convegno, viene mandato un uomo. In tal senso , parlerei più di abitudine/abito mentale per non essere cattiva. Tutti uomini e donne hanno difficoltà ad emergere, spesso si crede che le donne non lo vogliano fare. E tocca a loro farsi sentire per far capire cosa vogliono.

    Sul fatto che sia un lavoro duro…beh si è detto per tante cose, tanti anni fa e ci dice ancora oggi. Questa affermazione mi puzza più di pregiudizio che di dato di fatto.

  9. credo che nella cucina come in molti settori per così dire creativi le donne hanno difficoltà a farsi strada, non tanto per la fatica del mestiere, quanto per la posizione dominante degli uomini. Emerge anche il fatto che spesso l’attività in se è considerata femminile, ma quando diventa fonte di prestigio entra nel dominio maschile. Faccio alcune esempi: quando un uomo scrive romanzi, si ritiene che la sua sia una letteratura per cosi dire universale, mentre il più delle volte i romanzi di donne vengono categorizzati come “al femminile”, non per tutti. Lo stesso avviene nella musica, in cui le donne “direttrici” di orchestra hanno una grande difficoltà a trovare spazio, anche se ultrà premiate ( come la Alsop), per non parlare poi dell’arte grafica. Insomma, non si può certo dire che ci sono poche donne a capo di governi perchè è un lavoro troppo duro (vedi Merkel e Bachelet), oppure poche donne nel nostro parlamento, perchè troppo faticoso …non vi pare?

  10. avatar p.

    perché (lo scrivo da maschio) siamo ancora legati a un’idea maschilista dell’artista/creatore/inventore, che poi è la matrice dell’idea di cuoco di talento?
    l’ipotesi che le donne reggano meno la fatica fisica prolungata (su quella intensa ci sarebbe da discutere) mi pare assai balzana…

  11. avatar Chiara

    Buongiorno a tutti.
    Vi leggo ma non commento, ma questa volta sì!
    Signori e signore siamo nel 2010 e stiamo ancora a dibattere sui lavori femminili e maschili?
    Su chi ce la fa a farli e chi no? Ma per favore!
    Ognuno fa il mestiere che più gli si confà, che sia chirurgo, camionista, notaio e non mi viene proprio in mente di discriminare la persona in base al sesso se sta facendo il proprio mestiere!
    Certo è che se anche i cuochi pur di far parlare di sé, innescano sterili polemiche, forse è il caso di chiederci se abbiano perso la verve creativa culinaria…
    Ritorno al mio silenzio.
    Chiara
    ps: anche i giornalisti che fanno da cassa di risonanza così, però…

  12. “In realtà il mondo della cucina è un mondo declinato al maschile: cuochi, critici, giornalisti” commenta l’ottimo Caffari. E non solo il mondo della cucina, proseguo io.
    Il punto è esattamente questo. il resto, scusate la franchezza, sono cazzate.

  13. Ecco a me sarebbe piaciuto che lo Chef si spiegasse meglio. Un lavoro puo’ essere duro per tante ragioni, non solo da un punto di vista fisico. Viene fatto l’esempio della cameriera. Io sono senza esperienza sul campo, ma mi risulta difficile credere che trottare per tante ore al giorno tra i tavoli sollevando pesi e mostrandosi purtuttavia cortesi sia meno faticoso fisicamente che star chiusi in cucina.
    E se poi l’intento era di legarsi ad un discorso di fisicità, la domanda nasce spontanea: per essere chef quel che serve son trascorsi da maratoneta?
    Insomma messa così la storia lascia adito a tante elucubrazioni …

    Barbara

  14. Essere donna chef è senza dubbio impegnativo per i ritmi da mantenere ma c’è ne sono molte.

    Io nel mio Ristorante da gennaio ho affidato a una chef la cucina e ho visto un miglioramento incredibile, il palato e la cura maniacale dei dettagli sono cose che noi uomini difficilmente possiamo avere così sviluppati!

