Ambroisie di Parigi | Adesso è il momento di capire chi giudica i giudici

Quando alla tele passa la pubblicità del test di gravidanza che “non solo ti dice se sei incinta, ma anche da quanto tempo”, spero sempre che qualcuno aggiunga “e pure chi è stato“. Allo stesso modo, quando leggo che nel tal ristorante è andata “divinamente, consistenze perfette, con una persistenza mai provata prima”, penso si sottintenda: “cosa aspetti ad andarci, sciocchino?”. Succede per uno storico restaurant francese osannato al pari dei grandi di Spagna e, stando alla Rossa gommata (leggi: guida Michelin), un gradino sopra tutti i ristoranti del suolo patrio. Si chiama Ambroisie, sta in una delle più belle piazze di Parigi, Place des Vosges, è guidato dal pazzesco chef Bernard Pacaud.
Il punto è che l’Ambroisie ha ricevuto due recensioni. Nonostante non sia esattamente a buon mercato, conto medio: 400 euretti, e a dirla tutta, nemmeno a un tiro di schioppo, in pochi giorni è stato raccontato da due blog diversi. Passione Gourmet (con il duo Alberto Cauzzi/Rob78) e Luciano Pignataro (con l’inviato Giancarlo Maffi). Però em, um… ecco, in modo diametralmente opposto.
Se per uno è stato: “lo Zenith dell’ars culinaria, la sua massima espressione terrena”, l’altro se n’è andato con “l’amaro in bocca”, causa “mancanza di due piatti dalla lista, bicchieri modesti, cadute di peso su alcuni piatti,” e non ultimo, un conto da 775 euri, mica bruscolini.
Vi lasciamo alla lettura delle recensioni dissonanti, nella speranza che almeno voi, visto che io non sono stato all’altezza, riusciate a capire chi tra i due ha visto giusto, e soprattutto, se l’Ambroisie vale lo sforzo che richiede al gastrofanatico. E per favore, non parlatemi di serata storta, o del bisogno di una visita ulteriore. Non in un ristorante tre stelle Michelin con quella sberla di conto.
Non volevo scriverlo ma son qui consumato dal dubbio. Quando a un qualsivoglia chef un filo innervosito, mordendosi la lingua, scappa il classico “ma a questi qui, dico io, chi gli ha dato il patentino per giudicare?”, non è che magari un po’ di ragione ce l’hanno? Solo un po’, eh.








Non giudico il caso specifico.
Però vorrei chiosare la tua frase finale
Lo chef che si domanda chi ha dato il patentino per giudicare, per essere credibile, dovrebbe porsi la stessa identica domanda sia quando riceve la stroncatura che quando viene gratificato da una recensione entusiastica. O no?
chi giudica chi sarebbe un chi giudica periodico e non ne usciamo più. mentre la competenza é un ambito completamente diverso.
Penso che chiunque abbia il patentino per giudicare singolarmente, mettendoci la sua faccia e prendendosi i suoi rischi… Se per Maffi l’Ambroise, in place de Voges, nel cuore più cuore della Parigi medioevale, è stata una cattiva esperienza e lo vuole dire ha tutti i diritti di farlo, come qualsiasi cliente insoddisfatto. Così come analoghi diritti ha Cauzzi, che è stato alla stessa tavola bene, chi ha ragione, probabilmente entrambi, ognuno secondo la sua sensibilità, è il rischio dell’estetica, baby… Il patentino ce l’hanno entrambi, averlo è semplice basta pagare 400 € circa, perdere qualche oretta del proprio tempo e metterci la propria faccia. Come un qualsiasi avventore in qualsiasi locale, dal bar al Bulli: pagato il conto ed uscito diventa un giudice dell’esperienza fatta… Altro discorso è quella delle guide a pagamento, lì il patentino lo rilasciano ogni anno gli acquirenti, che si fidano o non si fidano della pubblicazione, spendono i propri soldi per avere dei consigli e utilizzano la guida per andare in giro, in questo caso il patentino viene rilasciato dalla pubblicazione che diventa più importante del singolo…
La novità è solo che la rete ha reso più facile veicolare “erga omnes” i pareri del singolo che una volta erano relegati alla sfera dei conoscenti… beh, sarò populista, ma se il parere del singolo mi aiuta a non “buttare” 400 € per una esperienza di default e magari mi spinge a percorrere pochi metri per fare una esperienza viva e molto più economica, per esempio da Coillot, beh benvenga…
Del resto sentire che i tre stelle di Parigi siano stanchi e vasche per pesci russi è una notizia quasi rivoluzionaria quanto quella di Morgan che si fa di cocaina
ciao A
Mi sei piaciuto di più con l’Astrance
Sono d’accordo che tutti possiamo esprimere opinioni, ci mancherebbe, ma forse Leo pone la questione se andando a vista nella nebbia non si finisca con il diventare tanti Speakers’ Corner nel nuovo Hyde Park virtuale….
