Angolo d’Abruzzo, costruttivamente antimoderno

“Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano”. Così scriveva la geniale penna di Italo Calvino. Chissà – pensavo – forse allora vale anche per i sapori. Ed è per questo che esistono ristoranti come l’Angolo d’Abruzzo della famiglia Centofanti, dove contano soprattutto tre ingredienti: tradizione, territorio, stagionalità. Accogliente locale dal gusto retrò stile anni ‘80-’90, nasconde una cantina strepitosa con bottiglie da brivido: Barbaresco Gaja ’61, Sassicaia ’72, Chateau Petrus ’78. Tanto per citare alcuni dei numerosi “pezzi da collezione”. Impressionante, di sicuro sovradimensionata per l’offerta del ristorante, costituisce un capitolo a se che forse potrebbe essere ancor più valorizzato.
Optiamo per un Montepulciano d’Abruzzo Villa Medoro e iniziamo con un piccolo benvenuto e un imperdibile tagliere di salumi locali. La mortadella di Campotosto è piccolina, asciutta e saporita, ottimo anche il salame rinascimentale, leggermente speziato. Sapori rari, che si ritrovano nelle piccole produzioni locali non sempre facili da scovare.
Seguono le fettuccine all’Abruzzese, con ragù alle tre carni, pecorino d’alta valle del turano e farro perlato ai funghi porcini. Andando a memoria, alcuni tra i gusti più decisi e intensi che ricordo.
Per secondo, anzichè seguire la proposta delle carni alla griglia scegliamo la via dei funghi: porcini arrosto e insalata di ovuli. Squisiti. Perfetti archetipi del gusto di questa terra.

In chiusura tortino di cioccolato con crema inglese al frutto della passione, non particolarmente degno di nota – fin troppo dolce, caffè e invece una memorabile piccola pasticceria che con le ciambelline al vino e i cestini di more riprende il fil rouge della cucina locale.
Conto abbastaza alto considerando la posizione, in parte giustificato dalla ricerca di ingrdienti splendidi. Da ascrivere al capitolo defaillance: ci ritroviamo in conto uno spumante di benvenuto non richiesto, che, segnalato, viene prontamente rimosso da un servizio in genere attento e gentile.
Anche questo, suppongo, significa essere un ristorante costruttivamente antimoderno.
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L’angolo d’Abruzzo
Piazza Aldo Moro, 8\9
67061 Carsoli (L’Aquila)
telefono 0863 997429
fax 0863 995004
E-mail: info@langolodiabruzzo.it