    La cucina però è senza dubbio un luogo difficile, soprattutto per una donna sia nel farsi rispettare visto l’ambiente molto maschile che per i ritmi davvero insopportabili!

    Davide Dattoli

  15. avatar giggi

    Il lavoro di Cuoco da ristorante come il pizzaiolo, sono lavori speciale, fatti di orari fuori dal comune e ritmi lenti e poi velocissimi.

    Insomma parliamoci chiaro, certi lavori sono più da uomini che da donne, e viceversa.

    Come il muratore ad esempio, lavoro tipico da uomo.

    Gli esempi delle grandi cuoche stellate sono l’eccezione che conferma la regola.

    l’ideale per il cuoco da ristorante, sarebbe avere il fisico da uomo, per la resistenza pura e la sensibilità da donna per il gusto.

    • avatar Chiara

      Secondo l’a fiera dello stereotipo il perfetto cuoco potrebbe essere un gay palestrato quindi? Ma perpiacere!!
      Ho visto donne nelle cucine alle 8 a fare il pane e chiudere portando fuori i bidoni della spazzatura a mezzanotte quasi non stop…
      La verità è che la buona riuscita di una “cucina” dal punto di vista organizzativo sta nella gestione della squadra e nell’integrazione dei singoli componenti della brigata.
      Studiavo pianoforte da piccola e ogni anno si poneva lo stesso analogo problema nella selezione per l’orchestra della scuola di musica, perchè le ragazze erano considerate troppo emotive.
      Trovo se non altro miope fare ragionamenti low-profile basati sul genere, perchè come coerentemente dovrebbe avvenire, vanno considerate le capacità e la determinazione dei singoli.

  16. Ri-commento. Alla fine tutto il mondo è paese, sento discorsi sentiti anche in altri contesti lavorativi. Cerco di capire tutte le parti, ma per non farmi prendere dalla depressione del “la natura è così è basta”, mi fermo a che le eccezioni confermano le regole ma a volte le cambiano, col tempo.

  17. avatar cristina

    Caro Stefano, sei ritornato sull’argomento, vedo. :-) Io spero che Oldani non volesse dire quello che traspare dalla sua dichiarazione, poichè sarebbe davvero superficiale…

    Il fatto che ci siano meno Chef donne di Chef uomini, in Italia, è un dato di fatto, ma le ragioni, per come la vedo io, non sono legate alle motivazioni Oldanesche. Potrebbero essere semplicemente legate al fatto che gli Chef uomini con brigata tendono a scegliere uomini piuttosto che donne e quindi esponendole poco all’alta cucina, potrebbero essere legate ad una legislazione nata per tutelare la donna ma che, in molti casi, ha effetto boomerang, potrebbero essere legate anche alla concezione di Chef vecchio stampo, colui che suda, trasuda e deve sollevare 50 kg tutti d’un colpo ((tra l’altro Oldani quand’è l’ultima volta che lo avrebbe fatto?), una figura che sta cadendo in disuso lasciando spazio ad un professionista che legge, impartisce ordini, prova piatti, si documenta sulle tecniche di cottura e cucina a sua volta, ma, specialmente nell’ambito dell’alta cucina, difficilmente avrà bisogno di spadellare pasta per 50 persone o sollevare sacchi di farina da 50 kg. Un professionista che sa comunicare con gli altri e con la sua brigata, sa far quadrare i conti e viaggia per imparare. Quale parte di queste cose una donna non può fare?

    Si favoleggia che la donna non possa fare ristorazione, alta cucina, a causa delle sue limitazioni di tempo ed energia fisica. Io queste limitazioni non solo non le vedo, ma aggiungo che il ritmo di lavoro di tutti è cambiato e ormai le 8 ore di lavoro, per la maggior parte dei professionisti, sono un lontano ricordo, donne incluse. Ormai le 10-12-14 ore di lavoro sono una normale routine per tutti coloro che vogliono fare, vincere, andare avanti. Lavorare al settimo o ottavo mese di gravidanza è normale (pensa un pò ci sono anche ministri eletti tali a gravidanza inoltrata, proprio qui, in Europa!). Quindi, di che parliamo?