anche a me mi è piaciuto molto di più l’Astrance
Il rischio dello speak corner sulla rete e sempre dietro l’angolo… anzi è parte del suo bello!
Ciao A
A me comunque piacerebbe ascoltare la voce di un critico riconosciuto come Enzo Vizzari che si è limitato a dire a Scarpato di tenere sospeso il giudizio e di consigliare una nuova visita allo sfortunato testimone di Pignataro. L’osservazione della torta senza fantasia di Scarpato mi ha colpito ancora di più dei bicchieri che hanno infastidito l’inviato o della saliera e del macinapepe che avrebbero fatto andare di traverso a Leo anche un pranzo da 1500 europei!
La butto lì, scegliamo un ristorante (senza dirlo al ristoratore ovvio) e andiamo in 10 bloggatori a provare. Una media potrebbe essere la risposta alla domanda del nostro Leo che stanotte potrebbe non dormire senza la risposta giusta?
Ho paura, Vincenzo, che si stia lentamente e pericolosamente scivolando lungo la sdrucciolevole china dell’autoreferenzialità.
Al che Leo avrebbe di fatto la risposta ai suoi interrogativi.
Ps. io non esprimo giudizi in “recenscion”, me ne guardo bene non essendone capace: già m’è sembrato eccessivo, e perché no gratificante (vedi quanto siamo narcisi..), il solo fatto che Enzo Vizzari me ne abbia attribuita la sola possibilità, per quanto sospesa
Tu dici scivolare? A me sembra che abbiamo i polpacci a mollo
Facciamo i vecchi errori dei principianti che si facevano sulla carta stampata al tempo dei fax. Un caporedattore 2 ere geologiche fa mi diceva: il lettore non vuole domande ma risposte (guai a mettere un punto interrogativo in un titolo…) e ricordati che tu non esisti, esiste il fatto (e via con l’io narrante…). Se scrivi due volte di un fatto chi legge per la prima volta il secondo scritto deve capire, quindi niente autoreferenzialità (e qui ci salviamo con i link). Il giudizio secco di un critico riconosciuto deriva anche dalla sua competenza. Prova a pensare di scrivere un quadratino di una guida senza ricorrere al racconto e all’io autoreferenziale. La guida Michelin o quella dell’Espresso dovrebbe essere divisa in volumi o avrebbe bisogno di un libretto di interpretazioni. A volte il racconto copre qualche manchevolezza di competenza. Forse questa è una delle differenze tra giornalisti/critici e blogger/appassionati. Poi ovvio la faccia messa su vuol dire tanto, ma ti dico bisogna vedere sempre com’è fatta
Vero, verissimo per quanto riguarda la competenza: infatti io leggo soltanto, ché ho solo da imparare.
Per tutto il resto la penso in modo opposto, cerco e pongo domande e mi piacciono le emozioni, che sono solo di chi le prova: infatti non sono giornalista, non sono competente, non rimando, non linko, non scrivo, non sono….
L’immagine di me con l’acqua ai polpaccetti avvizziti, nonostante tremila chilometri annui di bici, mi porterà sonni agitati, ne sono sicuro. Autoreferenzialità a bagnomaria.
La faccina è mesta.
Vincenzo, io dormo, non ci sono problemi
le uniche volte che non dormo è quando mangio troppo la sera ma ho imparato ad andare al ristorante a pranzo
Naturalmente la frase finale sul patentino era scherzosa (siamo a Carnevale, no ?) per me i pareri di Alberto, Rob e Giancarlo (li chiamo per nome: denota confidenza
) sono/sarebbero degni di apparire in qualsiasi guida blasonata. Però però.. quando noto queste discrasie non so cosa pensare e la mia testa (e il mio portafoglio) mi allontanano dalla visita in quel ristorante che, come ha detto Fabrizio Scarpato, viene immediatamente riposizionato all’84° posto nel calendario tour-gastronomico.