Mah, antimoderno… Siete sicuri che la modernità risieda nella globalizzazione e non nella glocalizzazione? Senza scomodare Bauman, personalmente ritengo che locali come l’angolo siano molto più moderni tanti, stereotipati e uguali ad ogni latitudine, paladini della spesa al telefono e delle grandi catene di distribuzione di prodotti alimentari di lusso… Questa per me è la Questione della modernità!
Ciao A
prescindendo da ogni disquisizione sulla “modernità” (a proposito sarebbe interessante parlarne…), l’Angolo è antimoderno per definizione, in quanto antitetico ad ogni concezione di “modernità” e fin troppo attaccato allo stile di fare ristorazione di 20-30 anni or sono.
Ma la cosa non guasta se la proposta regge sul piano qualitativo.
Quindi è moderno. Al limite anti-contemporaneo. Ma secondo me resta attuale.
Non ho capito.
“moderno” e “contemporaneo” non sono sinonimi?
“è antimoderno per definizione, in quanto antitetico ad ogni concezione di “modernità” e fin troppo attaccato allo stile di fare ristorazione di 20-30 anni or sono.”
Sei sicuro?
Le tecniche di cucina, l’approccio, il servizio, la ricerca nelle materie prime, la cura nella cantina, l’attitudine all’associativismo, persino lo stile da trattoria di lusso non hanno niente di una ristorazione anni 70… O basta una griglia all’ingresso e piatti tondi per essere iscritti d’ufficio ad un altro campionato?
Ciao A
Ps. Perché a prescindere da ogni disquisizione di modernità?
Sicurissimo. Ma non vorrei essere frainteso.
L’angolo è e resta un ristorante tradizionale, che lavora bene con attenzione e compentenza, mantenendo un’impostazione e uno stile, da ristorazione ‘anni 80-90 (e non ‘70). Fine.
Penso che le citate “globalizzazione” e/o “glocalizzazione” come declinazioni della modernità, restino del tutto estranee all’impostazione del locale.
Se poi vogliamo dire per forza che è “glocal”, ben venga. Risponderanno “lo siamo da 30 anni”.
Ciao! M-
PS.Sulla questione della modernità. ti dirò che mi sento abbastanza d’accordo con le osservazioni a margine dei vostri articoli sulla “bbestia”.
Ciao!
bene!
allora sentili, vedrai che sono assolutamente in sintonia con le conclusioni della “bestia”
Valerio e Valentina, sono giovani perfettamante radicati nel loro tempo e che conoscono molto e girano di più… La scelta di continuare “modernamente” la tradizione non è una scelta inconsapevole o di “ritorno all’ordine”, ma di modernità!
Cmq mi sfugge cosa intendi per ristorazione 80/90 e mi interessa… Certo non sono gli anni che più spiegano una ristorazione tradizionale, ma sono anni spesso di rottura (Vissani, Trigabolo, Pianeta Terra, Don Alfonso solo per citare i primi mi saltano in mente degli 89 e Francescana, Colline ciociare, Scabin, Madonnina del pescatore i primi dei 90)…
Ciao A
Moderno e contemporaneo non sono la stessa cosa, quindi se viene utilizzato con sicurezza un concetto di antimoderno dovrebbe essere chiaro a chi scrive la differenza.
Detto in altri termini, se con questo aggettivo vuole indicare l’essere tradizionale penso siamo fuori pista. La modernità della bestia è una ripresa del passato, quindi di una conoscenza, di un’archeologia del gusto (come si evince dai due articoli citati), in un’ottica contemporanea pronta a diventare moderna. Insomma, non possiamo guardare al futuro se non conosciamo il passato
PS Il salame di pecora che ho gustato domenica con Lanfranco era sicuramente diacronico…
Mi sembra che il discorso abbia preso il largo a partire dal “costruttivamente antimoderno”, che cerca di sintetizzare i commenti della recensione. Vale la pena provare a chiarire.
Il “costruttivamente” sta per gli aspetti positivi di una ristorazione fedele al territorio, con una selezione attenta della materia prima etc etc. mentre l’”antimoderno” sta per “tradizionale” o meno semplicemente “non conforme alle tendenze attuali”
Tutto sommato mi sembra che sui concetti siamo sostanzialmente d’accordo. Meno sui vocaboli…!
E a proposito di vocabolario: vale la pena ricontrollare significato e sinonimi di “moderno”.
http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/M/moderno.shtml
PS. bella ’sta chiacchiarata e grazie per gli spunti di riflessione. Ma continuare davanti un bicchier di vino, no?
per un bicchiere di vino sono sempre favorevole
ciao A
Ci ho mangiato una volta sola. Bellissima in effetti la carta dei vini, ma ricarichi forse un po’ eccessivi.
Il ragù alle tre carni lo ricordo deludente e, in generale, non sono rimasto tanto soddisfatto.
Ohhh, Nico come sai raramente sono d’accordo con i tuoi giudizi. Ecco, questa NON è una di quelle rare volte
L’Angolo d’Abruzzo è, secondo me, un patrimonio della gastronomia abruzzese e non solo
eppure altri commensali (molto meno sprovveduti di me) che erano a pranzo quel giorno, hanno trovato quel ragù alle tre carni piuttosto ordinario, e con i sapori per niente netti e definiti
sarà stata la classica giornata storta ….
Sì, certo, si dice sempre così
allora ci andiamo insieme e dirimiamo la questione
i vini li puoi mettere nella tua nota spese?
Io non ho nessuna nota spese vini. Vado, bevo e pago, scegliendo vini che mi posso permettere. Ma se non esageri nella scelta una bella bottiglia te la posso offrire
Ci andavo negli anni in cui nella guida del Gambero rosso scrivevano “il miglior ristornate di Roma è in Abruzzo”. Poi ho smesso per un po’ quando era calato.
Cucina ottima con pochi slanci creativi o, a seconda dei punti di vista, il giusto.
Rapporto Q/P da rivedere. Qualità alta, prezzo anche.
Cantina immensa, poche le bottiglie di fascia media.
Peccato per quegli “ovUli” scritti anche in menu. E per il servizio che parte leggermente chiuso e si lascia andare sul finale. Una via di mezzo sarebbe più consona al locale.
IMHO.