    Quello che ancora vedo, invece, è la difesa ad oltranza di una posizione oramai anacronistica. Un pour parler che viene sistematicamente ripetuto a cui ormai pochi credono.

    Aspettiamo che la nuova generazione arrivi, rimpiazzando coloro che si son fatti strada in un mondo totalmente maschile e poi ne riparleremo, si spera, ridendo.

  18. avatar Chefclaude

    Ho già espresso tempo fa la mia opinione sull’argomento, ma ci torno volentieri. Oldani dà il quadro dell’esistente, senza chiedersi poi molto, ma questo è soprattutto lo stato delle cose italiano. La percentuale delle donne chef sale dove la professionalità nel settore è assistita, seguita, dove conta di più la formazione degli individui che il sesso. Chiaro che il panorama italiano è perdente, ma potremmo fare lo stesso discorso per altre professioni, meno impegnative fisicamente di questa; mentre tanti lavori altrettanto faticosi rimangono comunque retaggio femminile (basta guardarsi un pochino intorno).
    Temo che la discriminazione di fondo rimanga quella intellettuale. Quasi per assurdo, mi è piaciuto molto l’intervento di lucablixen e il paragone letterario. Se personalmente preferisco la Yourcenar a molti scrittori del novecento non è certamente perché riconosca una scrittura al femminile, ma per l’universalità dei suoi contenuti. Che certi percorsi femminili debbano poi essere eccezionali, e coincidere con una rivoluzione totale rispetto a quello che la società richiede al proprio sesso, conferma un difetto e una distorsione con cui dobbiamo, purtroppo, ancora fare i conti.
    La fatica è il lato oscuro di questo lavoro: ma guardiamo bene il lato oscuro delle nostre vite, e troveremo senz’altro montagne di donne che lavorano o hanno lavorato per farci stare in vetta.

    • avatar cristina

      Chefclaude, scusa, ma potresti elaborare questo concetto?
      “Che certi percorsi femminili debbano poi essere eccezionali, e coincidere con una rivoluzione totale rispetto a quello che la società richiede al proprio sesso, conferma un difetto e una distorsione con cui dobbiamo, purtroppo, ancora fare i conti.”
      grazie!

      • avatar Chefclaude

        Le donne che emergono devono quasi sempre inventarsi di sana pianta un percorso che le coinvolge in assoluto, che mette in gioco interamente le loro vite: mi sembra perciò che non si tratti semplicemente di una doppia fatica, ma che questo assuma il carattere di una vera e propria rivoluzione.
        Non è neppure un caso che solo ad esse venga sempre richiesto di rendere conto e di giustificare il proprio successo come se avessero tradito la propria sessualità, i propri compiti e il proprio ruolo nei comfronti dell’intera società.
        La prima domanda che si fa ad una donna chef, o ad una scrittrice, è sempre la stessa: come fa a conciliare il suo lavoro con la famiglia, con la sua vita privata, col fatto di avere o non avere figli…
        Ed è stupido non rivolgere la stessa domanda anche agli uomini: perché è soprattutto di quelle risposte che avremmo bisogno per inquadrarli meglio.

        • avatar cristina

          Credo che tu abbia davvero colto un aspetto interessante. Ovviamente condivido tutto, ma sono una donna; ero curiosa di leggere l’analisi dello stesso problema dal punto di vista di un uomo. Quando ti avevo invitato a sviluppare quella parte del tuo intervento, speravo in un certo senso che estrapolassi il concetto dell’affermazione della donna relativo a questo topic e lo rapportassi ad una problematica sociale di ampio respiro. Mi era parso di capire, e credo di aver ragione leggendo il tuo secondo intervento, che è la società moderna a dover fare i conti con quella che viene percepita come una distorsione. Ed ovvero, l’accettazione del ruolo della donna non come professionista (perchè questo ci può stare), ma come colei che ha abbandonato il suo ruolo di madre, moglie, etc.