Per Alessandro: Morgan (e non solo lui) si farà di cocaina e chissà cos’altro ma non puoi etichettare tutti i tre stelle parigini come stanchi e pieni di russi dal soldo facile..
ma veramente Leonardo lo smile indicava il tono scherzoso, credevo fosse pleonastico da spiegare e di facile comprensione.
Questo è oramai noto da tempo, insomma che all’Ambroise non si stia poi così bene e soprattutto non in maniera adeguata al conto non mi sembra (personalmente) una notizia esattamente come le abitudini di Morgan 
Lo so da me che i tre stelle parigini sono vari e variegati, che il discorso che vale per l’ambroise o per ducasse al Plaze Athenee non vale necessariamente per l’Astrance… La mia era una generalizzazione dichiarate e personale, ma basata su varie esperienze a Parigi negli ultimi anni ed in un sentire diffuso e condiviso di molti esperti: la freschezza e la piacevolezza spesso non coincidono nella ville lumiere con i blasoni
ciao A
Ci stai chiedendo di raccontare che metodo usiamo per capire se un ristorante merita o no quando leggiamo recensioni così diverse?
Vediamo un po’:
1. cerco di inquadrare lo stile naturale, lo “sguardo” dei recensori, in base a ciò che hanno scritto in passato.
Ad esempio, Cauzzi lo ricordo come frequentemente iperentusiasta e stradiplomatico. Rob78 uno che nel giudizio tende o cerca di evitare i picchi.
Maffi uno piuttosto diretto e un po’ cinico con humour.
2. cerco di cogliere con che attitudine si sono avviati all’esperienza. In questo caso la mia impressione è che tutti partissero dall’idea di entrare in un Tempio della Gastronomia, quindi da altissime aspettative – che di solito, secondo i casi, si tramutano in grandissima delusione o grandissimo entusiasmo.
3. cerco di crearmi una cronologia nuda e cruda dei fatti e degli eventi realmente accaduti nelle due occasioni, separandoli dai giudizi.
(…continua…)
(vedo che nel frattempo sono partite le discussioni infuocate, come al solito – ma per completezza scrivo comunque il resto, così per mio promemoria!)
4. analizzo i commenti e cerco di capire il loro metro di giudizio e le loro priorità sui vari aspetti dell’esperienza.
5. confronto il tutto con il mio punto di vista e i miei gusti…et voilà!
Capisco se è il caso andare in quel locale, perché e con che fretta (leggi: prima possibile, con tutta calma oppure nonsisabenequando.
Se vale, come vale, il rapporto felicità/prezzo, a quegli stramaledetti quattrocento euro dovrebbe corrispondere, per parte mia, una sorta di euforia incantata al limite della beatitudine, financo, come dire, un filino preoccupante, se dovessi intravedere le alucce di qualche cherubino.
Siccome non son tipo che si lascia entusiasmare facilmente, quel prezzo è e sarà sempre troppo alto per me, sia poeticamente che prosaicamente: anzi renderebbe ancor più spietatamente tristi le barocche tappezzerie francesi, i fiori finti e la sperduta saliera, a meno di non imbattersi improvvisamente in James Bond o in Antoine Ego in persona.
Facile fare ironia… senza conoscere, senza aver provato. Vero, ma non mi si venga a dire che all’Ambroisie ci si diverte, si gioca, si leggono colori: senza parteggiare per i due recensori, mi sembra di capire che siamo nell’ambito della cucina anatomoanalitica, senza fantasia (e quella torta al cioccolato, provata in entrambe le occasioni, ne sarebbe la dimostrazione) e soprattutto senza sobbalzi dell’anima e della memoria. Senza emozioni?
Per quel che vale L’Ambroisie sta all’ 87° posto nei 50 Best Rest, subito dietro Ducasse al Plaza e Pinchiorri: vorrà dire qualcosa a proposito di ristorazione di maniera? Bastano le materie prime? Bastano le fantasmagoriche salse?
