Piatti. Piani. Fondi. Purchè. Tondi.
Di mangiare nasi goreng dentro le foglie di banano puoi compatirti per le vie di Yogyakarta, tra il pessimo olezzo del duriam sventrato e il profumo dei migliori ananassi che il bipede possa sperare di incontrare. Ma quando ti siedi all’osteria e ordini la tua misura di tortelli, perbacco, che sia un piatto di ceramica, con un bel bordo largo che il cameriere errante possa calcarvici il pollice senza pudore. “Piatto” è anche una figura retorica, la metonimìa per eccellenza: dici Che buono questo piatto! ma la porcellana non l’hai mai masticata…
Dunque il generoso contenitore accompagna la vita palatale del gurmè come una specie di tutor cangiante e polimorfo, pronto ad adattarsi alle più inconsuete situazioni. Il lettore meno giovane ricorderà l’esasperante ondata di piatti simil-granito che ognuno di noi avrà per le credenze; o l’arnese di terracotta dipinto al tornio con strane tinture.
Poi venne il tempo dei designer, e il tavolo si fece campo di battaglia per l’estro architettonico: quadri, rettangoli, triangoli, curve morbide o linee rigide; bordi alti o niente bordi, e via esagerando. Tutti sono passati per quella specie di vasi da fiori in cui sono servite le zuppe che ti costringono ad immergerti fino alle spalle, alla disperata ricerca di quella cucchiaiata di minestra là in fondo della stessa dimensione di un caffè espresso.
Abbiamo mangiato sulle lastre di vetro e sulle mattonelle di ceramica, su pagine di terracotta e sull’ardesia: e questa proprio vorremmo tornasse alla sua pristina vocazione di lavagna.
Abbiamo mangiato in mastellette di lamiera zincata, in secchielli smaltati; in vasetti a chiusura ermetica o in piccoli contenitori porta profumo. Abbiamo mangiato nella carta gialla, nei coni di carta gialla, sui fogli di carta gialla; dentro alti cilindri o in minuscole tazzine grandi come ditali: regalando la felicità ai foodografi sulle orme di Cavoletto – che vanta 105 tentativi d’imitazione – sempre alla ricerca di un pezzo unico & raro per dare quel non-so-che al loro catalogo di ricette esoteriche.
Però vuoi mettere l’eleganza di un posto a tavola di porcellana bianca, immacolata e innocente…
[Immagine: Concept & Contents]








li disegna una donna. bianchi, al tatto sconcertanti nella loro sensualità. alla vista belli da piangere. quello bucherellato un inno alla capacità umana. lei si chiama STEPHANIE. HERING BERLIN. non so di altri ma li usa bottura, uno che ci capisce, non solo di cibo…..
Stefanie Hering, non Stephanie.
io l’ho preso dal sito della caraiba, distributori per l’italia.
ma che importanza ha ?
mi sembra piu’ importante che uno dica se i piatti gli son piaciuti o gli hanno fatto schifo, o no?
Nel caso qualcuno voglia cercarlo su google.
no offense intended…
che nostalgia per il vecchio ginori bianco e i laguiole di legno del Gambero rosso, e non solo…

Una gioia estetica che ogni tanto mi fa “rivivere” Arcangelo, quando non cede al fascino delle “posate da sera”
ciao A
visto che si sfida
[img]http://4.bp.blogspot.com/_bKCty0BbCwE/SZ_mDpiQTxI/AAAAAAAAADk/eL0xZ-g9t7U/s400/08+-+Vecchio+Ginori+Rotondo+Portata.jpg[/img]
[img]http://annmah.net/wp-content/uploads/2008/10/laguiole-stamina-wood.jpg[/img]
Giusto perchè sono un fan di Caffarri e Maffi metto qui la foto del piatto bucato
grazie leo. è dai tempi di crapapelata al gambero che mi risolvi problemi legati all’uso delle tastiere. manco mi si apriva il pdf della caraiba, figurati riuscire a trasferire qui la foto…