          • avatar giggi

            Ci possiamo ritenere fortunati a vivere in questa epoca, in questa parte di mondo. Dove le donne hanno la forza sociale di fare quello che vogliono!

  19. Definire ancora oggi le diverse capacità tra uomo e donna ha la stessa attualità della teoria lombrosiana.
    Non a caso i paesi socialmente più evoluti hanno quasi azzerato queste differenze.
    E non a caso l’Italia non è un paese socialmente evoluto.

    • Le teorie lombrosiane sono ancora validissime.
      Calderoli ne è la prova.

      • avatar giggi

        Perchè uno come Prodi o d’Alema o Bertinotti, o la Bindi o la Bresso sono persone evolute?
        Comunque se lei viaggia in Scandinavia vedrà ancora delle differenze fra donne o uomini, provi a girare nei cantieri navali o nelle aziende che lavorano il legno… Ovvio se lei gira solo per gli uffici della Nokia può avere ragione, così come a leggere i numeri degli adetti ai vari governi.

        • La mia era solo una battuta sulle teorie di Cesare Lombroso. E sulla faccia di Calderoli
          (che poteva essere la faccia di Verdini, di Fassino, di Di Pietro o di chi più ti aggrada…)

    • avatar Chefclaude

      Parole fante.

  20. Ahi ahi ahi il bel chef ci è scivolato sulla buccia di banana.. :D

    Stava per essere proclamato dalla platea dei partecipanti come perfetto ospite, nel ruolo di uno che di cucina ne sa, quasi umano a parte la serie di ‘IO, Io, IO’ lanciati qua e là nella conversazione.
    Ma dopo tutti questi ‘Io’ secondo te caro Stefano, ad una domanda del genere come poteva rispondere il bel ‘D’O’ ?? :)
    Da maschio ‘egocentrico!

  21. Non lo so. Da una parte mi chiedo anche io come si possa fare un’osservazione così… scontanta? …anacronistica? …superficiale? nel 2010, non tenendo conto di fattori legati alla solo recente emancipazione del femminile in genere per tutti gli ambienti di lavoro ecc ecc.
    Personalemente la migliore esperienza degli ultimi anni è stata con Cristina Bowerman, e come con lei con pochi altri. L’eccezione? non lo so. Che cucina in modo eccezionale è sicuro…

    ps. così, tanto per dire, mi viene in mente che anche pulire a fondo le mattonelle del cesso è un lavoro durissimo che richiede posizioni scomode e molta energia e sarei curiosa di sapere la percentuale di uomini che si occupano di questo nelle case italiane…

  22. avatar mimmo

    scusi lei, ma come osa auto-definirsi “scriba”? Gianni Clerici è uno e tutti gli altri son nessuno

  23. avatar Bacco

    Dopo la cura al cancro del banana, questa è la seconda sparata della settimana….

  24. avatar Mr. R.

    Uomo o donna, io mangio lo stesso.
    E comunque mi piace pensare che la cucina sia ancora un luogo meritocratico, dove le capacità e il valore delle persone che ci lavorano siano dimostrate ogni giorno dai risultati a prescindere dal sesso.
    E’ sicuramente un ambiente duro, stressante e coinvolgente fino all’asocialità, ma è anche competitivo eccitante e meraviglioso e appagante quando si cerca di farlo al massimo delle possibilità. Uomini e donne dispongono di caratteristiche diverse ma complementari, e soprattutto adattabili. Cercare di migliorare è un dovere (secondo me in ogni lavoro) in una cucina come in sala, e direttamente proporzionale alle proprie ambizioni. E lo può fare una donna come un uomo. Se è bravo è bravo. Punto.

    • avatar Fabio Spada

      La cucina non è sempre un luogo meritocratico. Come in ogni situazione contano le capacità (per fortuna) ma valgono tantissimo le conoscenze, le mode, i soldi, il culo.
      Ci sono tanti chef che raccolgono più di quello che meritano ed altri che faticano a sopravvivere nonostante l’indubbio valore.

      Ma questo vale solo all’interno dei rispettivi sessi.