Probabilmente sì, ma se la contemporaneità è una tradizione in continua evoluzione, in continuo divenire, due cose mi vengono in mente: la prima è se questa ristorazione non sia stanca, la seconda, a proposito di patentini, è chiedermi come può un italiano, per quanto esperto (e i nostri amici lo sono, non è questo il punto) godere della pollastrella di Bresse al pari di una rilettura di una tagliatella? Se il gioco di emozioni parte dalla memoria, quanta memoria abbiamo dei piatti tradizionali di un altro paese? Questo può aiutarci a capire impressioni così contrastanti. Forse.
Per 400 euro voglio essere indotto all’atto osceno in luogo pubblico
Leo, Leo. Ma perchè porre queste domande della serie prima l’uovo o prima la gallina? Tra Passione Gourmet e Pignataro, va da sè, è più bravo Dissapore!
Nel caso specifico mi verrebbe da dire che vince Passione perchè erano in 2 e quindi 2:1 (casomai non distratti da altri pensieri) a tavolino. E quoto Antonio Scuteri, mica può sempre far piacere.
Non confonderei la competenza con la testimonianza, d’altro canto. Io sono meno competente di Luciano Pignataro? Sento il coro di sì. Ma anche lui mandando un inviato sottolinea due aspetti importanti: la testimonianza inizia ad avere valore almeno casistico (tipo bookin.com o venere per gli alberghi) e gli ambiti ristretti stanno cedendo (lui era considerato il punto di riferimento per il sud Italia, professionale, accreditato – anche grazie allo strumento cartaceo – esperto) alla necessità di allargarsi e toccare più ambiti (in questo caso geografico). Mettiamoci che c’è anche la ricerca della visibilità e la necessità di differenziarsi tra soggetti che in fondo fanno una cosa molto semplice e cioè mangiare.
Poi ovvio si può cedere al lato istrionico e tracimare, ma senza esagerare a coloriture qualcuno potrebbe non divertirsi. Poi la posso dire tutta? Ma quanto fa snob dire di aver sprecato 755 euro in un ristorante! Poracci quelli che si accontentano di godere per così poco
“Non confonderei la competenza con la testimonianza” ecco questo mi piace, parecchio. Quella che ho letto da Pignataro è una testimonianza, non entro nel merito del contenuto mi permetto però di valutare i toni che francamente sono discutibili, assai. Se è vero ciò che scrive il testimone* forse il povero Pascal ha creduto di trovarsi davanti dei clienti mandati dal Direttore del Mangione. Ma non erano andati anche da Alfieri?
* cit “Pascal dico “scusi che cazzo c’è rimasto in cucina sul modello carne? “ (gliele dico proprio cosi’ ma la capisce lo stesso)”
Ringrazio anzituttom Dissapore per aver rilanciato la questione, anche perché mi consente di chiarire due cose.
La questione è molto semplice. Semplice semplice
Cauzzi e Bentivenga sono persone stimate per la competenza e per lo stile (non è poco di questi tempi). Loro sono usciti entusiasti dall’esperienza.
Maffi, che sicuramente ha non meno competenza ed esperienza, è uscito deluso.
Mi ha chiesto se volevo pubblicare il suo racconto e ho accettato di buon grado. Così come pubblicheremo gli altri repor nei prossimi giorni.
Come è stato ben osservato, i lettori valuteranno, chi deciderà di andare verificherà (sbagliato Fabrizio dire no a prescindere) e in ogni caso nessuno ha messo in discussione la storia e la grandezza del locale.
Io non ho gli strumenti per esprimere un parere nel merito, ma certamente, è il mio lavoro da vent’anni almeno, quelli per capire che il pezzo di Maffi partiva dai fatti e che non c’erano altre motivazioni dietro come scioccamente si può pensare e, peggio, insinuare.
Il tema, come si è dimostrato, è degno di attenzione e gli interventi lo dimostrano perché allarga il terreno al tema della vitalità dei trestellati francesi.
Quanto alla questione dell’inviato, caro Vincenzo, tu sei un giornalista e mi meraviglio che usi questo termine in modo così improprio. Un editore che paga e un direttore responsabile possono inviare qualcuno, io piccolo blogger al massimo accettare con gratitudine i contributi di chi collabora al sito e ringraziare:-)
Mi scusi Luciano ma competenza, esperienza, *stile* sono uguali per tutti allora? Sicuro che lei, Maffi, Cauzzi, Bentivenga e Vizzari siete sullo stesso piano? In quanti direbbero a Pascal in italiano: “scusi che cazzo c’è rimasto in cucina sul modello carne?”??