      Se confronti le possibilità di uno chef donna rispetto a quelle di un uomo, la meritocrazia incide ancora meno.

      • avatar Mr. R

        Signor Spada, lei meglio di altri dovrebbe sapere che il merito che certi chef hanno in relazione alla loro capacità di “vendersi” è relativo. Le conoscenze, le guide, i soldi la moda e il culo, come dice lei, possono essere “solo” se c’e’ un effettivo valore. Ci sono eccezioni, ma hanno vita breve. Un buon imprenditore senza gusto e inventiva rimarrà coi costi bassi e senza clienti, un raffinato del gusto senza capacità organizzativa e gestionale rimarrà a zampe all’aria a breve scadenza. La sopravvivenza e il successo dipendono da tante cose, sicuramente complicate, ma, secondo me, senza quel “merito”, sia un uomo che una donna non vanno da nessuna parte.

  25. avatar Chiara

    Maschilista!

  26. Diciamo che per una volta anche il buon Davide a pestato una “merda” si può scrivere vero?

  27. fortunatamente noi abbiamo uno chef donna!

    a Firenze ci sono molti cuochi di origine egiziana, non perchè più forti, più preparati, più sensibili di altri. Semplicemente più disponibili (per bisogno) ad orari, paghe, situazioni. questo è indice non di una loro predisposizione al ruolo ma della dequalificazione del mestiere. Forse i maschi in cucina dominano per lo stesso motivo?

  28. strano che non abbia fatto la classifica delle razze umane più resistenti…
    ma questo si è bevuto il cervello !!!!

    kiss
    bd

  29. avatar LAMAX61°

    Pur con tutta la simpatia che ho per Davide devo contraddirlo e lo rimando al bel libro di Viviana Graglia “STORIE DI CUOCHI” per capire meglio il fenomeno dell’assenza del gentil sesso dalle cucine professionali. Fa il pari con la massiccia presenza delle donne ai fornelli delle cucine domestiche. Il buon Davide ha imparato da mamma l’ABC culinario o sbaglio?
    Ad ulteriore conferma del suo errore posso dire che conosco molte cuoche delle giovani leve, senza bisogno di scomodare i nomi arcinoti degli stellati, le quali mandano avanti con successo il proprio locale. E’ solo una questione di tempi, di epoche. La forza fisica (fuori discussione la pesantezza del lavoro) oggi è meno richiesta, grazie alla tecnologia e quindi aspettiamoci un prepotente ingresso delle cuoche rosa nelle cucine dei ristoranti, cosa che, senz’altro, non può che giovare.
    Saludos
    LAMAX61°

  30. Che non sia una questione di forza fisica lo dimostrano le tante trattorie (ma anche ristoranti di fama) in cui le donne sfornellano dalle undici di mattino a mezzanotte. Quando non ci si aggiunge anche la sfacchinata della fettuccina tirata a mano. A Roma, Teresa da Settimio in via del Pellegrino e Daniela al Presidente a Fontana di Trevi sono due esempi mitici.

  31. in effetti se ripenso a mia nonna…contadina bracciante dall’età di 8 anni, in cucina e sposata dall’età di 16 e praticamente di lì non si è mossa fino a quando se ne è andata, le pentole che ha sollevato e le teglie che ha portato a spasso la frase di Oldani mi pare un pò esagerata

  32. non vorrei dire una caxxxata ma se non ricordo male il caro oldani alle epoca del ristorante giannino di milano aveva come suo secondo una certa Paola Budel ;-) ….

  33. Qui si cerca di essere sempre “sul pezzo” e allora… :-) giusto ieri ho mangiato da Oldani e chiacchierato a lungo con lui, riprendendo anche questo argomento. “Non ho espresso una mia teorizzazione” mi ha detto “ma solo cercato di analizzare una situazione specifica, quella che conosco bene: il mio ristorante. E’ un fatto che di cento curricola che ricevo, due o tre al massimo sono di donne. Ho semplicemente ragionato sui possibili motivi“. Tutto qui. Del resto -sempre secondo Oldani- è proprio vero che spesso le donne possiedano quello che il Caffarri ha definito un palato più sensibile e sofisticato e che dunque da quel punto di vista potrebbero esprimersi professionalmente assai meglio di parecchi colleghi.