Seguo il suo blog, leggo i suoi articoli e mi sembra che questo si discosti parecchio dallo stile degli interventi, anche di altri, presenti sul suo sito.
Scusami Luciano, io ho ripreso la parola inviato utilizzata più sopra da Ciomei. Sono nuovo di questo mondo, ma mi adeguo. Prima nel colophon di Dissapore c’era scritto Editor che vuol dire Redattore. Poi Bernardi, penso, ha cambiato ed ha scritto Editore, Ristoranti e Leo è Chef. D’altra parte mi dicono che ormai non c’è più distinzione tra giornalisti e blogger tant’è che io utilizzai per la prima volta l’espressione gastro-citizen journalist a significare la commistione e Massimo lo ricordò in un post. Io so cos’è un inviato in un giornale, ma penso che il “lapsus” di Ciomei sia dovuto all’idea che è stata ben esplicitata da alessandro bocchetti poco più sopra. Qui significa che qualcuno ha messo la faccia, quindi Maffi in prima battuta, e poi tu, caro Luciano che lo ospiti e in un certo senso lo accrediti (ieri hai scritto su FB che eri alla smaialata con Paolini) negli ambienti e sul web. O devo credere che avvenga il contrario? Scusa ma secondo te nel momento che pubblichi gli altri report dalla Francia, che facciamo? Se il competente, esperto e stiloso dice di essersi trovato bene o male, gli crediamo oppure no nel momento in cui appare sulle pagine del blog enogastronomico di più antica data? E se domani lo stiloso inviato va alle Calandre, che ha rinnovato il concept ambientale e di approccio levando il tovagliato (per dire una cosa che avevo espresso in tempi non sospetti sulla via del prossimo futuro alto – consenti di apparire un attimo anche a me) oppure va da Bottura, che il tuo dice di aver portato a Londra, o va a degustare la mozzarella a Pietrasanta piuttosto che a Milano o in Giappone e tu dici vediamo cos’è successo, come la mettiamo? Io non metto in dubbio la modalità di collaborazione e il tuo ringraziamento a qualcuno che in fondo ha smenato 755 euro e si è trovato pure male. Ma per carità assumiamoci la responsabilità di quello che scriviamo o facciamo scrivere dentro a questi contenitori perchè altrimenti perdiamo di credibilità a prescindere!
Poi ovvio che ognuno può andare all’Ambroisie e verificare di persona. Ma la funzione di questo scrivere allora è di farsi smentire continuamente o di fornire indicazioni verosimili?
E grazie a Dissapore per aver messo a fuoco ancora una volta un argomento dimostrando che si può fare informazione anche senza avere il tesserino rosso in tasca come l’abbiamo te ed io (mi riferisco a Leo che mi ricordo avermi detto di non aver nulla ache fare con il giornalismo)?
Caro Vincenzo
Maffi è GIA’ accreditato come appassionato, competente e disinteressato. Poi lo si può condividere o meno (come Lisa).
Però ci sono tante cose da farein questo mondo bellissimo e affascinante, smettila di pensare a Maffi altrimenti dovrai ricorrere al trapianto di fegato:-)
Mi associo alle parole di Pignataro, che non conosco personalmente, ma di cui da tempo seguo e leggo ciò che scrive.
Conosco invece personalmente, anche se da pochi mesi, Giancarlo Maffi del quale ho spesso seguito le iniziative descritte da Pagano (leggi la serata a Pietrasanta all’Enoteca Marcucci, enoteca tre bottiglie Gambero Rosso, ed alla quale Rivabianca era presente con i suoi prodotti, il suo Presidente e il casaro, quindi mi pare semplicistico dedinirla “degustare la mozzarella a Pietrasanta”) ed in ogni occasione ho colto la sua passione e competenza, con modi guasconi certo, ma dai quali traspare una persona vera e che mette sempre la sua faccia.
Mi meravigliano quindi le ripetute “precisazioni” di Pagano o anche altro ( come non ricordare il post sulla “mozzarella da Lorenzo” uscito stranamente in contemporanea a quello di Giancarlo). Evidentemente c’è dell’altro…ma qui siamo ot!
Wow! Arrivi a tarda sera e che succede? Ma stiamo giocando a uno contro tutti? Vabbè, ora tarda ma non mi tiro indietro.