    A me personalmente pare che le ragioni per cui, in Italia ancor più che altrove, una donna debba affrontare una somma di difficoltà maggiore di quella di un uomo per affermarsi in campo professionale siano già state dibattute millanta volte. Forse si dovrebbe smettere di parlarne ed invece -dal basso- superare gli inconsapevoli pregiudizi quotidiani che formano un atteggiamento culturale. Quando ciascuno smetterà di stupirsi se il pilota del suo aereo è di sesso femminile, di contare il numero di dirigenti donna in un’azienda, o di commentare il tailleur del primo ministro tedesco, il mondo sarà un luogo un po’ migliore.
    La situazione evolve, troppo lentamente ma evolve: il punto è, a mio parere, che nella piramide professionale ancora oggi la percentuale di donne ad occupare posti nei livelli più selettivi è innaturalmente bassa. in ogni ambito, non certo solo nella ristorazione.

    • avatar Bacco

      Dan, scusa, ma così ha detto?
      “Non ho espresso una mia teorizzazione” mi ha detto “ma solo cercato di analizzare una situazione specifica, quella che conosco bene: il mio ristorante. E’ un fatto che di cento curricola che ricevo, due o tre al massimo sono di donne. Ho semplicemente ragionato sui possibili motivi“.

      Ma prima o dopo le grappe?

      • Dopo le mie grappe (un buon Calvados, per la precisione). Vedevo virgolette da tutte le parti. ;-)
        Restiamo sui concetti, va.

        • avatar Bacco

          i concetti sono tristi, non posso riportare i commenti di mia moglie, siamo in fascia protetta e nemmeno quelli su FB…

          se “non ci sono donne in cucina perchè non ce la fanno, è un mestiere troppo duro per loro” deriva dal numero di richieste che arrivano a lui mi pare avere del proprio ombelico una grandissima stima…

          Ma il sospetto che le donne da lui non ci vogliano andare? No?

  34. avatar eggi

    ..lei é il pilota di questo aereo? – Si, sono io risponde Antonella Celletti prima donna pilota Alitalia.
    Io voglio scendere, non volo su un aereo pilotato da una donna. la Celletti gli risponde: sarò felice di ‘cedere’ ad un mio collega uomo con la metà delle ore di volo rispetto alle mie.
    uomo, donna, omossessuali, lesbiche, trans… ordinanza da inserire sui menu’, magari insieme agli ingredienti?
    quando una donna decide di fare qualcosa, riesce sempre a farne una in più dell’uomo.

  35. avatar adriano liloni

    mah…scusi il signor Oldani ma ha detto una somma cacata(si puo’ dire?)
    ho incontrato tanti giovincelli maschietti usciti da scuole alberghiere che avevano meta’ preparazione e resistenze di alcune cuoche, fra cui modestamente annovero mia moglie(lavora in cucina dal 90)……e’ un parler pour parler…giusto per creare reazioni mediatiche forse?
    vorrei vedere la Santin o la Feolde o la Fulvietta cosa risponderebbero leggendo il commento del bel Oldani……

  36. avatar S.B.

    ..come al solito la punta di un iceberg, lo stesso concetto declinato mille e mille volte: se non riusciamo ( o vogliamo …) a staccarci dai preconcetti sulle ‘Femmine’, non progrediremo mai. Purtroppo non credo lo si stia facendo in questo modo (e neanche in altri).
    Quanto agli ‘appetiti beluini di coloro che pagano i conti’, non so per quale ragione (!!), ma crea irritazione tanto quanto la teoria evoluzionistica secondo cui le donna ancora cercherebbero il maschio dominante :)

  37. avatar Chiara

    mi trattengo…ma a volte il pensiero fa strani scherzi e azzardi..mi verrebbe da citare la frase che ha comportato l’ostracismo di Busi dall’Isola de da Mamma Rai…ovviamente adattandola al concetto di misogninia..
    Se come dice Dan c’è stato un colossale misunderstanding e il Sig. Oldani si riferiva solo alla sua realtà, beh è chiaro e lampante che non possa essere che così…se ha queste uscite è facilmente intuibile che nessuna donna gli mandi CV. Già il lavoro in sè è duro, se poi si deve andare a lavorare per uno che parte dal presupposto che tu sia un essere inferiore non in grado di farcela…beh…no grazie!