Anche perchè se il nostro simpatico Avvocato della Versilia riesce a scrivere tutto questo po’ po’ di considerazioni dopo un laconico “Caro Giancarlo, la Tua delusione è palpabile. A questo punto…apriamo il dibattito!” sulla discussione che dovrebbe essere quella principale (e comunque incriminata) vuol dire che gli ormoni sono tutti in agitazione. Mi fa specie lo confesso che un legale chiuda con un evidentemente c’è dell’altro lasciando intendere chissà cosa! Ma come, non dovrebbe valere la presunzione d’innocenza fino a prova contraria? Sia circostanziato, suvvia, che la sua professione glielo impone. E mi raccomando, le prove. Io ho semplicemente citato dei fatti che si sono succeduti e che ho letto al pari di altri. Che vuol dire definire semplicisticamente “degustare la mozzarella a Pietrasanta”? Non è quello che avete fatto? Stiamo parlando da 20 post che ci si mette la faccia. La discussione verte proprio su questo, in buona sostanza. E nessuno ha detto il contrario. Giancarlo “Maffi” Panseri ci mette la sua (anzi a questo punto dovrebbe mettere una bella foto così tutti i ristoratori potranno riconoscerlo!) come ognuno ci mette la propria. Esattamente come sta facendo il Grammauta meravigliandosi delle ripetute “precisazioni” di Pagano. Ah, Lorenzo, sì. In effetti per il mio “Ti racconto una Bufala” avevo chiesto tre interpretazioni a Pontrelli e Manuela Cerri le aveva fotografate. Le ho pubblicate in vena di ricordi per non farle ammuffire anche in considerazione che l’evento al Forte non si farà più. E non capisco dove c’è lo strano poichè linko al corrispondente articolo http://www.scattidigusto.it/2010/01/19/una-bufala-al-forte-dei-marmi-da-lorenzo/
Ari-scusami Luciano, Maffi? chi è Maffi? Io pensavo di leggere il blog di Luciano Pignataro all’indirizzo http://www.lucianopignataro.it! Sto cercando di capire quali sono le facce. La tua la conosciamo come non GIA’ ma MOLTO accreditata grazie alla tua notevole esperienza come giornalista del Mattino, autore di libri importanti sul territorio, ispettore della Guida dell’Espresso, coordinatore della nuova guida dei vini di Slow Food per tre regioni del Sud e dimenticherò altro sicuramente. Insomma un’icona cui rivolgersi con le mani giunte. E se hai beatificato qualcuno con questo roboante GIA’, ce ne faremo una ragione. Anzi toccherà a molti stendere un tappeto rosso avvistandolo. E passare sopra a episodi virtuali che possono aver dato fastidio alla commentatrice Lisa, perchè se qualcuno se lo fosse dimenticato, il GIA’ accreditato è stato GIA’ moderato per i suoi toni da guascone che piacciono tanto al nostro Avvocato (Massimo Bernardi risponde:
3 gennaio 2010 alle 11:38 (link) Mi chiedevo, nel tuo mondo esistono donne che non sono “gnocche” o “troie”? ). Quando appunto si parla di GUSTO. Mi dispiace soltanto che un’icona mi auguri velatamente un trapianto di fegato. Ma la classe mi insegnano, non è acqua. Solo che il vino ogni tanto andrebbe moderato
Egregio Pagano,
leggo solo ora le Sue considerazioni. In questo ambito io sono solo un appassionato quindi, la prego, lasci fuori la mia Professione,non c’entra nulla.
Non so per Lei ma per me tutto questo è solo piacere, quindi per me il dialogo finisce qui.
[...] This post was mentioned on Twitter by antonio, Vincenzo Pagano. Vincenzo Pagano said: Vi consigliamo il ristorante Ambroisie di Parigi. Ma anche no | Dissapore http://ff.im/-fFoXQ [...]
Una sola cosa è certa: l’Ambroisie costa un botto
Scusa Massimo per questo OT ma vorrei chiarire, anche a difesa del mio fegato, che non ce l’ho con nessuno ma DIVERSITA’ INCONCILIABILI, come si nota anche dai toni usati dal nostro qui da voi, non hanno permesso percorsi comuni
ahahahahahahahaahahahahahahahahahahahahahahah !!! : *risata di gusto*
Scusa bernardi mi corre l’ obbligo di due precisazioni, poi spero che pagano la pianti e se vuole venga a discutere civilmente ma anche no i cavoli nostri in altra sede. uso il cognome di mio padre, Maffi, per rispetto nei confronti di mia madre che ha combattuto tutta la vita per ottenere il riconoscimento senza ottenerlo. fare speculazioni su questo tema mi pare molto ma molto peggio che usare termini volgari,ad esempio. Sul fatto che non ami essere fotografato mi pare legittimo. semplicemente sono affari miei. per quanto riguarda il tema mozzarella e’ tutto molto semplice: io ho avuto l idea e pagano ha inventato il nome. Io continuerò a portare in giro la bufala di Rivabianca , ed una delle prime manifestazioni sara’ certo al forte da Lorenzo Viani , tanto per chiarezza. E Pignataro penso proprio che avra’ il piacere di pubblicare.
Ma dopo gli accapigliamenti, alla fine, a me piacerebbe sapere chi ha deciso che è un posto che merita di stare in cima alle proprie priorità oppure…no!
Tra l’altro a me piacerebbe capire come funziona la domanda sull’hotel in cui si alloggia. Se non dici il nome di un hotel degno di nota ti rifiutano la prenotazione?
Ah…le alte sfere della gastronomia, che mondo strano!
Dopo gli accapigliamenti, alla fine, poi non lamentiamoci se Striscia sguazza in questo nostro piccolo mondo diviso e litigioso dove ogni nonnulla volano stracci, accuse, piccoli odi personali, baruffe da bottega, totalmente incomprensibili agli occhi di quasi tutti.
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Boh, non capisco proprio perchè accapigliarsi per una rece negativa in un ristorante famosissimo, chiaramente firmata e dunque non anonima.
Ospitata altrettanto chiaramente e lecitamente da un bravo e serio giornalista….non avrebbe dovuto ??? Avrebbe dovuto chiedere il parere preventivo e vincolante a qualcuno di preciso ???
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Ciao
Io posso dire di essere stato una sola volta all’Ambroisie, due anni fa, e di ricordarla come esperienza memorabile.
Temo che il giudizio di Maffi sia stato inficiato dall’esordio sui piatti desiderati e non disponibili. Non è la prima volta che capita all’Ambroisie (io ho sentito diversi racconti simili) ma è chiaramente difficile da accettare. Non conosco nessuno che andando a Parigi per provare la volaille de l’Ambroisie la trova in carta ma non disponibile riesca a dare poi un giudizio equilibrato. La mia esperienza di “critico” mi suggerisce questa ipotesi. E capisco perfettamente il disappunto.
Per quanto concerne però la torta al cioccolato io personalmente gli darei almeno 44/20 e andrei a piedi a Parigi pagando 700euri solo per lei. Forse una delle tre cose più sublimi mai provate. E non amo particolarmente il cioccolato…
Sui bicchieri invece ho capito e accettato il discorso del rapporto stile/dimensioni/sala. In buona sostanza l’apparecchiatura evita grandi piatti e bicchieri per rispettare spazi e contesto (storico). Non mi sembra una sciocchezza così come credo che non si tratti di bicchieri da osteria. Semplicemente ci siamo abituati tutti a bere in un certo tipo di bicchiere, da un po’ di tempo a questa parte.
Insomma anch’io, come ha scritto Enzo Vizzari sul blog di Luciano, credo che Maffi un giorno tornerà all’Ambroisie e ne uscirà felice.
In tema pasticceria, da non perdere, passando da Parigi, la St.Honorè di Philippe Contini
http://www.lapatisseriedesreves.com/
Orgasmica
Scambiamoci consigli enogastronomici, che è meglio
Giusto
Segnalo per il prossimo 21 febbraio l’apertura a parigi del bistrot di Giovanni Passerini (ex Uno e Bino di Roma, ex Gazzetta). Il locale si trova al 46 di rue Trousseau
Il nome sarà Rino, ti sei scordato di specificarlo Antonio
Credo che il nostro amico ormai trapiantato a Paris farà faville … Eccome !
Non sarebbe male replicare a Parigi la nostra cena romana
…ero all’estero: che casino, che pena…Ragazzi, teniamo presente che qui si discute (?) di spaghetti, polli e insalatine…
Mentre a Parigi si fa l’alta cucina. In effetti… Che faccia piacere o no: come il Petrus vince 10 a 1 col Masseto così L’Ambroise è e rimane l’Ambroise. Con buona pace di tutti.