    • avatar giggi

      Stiamo sull’argomento:
      La maggioranza dei ristoranti-pizzerie-trattorie, ha dei lavoratori delle cucine uomini, i lavapiatti per la maggioranza donne.
      Se andiamo su di livello, nei ristoranti stellati ad esempio, troviamo delle donne chef, lavapiatti ancora donne ma anche uomini.
      Allora il punto è questo, più il lavoro di cucina è fatto di orari spaccaossa, che di stile, più troviamo uomini, ma anche donne a lavare i piatti.
      Cosa si ricava?
      Si ricava che il lavoro-duro dove si suda (per chi non capisce sudare è quello che si fà quando si gioca a tennis per esempio)lo fanno tutti quelli che hanno il fisico per farlo, e il bisogno di soldini.

      E poi ci sono quelli nati per lavorare e quelli nati per criticare:-))

  38. avatar Rox Rossano Carrisi

    Ciao ragazzi, sono esterefatto, pur di avere qualche cliccata in più su ogni genere di blog e di pagina si cerca il colpo speciale facendo dire ad Oldani ciò che non ha mai pensato e che è lontano dal suo modo di essere nella vita ed in cucina…
    Purtroppo è quasi sempre così, quando c’è una persona di successo c’è sempre qualcunaltro che “rosica”, l’invidia è proprio una brutta cosa… è brutto avere a che fare con uno chef brillante che ha fatto della professione una filosofia di vita, è pesante vedere che il ristorante di questo signore è sempre pieno e che le sue iniziative sono sempre seguite da enormi successi… Magari prima di paragonare un cuoco del livello di Davide Oldani alla “sciura Gigia” (con tutto il rispetto per la sconosciuta signora) e lanciare apocalittici strali, bisognerebbe documentarsi meglio magari andando a leggere i libri di Oldani dove sarebbe fin troppo facile trovare le risposte alle falsità emerse in questi giorni.
    Ma l’invidia come dicevo prima è una brutta cosa… per cui amici rosiconi… sapete cosa vi dico??? Continuate a rosicare mentre Davide Oldani continuerà ad essere vincente!!!

  39. avatar Ramen at work

    Alcuni tipi di ristorazione (non tutti) comportano ritmi particolarmente massacranti dal punto di vista fisico. Non è una questione di maschilismo, con buona pace del soldato Jane e di ogni donna per cui la parità dei sessi vuol dire fare le stesse cose degli uomini nella stessa maniera.

  40. Pingback: Il Blog della Cuoca della Porta accanto » Blog Archive » chef (donne) che ce la fanno

  41. avatar alberto

    Davide Oldani presenta il suo nuovo libro di ricette a Cornaredo
    Lunedì 19 aprile 2010 – ore 20.30 Auditorium la Filanda
    Ingresso libero fino a esaurmento posti
    http://www.comune.cornaredo.mi.it

  42. pare che il fenomeno – del lavoro fisico troppo duro per una donna – sia stato riscontrato, dati alla mano, anche nei consigli di amministrazione delle banche, dove spesso infatti si tira veramente tardi alla sera e se non bastasse, si viaggia tantissimo, da un parallelo all’altro, e ciò è spossante. lo dicono tutte le statistiche, e io stessa l’ho visto con i miei occhi, quindi non posso dubitarne e ve lo dò per certo.

  43. Pingback: Donne, Uomini e Cucina – Terza parte — Il blog di ControCornice

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